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Simonetti, Simonetta

6 Gennaio 2019

Emma e i suoi figli
Onore e sacrificio. Lucca, le donne, la guerra ’15-’18. La vita giorno per giorno

Emma e i suoi figli

Nata a Lucca il 5 gennaio 1949 ha due lauree: in Lingue e Letterature Straniere conseguita presso l’Università degli Studi di Pisa e una in Pedagogia conseguita all’Università di Firenze. È stata insegnante di Scuola media, attualmente in pensione. Nel 2012 ha cofondato l’Associazione “Scritture femminili, memorie di donne” con sede presso l’Archivio di Stato di Massa. Consigliere Regionale Libertas. Promotrice di: Festival della Cultura popolare “Gioco con tutti e con niente” in occasione della Giornata Mondiale del gioco giocato. Ha svolto corsi di didattica nelle scuole del territorio lucchese sui temi della guerra e della storia delle donne, anche in collaborazione con l’Amministrazione provinciale. Fa parte della Società italiana delle Storiche e dell’Associazione memoria e scritture delle donne “A. Contini Bonacossi” e in questo ambito ha condotto un censimento delle scritture femminili, nel quadro di un progetto regionale, edito nel volume “Carte di donne II”, Roma 2007, e poi in “Memorie nascoste”, Massa 2010.

Ha pubblicato inoltre: “La guerra vista con gli occhi dei bambini”, in un QUADERNO, a cura dell’amministrazione comunale di Buggiano (PT); con Luca Ricci “La Misericordia di Lucca”, 1996; “Matteo Trenta. Un abate, un pedagogista”, 1997; è coautrice dei volumi di memorie “Itinerari della memoria: la seconda guerra mondiale nel territorio lucchese (Lucca 1999-2002)”; “Santa Zita di Lucca”, 2006;  “Bertolina Bertagnini, un modello ideale di ‘femminile’ tra Restaurazione e Risorgimento”, in Atti del Convegno sulla famiglia Giorgini, promosso dall’Istituto storico lucchese, 2010; “Luisa Amalia Paladini. Vita e opere di una donna del Risorgimento”, 2012; “Profumi. Storie di donne comuni”, 2014; “Fame di guerra. La cucina del poco e del senza”, 2016; “Emma e i suoi figli” 2016; “Nata per mare. Luisa Carlotta di Borbone”, 2017; “Girabonda e mago Merlone. In giro per Lucca”, 2017; “Onore e sacrificio. Lucca, le donne, la Guerra del ’15-’18. La vita giorno per giorno”, 2018.

Come si vede, è un’autrice che ha dedicato molto all’analisi della condizione femminile nel corso della Storia, un impegno che ancora la contraddistingue.

“Emma e i suoi figli”, di cui ci occuperemo, è la storia di una donna coraggiosa e della sua famiglia, composta, oltre che dal marito, da ben nove figli.

Credo che questo esergo firmato da Oriana Fallaci dica già molto dello spirito che animerà questo breve romanzo: “Essere donna è un’avventura che richiede un tale coraggio, una sfida che non finisce mai.”.

Emma è una di queste donne. La sua è una famiglia contadina, che si muove nel solco della tradizione. L’autrice sottolinea: “Una famiglia così numerosa era una risorsa continua di sentimenti e di sensazioni, non c’era verso di annoiarsi o di farsi venire la tristezza”. La famiglia come risorsa, motore della vita, dunque. “Accanto alla casa, attaccata c’erano la capanna, la stalla e un grande spazio aperto ai lati con solo la copertura del tetto. Ogni spazio aveva ruolo e nome, cose, persone, animali avevano un posto proprio e nessuno trasgrediva alle regole nell’uso degli spazi.” Vivono in collina, nei pressi del paese di Stabbiano.

Mario Morellesi, il marito, oltre che fare il contadino, ha la passione della caccia e porta con sé, “ancora bimbetti”, i suoi figli maschi, ciò che fa arrabbiare Emma. Antoni è il figlio maggiore, ha bisogno degli occhiali; se n’è accorto il parroco che il bambino aveva problemi alla vista. In famiglia, e anche tra gli avi, nessuno si ricordava di qualcuno che li avesse portati; comunque Emma è decisa a comprarglieli, però avverte il figlio: “Antoni, ricordati che son’ quelli di Gesù, finiti questi ‘un ce n’è più.”. Il libro si arricchisce della parlata lucchese, che dà garbo ad una scrittura lineare che fa uso di vocaboli semplici, che ne rendono armonica e lieve la lettura. L’ultimo capitolo sarà dedicato ai proverbi e ai modi di dire della Lucchesia.

Mentre Antoni è “un ragazzino sveglio, curioso e silenzioso”, che ama i libri (come Emma) e spesso “lo vedevi seduto con un libro sulle ginocchia ossute”, Franco è vivace e non trova poso: “conosceva la selva di castagni come le sue tasche, ci passava gran parte del giorno in estate e, durante gli altri mesi dell’anno quando doveva lavorare con il padre nei campi, scappava appena poteva come se fosse un’innamorata ad attenderlo.”. È lui che si accorge che sua madre doveva nascondere una pena, poiché erano rare le sue effusioni nei confronti dei figli: “Si chiedeva perché non ci fosse sorriso sul volto di Emma e perché una ruga profonda le divideva in due la fronte e le dava quell’aria severa, scostante che intimidiva al primo incontro con lei.”. Solo Cosimo, “un ragazzone robusto dalla risata rumorosa”, qualche volta riusciva a strapparle un sorriso. Capiremo nel corso del romanzo che per Emma la vita era una lotta quotidiana che non permetteva distrazioni e divertimenti.

Un altro figlio è Loris (detto Lori): “Non molto alto, tarchiatello, scuro di pelle e di capelli, aveva un taglio d’occhi all’orientale che completavano l’aspetto gitano e misterioso.”; “era un grande lavoratore, aveva una resistenza sovrumana alla fatica.”.

Dopo i quattro maschi, l’autrice ci presenta le cinque femmine, avvertendoci che erano tutte belle, “creature leggere con soffici manti di capelli turchini, snelle e per niente simili alle altre contadine del paese.” Non vanno al lavoro nei campi ma accudiscono la casa aiutando la madre, “con ruoli diversi per inclinazione.”.

Bianchina cura l’orto e la stalla; ha confidenza con gli animali, “ci chiacchierava”. Al mattino quando va al pollaio, torna sempre con la cesta piena di uova. Le succede una disgrazia; cade dal fico e si frattura una gamba. All’ospedale di Lucca non hanno dubbi: rimarrà zoppa. Mario, il padre, non ci vuol credere e decide di esporre per un lungo tempo la figlia ai raggi del sole, seduta all’aperto con la schiena poggiata al muro di casa. Così avviene il miracolo e Bianchina guarisce e le sue gambe diventano forti e robuste. Mario aveva creduto nell’aiuto della natura ed era stato esaudito.

Nulla sembrerebbe più turbare la serenità di quella casa, quando invece, il 10 giugno 1940, scoppia la Seconda guerra mondiale. Emma ascolta l’annuncio alla radio mentre sta sbucciando i piselli. Non ci può credere. Ha vissuto il dramma della Prima guerra mondiale e sa bene di cosa si tratta.

I figli sono chiamati al fronte e uno di loro, Franco, non tornerà più. Gli altri, scampati alla morte, andranno ognuno per la sua strada. Ma prima l’autrice ci racconta degli avvenimenti che seguirono l’8 settembre 1943 e ci fa capire che i tre figli superstiti, si sono dati alla macchia e combattono i tedeschi, che si trovano stanziati a Farneta, alla base della collina, vicino alla Certosa che porta quel nome, teatro dell’eccidio che costò la vita a tanti monaci e a tanti civili che vi avevano trovato rifugio, massacrati dai nazisti. Vicino alla loro casa si rifugerà “una famiglia di livornesi, una mamma e due bambini piccoli”,  e Emma e Mario faranno di tutto per aiutarla. Sarà così anche per altri: “ne capitavano tanti in quegli anni di guerra uniti dalla fame, dalla paura, famiglie sbandate, divise che Emma rivestiva, ospitava, consolava.”. Emma detesta il fascismo e soprattutto il modo in cui considera le donne relegandole solo al ruolo di “fabbricatrici di umanità.”: “Emma aveva rifiutato di essere segnalata per la sua numerosa figliolanza, in casa quel diploma di ‘Coniglia’ non lo voleva proprio.”.

Ma chi era Emma? L’autrice ce ne narra la storia sin da quando allevata, a partire da tredici anni, da una zia materna che fa la domestica presso un parroco di un piccolo paese vicino a Lucca, fa indigestione di prediche e rosari e se ne stanca presto, costruendosi un carattere forte e deciso, che, ritornata a casa, farà valere nei confronti del padre che è contrario a mandarla al lavoro presso lo Iutificio di Ponte a Moriano, come facevano altre giovani come lei: “La fabbrica le attendeva come una enorme bocca aperta e ingurgitava quello sciame di gioventù, le ingoiava vorace, per risputarle con impeto nel tardo pomeriggio.”. Quando andrà sposa a Mario, e prenderà il suo posto nella “casa del Morello”, tutti la guarderanno con diffidenza. Lei sa leggere e scrivere, ama i libri e la musica e viene da un paese vicino alla città e dunque sarà considerata una “quasi-cittadina”. Quando organizzano il primo invito a veglia – un’usanza diffusa nel mondo contadino – le donne ci andranno ben agghindate per non fare brutta figura. Emma è figlia di Artemio (o anche Ardemio), “un omone forte e robusto che con un pugno spaccava in due grossi pezzi di legna.”, e di Marfisa; è l’unica figlia femmina, i suoi fratelli, tutti più piccoli di lei, sono sei maschi “sperversi”, cioè veri e propri monelli.

L’autrice sta costruendo dei ritratti ed è per il tramite di essi che fa scorrere la storia, andando avanti e indietro nel tempo e consentendoci di avvertire i sottili cambiamenti che avvengono nella civiltà contadina.

Importante diventa così non solo la famiglia in cui Emma vive il suo presente, ma anche la famiglia in cui è cresciuta e si è formata. Il passaggio dall’una all’altra si rivela, così, un rafforzamento della sua personalità, che deriva dal fatto che la madre Marisa ha vissuto pure lei i disagi derivanti dall’ingresso nella famiglia del marito, in cui a comandare erano le quattro zie zitelle. Marisa prepara, dunque, la figlia a questo tipo di cambiamento, inviandola a tredici anni a stare da “una zia perpetua al prete di Lammari”, e poi farà di tutto affinché Emma si renda indipendente andando a lavorare allo Iutificio. Marfisa ed Emma si somigliano; la loro emancipazione trova in Marfisa la forza magmatica di una rivolta contro la tradizione (il marito Artemio arrivò a considerarla “troppo indipendente e libera”), e in Emma un’epigona decisa a proseguirla (lo stesso Artemio si accorse che la figlia Emma “pareva una copia perfetta della madre.”).

Emma si è ben inserita nella nuova famiglia (ci sarà un capitolo dedicato ai suoi “mangiari”) e pure nella comunità, e quando arriva il tempo della raccolta, provvede  affinché i lavoranti stagionali si trovino a loro agio: “Le presenze di donne, uomini e ragazzi aumentavano durante i periodi di raccolta e la grande cucina di Emma si trasformava in una rumorosa mensa dove si stava in piedi, sugli scalini che portavano alle camere, sulle panche e dovunque ci si potesse appoggiare per consumare il cibo che, generosamente, era pronto per tutti. Non avrebbe mai permesso che qualcuno se ne andasse a pancia vuota o senza portarsi via una buona quantità di raccolto.”. Badava soprattutto a che le donne non soffrissero e aveva per loro un occhio di riguardo: “Le donne, in particolare, impietosivano Emma, donne senza età, magre, insaccate in vesti informi e incolori con due o tre bimbetti al seguito che sembravano appena stare in piedi ma che mettevano tutta la forza rimasta per lavorare meglio.”.

In pochi tratti, troviamo efficacemente dipinta l’anima della vita contadina, sfiancata dal lavoro ma addolcita dall’amore e dalla solidarietà. Emma fa da congiunzione e da transfert tra l’umano e lo spirituale, tra il profano e il sacro, tra il perituro e il trascendente.

“Per Emma era naturale lottare per ottenere, non dava alcunché di scontato né pretendeva che altri lottassero per lei.”. Vuole che sia così anche per le figlie e fa di tutto per mandarle a lavorare fuori di casa, in modo di imparare ad essere indipendenti, come era successo a lei. “Nel paese si era fatta molte amiche, passata l’iniziale diffidenza che aveva suscitato, molte le si erano avvicinate e avevano condiviso con lei momenti belli e brutti.”. Emma è la grande donna che è sopravvissuta alla guerra, l’ha sofferta (Franco è morto al fronte), ma ne ha saputo vincere le angosce e le miserie, ed ora si dispiega nel romanzo tutta la sua potenza di donna forte e determinata. Ha avuto dalla sua parte anche la fortuna di aver sposato un uomo buono e tollerante, come Mario, ma la sua forza è intrinseca alla propria natura femminile e l’autrice è questa qualità che mette in risalto attraverso di lei. Emma è il disvelamento delle numerose e robuste risorse della femminilità.

La memoria dell’autrice rievoca le feste paesane, in cui si cercava di dimenticare le fatiche del lavoro ed esaltare la gioia e la spensieratezza, rievoca anche la generosità dimostrata dai migranti che dal Paese che li ospitava e dava loro lavoro, inviavano pacchi con vestiario, cibo e qualche soldo nascosto nelle tasche delle vesti. Una unione tra le famiglie che non si sfaldava e non cedeva alla lontananza.

Simonetti ricostruisce con precisione il clima di quegli anni e ci consente di comprendere appieno la figura della protagonista, che vi si muove senza mai cedere al lamento e alla resa. Emma sa cogliere il buono e il bene da ogni cosa, dai gesti, dagli affetti, come dalla generosità dei campi  e della natura. La forza le deriva dalla voglia di esistere, tipica della femminilità, creatrice di vita. Come pure tipica della femminilità è accudire alla propria persona. Una volta alla settimana le figlie di Emma si lavano i capelli. Era un rituale che veniva da lontano: “Emma scaldava l’acqua nel catino di ferro aggiungendoci una manciatina di sale e due o tre bicchieri d’aceto che avrebbe reso lucidi i capelli e tenuto lontano sgradevoli ospiti.”; “Asciugarli al sole era come ubriacarsi, dopo un po’ il calore si prendeva tutto il corpo e, come lucertole, le vedevi distendere le membra e scuotere di tanto in tanto le masse dei capelli.”. Si avverte l’armonia tra la donna e la natura.

Le veglie la sera, dopo il lavoro, erano anch’esse un rituale che permaneva da secoli poiché soddisfaceva a un bisogno di amicizia e di solidarietà, che erano valori fondamentali nella società contadina di allora. Vi si raccontavano, spesso, storie tristi e di paura: “Il narratore o la narratrice si sedeva vicino al caminetto e gli altri intorno chi più vicino chi più distante, chi faceva finta di non ascoltare e chi se ne stava immobile quasi senza respirare ed evitava di guardare gli altri per non farsi accorgere di aver paura.”.

Un capitolo è interamente dedicato al lavoro delle donne, che avevano assegnati ruoli ben definiti all’interno della casa, secondo le proprie attitudini: “Oltre i lavori muliebri, cucire, lavare, stirare, tenere in ordine casa e cose, raccogliere, conservare, cucinare e molti altri, Emma e le sue figlie avevano il compito di contrattare con gli acquirenti dei loro prodotti agricoli o del bestiame da cortile.”. Due figlie troveranno lavoro presso la Manifattura Tabacchi, come tante altre donne della campagna: “Arrivavano a piedi o con scomodi mezzi di fortuna dai paesi vicini, arrivavano già stanche perché avevano pulito, lavato, sistemato cose e persone lasciate a casa, arrivavano digiune per non aver avuto tempo di mangiare ed erano pronte ad affrontare il lungo turno di lavoro.”. Si percepiscono le ragioni della lunga lotta di emancipazione iniziata dalla donna sin da quegli anni del dopoguerra: “giorno per giorno, crescevano in esperienza e maturità.”.

Quando si arriva al termine del libro, ci accorgiamo che si è insinuato in noi un rispetto nuovo per la donna; ne abbiamo conosciuto i sacrifici, le discriminazioni patite, i soprusi, la generosità, la forza e il coraggio, la dedizione nei confronti di chi ama e del prossimo. È stata considerata un tempo lontano una strega e bruciata sul rogo. Le è toccato perfino questo. Oggi l’autrice, soprattutto con la figura di Emma, rende loro giustizia.

Ci resta una curiosità e riguarda la bella foto di copertina. Ritrae una famiglia con nove figli e i genitori. I figli sono proprio quattro maschi e cinque femmine. Tutti belli, tutti pieni di curiosità e di voglia di vivere. Ci piace credere che sia quella la famiglia di Emma. Eccone i nomi: i genitori: Mario e Emma; i quattro figli: Franco, Cosimo, Antoni, Loris; le cinque figlie: Elisa, Bianchina, Maria, Lena. Non abbiamo trovato la quinta figlia. Che sia Simonetta, l’autrice? Vorremmo crederci.

Onore e sacrificio. Lucca, le donne, la guerra ’15-’18. La vita giorno per giorno

L’autrice è da anni impegnata nella difesa del ruolo della donna nella società, e numerose sono le iniziative che fanno capo a lei nella città di Lucca.Ha al suo attivo vari testi che trattano il tema della donna da vari punti di vista.
In questo lavoro, grazie ad una puntigliosa ricerca che vede coinvolti i giornali dell’epoca, tra cui l’Esare, La Gazzetta di Lucca, Il Serchio, L’Indipendente, Il Baluardo e varie opere di altri autori, analizzeremo il suo ruolo nella prima Guerra mondiale.

L’Italia era indecisa nel dichiarare guerra all’Austria, fortemente influenzata dall’atteggiamento della Chiesa, che ne auspicava la neutralità, essendo l’Austria un Paese fortemente cattolico. Infine prevalsero gli interventisti: “L’entrata in guerra dell’Italia venne festeggiata a Lucca in Piazza Napoleone con grande assembramento di gente, la piazza era gremita dalle più svariate umanità: studenti, professionisti, funzionari e cittadini, tutti quanti catturati da un comune spirito patriottico.”; “Arrivano a Lucca i nuovi contingenti di truppa, un battaglione di bersaglieri e due batterie di artiglieri; i primi si stabiliranno presso l’Istituto S. Ponziano e i secondi nell’ex convento di S. Giuseppe.”.

Le prime conseguenze della guerra si fanno sentire e riguardano la penuria di viveri e le disagiate condizione economiche delle famiglie, rimaste senza uomini in grado di lavorare, essendo partiti per il fronte.
A Lucca si scatenano proteste per il costo del pane, troppo elevato e il Comune si adopererà per controllarne il prezzo, studiando varie soluzioni più economiche: ad esempio, “il pane di guerra”, già introdotto in Germania, che era una miscela di farina di grano e farina di granoturco); nel gennaio del 1915 la Giunta comunale delibererà di fabbricare “un nuovo tipo di pane con miscuglio di farina di riso, patate o altro, per scongiurare così al nostro paese agitazioni e convulsioni, facili a verificarsi in questo triste momento di generale disagio.”. Ma si continuerà a inventare altre miscele pur di tenere a bada il popolo affamato.

Sarà fatto anche un appello da parte della Camera di Commercio alle aziende affinché continuino a corrispondere la paga ai chiamati alle armi. Alcune di esse risponderanno all’appello, tra cui il Consorzio Agrario Cooperativo, l’Ospedale e Ospizi, la Manifattura di Juta di Ponte a Moriano.

Si fa sentire da subito anche la disoccupazione. Cala il lavoro  e le famiglie più bisognose non hanno di che spendere per campare. Ci si adatta a tutto. Il Comune di Camaiore chiede a quello di Viareggio di dare il permesso ai suoi paesani di raccogliere le pigne nelle pinete, ma Viareggio lo nega, poiché anche i suoi abitanti ne hanno bisogno; “La provincia lucchese aveva un vasto territorio agricolo con molte coltivazioni e risentì molto della mancanza delle braccia maschili che portavano avanti quella lunga serie di lavori stagionali”.

“Nell’ottobre 1914 un forte terremoto colpì la Garfagnana e l’Alta Versilia”, con epicentro a Ponte a Moriano. E a partire dal 24 maggio 1915 (giorno dell’entrata in guerra dell’Italia) “anche il territorio lucchese dovette ospitare e soccorrere i profughi che venivano dalle terre redente.”. Furono ospitati nella scuola Matteo Civitali, in Via dell’Angelo custode e “Un altro quantitativo piuttosto numeroso – 290 tra donne, anziani e bambini – provenienti da Gradisca vennero sistemati nei locali della Scuola elementare di S. Maria Bianca.”. Come in tutte le città italiane, anche a Lucca i disagi provocati dalla guerra si ripercossero gravemente sulle condizioni di vita dei cittadini. Nel Giardino Botanico venne aperto il Ricreatorio femminile per l’assistenza e la custodia delle ragazze, alle quali veniva dispensata anche “una refezione scolastica.”. Viene istituito un Comitato di Preparazione Civile allo scopo di disporre di volontari per dare aiuto nei campi. Si sono iscritte anche più di 50 donne: “Per turno e a gruppi esse passano a prestare il loro aiuto alle famiglie più bisognose rimaste prive di braccia.”. Alle più attive il Ministero dell’Agricoltura assegnerà medaglie e premi in denaro.

È il quadro della Lucca che si organizza per affrontare la guerra.

Si assiste ad una mobilitazione generale delle donne dell’alta società, che risposero prontamente alle necessità di assistenza soprattutto delle classi più umili e bisognose: “L’elemento femminile della borghesia e della nobiltà, già profondamente attivo nelle diverse opere di assistenza sociale, trovò nelle nuove esigenze che la guerra portò inevitabilmente con sé l’impegno ad aumentare le forze e ad intensificare gli interventi.”. Per le giovani “fu una sorta di emancipazione che la loro classe sociale guardò con timore e riprovazione. Tutte quelle giovani donne in ambienti promiscui, lontane dalla tutela paterna, preoccupavano i benpensanti che ne vedevano in pericolo solo la moralità, mentre non veniva preso in considerazione l’alto rischio e il sacrificio che esse si trovarono ad affrontare.”. Fu una esperienza di emancipazione assai importante e a fine guerra “la maggior parte delle donne non intese regredire né rinnegare il percorso fatto.”. Né quelle dell’alta società né quelle appartenenti agli strati più poveri che cominciarono ad invadere le fabbriche come lavoranti al posto degli uomini in guerra, e da quel giorno non rinunciarono più al lavoro fuori dall’ambiente familiare. C’era da fare i conti, è vero, con la discriminazione sul salario, più basso rispetto a quello corrisposto agli uomini, poiché considerate, a torto, meno produttive e meno capaci, ma non erano quelli i momenti più adatti per una protesta e si dovettero attendere degli anni prima di conseguire la parità di trattamento.

Arrivano i primi feriti di guerra: “Nell’estate del ’15 cominciarono ad arrivare i primi feriti delle zone di guerra, i cittadini provvisti di automobili si prestarono al trasporto dei feriti dalla Stazione all’Ospedale, così nel mese di luglio in città ne erano arrivati circa 300 tra ammalati e feriti.”.

L’autrice lascia parlare documenti e numeri e ci offre un quadro inoppugnabile delle ripercussioni della guerra sulla società civile lucchese. In tale quadro, si delinea sempre più marcatamente il ruolo della donna la cui funzione diviene fondamentale e sempre più dominante.

La ricerca della Simonetti va oltre la città di Lucca e apre capitoli che si estendono ad altre aree del nostro Paese, in cui la presenza della donna fu determinante o comunque indispensabile.

Si comincia con le portatrici carniche, la cui “età variava dai 15 ai 60 anni”,  che si caricavano sulle spalle la gerla contenente viveri e munizioni (poteva arrivare a pesare “anche più di 40 chili”) e si arrampicavano sui monti: “Ogni viaggio veniva loro pagato una lira e cinquanta centesimi” da corrispondere mensilmente; “I magazzini e i depositi militari erano dislocati in fondo valle e non c’erano rotabili che consentissero il transito di automezzi né di carri trainati da animali. L’unico sistema per raggiungere la prima linea del fronte, in alta montagna, era il trasporto a spalla seguendo sentieri o mulattiere.”; “Esse non furono mai militarizzate, cioè non furono costrette al lavoro per forza di legge e soggette alla disciplina militare. Ma la disciplina ferrea che si autoimponevano durante le marce fu delle più esemplari.”.

Ci troviamo davanti a donne leggendarie, capaci di sopportare fatiche immani pur di aiutare i soldati in guerra. Leggete qui: “Dovevano superare dislivelli che andavano dai 600 ai 1200 metri, vale a dire dalle 2 alle 5 ore di marcia in ripida salita. D’inverno il viaggio era ancora più proibitivo, reso difficoltoso dalla neve che arrivava fino alle ginocchia. Giunte a destinazione scaricavano il materiale, sostavano qualche minuto per riposare, per far sapere agli alpini di reclutamento locale (battaglioni Tolmezzo e Val Tagliamento) le novità del paese e per consegnare loro la biancheria fresca di pulito ritirata, da lavare, nei viaggi precedenti. Dopo di che si incamminavano lungo la discesa per il ritorno in famiglia, dove le attendevano i vecchi, i bambini, il governo della casa e della stalla. L’indomani all’alba si ricominciava tutto daccapo.

E così per 26 mesi.

Un gruppo di portatrici fu anche dislocato permanentemente, alloggiato in baracche poco dietro al fronte, a disposizione del Genio militare. Erano impiegate per il trasloco dei materiali necessari ai ‘lavori del campo di battaglia’: portavano pietrisco, lastre, cemento, legname ed altro per la costruzione di ricoveri, postazioni arretrate e per il consolidamento di mulattiere e sentieri.

Capitava anche che, durante il viaggio di ritorno, veniva loro chiesto di trasportare a valle in barella militari feriti o uccisi. I feriti venivano poi avviati con le ambulanze agli ospedali da campo; i morti venivano seppelliti nel Cimitero di guerra di Timau, dopo che le portatrici stesse avevano scavato la fossa.”.

L’autrice conclude amaramente: “Ormai nessuno si ricorda più di loro, del loro sacrificio e del loro valore.”.

Sapremo che i commercianti usavano avvolgere i loro prodotti venduti di una carta pesante così da aumentarne il peso e dunque il guadagno. A Lucca si intervenne con una apposita ordinanza che vietava di “far uso di carta preparata con gesso, allume, barite ed altra materia che si presti a frode nel peso e più specialmente quando eccede nel peso il grammo per decimetro quadrato.”. Si annacquava anche il latte, come riporta il giornale lucchese “L’Indipendente” il 26 giugno 1917.

La guerra mostrerà come le donne seppero con tenacia muoversi in una tale situazione di disagio e di sofferenza, e rimarcò quanto fino ad allora la società civile fosse stata ingiusta con esse, e quanto pesante fosse la discriminazione che le considerava subalterne agli uomini: “Ma la guerra, anche in Italia, stravolse totalmente gli elementi tradizionali dell’identità femminile. Nelle città e nelle campagne. In quest’ultime, duramente colpite dalla guerra perché la natura e le scadenze stagionali non ammettevano ritardi né interruzioni, le contadine sostituirono gli uomini richiamati. La divisione sessuale dei compiti e delle responsabilità si annullarono: le donne arano, seminano, falciano, usano le macchine agricole, scoprono la solidarietà tra vicine, imparano a fare i conti e a gestire l’economia familiare.”.

La donna sta diventando una protagonista della società, che è proprio grazie al suo contributo che continua a sopravvivere e a funzionare. Sarà lei il tessuto elastico e resistente con cui comincia a vestirsi la società, e lo sarà sempre di più negli anni successivi, quando alla guerra subentrerà la pace. Il vecchio discrimine, l’antica diffidenza, i timori di inadeguatezza stanno per cadere. Siamo, naturalmente, ai primi passi: “Non va dimenticato infatti che prima di poter svolgere la loro attività ognuna necessitava dell’autorizzazione del padre o del fratello o del marito.”; “Ben presto, nonostante che per la maggior parte fosse la prima esperienza lavorativa, si dovette apprezzarne la precisione, la serietà, l’accuratezza e la naturale disposizione ai lavori di manualità ripetitiva.”. Tuttavia: “Il trattamento economico e giuridico degli operai maschi era diverso da quello riservato alle lavoratrici anche a parità di lavoro.”. Crebbe a dismisura anche il lavoro a domicilio che vide coinvolte varie donne della stessa famiglia: “il loro numero diventò maggiore di quelle impiegate nelle fabbriche.”.

A Lucca, come in altre parti d’Italia, le donne vennero organizzandosi in comitati e uno dei più importanti fu “Il Comitato femminile Pro Patria”, “perché questo Comitato deve raccogliere tutte le forze femminili indistintamente e accanto alle signore dell’aristocrazia l’operaia si trova a dare il suo consiglio e il suo lavoro. (da “La Gazzetta di Lucca”, n. 51, 19 dicembre 1914).

Il lavoro di assistenza si estendeva a molti settori, ma soprattutto alla fabbricazione di biancheria di ogni tipo da destinare, oltre che ai soldati, alle famiglie bisognose, e ai lavori di infermieristica presso i tre ospedali funzionanti a Lucca: “Tre erano i settori ospedalieri che ospitavano i soldati feriti e bisognosi di cure mediche: Ospedale Militare di San Nicolao, Ospedale Civile (Reparto militari) e l’ospedale militare sezione R. Collegio aperto il 23 marzo 1918.”.

L’autrice ci mette in contatto con minuziosi accadimenti che rendono bene il disagio che ogni guerra provoca nella società civile. A Lucca, il Comune dovette emettere varie ordinanze per evitare l’esportazione del pane fuori dalle nostre Mura, come pure delle verdure, e per richiedere l’approvvigionamento del sale scomparso dalla città. Si interviene anche per limitare e regolamentare la quantità di pane che poteva essere inviata “ai congiunti prigionieri”; “Viene proibito ai fornai di usare la farina per fabbricare biscotti, alimento che necessitava di un consumo di zucchero, quasi introvabile, e di uova.”. Le donne dovettero barcamenarsi in questa situazione tragica e di penuria, in cui “l’arte dei furbetti dilagò”; e l’autrice annota che non ebbero per questo impegno il giusto riconoscimento dalla Storia: “Unite dalla miseria e dalla continua lotta per la sopravvivenza, migliaia di donne senza nome continuarono come soldati ‘usi ad obbedir tacendo’ ad affrontare giorno dopo giorno piccole e grandi battaglie.”.

Quando fu necessario fecero sentire anche la loro voce con proteste e scioperi. Nella Regia Manifattura Tabacchi di Lucca, che impiegava “oltre duemila operaie”, “le sigaraie, consapevoli dell’ineluttabile importanza del loro lavoro, fronteggiarono quanti cercavano di portarle sulla loro strada; scarsamente coinvolte politicamente, tennero testa a Direzioni esose, alle prepotenze della rappresentanza maschile, sempre convinte di dover tutelare il proprio diritto lavorativo.”.

Ad opera soprattutto delle associazioni cattoliche vengono organizzati corsi scolastici, da tenere di solito la domenica pomeriggio, per garantire alle donne un minimo di istruzione: “I bimbi che le loro mamme non potrebbero lasciare a casa per mancanza di sorveglianza vengono raccolti nel Ricreatorio e amorosamente sorvegliati.” (da “Il Serchio”, 26 gennaio 1918). Si cerca di fare di tutto per alleviare le sofferenze e arginare i guasti della guerra. L’Amministrazione comunale arriva perfino a decidere “di favorire la coltivazione di grano sugli spalti delle Mura e sui terreni che si trovavano prospicienti ai viali della circonvallazione.”. È un’immagine nuova e suggestiva per il lettore lucchese o per chi altri conosca la nostra città e le nostre Mura.

La guerra dura più del previsto e pare non finire mai. Genera sconforto e proteste e numerosi sono gli appelli a farsi coraggio e a resistere che appaiono sulla stampa locale. Le donne, con gli ultimi richiami della classe 1898 e 1899, sono rimaste le sole a mandare avanti la famiglia. I loro sforzi e i loro sacrifici sono enormi. Si trovano di fronte ai problemi legati al carovita, che colpisce soprattutto i generi alimentari di prima necessità. Se il prezzo del pane è in qualche modo controllato, non altrettanto avviene per altre derrate, come uova e ortaggi, che raggiungono prezzi esorbitanti che solo i ricchi possono permettersi di pagare. Sulla stampa locale si rivolgono continui appelli all’Amministrazione comunale affinché stronchi questa antipatriottica speculazione: “Bisogna porre un freno all’ingordigia dei contadini che vendono gli erbaggi a prezzi favolosi.”, scrive “Il Serchio” il 7 agosto 1918. È rivolto anche un appello alle donne di usare sobrietà nel vestirsi: “Bando ad abiti troppo corti, troppo stretti, troppo scollati, alle calze traforate, agli scarpini eleganti.” (non è indicata la fonte, ma probabilmente si tratta del quotidiano locale “Il Serchio”, molto attivo in quegli anni).

La guerra introduce i suoi germi nei capillari della società civile, dunque, la sconvolge, ne sommuove gli istinti egoistici e primordiali. È una guerra tra coscienze, più che tra i fucili e le mitragliatrici.

Le donne sanno però reagire. A Lucca, a somiglianza di altre città, è costituito il Fascio Femminile Lucchese, che si propone di riunire le donne di ogni strato sociale per sopperire ai bisogni della guerra in un clima di amore e di solidarietà. È un femminismo che viene accolto con favore e incoraggiato, nonostante le perplessità di alcuni che non vedono di buon occhio questo espandersi dell’attività e della influenza della donna. Si propone anche che “la mobilitazione civile delle donne divenga, con le debite limitazioni e dispense, obbligatoria. Obbligatoria e retribuita.”. Una delle più infaticabili animatrici di tutte le iniziative femminili fu senza dubbio la prof.ssa Giselda Chiarini, direttrice della Scuola Normale di Lucca: “La Chiarini continuerà a tessere e a tenere ben unite le donne dei vari comitati e cercherà di fare opera di sensibilizzazione e di sostegno tra le donne delle campagne, una realtà numerosa che sembrava essere rimasta al di fuori della grande macchina assistenziale formatasi in quegli anni di guerra.”.

La guerra finisce e i soldati possono ritornare alle loro case, ma in quali condizioni?: “Tornano i soldati e non riconoscono quello e quelli che hanno lasciato, negli occhi si portavano impresse le scene di guerra, nel cuore il ricordo delle lunghe attese che logoravano gli animi, gli odori della trincea, i comandi deliranti dei superiori, avevano trascorso tempi interminabili ad aspettare il nemico, come loro nascosto e invisibile, e quell’attesa densa di minaccia e di paura, per molti fu la causa di scompensi mentali e comportamentali. La guerra che li aveva strappati, per la maggior parte, da una vita estranea a quella militare, si era però impossessata delle loro menti e li aveva resi irrimediabilmente diversi.”.

In sovrappiù molti non trovavano più il lavoro lasciato nelle fabbriche, occupato dalle donne che non intendevano farsi da parte: “sembrò quasi di assistere ad una caccia alle streghe che si scagliò contro quelle donne che non intesero affatto lasciare i posti di lavoro, e per questo furono biasimate, insultate da gran parte dell’opinione pubblica”.

Il malcontento dei reduci sarà uno dei motivi che porteranno in quegli stessi mesi alla nascita del Fascismo.

Si cercò di confortarli e tutelarli attraverso l’Associazione fra i Combattenti e l’Opera Nazionale Invalidi di Guerra, ma i disagi e le difficoltà rimasero.

Oltre ai reduci, ci si dovette occupare anche dei molti orfani e fu in quegli anni che si rassodarono quello che oggi è conosciuto come “Il Villaggio del Fanciullo” e la “Colonia Agricola di Mutigliano”. L’autrice offre molti dati in proposito che rendono l’idea delle disastrose condizioni in cui la guerra appena terminata aveva lasciato le famiglie e la città.

Comincerà nell’immediato dopoguerra, infine, il cammino lungo e faticoso delle donne per conquistare, dopo il diritto al lavoro, anche il diritto al voto. I contrasti non mancarono, e anche se la donna aveva dimostrato di sapersi inserire nella società, e di diventare un elemento importante di essa, non tutti lasciarono loro libero il campo. Occorre anche registrare che tante donne faticarono a capire l’importanza di una tale emancipazione, al punto che nella riunione che il Fascio Femminile Lucchese tenne l’8 febbraio 1919 per perorare il “suffragio femminile”, su 62 donne presenti, 37 votarono a favore e ben 25 furono contrarie.

Il libro si conclude annotando che praticamente sin dal 1914, quando già si avvertivano i rumori di guerra che avrebbero interessato anche l’Italia, furono banditi, con periodicità pressoché annuale, Prestiti Nazionali per sovvenire alle nuove necessità.


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Invito tutti a non inviarmi più libri in lettura. Per mancanza di tempo, e dall'11 novembre 2013 anche di salute, non posso più accontentare nessuno. Così pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Chiedo scusa.
Bart