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Sebastiani, Piero

21 Giugno 2019

La mia guerra con la 36a Brigata Nera fino al carcere

La mia guerra con la 36a Brigata Nera fino al carcere

L’interesse speciale per questa lettura risiede nel fatto che a scrivere il libro è un militante della famigerata Brigata Nera fascista, che ci consentirà di osservare la guerra civile che seguì all’8 settembre 1943 da un punto di vista di segno diverso.
La storia che vi è raccontata è preceduta da una presentazione del noto giornalista Giampaolo Pansa che definisce l’autore “un singolare esempio di centauro, nel senso che non ha mai rinnegato la sua vicenda umana”, pur essendo oggi forse “un libertario quasi anarchico, un refrattario assoluto rispetto alle superbie dei tanti caporali delle varie ideologie, un cane senza collare guardato con sospetto dai custodi delle due fedi contrapposte e che ancora si fronteggiano, com’è inevitabile nella società politica: il fascismo e l’antifascismo.”.

Sebastiani (lucchese nato nel 1927 e morto nel 2015) lo dichiara nella Premessa: non scriverà un diario “ma piuttosto il romanzo di una vita dove si narrino non solo i fatti, ma anche i sogni, non solo il possibile che spesso non fu, ma anche l’impossibile che spesso accadde, gli amori compiuti e quelli inarrivati, i momenti felici e le tenaci sconfitte.”. Ha settant’anni quando nel 1997 comincia a scrivere: “Secondo la mia tradizione contadina, immaginerò di mettermi seduto sopra un’antica scranna vicino al largo fuoco della cucina, oppure nel tepore di una stalla, a raccontare a quei nipoti che ancora non ho, ma che certo arriveranno, la storia di questo nonno non saggio ma sincero, impulsivo ma paziente, iracondo ma allegro.”.

È una scrittura morbida e sincera, aggraziata perfino da una certa vis comica: “Allora seppi che era necessario ridere ancora, ridere di più. Lo feci con le ossa perché la fame non mi aveva lasciato che quelle.”. Dopo la fine della guerra Sebastiani fu rinchiuso prima nel carcere di Lucca, poi in quello di Firenze.

Con il giorno in cui, essendosi consegnato, vengono ad ammanettarlo in casa sua per portarlo in prigione, inizia il romanzo “della vita” dal momento in cui “sopravvissuto, ‘unico’ mi era parso fra tanti compagni. Stremato, con lo sterno rotto e l’animo in pezzi, avevo vagato per giorni, libero e sconosciuto, tra la folla variopinta della Liberazione, lungo le rive del lago di Como, alla ricerca di qualcosa fuori e dentro di me, fino a capire che tutto era davvero finito. E avevo deciso di tornare a casa.”.

Giunto nel carcere di San Giorgio, ne subisce di tutti i colori, pur avendo dichiarato di avere lo sterno rotto; lo insultano e lo picchiano a sangue. Eppure lui aveva salvato Morelli, quello che era venuto ad ammanettarlo, liberandolo dalla prigione tedesca. Si domanda continuamente perché questa violenza.

È un racconto che ha valore letterario per la ottima conduzione della trama, ricca di flash-back ben posizionati, e la scrittura pulita e piacevole.

È rinchiuso nella cella numero 36: “Un raggio di sole taglia diagonalmente la cella e gioca sulle rughe del tavolaccio che mi farà da letto. È quasi sera. La mia cella guarda a occidente, verso il mio mare e le mie montagne. Mi abbandono sul tavolaccio e osservo il pulviscolo luminoso.”; “il carcere segnò l’inizio di una mia nuova età.”. L’accusa è di essere stato membro della 36a Brigata Nera che, comandata da Idreno Utimperghe (già fucilato), aveva commesso atrocità in Lucchesia. Il comandante Utimperghe avrà gran parte in questo libro. Di lui, più avanti, scriverà: “Aveva allora poco più di quarant’anni, ma sapeva bene come non gli restasse altra via se non quella di morire in sintonia con le scelte fatte, sbagliate che fossero, ma nelle quali aveva investito tutto se stesso.”. Pur impastato di crudeltà e di cinismo che lo distinsero, Utimperghe avrà, anche per le sue contraddizioni, il carisma del protagonista in questo romanzo di guerra, con la sua alternanza tra ferocia e generosità. Sebastiani continuerà, infatti: “Non affrontammo più questi argomenti, ma in seguito mi dimostrò di desiderare davvero che mi salvassi, staccando nel momento più difficile il mio destino dal suo.”. E ancora, quando, a fine guerra, Pavolini diede l’ordine di fucilare i prigionieri, così scrive: “Quanto all’ordine di uccidere tutti i prigionieri, Utimperghe lo definì criminale e soprattutto imbecille, ribadì di essere l’unico a poter dare ordini alla brigata e comandò che i prigionieri fossero liberati durante la notte e scortati per un pezzo sulla strada verso casa, per proteggerli da eventuali azioni da parte di tedeschi o fascisti.”.

In prigione, in attesa di essere processato, Sebastiani (che era stato una specie di attendente di campo di Utimperghe – “ripresi il mio servizio di ordinanza del comandante”) decide di scrivere la propria esperienza a partire dal 1939, quando aveva appena dodici anni. Frequenta poco le adunate, in quanto lavora e nel 1942, trasferitasi la famiglia a San Macario in Piano, il suo paese natale, comincia a rendersi conto che la gente “soffriva i disagi della guerra e paventava un futuro sciagurato” e “aveva perduto un po’ della fede fascista e si rifugiava in un vago mugugno”. Per lui si trattava di “vigliaccheria”. Così, in risposta a questo atteggiamento che considerava poco dignitoso, “mi parve giusto diventare sempre più fascista”. Lui sentiva forte il dovere di non arrendersi e di non tradire: “in guerra eravamo e battersi fino all’ultimo era un dovere tragico ma irrinunciabile. E chi questo dovere avesse rifiutato, sarebbe stato un vigliacco opportunista.”. Il padre era un convinto fascista e “accettò nuovamente di buon grado la carica di segretario del Partito fascista repubblicano”, e pur non avendo commesso violenze e assassinii al termine della guerra fu gettato in galera senza che alcuno testimoniasse a suo favore. Sarebbe stato, dunque, processato e condannato “se non fosse giunta l’amnistia”. Si tratta dell’amnistia voluta da Palmiro Togliatti, al tempo Ministro della Giustizia. Il padre era custode e “capo dei donzelli, gli uscieri del palazzo municipale.”.

I Lucchesi hanno conosciuto bene il ristorante “Solferino” (che ha cessato l’attività da qualche anno), famoso per la sua cucina. Soleva frequentarlo, soprattutto la sera, anche Mario Tobino, al quale faceva compagnia l’avvocato della Cassa di Risparmio di Lucca Augusto Mancini (che in un racconto Tobino chiama Diomede), nipote del più famoso nonno, membro autorevole del C.N.L. lucchese (e nonno anche, per parte materna, del noto pittore Antonio Possenti). Ebbene, Sebastiani, che in quei luoghi era nato, ne descrive le origini: “Della mia permanenza in San Macario io stesso ebbi a sperimentare vicende e contraddizioni non molto diverse da quelle sofferte da mio padre. Tornando da sfollati nel paese natio, non avevamo potuto rientrare nella casa avita dei Seracini (questo era il nome con il quale la nostra casata era conosciuta nella zona), che da tempo era stata venduta, ma allocati nell’ala di una villetta nel quartiere dell’Acciaro, in cui si trovava anche il bar-bocciofila dove gli uomini convenivano la sera e la domenica dopo il Vespro per la partita a tressette e dov’era anche la casa del fascio.

Il bar era di proprietà di Amerigo, della cui famiglia eravamo intimi. Famiglia fascista: il fratello di Amerigo, detto il Rosso, che per anni era stato il segretario del Fascio, aveva qui la sua bottega di calzolaio, dalla quale si servivano molte delle famiglie abbienti della città; il figlio maschio di Amerigo, Solferino, era stato volontario in Africa Orientale nel battaglione lucchese delle camicie nere e di questo menava gran vanto celebrandone spesso le gesta con rumorose cene con i camerati che come lui non avevano dovuto tornare a servire la patria in armi. La moglie di Amerigo, Filomena, era la cuoca più raffinata e fantasiosa che abbia mai conosciuto, e trasmise la sua arte a Solferino e alla moglie, Edema, che a loro volta la tramandarono ai loro figli, oggi proprietari di un ristorante noto in tutta Italia.”. Ed è proprio al suo rientro dal lavoro, quando si ferma al Bar dell’Acciaro (il futuro “Solferino”), che ascolta alla radio, il famoso 25 luglio 1943, il proclama di Badoglio, ripetuto “in continuazione”. Continua: “I paesani che affollavano il bar vociavano contenti, tutti esibendo quell’intimo antifascismo che sostenevano di aver sempre avuto (e che avevano ben nascosto, pensavo io), ruppero a sassate i vetri della finestra della Casa del fascio, poi si ritirarono per il pasto, convinti che in pochi giorni la guerra sarebbe finita, che i figli e parenti in armi sarebbero tornati alle loro case e che tutti avremmo vissuto felici e contenti.”. La mattina dopo, tornato al lavoro, “nessuno lavorava e tutti parlavano, parlavano, parlavano: tutti puri, tutti saggi, tutti da sempre preveggenti, e naturalmente tutti da sempre antifascisti.”; “furono persino stappate bottiglie di spumante e tutti i mugugnatori fascisti brindarono felici, compreso uno squadrista che aveva partecipato alla marcia su Roma e si era guadagnato la sciarpa littoria, e che per disattenzione portava ancora all’occhiello la cimice fascista.”. È un impietoso ritratto del nostro popolo, ahimè. Ce n’è anche per Solferino: “Quel 26 luglio, mentre pedalavo alacremente sulla strada di casa, fui raggiunto da un amico che mi suggerì di dire a mio padre di non raggiungere, com’era suo costume, il bar di Amerigo. Non raccogliemmo il consiglio, e al nostro ingresso nel bar calò un imbarazzato silenzio, che papà tollerò con quieta indifferenza. Amerigo non volle farci pagare la consumazione, mentre Solferino, ormai dimentico delle gesta africane, non ci salutò neppure, tutto intento a vantare certe sue antiche gesta antifasciste.”. A riguardo della fuga del re e di Badoglio scrive: “questi personaggi infatti provvidero disertando la linea del fronte e rifugiandosi a Brindisi, dove tentarono di assicurarsi la benevolenza degli alleati e nel contempo salvare la pelle e i lauti emolumenti di sempre.”. Ma non basta: “L’8 settembre ’43 la radio annunciò, sotto le pudiche vesti dell’armistizio, la resa totale delle armi al nemico, mentre si ordinava alle disgraziate truppe rimaste, abbandonate dai generali, di difendere il patrio suolo battendosi contro i vecchi alleati diventati improvvisamente «il tedesco invasore». Ci fu chi lo fece e combatté con valore, come a Porta San Paolo o a Cefalonia, battaglie disperate. La gran massa dei soldati preferì invece gettare l’uniforme e tornarsene a casa: molti finirono prigionieri delle truppe germaniche che, con la tradizionale brutalità, li spedirono nei lager oltre frontiera.

Il reuccio e la sua cricca recitarono dunque a uso degli eserciti alleati la commedia dei poveri democratici italiani liberatisi finalmente dal giogo fascista: ogni responsabilità era da attribuirsi a Benito Mussolini e a pochi suoi accoliti. La corona e il popolo no, erano tutti innocenti, tanto democratici anzi da voler combattere il mostro nazista.

Radio Londra, l’emittente che in epoca fascista era un atto di tradimento ascoltare, diffuse dopo l’8 settembre un giudizio del colonnello Stevens sugli italiani: essi erano stati cattivi combattenti e avevano per opportunismo tradito i vecchi alleati, perciò erano indegni di qualsiasi fiducia.”.

Sebastiani fece la sua scelta, al contrario dei tanti che preferirono “salvare la pelle e magari guadagnarsi la benevolenza degli eserciti vincenti”; “Nella mia città fui nel gruppo dei giovani che intesero abbracciare il difficile compito della difesa dell’onore d’Italia. Nel nostro agire non c’era una connotazione specificamente fascista, né l’intenzione di ristabilire un ordine e un regime ormai crollati, ma solo il romantico proposito di difendere le nostre bandiere al fianco di chiunque condividesse questo obiettivo.”; “Il 16 settembre, dunque, riaprimmo il Palazzo del Littorio, forzandone la serratura.”. Capita a Lucca il fascistissimo Idreno Utimperghe, di cui Sebastiani si proclama ammiratore e ne traccia un ritratto che ce lo mostra come una specie di cavaliere di ventura capace di atti di grande audacia, a volte intrisi di ferocia, altri di cameratismo e generosità, come quando si finse un ufficiale superiore e riuscì a convincere “l’SS Gruppenführer Simon, quello stesso che più tardi avrebbe risposto delle stragi di Sant’Anna, Vinca e Marzabotto”, ad interrompere immediatamente con i rastrellamenti, dichiarando che “la legge di guerra gli consentiva di far passare per le armi lo stesso camerata generale Simon assieme ai suoi ufficiali presenti all’incontro, nonché di disarmare con i duemila uomini della Brigata nera (eravamo meno di duecento) le SS che si trovavano in città. Come ciliegina sul dolce, annunciò che il comandante in capo, Pavolini, stava marciando su Lucca con la sua brigata corazzata per partecipare all’operazione.”; “Utimperghe fu uomo affascinante, personaggio composito, lunatico, imprevedibile, capace di assoluta ferocia quanto di estrema generosità, ma pericolosamente eccessivo.”.

Interessante la seguente annotazione sulla distruzione dei ponti di Firenze ad opera dei tedeschi che salvarono soltanto Ponte Vecchio: “La cosa che invece mi meravigliò, dopo che i tedeschi ebbero fatto saltare i ponti, è come i partigiani non fossero stati in grado di impedirlo, non tanto per ragioni strategiche, ma per impedire la distruzione di inestimabili valori d’arte. Nel dopoguerra venni a sapere che la cosa era stata pensata, ma che il grosso dei partigiani era sulle colline all’altro capo di Firenze, e per raggiungere i ponti sull’Amo avrebbero dovuto conquistare l’intera città.

Superai il fiume attraversando in motocicletta il Ponte Vecchio e credo che quella sia stata una delle poche volte che una moto lo abbia fatto, e certamente l’unica nella quale io lo abbia visto deserto. Proseguii sui lungarni della riva sud dove si affaccendavano camionette e autocarri tedeschi che seppi poi essere dei genieri che avrebbero fatto saltare i collegamenti strategici. Forse per un rigurgito d’amore turistico, di tutti i ponti fu risparmiato solo il Ponte Vecchio: ma la distruzione degli altri, fra i quali quello ineguagliabile di Santa Trinità, fu atto orribile, inutile e vigliacco: un po’ di macerie non avrebbe comunque potuto fermare i partigiani e gli alleati, che del resto giunsero in città dalle colline della Bolognese e non dall’Oltrarno.

Non ho mai perdonato alle truppe germaniche e ai loro feroci comandanti quest’atto rabbioso e stupido, ma resto convinto che non tutti i tedeschi sono cattivi: ho vissuto con loro per un anno e vi ho trovato gente di tutti i tipi, come accade ovunque.”.

È interessante pure questa testimonianza: “Pochi giorni dopo Firenze avrebbe salutato i partigiani vincitori della Brigata potente, che per primi e al prezzo di numerosi caduti precedettero gli alleati. Anni dopo Curzio Malaparte, che li descrisse in pagine feroci nell’ultimo capitolo di «La pelle», mi parlò diffusamente dei giovanissimi cecchini fascisti che sui tetti di Firenze rimasero ancora per giorni a sparare su tutti, partigiani, alleati, semplici passanti, secondo la logica folle della guerra e con l’animo feroce delle antiche faide fra bianchi e neri. I cecchini furono stanati a uno a uno e quasi sempre rimasero uccisi sui tetti. Quelli che furono catturati vivi vennero fucilati sul sagrato di Santa Maria Novella e, come racconta Malaparte, caddero spavaldamente ridendo di scherno in faccia al nemico e alla morte. Nessuno chiese pietà, nessuno l’avrebbe loro concessa. L’antica regola dei fiorentini fu rispettata da tutti e nessuno se ne lamentò, neppure le madri o le spose degli uccisi, di qualunque fazione fossero: i fiorentini piangono e si disperano soltanto quando gli uccisori sono stranieri, mai quando si ammazzano fra loro.”.

Il libro si arricchisce di alcuni episodi violenti e degenerativi causati dalle regole di guerra, come l’uccisione, a Lucca, di un giovane soldato tedesco colpevole di aver rubato una bicicletta: “il ragazzo fu accompagnato dal sottotenente, davanti al quale si irrigidì sugli attenti. L’ufficiale disse: ‘Wer pluendert wird erschossen’; chi rapina sarà fucilato. Estrasse la Luger e la scaricò nel petto del ragazzo.”; “A Casalecchio di Reno vedemmo impiccati alle travi di un palazzo semidistrutto tre borghesi e un soldato tedesco. Tutti giustiziati per essere stati sorpresi a depredare abitazioni sinistrate, come ci dissero a un posto di gendarmeria.”, e anche: “una severa disposizione del maresciallo Kesselring prevedeva la pena di morte per qualunque italiano trovato in possesso di armi tedesche senza autorizzazione.”.

Abbiamo una descrizione della strage che i partigiani compirono contro i militi della Brigata Nera alloggiati nel convento di Castelnuovo Garfagnana: “Ci si presentò uno spettacolo spaventoso: le pareti della mensa sembravano essere state dipinte di sangue da un imbianchino ubriaco; i tavoli a pezzi, le stoviglie, i piatti, i fiaschi e persino un agnello arrosto, pur esso sbranato dall’esplosione, erano disseminati sul pavimento dove il sangue si era rappreso in una poltiglia nauseabonda. (…) A guerra finita, Pippo Ducceschi mi assicurò che l’attacco al convento non era stata opera della sua formazione.”. Utimperghe “autorizzò una rappresaglia, e di quei poveri fucilati alcuni dei nostri dovettero rispondere a guerra finita in una corte d’assise.”.

Ci fa sorridere questa nota che ci racconta di un pasto consumato insieme coi tedeschi: “in un pentolone reggimentale colmo d’olio d’oliva venivano gettate uova a centinaia che un grasso cuciniere ripescava con un colino e riversava nelle gavette. Credo ce ne siano toccate una trentina a testa, e tutte complete di pulcino, visto che erano state prelevate da un allevamento.”.

È doveroso riportare l’incontro che avvenne a Bologna tra Piero Sebastiani e l’antifascista lucchese Sergio Mariani che, partigiano, si era infiltrato nella organizzazione Todt, impegnata nella costruzione della Linea Gotica: “Da Parma raggiungemmo Bologna, dove il locale comando tedesco non accolse la nostra richiesta e ci instradò al fronte verso Vergato, dov’era il comando del I reggimento paracadutisti della Hermann Goering. In attesa del necessario permesso rimanemmo due giorni a Bologna, dove scoprii uno dei più bei bordelli della mia storia di amatore a pagamento. Mentre appunto rientravo da questo magnifico luogo di perdizione, incontrai il lucchese Sergio Mariani: malgrado apparisse male in arnese, mi disse di essere venuto al nord come funzionario dell’organizzazione Todt, nella quale si trovava benissimo, e affermò che proprio non aveva bisogno di nulla. A forza lo costrinsi ad accettare un po’ di soldi, consigliandolo di comprarsi un vestito più decente. Rifiutò decisamente anche il mio invito a cena dicendomi con garbo che non poteva far attendere invano una signora. Così ci salutammo augurandoci di ritrovarci a Lucca a guerra finita. Mentre si allontanava notai qualcosa di stonato in lui, ma solo dopo qualche giorno mi resi conto di quello che avevo visto: indossava un paio di stivaletti americani! Mariani era infatti un partigiano combattente proprio quel giorno sfuggito miracolosamente a un rastrellamento di truppe fasciste nel quartiere della Bolognina, dove una pattuglia partigiana era stata annientata dopo un duro combattimento. Lo ritrovai anni dopo a Lucca al Teatro del Giglio, dove eravamo ambedue per vederci la ‘Turandot’ di Puccini. Ci abbracciammo sinceramente perché, malgrado ci trovassimo su fronti opposti, il nostro incontro di Bologna era stato un incontro di amici. Mi disse che il vestito non se l’era comprato, ma un buon paio di scarpe rigorosamente italiane sì. All’occhiello portava il nastrino azzurro di una medaglia d’argento che, come seppi successivamente da altri, si era guadagnato attraversando per quattro volte un campo minato per trarre in salvo quattro ragazzini. A mio parere avrebbe meritato la medaglia d’oro!”. In realtà, come troviamo scritto dallo stesso Mariani, ad essere salvato fu solo un ragazzo, Natalino, il che non diminuisce per nulla l’azione coraggiosa ed eroica compiuta dal concittadino lucchese. A Milano incontrerà, “in un albergo in corso Buenos Aires”, “l’attrice Elena Zareschi, mia concittadina, assieme all’attore Nino Crisman e a un gruppo di ragazzi del mondo del cinema. Fummo subito invitati al loro tavolo e potei scambiare un po’ di chiacchiere con la Zareschi, che mi ricordava come un buon amico di sua sorella Dedda.”.

Sebastiani ci sapeva fare con le donne; ne ha avute più di una: amori brevi, poiché la guerra, per i continui trasferimenti, non consentiva che si radicassero. Nel raccontarceli, sia pure sommariamente, incorre in questo ricordo particolare: “Di Piacenza ricordo una bella ausiliaria radiotelegrafista della brigata. Si chiamava Lieta Imbroglio, un nome perfetto, ma un cognome che faceva torto al suo tenero cuore. Quando si rese conto di aver contratto una malattia venerea, fece il giro di tutti i ragazzi con i quali aveva fatto l’amore, portando loro le medicine necessarie. Con me non era mai stata, ma mi promise di rimediare una volta guarita. Invece fu trasferita ad Alessandria e non la incontrai più.”. Ma gli capita anche questa, al telefono: “Parlai lungamente con una donna che si disse bella, giovane, disponibile e fascista, ma quando le chiesi un appuntamento, ridendo mi rispose di raggiungerla presso la propria formazione garibaldina dove mi avrebbe garantito un bacio e una morte dolce.”. Paola, Enrica, Carolina, Lieta, La Rossa, Marcella, La Dottoressa, Pina, Olga, sono solo alcune di esse. Scriverà: “Si faceva del sesso non per amore o per passione, ma per solidarietà e affetto, secondo un sentire che scomparve con la guerra, rimpiazzato da un ipocrita moralismo che ci rifece tutti casti e vergini.”.

Sebastiani confessa che a fine guerra cambiò orientamento politico, e un suo amico rimasto fascista, Silvano, che lo aiutò nei momenti del bisogno, quando lo incontrava “diceva sorridendo” che lui era rimasto fascista “solo per distinguersi dai bastardi voltagabbana come me.”.

Questo ricordo merita la segnalazione: “La sera di Natale rifiutai di partecipare alla cena comune e mi recai a passeggiare in solitudine lungo le strade buie di Piacenza, le cui vetrine fiocamente illuminate esibivano misere strenne. La gente camminava frettolosamente per rientrare prima del coprifuoco, silenziosa, senza un sorriso. Ogni tanto auguravo Buon Natale, ma nessuno mi rispose, salvo una bambinella che portava un gran segno di lutto sul cappottino.”.

A seguito di un attentato, quella stessa notte del 1944 trova agonizzante “un anziano soldato tedesco” che lo pregò di consegnare una scatola ad una famiglia italiana. Si trattava di “una giovane donna con tre fratellini in tenera età. La madre era morta in un bombardamento; il padre, medico, era stato arrestato dai fascisti e deportato in Germania, dove aveva conosciuto il soldato tedesco, stringendo con lui una buona amicizia. Quando questi era stato trasferito all’ospedale militare tedesco di Piacenza, si era recato a conoscere i figli dell’amico italiano, per i quali era diventato una specie di vecchio zio.”. Sebastiani passa la notte di Natale presso di loro: “Andandomene ebbi l’impressione di lasciare in quella casa un pezzo di me che non avrei più ritrovato.”.

Altro episodio curioso, difficile da trovare narrato in altre storie di guerra, è il seguente. Si è formata una colonna di brigatisti neri che portano con loro un autobus, il quale ad un certo punto fa le bizze: “Dovemmo dunque attaccare alla blinda anche l’autobus, e ne conseguì una strana e poco governabile tradotta. Mentre stavamo attraversando un paesetto, l’autobus che costituiva l’ultimo pezzo del ‘treno’ scivolò su un lato appoggiandosi a un campanile con un colpo che provocò la caduta di calcinacci e fece suonare le campane. Per liberarlo distruggemmo una parte del campanile sotto gli occhi atterriti del parroco e di alcune parrocchiane che si segnavano in continuazione biascicando avemmarie.”. Ma quel bus non si accontenta e procura altri guai; ad una curva trancia l’attacco che lo tiene legato all’autoblinda e finisce “in un campo coperto da un metro di neve, fortunatamente senza rovesciarsi.”. Sono sulla strada che porta a Casale Monferrato (il paese natale di Giampaolo Pansa). C’è bisogno di un trattore per cavarlo dalla neve e rimetterlo al traino. Ed ecco la genialata. Vicino sorge un seminario. Un ufficiale ha la brillante idea di recarsi là e di fare opera di convincimento. Ci riesce: “Dopo un paio d’ore ritornò infatti col trattore e con una nutrita squadra di giovani seminaristi, scelti personalmente tra i più robusti degli oltre cento che popolavano il seminario. Essi marciavano recitando il rosario sotto la guida del loro capo, cui si rivolgevano chiamandolo rispettosamente monsignore.”.

Quando ricorda il capitano tedesco Hans Von Bratusch Marrain, “un nobile austriaco fervido antinazista ma rigoroso e fedelissimo a quello che riteneva comunque il suo dovere di soldato.”, ci illustra ampiamente la sua figura con parole che è bene riportare integralmente: “Magistrato nella vita civile, era il responsabile della sezione 1C, che amministrava la giustizia militare del primo battaglione del primo reggimento della 5a divisione da montagna Alpenjaegem Gambs (camoscio), che partecipò attivamente alla spietata repressione contro le formazioni partigiane di Muto Revelli, Duccio Galimberti, Nardo Dunchi, Giorgio Bocca e altri noti partigiani piemontesi.

A causa dell’incarico, a lui faceva capo anche la giustizia riguardante i partigiani. Ma quando questi, sfuggiti all’immediata fucilazione, arrivavano al campo di raccolta di Pinerolo, il bravo Bratusch riusciva a salvar loro la pelle inventando qualche marchingegno, compreso quello di unirli in matrimonio anche se erano già sposatissimi e magari padri, per poter appellarsi a un’antica tradizione del corpo che prevedeva la grazia per chi, condannato, convolasse a giuste nozze. Naturalmente non poteva né voleva lasciarli liberi, ma riusciva sempre a giustificare il loro impiego per lavori di difesa o attività analoghe, che evitavano loro la deportazione. Negli ultimi giorni di guerra decise coraggiosamente di non rispettare il tremendo ordine di fucilare tutti i prigionieri: ne caricò tre autocarri e li accompagnò personalmente in zona partigiana rifiutando di rimanervi e facendosi riaccompagnare anzi al comando di Pinerolo. Questa scelta costò la vita al suo diretto superiore, un maggiore che aveva approvato l’iniziativa di Bratusch e che fu denunciato al comando di divisione da uno scrivano che aveva ascoltato un colloquio fra i due. Il generale comandante della divisione telefonò personalmente al maggiore dicendo di comprendere molto bene il valore morale della sua azione, ma lasciandogli la scelta fra una morte onorata e la corte marziale. Il maggiore lasciò al suo attendente una lettera per Bratusch nella quale lo esortava a non sentirsi responsabile della sua morte. Poi si sparò con la pistola d’ordinanza. Bratusch, benché nella lettera il maggiore lo scongiurasse di fuggire, rimase al suo posto; fortunatamente, prima dell’arrivo della gendarmeria rimase ferito in un bombardamento e inviato subito in un lontano ospedale dove si trovava al momento della resa.

Dopo la guerra le autorità di Pinerolo lo invitarono a tornare nella città e il sindaco voleva proporlo per la cittadinanza onoraria. Ma Bratusch, coerente come sempre, rifiutò. Quando ci vedemmo a casa sua a Vienna sostenne infatti che accettare avrebbe significato confessare un tradimento, mentre lui riteneva di aver agito proprio per non tradire lo spirito della sua divisione.

Caro nobilissimo Hans Bratusch! Siamo rimasti amici per una vita e ormai vecchio, ma ancora solidissimo, lo incontro spesso in Tirolo o in occasione di qualche sua visita a Firenze. È molto preoccupato per le recenti manifestazioni naziste e xenofobe verificatesi sia in Germania che in Austria che, ancora coerentemente e malgrado il suo noto buon cuore, egli reprimerebbe con pugno di ferro.

Negli ultimi tempi ha ricevuto la massima onorificenza destinata a magistrati di fama e di valore, a riconoscimento della sua trentennale attività come procuratore generale della capitale austriaca, e ne va molto fiero. Vorrei che Bratusch non morisse mai: egli è quel tedesco buono vanamente cercato da Revelli nel suo bel libro ‘II disperso di Marburg.’”.

L’interesse del libro si rafforza sempre di più ogni volta che l’osservazione del suo autore ci dà conto di aspetti speciali, che non potevano essere noti o comunque osservati se non da un membro della milizia fascista. Esso ci consente davvero di poter comporre una visione a tutto tondo di ciò che rappresentò la guerra civile sia da una parte che dall’altra degli schieramenti contrapposti.

È da annotare che efferatezze, tragedie, scontri armati, non ricoprono, in quest’opera, un ruolo centrale e preminente e sono narrati quasi come incidenti di percorso; ci viene detto che ci sono stati, ma l’attenzione è rivolta più agli aspetti umani che tenevano uniti i camerati della 36a Brigata Nera nei loro frequenti e numerosi trasferimenti al comando di un uomo singolare come Idreno Utimperghe (sarà lui ad autorizzare, “verso la fine di marzo del ‘45”, la fuga del prigioniero antifascista lucchese Pietro Pacini, che era stato insegnante di ragioneria di Sebastiani e a cui era stato consentito, per mascherarsi, di indossare la camicia nera).

Anche sotto questo aspetto, il lavoro dell’autore risulta insolito e originale. Qui, ad esempio, si può trovare conferma di una tale impostazione: “Ricordo che in un paesetto non lontano da Bricherasio trovammo una sartoria con almeno venti ragazze sorridenti e cordiali. Domandammo loro quali fossero i problemi maggiori del paese. «Pane», risposero. E noi pane promettemmo, assicurandoci che se fossimo riusciti a inviare loro un nostro autocarro, esso non sarebbe stato accolto a fucilate. Utimperghe riuscì a ottenere dal magazzino annonario di Pinerolo buone quantità di viveri già destinati ai paesi delle valli, ma che nessuno aveva avuto il coraggio di recapitare per il rischio dei mitragliamenti aerei. Il servizio veniva fatto con l’autobus ormai riparato e riverniciato da Ganna e da un grosso autocarro prestatoci da Bratusch. Nei paesi stimati più pericolosi andava l’autoblinda.

Di azioni dichiaratamente belliche ce ne furono soltanto due: una nell’alta Val Pellice in montagna, obbiettivo la cima del Bric de Poi, sul crinale del quale si diceva esserci un accantonamento partigiano, base di partenza per agguati e attentati nella valle. Lo trovammo, abbandonato, dopo ore di marcia durissima. Qualcuno lo aveva lasciato da poco e di fretta. Poco più in basso scoprimmo un campo con vistosi resti di fuochi, evidentemente un punto dove gli alleati potevano fare lanci di rifornimenti. Mentre ispezionavamo il campo, al limite di un boschetto scorgemmo alcuni uomini che armeggiavano attorno a un fucile mitragliatore. Un piemontese dei nostri gridò ai presunti camerati che ci raggiungessero. Uno di loro rispose: «Dio faus, aspetta! E appena pronta questa madonna veniamo subito da voi!», facendo seguire alle sue parole una lunga scarica che fece secco il mulo delle munizioni e ferì seriamente due uomini. I partigiani erano così vicini al punto dove io mi ero sistemato per fare fotografie che se avessi avuto la presenza di spirito giusta avrei potuto immortalarli o almeno distinguerne il colore degli occhi. Continuando a sparare si gettarono in una fitta macchia inseguiti dalle traccianti della nostra MG42 che un gigantesco pisano teneva fra le mani come se si trattasse di uno Sten.

Nella fretta i nemici avevano dovuto lasciare il mitragliatore Bren (inglese), che non erano riusciti a togliere dal cavalletto piantato in terra. Nella postazione individuammo anche tracce di sangue, ma non le seguimmo perché una staffetta ci ordinò di rientrare sulla strada dove ci aspettavano i nostri autocarri. Nella discesa dovemmo aggirare un bosco in fiamme che qualcuno aveva certamente incendiato con l’intenzione di arrostirci. Il rastrellamento si concluse con pochi scontri e con la messa fuori uso delle casupole che avevano fatto da base ai partigiani, che furono fatte saltare con la dinamite.”. Ancora un altro esempio, e poi ci fermiamo su questo aspetto: “Alle porte di Pinerolo ci godemmo un mitragliamento aereo che incendiò una colonna di autocarri davanti a noi. Il solito provvidenziale ciuffo di alberi ci permise anche stavolta di esserne soltanto spettatori. Appena le bestiacce alate scomparvero nel cielo, passammo velocemente, con l’ormai abituale mancanza di carità, lungo la colonna in fiamme, dove feriti e morti non si contavano. Poi, sempre di corsa e senza incidenti, fino a Cavour.”.

Durante un mitragliamento aereo degli Alleati “perdemmo Giancarlo Martini, colpito alla fronte. Non aveva ancora diciassette anni e già suo padre, medico condotto di Palleggio in Garfagnana, era stato ammazzato sul sagrato della chiesa davanti a moglie e figli da uno sciagurato commando partigiano la cui azione fu condannata duramente da Pippo Ducceschi. Il dottor Martini infatti aveva la sola colpa di essere stato anni prima, e solo per qualche tempo, segretario del fascio del paese, ciononostante da tutti stimato per quella brava persona che era. Responsabile della cosa pare fosse stato un certo Montenegrino noto per la sua ferocia, che fu poco dopo passato per le armi non per l’omicidio del dottore, ma per aver ucciso qualcuno a scopo di rapina.”.

Dopo un attacco subito ad opera dei partigiani, “tentammo di lasciare i feriti nelle chiese e nelle caserme dei carabinieri, che nella maggior parte dei casi ci sparavano addosso: peccato non avessimo il tempo per dedicarci a questi servi del re come avrebbero meritato. Meglio ci andò con le poche chiese che trovammo aperte.”.

A Milano già in parte occupata dai partigiani, hanno uno scontro con alcuni di questi e ne catturano tre: “Utimperghe ordinò che fossero condotti in strada e passati per le armi. Della cosa si occupò Dario, il quale però appena fuori dalla vista del comandante mollò i ragazzi dicendo loro di correre forte. Poi, per rispettare il copione, sparò lunghe raffiche in aria, rientrò con l’aria del giustiziere soddisfatto e fu accolto da un silenzio imbarazzato.”.

Fu testimone della partenza da Milano del Duce diretto in Valtellina: “Alla prefettura arrivammo in una trentina. Il comandante (Utimperghe, ndr) ci guidò fino a un cortile dove sostavano ufficiali e militi di ogni arma, tutti in attesa del Duce che si diceva avrebbe guidato le colonne fasciste fino all’ultimo ridotto in Valtellina. Carlo Mazzantini, anch’egli combattente della RSI, autore del bel libro ‘A cercar la bella morte’, dice di ricordare molto bene il mio arrivo: «Un toscano arrabbiato, sporco, lacero, insanguinato, con un elmo tedesco dal quale spuntavano lunghi capelli neri». Poveri soldati stanchi, stracciati, ancora una volta a salutare il loro Duce, che vidi in quell’unica occasione, pallido e magro, come sempre con gli occhi spiritati: ci passò in rivista sorridendo mestamente a una nostra ausiliaria in lacrime. Fui dunque presente alla scena che riviste, giornali e libri hanno più volte raccontato: il cieco Carlo Borsani che prega inutilmente Mussolini di rimanere a Milano, l’auto sulla quale assieme al Duce sale Nicola Bombacci, la partenza con la scorta di due camionette di SS. Si è scritto che Pavolini, per allontanare Borsani dal Duce, lo avrebbe preso a schiaffi. Non è vero, Borsani fu allontanato gentilmente dai due giovani fascisti che costituivano la sua scorta abituale.

Subito si formò una lunga colonna di auto cariche di ministri, gerarchi, alti ufficiali, gente alla quale non saprei dare un nome, ma che certamente rappresentava la cupola della Repubblica Sociale Italiana. Nella prefettura rimasero solo pochi funzionari, telefonisti, segretarie e piantoni, tutti affaccendati a bruciare documenti o a portare via borse colme di roba: vidi un’anziana signora in lacrime allontanarsi con un busto del Duce.”.

Sebastiani non proseguirà oltre poiché con una scusa Utimperghe, abbracciandolo, gli darà l’incarico di portare un messaggio al maresciallo Graziani, che si trovava in Pretura: “Mi avviai in fretta verso il centro della città e solo dopo aver percorso qualche centinaio di metri mi domandai perché Utimperghe mi avesse congedato abbracciandomi.

Tornando dalla prefettura, sfuggii ai partigiani grazie a Francesco Dardi che da una finestra mi coprì la fuga sparando. Quando finalmente arrivai nel piazzale, seppi che la nostra autoblinda si era mossa due minuti dopo la mia partenza per la prefettura. Finalmente capii. Utimperghe mi aveva allontanato intenzionalmente perché non lo seguissi nella sua ultima avventura, a Dongo, dove fu fucilato assieme agli altri gerarchi.”.

Dopo aver ricordato il suo ferimento nei pressi di Como e di essersi salvato per miracolo poiché “i colpi non mi avevano trapassato, essendo stati fermati dal caricatore del Thompson racchiuso nel marsupio della giacca a vento.”, si passa alla terza parte in cui ci racconta della prigionia e del processo subito al termine della guerra.

È trasferito nel carcere “Santa Teresa” di Firenze, proveniente da quello di Lucca, e qui si celebrerà presso il locale tribunale militare, sezione speciale minorenni (aveva diciotto anni), il suo processo, nel luglio del 1945. È classificato come fascista “irriducibile” e vi ironizza sopra: “Avrei voluto infatti sapere chi, fra quelli che stavano per giudicarmi e forse condannarmi, avesse sofferto quanto me il travaglio dei dubbi dei miei ultimi terribili dieci mesi, quasi certo com’ero di aver sbagliato tutto, ma di non potere per ragioni etiche disertare, fino a sperare di morire nell’ultima disperata battaglia sulle colline intorno al lago di Como.”. E con tristezza e delusione, aggiunge: “Ancora oggi mi chiedo quanti di quelli che, avendo fatto al momento giusto il salto della quaglia e trovandosi sullo scranno per giudicare me e altri che come me non furono né saggi né furbi, non si sarebbero dovuti sedere invece al banco degli imputati.”. Sappiamo quante vere siano queste parole e quanti opportunisti del tempo riuscirono a mascherarsi e andarono ad occupare posti di rilievo nella nuova Repubblica, facendo finta di niente, ed anzi, giudicando con severità gli altri che non avevano rinnegato la loro fede, anche se sbagliata. L’ipocrisia è, senza alcun dubbio, il peggiore male che affligge l’umanità, poiché ha come presupposto il tradimento nei confronti di chi ha creduto in noi e ci ha affidato una parte di sé.

Ci dà una descrizione di se stesso, quando sale sulla camionetta che lo condurrà da Lucca a Firenze, dopo essersi soffermato sui compagni di viaggio: “e infine il sottoscritto, altissimo, allampanato, con i capelli fin sopra le spalle e lo sguardo lucido di un cane affamato.”.

Troviamo ben narrati (vi emergono al meglio le qualità del narratore) i giorni della prigionia in cui descrive le pessime condizioni igieniche delle celle (“somiglianti più a una fogna che non a una galera.”), le prepotenze e la fame che continuamente lo tormenta suscitandogli vaneggiamenti e confusione: “Poi c’erano le botte, razioni di percosse che si potevano distinguere in ordinarie e straordinarie.”. Con un non dissimulato divertimento ci descrive vari, e qualche volta spassosissimi, episodi che vi accadevano, tra dispetti, soprusi e vendette, disegnando, come vedremo tra poco, in capitoli a se stanti, almeno due personaggi difficili da dimenticare.

Vale la pena, intanto, riportare questa che è una delle ultime considerazioni dell’autore, lunga ma significativa: “Appena due mesi dopo la guerra era finita, e non l’avevano vinta i morti, come avevo affermato nel mio articolo, ma una congerie di partigiani veri, partigiani falsi, borsari neri, fuoriusciti antifascisti, falsi fuoriusciti, industriali già fascistissimi e ora fieramente democratici, prelati. Ma soprattutto una schiera di cattivi maestri, quelli in sughero che galleggiano su tutte le acque, che hanno continuato a insegnare ai ragazzi come morire male, parlando ancora di Dio, di Patria, di Famiglia.

L’avevano invece perduta tutti i morti, i nostri e i loro, e i sopravvissuti stupidi, come sono quasi tutti i galantuomini. Stupidi come me che, disteso sulla branda di un carcere, tentavo di capire perché mai da questo inferno fossi uscito vivo. E mi chiedevo che cosa avrei fatto della mia vita che ancora grondava sangue, terrore, odio.

Non vidi mai più l’uomo della Gestapo, che il giorno dopo continuò il viaggio verso Milano, povero imbecille sadico e vigliacco: non mi importa sapere se sia morto come il suo capo o sia finito nella schiera dei vincitori. Preferisco rimanere con il mio dover essere e con la gente che combattendo sotto diverse bandiere è stata sconfitta. Ma queste cose vanno prese con filosofia, come argomentava un ragazzo di Firenze, fra i pochi sopravvissuti del battaglione Barbarigo, annientato a Nettuno, raccontandoci la concione di un gerarca prima che loro raggiungessero il fronte: «Il motto di sempre, il motto dei Balilla e dei Giovani fascisti di tutte le guerre sante della rivoluzione, sia sempre “Libro e moschetto”. A voi privilegiati il moschetto per combattere, a noi, vecchi custodi della rivoluzione fascista, l’onore e il dovere di scrivere le vostre gesta».

Questo gran figlio di troia aveva pronunciato una battuta di spirito macabra ma di prima grandezza, che rifletteva l’eterno asse di equilibrio del potere: i ragazzi destinati a battersi e a morire per la causa, e i padroni a cantarne le magnifiche gesta, abbellite per i posteri a loro personale maggior gloria.

Nessuna meraviglia dunque se gente come noi, quelli che, sotto qualunque bandiera combattessero, intendevano fra una fucilata e l’altra raccontare la realtà che stavano vivendo, venissero duramente perseguiti da chi secondo le regole avrebbe dovuto sostenerli. Dagli amici mi guardi Iddio…

Lo stesso gran figlio di troia, scusate la ripetizione ma non mi viene una definizione più cruda, appena un anno dopo la sua esibizione retorica era al sicuro in Argentina, intento a scrivere le memorie di guerra dei ragazzi del Barbarigo rimasti a ingrassare la terra nei cimiteri di guerra attorno a Roma.

Non mi resta che sperare che lui, assieme a tutti i suoi pari, indipendentemente dal colore, sia finito in un punto ben caldo dell’inferno.”.

Come anticipato, l’autore, verso la fine, ci regala almeno due personaggi straordinari, suoi compagni di prigionia nel carcere di Santa Teresa a Firenze. Il primo è Lulli: “alto, massiccio, con pochi capelli bianchi e un viso oblungo roseo e glabro come quello di un bambino. La fronte altissima e stretta e gli occhi acquosi chiari, lucidi di lampi gialli di pazzia.”, che s’impicca il giorno dell’alluvione di Firenze, il 4 novembre 1966, scolandosi tutte le bottiglie di vino e di alcolici per non subire l’onta, lui ubriacone incallito, di morire affogato nell’acqua, ossia con “una bevuta analcolica.”; “Studioso di filosofia, traduttore geniale di autori stranieri, parlava tre lingue e conosceva tutti i tipi di vino che si producevano nel mondo. Pendeva su di lui un’accusa gravissima, che avrebbe potuto costargli l’ergastolo, quella di aver fatto il delatore per i tedeschi in un campo di prigionia in Germania.”.

Il secondo personaggio è il ladro Doroni (“personaggio affascinante”, perseguitato dalla “scalogna”), che con naturalezza riesce a rubare, nel mentre si celebra la Santa Messa, un quadro dell’Orcagna, “sommo maestro del Quattrocento”, nella chiesa di Santa Maria Novella (“colma di cittadini vestiti a festa che, raccolti in nuclei familiari, avevano occupato l’intera chiesa e le attigue sacrestie.”), il quale, in cella con Sebastiani, stava completamente nudo, costringendo l’autore a fare altrettanto “per poter conversare con lui.”.

Questi due capitoli sono la parte letteraria più rilevante del libro, per sé tutto pregevole, e meriterebbero di essere inseriti in una bella antologia.


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Invito tutti a non inviarmi più libri in lettura. Per mancanza di tempo, e dall'11 novembre 2013 anche di salute, non posso più accontentare nessuno. Così pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Chiedo scusa.
Bart