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La scampanata, il romanzo di Bartolomeo Di Monaco trasformato in testo teatrale, qui per chi volesse rappresentarlo.

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Romanzo: La scampanata/A novel: The Shaming (Trad. Helen Askham) #7/13

4 Agosto 2008

di Bartolomeo Di Monaco
[Per le altre sue letture scorrere qui. Il suo blog qui.]

In calce il testo inglese

La scampanata #7

XI

Accadde una notte, all’improvviso. Angela non se lo sarebbe mai potuto immaginare. Era rientrata da poco da Tombolo, aveva visto il suo John, aveva fatto l’amore con lui, un amore mai violento, bensì tenero, sempre accompagnato da parole gentili, da sguardi dolcissimi. Lei sentiva di essere amata anche nell’anima oltre che nel corpo e questo non le era mai accaduto con Tonio.
Quando rientrava a casa, faceva di tutto per non essere vista, e lei e Caterina si nascondevano prima di mettere piede nella corte. Volevano assicurarsi che nessuno fosse lì a sorprenderle. Era sempre andato tutto bene, così pensavano.
E invece quella notte, aveva appena preso sonno, sentì un gran fracasso provenire dal cortile: colpi di tamburo, squilli di tromba, suoni di barattoli, di campanacci e di coperchi di pentole che venivano percossi tra loro. E poi quella parola terribile che risuonò sopra tutto il frastuono: «Puttane!» Realizzò rapidamente che si rivolgevano a lei e a Caterina. Sbarrò gli occhi, il cuore le cominciò a sbattere. Era come paralizzata. Dal cortile continuava il frastuono accompagnato da grasse risate:
«Angela e Caterina sono puttane! Puttane!» e giù lo sbattito dei coperchi, i colpi di tamburo. A luce spenta, poiché le finestre erano rimaste aperte per il caldo dell’estate, cercò di spiare nascondendosi dietro uno scuro; riuscì a vedere che c’erano una decina di persone, tutte uomini, che avevano il viso rivolto all’insù. Dovettero scorgerla, perché ad un tratto cominciarono a gridare:
«Angela puttana. Angela va a Tombolo dagli americani. Puttana! Puttana! Affàcciati, fatti vedere. E Tonio? Gli hai messo le corna, al tuo sposo. Puttana, puttana!»
Allora si affacciò, smarrita, incredula, quasi folle.
«Andate via» gridò. «Andate via!» E aggiunse, quasi istintivamente, ma a voce più bassa, come se volesse parlare a se stessa piuttosto che agli altri: «Non è vero, non è vero! Bugiardi, bugiardi!»
Sentì che ora gridavano a Caterina, che pure si era affacciata e rispondeva, non come aveva fatto lei, ma sicura, spavalda:
«Dovete ringraziarli, gli americani, che vi salvano la pelle, a voi rammolliti» disse.
Quasi simultaneamente, entrambe chiusero le finestre, ma quelli non se ne andarono subito. Continuarono a far rumore ancora per un po’ e a gridare parolacce contro le due donne, che non erano andate a letto, ma erano rimaste dietro le finestre e avevano le mani sul viso. Anche Caterina, come Angela, piangeva.
Ciò che era accaduto rappresentava un’usanza un po’ barbara, è vero, che vi era nella campagna lucchese, e chissà in quanti altri luoghi, come si è detto. Ma aveva una sua ragion d’essere legata alla storia della corte, e Angela e Caterina ne fecero le spese, e ai primi rumori, si accesero qua e là per la corte le luci delle camere, e ragazzi, vecchi e donne presto comparvero alla finestra. Alcuni stavano a guardare e si limitavano a ridere, altri si univano alle invettive dei burloni.
Quella notte, dopo la scampanata a Angela e Caterina, toccò ad altre sventurate che vivevano in corti non lontane, e l’eco di quegli schiamazzi giungeva anche lì, dove si era fatta la prima scampanata di quella notte molto lunga, e molto triste.
Angela era ancora stordita. Non riusciva a sciogliere le mani che aveva davanti agli occhi. Non era possibile che fosse accaduto proprio a lei questo!
Erano gli ultimi giorni di settembre. Faceva caldo, ma aprire le finestre non era possibile ora. Vedeva ancora qualcuno affacciato. Pensava. Era colma di rabbia. Non ragionava, i pensieri le correvano in disordine nella mente come cavalli impazziti. Voleva sdraiarsi nel letto e riposare, dormire, dimenticare. Ci provò, ma non vi resistette più di un minuto. Spiò dalla finestra, ancora qualcuno stava affacciato, come in attesa. Allora una forza prepotente le gridò dentro di scendere le scale e di andare in cortile. Non sapeva a fare che cosa, ma scese di corsa come la voce le gridava, aprì il portone e si lanciò in mezzo al cortile, e quando vi fu, levò gli occhi verso quelle finestre ancora illuminate, verso quei curiosi che la stavano scrutando e forse ridevano di lei, in attesa chissà di che cosa, e con tutta la forza che le veniva dallo smarrimento gridò:
«Sono innocente! Non è vero, non è vero!» Poi scoppiò a piangere, ma non si nascose il viso tra le mani, e con le lacrime che le scorrevano abbondanti sul viso, ancora a testa alta gridò:
«Dovete credermi! Tutti dovete credermi.» E fissò quasi inconsapevolmente lo sguardo sulla finestra di Caterina, che le parve socchiusa e sembrò che la sua ombra fosse là dietro a spiarla.
Quindi tornò a casa, salì lentamente quelle scale che parevano ripide, pesanti e quando fu in camera si gettò sul letto bocconi, mise le braccia sotto il cuscino e mormorò: «Tonio, Tonio, che cosa ti ho fatto.»
Non dormì tutta la notte, presa da un tormento diverso dalle smanie che le avevano procurato altre notti insonni. Ora la martellava il pensiero della vergogna, dell’infamia che la colpiva, e che colpiva soprattutto Tonio, che non sapeva niente e che avrebbe saputo. Immaginava quel momento in cui qualcuno a Tonio avrebbe forse scritto o parlato. E lui non avrebbe creduto sulle prime. Avrebbe gridato all’impostura, alla maldicenza, all’invidia; poi a poco a poco si sarebbe insinuato il sospetto, avrebbe trascorso nella prigionia notti insonni, e infine avrebbe capito, scoperto la verità. E Lei? Che cosa a quel punto sarebbe stato della sua vita? Pensò per un momento a John. Sarebbe scappata, corsa da lui subito, prima del sopraggiungere della catastrofe. John era buono, le voleva bene, anzi, l’amava, ne era certa. Nella felicità che si davano vi era la delicatezza che nasce da un profondo sentimento d’amore. Sì, per ribellarsi alla vergogna doveva darsi all’amore che l’aveva perduta. Pensò a sua madre. L’avrebbe saputo anche lei, lo avrebbe saputo anche la piccola Primetta, già maliziosa e in grado di giudicarla, forse. Lo sguardo di sua madre, ecco, non lo avrebbe potuto reggere. La severità che conosceva in sua madre l’avrebbe sferzata come una frusta, non avrebbe potuto resistere a lei. Le avrebbe dovuto confessare la verità. Ma si sarebbe chiusa in casa, allora, sbarrato il portone, avrebbe sprangato anche le finestre, sarebbe restata al buio per giorni e giorni, e forse la gente avrebbe dimenticato. La guerra poneva grandi problemi a tutti. Avrebbero capito e dimenticato. Forse l’avrebbero creduta innocente. Non lo aveva gridato a quei dannati che le avevano fatto la scampanata? Non lo aveva gridato quando era corsa in mezzo al cortile? Non fingeva in quel grido disperato; era sicura che era quella la verità più profonda, lei era innocente, sì, perché era colpa della guerra il suo tradimento. E la guerra è come una febbre che ci toglie la ragione, che ci fa compiere azioni senza che lo vogliamo. Ecco da dove proveniva la forza della sua innocenza. Sì, sarebbe restata chiusa in casa affinché tutti trovassero il tempo di capire quel suo grido, quella sua verità. Dopo, sarebbe ritornata la sposa di Tonio, come sentiva di essere sempre stata.
La mattina bussò sua madre. Non voleva aprirle. Non rispondeva.
«Apri» gridò, mentre qualcuno si affacciava alla finestra. «Presto, apri. Sono tua madre.» Non aveva con sé Primetta. Infine aprì, visto che non se ne andava.
«Dimmi se è vero.»
«No.»
«È questa la verità?»
«Sì.»
«E invece menti, Angela. Guardami. Guardami, ti dico.» E si mise a gridare.
«Non gridare» disse Angela.
«Se vuoi che non gridi, devi dirmi la verità. Sei stata a Tombolo con gli americani? Sei stata a Tombolo con gli americani? Te lo chiedo per l’ultima volta, sei stata a Tombolo con gli americani?»
«Non ho fatto nulla di male, io, a Tombolo. Sono calunnie, mamma.»
La madre le diede uno schiaffo così forte che risuonò per tutto il cortile, sebbene le finestre fossero chiuse.
«Sgualdrina, sgualdrina!» disse e si mise a piangere. «Tonio non meritava una come te.»
«Gli voglio bene, a Tonio.»
«E come gli vuoi bene, facendo la puttana, andando con gli altri uomini? Che disonore, che disonore. Se ci fosse tuo padre, ti ucciderebbe. Ma non è detto che non lo faccia io. Vedrai che finirà così e tua madre andrà in carcere per colpa tua. Hai gettato il disonore su tutta la famiglia, anche su Primetta l’hai gettato, povera bimba. Come hai potuto farlo? Come hai potuto mancarci di rispetto? Forse la colpa è mia, che non ho saputo vegliare su di te, non mi sono accorta di niente, nessuno si è accorto di niente, mentre te la facevi con gli americani. Sei stata brava, non c’è che dire. Hai saputo prenderci in giro tutti quanti. E tutti che parlavano bene di te: Angela qui, Angela là. Tonio ha sposato una santa, mi dicevano. E guarda che cosa gli hai fatto. Tonio è prigioniero, soffre, e tu gli dài una coltellata con questo tradimento. Tu sia maledetta per ciò che hai fatto a tutti noi.»
«Non maledirmi, mamma. Non maledirmi, ti prego. È colpa della guerra, che mi ha cambiata. È colpa della guerra.»
«Scriveranno a Tonio, vedrai. Lo saprà presto. Povero ragazzo. La colpa è anche mia. Mia, che non ti ho costretta a venire a vivere da me. Lo sentivo che sarebbe accaduta una disgrazia.»
«Smettila, mamma, ti prego. O mi uccido. Sì, non voglio più vivere, mamma.»
Allora la madre si quietò, prese la sua bimba fra le braccia e la baciò.
«Povero angelo mio, che cosa ti è successo. Povero angelo mio, che cosa ci ha fatto la guerra.»
Poi tacquero entrambe e ci fu un profondo silenzio, che durò molti minuti. Quindi la mamma si alzò, andò alla finestra e l’aprì. Affacciato, non c’era nessuno, e forse si cominciava a capire che la crudeltà che aveva colpito Angela era una delle tante crudeltà che la ferocia della guerra spargeva ai quattro venti.

 The Shaming #7

XI

It took place one night quite unexpectedly. Angela had never supposed it would happen to her. She had just got back from Tombolo. She’d seen John and they’d made love, love that was never violent but tender, his words sweet and his eyes gentle. She felt he loved her soul as well as her body, something she’d never felt with Tonio. When she got back, she did everything she could to avoid being seen and she and Caterina hid before they went into the courtyard. They wanted to make sure they wouldn’t meet anyone there. It had always been all right, they thought.
That night, however, she had just fallen asleep when she heard a loud noise coming from the courtyard – drums beating, trumpets blowing, tin cans rattling, cowbells and the banging of saucepan lids. And then that terrible word above all the din. “Prostitutes!” She realised at once that this was directed at her and Caterina. Her eyes stared and her heart was beating fast. She couldn’t move. Outside the racket and laughter continued.
“Angela and Caterina are prostitutes! Prostitutes!” they shouted, amid the banging of the lids and the beating of the drum. She hid behind a shutter in the darkness and peered out. She could see there were about ten of them, all men, all looking up. They must have caught sight of her because their next taunts were, “Angela the prostitute! Angela goes with the Americans in Tombolo. Prostitute! Prostitute! Look out of the window and let’s have a look at you. What about Tonio? You’ve been unfaithful to him. Prostitute! Prostitute!”
She looked out in bewilderment and disbelief, feeling she was going mad.
“Go away,” she screamed. “Go away!” Then, almost mechanically and in a much lower voice, as if she was speaking to herself and not to them, she added, “It’s not true, it’s not true! You’re wrong, you’re wrong!”
She could hear they were shouting at Caterina now. She went to the window and spoke to them, not as Angela had done, but confidently and boldly.
“You pathetic creatures. You should be thanking the Americans for saving your skins.”
They closed their windows almost at the same time but the men didn’t go away. They continued to make a noise and shout vulgarities at them for a while. The two women didn’t go back to bed but stood behind the shutters, their hands over their face. Angela was crying and so was Caterina.
What had happened was a tradition in the countryside round Lucca and in who knows how many other places. A rather barbaric tradition, it’s true, but one that had its raison d’être in the history of the courtyard and Angela and Caterina were paying the price. At the first sound, lights would come on in bedrooms round the corte, and children, women and old men would appear at the windows. Some of them stood watching and did no more than laugh while others joined in the abuse and mockery.
After Angela and Caterina, the scampanata visited other wretched women in nearby courtyards and the noise could be heard in the courtyard where the first scampanata of that long, sad night had taken place.
Angela was dazed. She couldn’t take her hands away from her eyes. Surely this wasn’t happening to her? It was the last week of September and it was hot but she couldn’t open the windows now. She could see some people still looking out. She tried to think but she was gripped by anger and couldn’t think clearly, her thoughts racing and confused like maddened horses. She wanted to lie down and rest, sleep and forget. She lay down on the bed but only for a moment. She went back to the window. There were still people at their windows as if they were waiting for something else to happen. Some overpowering force inside her shouted to her to go downstairs and out into the courtyard. She didn’t know what she was going to do but she went downstairs, as the voice had told her to, opened the door and ran into the middle of the courtyard. Then she looked up at the windows where lights were still on, at the people gazing at her in curiosity, some of them laughing at her perhaps, still waiting and watching.
Her distraught state of mind gave her strength and she yelled, “I’m innocent! It’s not true, it’s not true!” She began to cry but she didn’t hide her face in her hands. With the tears coursing down her cheeks and her head held high, she shouted, “You must believe me! You must believe me! All of you!”
Almost without realising it, she turned to look at Caterina’s window. It seemed to be slightly ajar and she thought she could see Caterina’s shadow behind it, watching her. Then she went back into her house and slowly climbed the stairs. They seemed steep and difficult. When she got to her bedroom, she threw herself face down on to the bed, put her arms under the pillow and whispered, “Oh Tonio, Tonio, what have I done to you?”
She didn’t sleep that night, racked by an agony that was quite different from the longings that had caused other sleepless nights. Now it was the thought of the shame and disgrace, especially Tonio’s, that pounded in her head. He knew nothing about it but he would find out. She imagined the moment when someone would tell him or when a letter arrived. At first he wouldn’t believe it. He’d be angry and say it was all lies, just vicious gossip and jealousy. Then little by little suspicion would grow, he would lie awake night after night in the prison camp, and finally he would understand and know it was true. And what about herself? What would her life be like then? For a moment she thought of John. She would run away, go to him at once before catastrophe struck. John was good, he was fond of her, he loved her even, she was sure. In the happiness they gave each other there was the gentleness that came from deep love. But that wasn’t the answer. If she was going to survive the shame, she had to dedicate herself to the love she had forfeited.
She thought of her mother. She would find out and so would Primetta who was already quite knowing and able to judge her. She wouldn’t be able to bear her mother looking at her. She knew her mother’s severity and it would be like a whiplash. She wouldn’t be able to avoid telling her the truth. She’d be shut up in the house with the door locked and the shutters closed. She’d be left in the dark for days on end and maybe people would forget. The war brought problems for everyone. They would understand and forget. Maybe they’d believe she was innocent. Hadn’t she shouted that to those hateful men who had done the scampanata? Hadn’t she shouted that when she was running into the middle of the courtyard? She hadn’t been pretending when she’d made that desperate cry. She knew this was the most profound truth and that she was innocent, because the war was to blame for her infidelity. And the war was like a fever, taking away your reason and making you do things you didn’t want to do. That was why she was innocent. She would stay locked up in the house until everyone had had enough time to understand what she’d meant and realise she’d spoken the truth. After that, she would be Tonio’s wife again, as she felt she always had been.
In the morning, her mother knocked on the door but Angela didn’t want to see her. She didn’t move.
“Open the door,” her mother shouted, while people looked out of their windows. “Open the door at once. It’s your mother.”
She didn’t have Primetta with her. She showed no sign of going away and Angela eventually opened the door.
“Tell me if it’s true.”
“It’s not.”
“And that’s the truth?”
“Yes.”
“You’re lying, Angela,” she shouted. “Look at me! Look at me, I tell you.”
“Don’t shout,” said Angela.
“If you don’t want me to shout, you’d better tell me the truth. Have you been to Tombolo with the Americans? Have you been to Tombolo with the Americans? I’m asking you for the last time, have you been to Tombolo with the Americans?”
“I didn’t do anything wrong in Tombolo. It’s all lies.”
Her mother gave her such a hard slap it could be heard outside, even although the windows were shut.
“You slut, you slut!” She began to cry. “Tonio didn’t deserve someone like you.”
“I love Tonio.”
“How can you call it love when you behave like a prostitute and go with other men? Oh the shame, the shame. If your father was here, he’d kill you. Which doesn’t mean I won’t kill you myself. You wait, it’ll end up with your mother going to prison and it’ll be your fault. You’ve brought disgrace on the whole family, on Primetta as well, poor girl. How could you do it? How could you care so little about us? Maybe it’s my fault. Maybe I didn’t keep a proper eye on you. I didn’t notice a thing, no one noticed, while you were having a fine time with those Americans. You were smart, no doubt about that. You had us all fooled. And everyone used to speak so well of you, Angela this and Angela that. Tonio’s married a saint they used to tell me. And look what you’ve done. Tonio’s a prisoner, he’s suffering and you stick a knife in him like this. May you go to hell for what you’ve done to us all.”
“Don’t say that, mother. Please, please don’t say things like that. It’s the war that’s to blame. It’s changed me. It’s the war that’s to blame.”
“They’ll write to Tonio, you know. He’ll find out soon enough. Poor boy. It’s my fault. My fault, for not making you come and live with me. I felt something terrible would happen.”
“Stop it, mother, please, or I’ll kill myself. I will. I don’t want to live any more.”
At this, her mother calmed down, took her daughter in her arms and kissed her.
“My poor angel, what’s happened to you? My poor angel, what has the war done to you?”
They both fell silent and the silence went on for many minutes. Then the mother got up, went to the window and opened it. There was no one watching. Perhaps people were beginning to understand that the cruelty inflicted on Angela was one of the many cruelties that the ferocity of the war scattered wherever it went.

 

 


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Invito tutti a non inviarmi più libri in lettura. Per mancanza di tempo, e dall'11 novembre 2013 anche di salute, non posso più accontentare nessuno. Così pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Chiedo scusa.
Bart