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Sodini, Carla

5 Marzo 2019

Storie Lucchesi

Storie Lucchesi

Carla Sodini, già docente presso l’università di Firenze, attualmente è professore a contratto di Storia militare e storia dell’America del Nord presso la scuola di Scienze Politiche “C. Alfieri” di Firenze e collaboratrice dell’Ufficio Storico dello Stato maggiore dell’Esercito Italiano. Ha condotto, negli anni, numerosi studi su Lucca, la sua città di origine. In particolare si è interessata di storia della cultura locale nei suoi rapporti con il sapere e la scienza europee durante l’Età Moderna; delle relazioni – familiari e religiose – fra Lucca e Ginevra nel XVII secolo; dei soldati lucchesi nel Seicento; della prima guida della città composta dal conte Galeazzo Gualdo Priorato nel 1668; delle mura di Lucca fino al sec. XIX (R. Silva – C. Sodini, a cura di, Lucca e le mura. Itinerari del Risorgimento, Lucca, Maria Pacini Fazzi ed., 2012) e di due importanti giornalisti lucchesi nei loro rapporti interpersonali e con la città: Mario Pannunzio e Arrigo Benedetti (Amici per sempre. Mario Pannunzio e Arrigo Benedetti fra Lucca e Roma. Lucca M. Pacini Fazzi ed. 2012). È consulente dell’Ufficio Storico dello Stato Maggiore dell’Esercito Italiano.

Si diletta anche a scrivere racconti, mantenendo fede, però, alla sua formazione di studiosa e storica. È della sua raccolta “Storie lucchesi”, del 2013, che ci occuperemo.

Intanto, nella breve presentazione, l’autrice ci informa che questi racconti furono già pubblicati su “Il Tirreno” tra il 2008 e il 2010 e che hanno “tratto ispirazione dai documenti di archivio, dai giornali e dalle pubblicazioni del tempo. Altri sono addirittura frutto di ricerche anche in biblioteche e archivi esteri.”.

Ce n’è già abbastanza per suscitare il nostro interesse. Se non ho contato male, sono in tutto 86, e hanno la succinta lunghezza di un articolo di giornale, ma tanto basta per soddisfare, specialmente ad un lettore lucchese, qualche curiosità.

La scrittura ha subito il piglio della conoscenza e dell’autorevolezza. Una specie di simpatico Ipse dixit. Ma chi conosce un po’ di storia lucchese, avverte subito che l’autrice intende raddrizzare alcuni convincimenti che hanno distorto la Storia e anche di metterci a conoscenza di fatti ingiustamente ignorati.

La prima ad essere messa in luce è la vicenda di uno dei personaggi più citati del nostro passato cittadino, Lucida Mansi. Ebbene, la leggenda che l’accompagna, e in cui si rifugia tanta parte di lucchesità, è di pura invenzione, poiché la vita di Lucida fu esemplare e aliena dal pettegolezzo. Fu anche una vita sfortunata, e tragica la sua morte che avvenne a causa della peste nel 1649.

Dopo la peste, Lucca fu colpita dalla “spagnola” nel 1917, quando ancora era in corso la Grande Guerra. Essa “uccise una quantità enorme di soldati e svuotò le città, Lucca compresa.” Ce lo racconta ricordando il libro di Arrigo Benedetti, “Tempo di guerra”, “pubblicato per la prima volta a puntate su ‘Il Selvaggio’”, la rivista diretta da Mino Maccari.

È una scrittura che piace, e che i lettori del quotidiano apprezzarono decretando il successo di questa serie che potremmo definire di pillole della lucchesità. Non ci sono sbavature, né superfetazioni. Si va dritti al cuore del problema. Bastano poche pagine ad inquadrarlo e ad esaurirlo. L’esperienza di storica si intuisce anche da questo tratto essenziale della sua penna. Non vi manca il garbo lucchese, che qui consiste nella piacevolezza e serenità del narrare.

L’attuale Porta Sant’Anna, che i Lucchesi chiamarono “il buco”, aperta nel 1911, fu oggetto di aspre polemiche tra chi non voleva violare la cinta muraria e chi invece ne vedeva la necessità per collegare via Vittorio Emanuele con la via Saranese e dunque con il territorio posto ad ovest della città. A favore dell’inviolabilità delle Mura si schierarono nomi importanti a cominciare dal nostro illustre concittadino Giacomo Puccini. Ma chi si adoperò con fervoroso impegno fu il poeta Giovanni Pascoli il quale cercò e ottenne l’appoggio nientemeno che del potente Gabriele d’Annunzio e di Giosuè Carducci. Ma, come il lettore sa e può vedere, fu fiato sprecato ed oggi quella porta rappresenta uno dei più importanti ingressi alla città, e non se ne potrebbe fare a meno. Non è bella, anzi direi che è bruttina assai, ma certamente chi la pensò e chi la progettò aveva visto giusto.

L’autrice, da storica qual è, non si pronuncia e si limita a raccontarcene i fatti. Ma da quale parte si sarebbe schierata?

Lucca è famosa per il volontariato che tutti riconoscono come uno dei fiori all’occhiello della città. L’autrice ci ricorda quanto i cittadini fecero in occasione del tremendo terremoto di Messina avvenuto il 28 dicembre 1908: “Lucca fu una fra le città che rispose con maggiore immediatezza e generosità – nonostante la crisi agricola che stava attraversando – all’appello del pontefice e delle autorità centrali.”. Il Pontefice era Pio X e nostro arcivescovo era il cardinale Benedetto Lorenzelli.

Un quadro rappresentativo delle qualità narrative dell’autrice si trova nel racconto “Le pubblicità locali dei giorni della Befana”. Al di là dei nomi di antichi negozi (alcuni dei quali sopravvivono), ciò che emerge nella brevità delle descrizioni è l’immagine complessiva di una città del primo Novecento, ancora non del tutto liberata dal riflesso ottocentesco, che perdurerà fino agli anni che precedettero la Seconda guerra mondiale. Il lettore vi si trova trascinato in un vortice di suggestione.

Il tema dei migranti che oggi appassiona e divide l’Italia, aveva aspetti drammatici anche agli inizi del Novecento. A causa della miseria, alcune famiglie si trovavano costrette a vendere i propri figli a “svergognati mercanti di carne umana”, i quali spesso li conducevano all’estero trasformandoli in venditori di zolfanelli e di statuine di gesso, a forza di “nerbate e frustate”. Come si vede, la tratta degli schiavi continua ancora oggi. Ha assunto forme nuove, ma non cessa di attrarre i tanti criminali per le enormi possibilità di guadagno che offre. I giornali locali “La Garfagnana” e “Gazzetta di Lucca” erano i più impegnati a smascherare e a denunciare il losco fenomeno. Conclude l’autrice: “Una scena molto triste di una realtà troppo poco mutata.”.

Sì, i racconti hanno l’impronta molto marcata della ricercatrice curiosa e pignola, ma anche ispirata dalla voglia di esplorare e rivelare raccontando. Niente deve rimanere nascosto, ciò che io conosco grazie ai miei studi, te lo dono con amore. La Sodini ci fa ricchi tutti. Ad esempio, pochi sanno del segreto amore provato da Paolo Cenami per la vedova di suo fratello Bartolomeo, Felice Saniminiati, al tempo in cui ristrutturavano la loro proprietà di Segromigno, oggi conosciuta come Villa Mansi, che però appartenne prima ai Cenami fino al 1675, e dove dunque la famosa Lucida non ha mai messo piede, essendo morta il 12 febbraio 1649. Leggiamo questa tenera storia nel racconto “L’abate Cenami e l’amore per la bella Felice”. Il titolo di abate era stato concesso a Paolo “dall’abbazia de ‘La Rivour’ nella diocesi di Troyes della quale era stato nominato abate commendatario.”. Paolo, quando si recava a Parigi, era solito soggiornarvi per “alcuni mesi dell’anno”.

Quante volte, quando mi recavo al lavoro in Garfagnana alla fine degli anni Sessanta, ho trovato a Calavorno il passaggio a livello chiuso poiché doveva passare il treno (a quei tempi “la vaporiera”) che da Lucca conduce fino a Aulla. Ora so dalla Sodini che la galleria fu scavata nel 1906 e che la storia di quella linea ferroviaria fu molto tormentata: “Nel 1908 il ministro dei Lavori Pubblici Pietro Bertolini decise di rimandare la conclusione del tratto Castelnuovo-Aulla per mancanza di fondi.”; “Solo nel 1953, infatti, il tratto ferroviario Castelnuovo-Aulla poté essere completato.”.

Uno degli aspetti che a poco a poco affiorano da queste storie è l’immutabilità nel tempo dei problemi di cui trattano. Essi non si presentano, naturalmente, allo stesso modo e con le stesse urgenze e necessità, ma rispettano il ciclo vichiano dei corsi e ricorsi della storia.

Chi sa dov’è finita la “mestola da muratore in argento con manico d’avorio” esposta nel 1918 in via Nazionale, nel bel negozio Martini, che fu donata dai Lucchesi al Presidente degli Stati Uniti Woodrow Wilson. Come sarebbe bello poterla rivedere in qualche mostra. Fu il regalo di ringraziamento che la nostra Amministrazione volle fare allo Stato americano che aveva costruito quello che oggi conosciamo come “Villaggio del fanciullo” e che all’inizio aveva nome “Casa del bambino”.

L’autrice è una vezzosa spigolatrice, va in cerca delle notizie più rare, magari scartate dai più noti libri di Storia della nostra città, che ci parlano di personaggi, di battaglie, di statuti e saltano a piè pari i saporosi ritratti di una vita minuta e fertile. Il passaggio di proprietà del “Villaggio del fanciullo” tra Croce Rossa americana e il Comune di Lucca avvenne il 23 dicembre 1918, “accompagnato da una donazione di 12.000 lire e da una ricchissima scorta di viveri.”.

Guglielmo Pannunzio, avvocato, fu il padre del più noto Mario, il fondatore de “Il Mondo” e amico di Arrigo Benedetti (ai due riserverà il capitolo “Pannunzio, Benedetti e l’avventura nel cinema”). Grazie alla Sodini veniamo a sapere che avrebbe voluto costruire “un grande edificio scolastico nell’area a sinistra della cattedrale di San Martino.”. Battagliò con un accanimento indomito, che apparteneva al suo carattere. Ma non se ne fece di nulla, perché poi scoppiò la Grande Guerra che costrinse ad affrontare altri e più gravi problemi. A mio giudizio, siamo stati fortunati che il progetto non sia andato avanti. Chi sa che ne sarebbe venuto fuori e quanta luminosità e quanta quiete sarebbero state sottratte alla bella fontana del Nottolini.

Se volete che la persona che amate vi corrisponda non c’è niente di più facile: “sparare a un pipistrello nell’ora quinta di un giovedì notte con luna crescente.”. Seguite poi un rituale con il sangue del detto uccello, e tutto è fatto. Va da sé che, non solo ci si deve alzare presto, o anche andare tardi a dormire, ma bisogna pure saper maneggiare il fucile e avere un mira eccezionale, visto il volo a zig-zag del pipistrello. Si rischia, infatti, di sparare alla luna. Si può anche “catturare e cuocere, di venerdì, una lucertola a due code.”. Pure qui segue un rituale tramandato da generazioni. Tanto è importante conquistare l’amore dell’amato o dell’amata che di rituali stregoneschi di questo tipo se ne sono inventati a iosa e la Sodini non si risparmia a propinarceli per un uso immediato e sicuro. Se proprio non si riusciva ad aver il risultato sperato, si poteva ricorrere ai Santi, intermediari d’amore. Spiccavano “sant’Elena (santa Lena), anche santa Marta, san Martino, San Cipriano e san Daniele (Daniello)”. Di quest’ultimo esisteva una preghiera, “proibita dalla Chiesa e dalla Repubblica”, che era venduta a un “prezzo esorbitante” dai librai locali.  Solo per questo esilarante capitolo, “Rito d’amore nella tradizione lucchese”, il libro vale la spesa.

Sapete che cos’è la lucchesità? Il giornalista Remo Santini vi ha dedicato tre volumi nel tentativo di renderne l’idea sotto i tanti punti di vista; in sostanza si tratta di quella riservatezza che è tipica della nostra razza, e non è affatto da confondersi con la modestia, come si potrebbe pensare, ma è il non voler apparire, il mostrarsi umile anche se non lo si è. La Sodini ci dà la risposta: Lucca lo faceva “per sfuggire la gelosia dei grandi.”. Come un leone che, se vede un cacciatore con il fucile spianato, decida di non affrontarlo e nascondersi al riparo della foresta. Non chiamiamola però vigliaccheria. È qualcosa che ha a che fare con il forte desiderio di libertà e di indipendenza per esaudire il quale Lucca nel corso dei secoli ha pagato molto denaro. Pensate che per avere a Lucca una statua del grande Giacomo Puccini si è dovuto aspettare il novembre del 1994, come se Lucca ne temesse la fama quale perturbatrice della sua tranquillità. Scrissi una volta che l’avrebbe prestato volentieri a Firenze. Alla lucchesità l’autrice dedica un intero capitolo: “I tratti distintivi della lucchesità”. E a Puccini “Cordoglio di Lucca per Puccini” e “Il viaggio di Puccini a Buenos Aires”.

Se non teneva alla fama, Lucca teneva alla pulizia, e “La prima magistratura lucchese per il controllo delle strade venne istituita nel 1327”. Però non era tutto rose e fiori: “Era, invece, permesso, dopo il suono della campana cioè appena tramontato il sole, gettare liquidi dai balconi ad esclusione di quelli sudici o provenienti dalle diverse necessità private e naturali.”. Ma sapendo come vanno le cose a questo mondo, era sconsigliabile per chiunque andare in giro di notte, non vi pare? Non si era al sicuro nemmeno camminando in mezzo alla strada, poiché magari poteva esserci qualcuno che stava in agguato dietro la finestra e non ci metteva un amen ad allungare il tiro. Specialmente se lo sfortunato passante era ubriaco e s’era messo pure a cantare.

La storica di professione Carla Sodini mostra di essere una consumata narratrice. Ha la precisione connaturata al suo mestiere, ma anche la leggerezza del raccontare, che nasconde un’intrinseca e riservata felicità. Si avverte che ha voglia di raccontarci le sue conoscenze della città che ama, i segreti, i particolari, le luci e le ombre che costituiscono il cuore profondo di Lucca. Leggere queste storie dà piacevolezza, non ce ne saziamo, diventiamo ingordi. Immaginiamo l’autrice a passeggio per le nostre straducole, a piedi o in bicicletta (come lascia intendere il disegno di copertina), e ogni tanto fa una sosta, rimira la finestra, l’angolo di strada, il porto, il vicolo stretto, il campanile, la targa su di un muro, ricorda le severe leggi suntuarie e scorge le nobili donne del tempo in abito nero e senza indossare gioielli,  vi applica meccanicamente le sue conoscenze e subito ne nascono il movimento e le figure della Storia. Fa della materia che insegna ogni giorno e che ogni giorno arricchisce con nuove ricerche e nuovi studi lo strumento per far tornare a vivere uomini e cose. Come Giovan Battista Minutoli che il 19 aprile 1644, a poca distanza dal suo palazzo, “fu assalito e ferito a morte con 12 stilettate, da due giovani travestiti da contadini.”. Sappiamo tutto su due omicidi celebri avvenuti in città, quello del marito di Lucrezia Malpigli, sposata a Lelio Buonvisi e quello di Vincenzo Diversi, sposo di Lucida Mansi, ma di quest’altro efferato delitto quanti saranno coloro che lo conoscono? O quanti sono a conoscere che il primo fascista morto per mano dei “sovversivi” si chiamava Tito Menichetti, e l’assassinio fu perpetrato a Ponte a Moriano “la sera del venerdì santo 1921”? Si traduce in un alto e nobile servizio, quando la scrittura di una storica si abbellisce del gusto del narrare.

Molti avranno presente il celebre film “La regina Cristina” del 1933, diretto da Rouben Mamoulian e interpretato dalla bella Greta Garbo, che della regina svedese era connazionale. Chi conosce il film si ricorda l’immagine conclusiva che mostra la protagonista su di una nave che la condurrà, avendo abdicato, fuori dalla sua terra. Ma dove? Un po’ in giro per l’Europa, e, alla fine, la sua scelta cadrà su Roma. Ce lo conferma la Sodini, rispondendo così alla nostra domanda. Ma ci dice qualcosa di più: “La Minerva del Nord (così chiamata per i suoi atteggiamenti mascolini e per l’attrazione verso il mondo militare) che, sbarcata a Livorno, si accingeva a visitare Lucca (…)”. Dunque è venuta da noi, i Lucchesi hanno potuto rimirarla. Siamo nella primavera del 1568. Lei è “la figlia del più grande condottiero del ‘600”, re Gustavo II Adolfo. Ma com’era fisicamente? Negli occhi abbiamo impressa l’affascinante figura della Garbo, però la Sodini ci fa vento sopra le ciglia, ce le fa chiudere e riaprire con ben altra visione: “Bassa, grassa e impacciata nei movimenti per un fianco più alto dell’altro.”. Che cosa non si fa per attirare il pubblico a vedere un film! Nonostante non fosse quella bellezza che ci si aspettava i Lucchesi l’accolsero con tutti gli onori: “Il suo ingresso dentro le mura, in compagnia del cardinale Girolamo Buonvisi, venne salutato da una folla plaudente e dal rimbombo dei cannoni collocati, per l’occasione, nei pressi di Porta San Donato.” Ricordiamo che proprio davanti a quella porta, quasi un secolo dopo, il 12 luglio 1664, era partito involontariamente un colpo di cannone, che solo per un miracolo (“il miracolo di San Paolino”) non causò una strage. Sappiamo anche che cosa mangiò: “fu ospitata in palazzo Bernardini dove, la sera del 4 maggio, venne allestito per lei un banchetto sontuoso con ostriche, quaglie, tordi, baccelli e dolci delle monache di San Giovannino.”.

Sarebbe stato interessante avere un dipinto dell’epoca che rappresentasse l’ingresso della ex regina nella nostra città per paragonarne la festosa accoglienza con quella, altrettanto entusiasta ed esuberante, che i cittadini tributarono a Benito Mussolini il 12 maggio 1930. In quell’occasione il giornale “Il popolo toscano” scriveva che ciò avvenne: “in un fremito di gagliardetti, ondeggiar di bandiere, urli di gioia, lacrime di commozione, clangore di trombe, suono steso di campane”.  Il duce entrò da Porta Elisa dove era stato predisposto un “arco trionfale di mortella”. Nel corso della visita, gli fu donato “un quadro di Lorenzo Viani in cui, come in una grande tavola psicografica, erano rappresentate tutte assieme le sue grandi imprese.”.

Quando vi fermate in Piazza San Michele, davanti alla vetrina del Taddeucci, che si dice possegga la segretissima ricetta del vero buccellato (una volta vi si esponeva anche un quadro che lo raffigurava, opera del pittore livornese Renato Natali), fate attenzione, quando lo avrete comprato, che non ve lo rubino, perché potreste incontrare dei guai, soprattutto se siete donne. Capitò a una sposa lucchese, Iacopa, nel 1608, la quale, secondo la tradizione, stava recandosi, in groppa a una cavallina, a casa del marito avendo inanellata al collo “una filza di buccellati”. Senonché – eravamo giusto al tramonto – ecco sbucare dal niente un uomo che, avvicinatosi a Iacopa, le strappò, senza proferire parola, uno dei buccellati dal collo.”. Apriti cielo! Il marito Barsante, “anziché rincorrere lo straniero, cominciò a inveire contro la moglie”, credendo che quel tale fosse un suo amante, e la riempì di botte, che continuarono anche negli anni successivi “fino a tentare d’impiccarla al trave di una capanna abbandonata in un bosco.”. Tenetelo ben stretto al braccio, dunque, perché ne potrebbe andare del vostro amore. Ma c’è anche di più. Nel corso di ricerche per un mio racconto su Dante e il buccellato ho trovato pure che nel 1485 una donna fu processata per aver assassinato il marito dandogli del buccellato avvelenato. Al buccellato, infatti, non si può dire di no, e confesso che anch’io ne sono golosissimo. Un altro dolce lucchese è la “pasimata”, “una specie di pane con zafferano e anici”, è azzimo e non proprio gustoso quanto l’altro dolce per cui Lucca è famosa. Alla pasimata, l’autrice dedica il capitolo “Per Pasqua “pasimata” semplice o elaborata”.

Nel capitolo “Mura acquistate dalla città fra il 1865 e il 1866” troviamo scritto: “Se oggi le mura di Lucca appaiono in tutta la loro bellezza, ancora circondate dal verde degli spalti, molto si deve alle decisioni assunte in quella memorabile seduta consiliare del novembre 1865.” Il giorno era il 24. Ma che cosa era successo? Tenetevi a mente questa cifra: 107.000 lire. Fu il prezzo con cui Lucca in quella storica seduta consiliare decise di riacquistare le sue Mura dal demanio che le aveva ereditate dal Granducato di Toscana, il quale se n’era appropriato al momento della annessione di Lucca nell’ottobre 1847, che suscitò le vivaci proteste dei cittadini: “Nella mattinata gruppi di violenti sono scesi in strada a manifestare con cori contro il Duca di Lucca, assaltando e distruggendo gli stemmi borbonici e imbrattando il monumento a Maria Luisa di Borbone in piazza Grande. Sconcerto in città fra i nobili, i pubblici ufficiali ed i semplici cittadini «siamo stati venduti come la carne del maiale» ha dichiarato il marchese Pietro Provenzali.” (da un articolo di Jacopo Lazzareschi Cervelli qui: https://www.loschermo.it/32630/). Sapremo più avanti che sulle nostre Mura si saliva anche in cerca dei “tartufi neri”.

Dei cavalleggeri che furono di stanza a Lucca nel palazzo a destra di Piazza San Romano, l’autrice ricorda l’affetto che trovarono tra i nostri cittadini, a molti dei quali, però, non piaceva “l’abitudine adottata dai cavalleggeri di accudire, al ritorno dalle esercitazioni, i propri cavalli in mezzo a Via Garibaldi, oppure quella di portare gli animali a pascolare sui baluardi delle mura.”. Tuttavia, “quando, in una bella mattinata estiva del 1909, i lucchesi corsero a salutare il Reggimento mentre usciva da Porta Elisa per l’ultima volta, molti di loro avevano gli occhi lucidi.”. Al Reggimento di cavalleria che stanziò a Lucca, Bruno Giannoni, fra l’altro menzionato dall’autrice, ha dedicato il libro: “Il Reggimento cavalleggeri di Lucca 16°”, del 2012.

Lo sapevate che un lucchese fu amico del terzo Presidente degli Stati Uniti d’America, Thomas Jefferson? Probabilmente no. Si chiamava Antonio Giannini ed era “nato a Fibbialla l’11 giugno 1747”. Quante notizie si apprendono da questo libro e ci danno l’idea di una lucchesità pervasiva, che si diffonde nel mondo con minute ramificazioni destinate poi a produrre ricchi frutti; “Era a lui, soprannominato ‘il giardiniere’ che Jefferson, lontano da casa, si rivolgeva per avere notizie sull’andamento dell’azienda. Prima in italiano poi in inglese, il Giannini gli rispondeva spesso lamentandosi della scarsa competenza degli agricoltori locali.”. Non andavamo solo ad apprendere, ma anche a insegnare. Sappiamo che Jefferson “era stato anche un grande architetto.” e che a ricostruire una sua opera andata distrutta da un incendio del 1895, la “Rotunda”, fu un lucchese, Ferruccio Legnaioli, “l’unico che aveva dimostrato di esserne capace.”.

“I diavoli di Loudun” è un romanzo scritto da Aldous Huxley nel 1952. Vi si tratta del più famoso caso di possessione demoniaca della storia, avvenuto nel 1634 a Loudun, una piccola cittadina francese. L’Europa in quel tempo era a caccia di streghe, e quando non c’erano se le inventava. L’Inquisizione prendeva per buona pressoché ogni denuncia e alla malcapitata, magari accusata per sola invidia o vendetta, non le restava che attendere la morte per rogo. Quante piazze, non solo in Europa, hanno visto accendersi questi roghi e hanno udito le grida delle condannate. Successe anche a Lucca a due donne, Pulisena e Margherita, che torturate, dopo che si erano proclamate innocenti, finirono per arrendersi confessando quanto preteso dagli accusatori. Furono bruciate a Lucca, in piazza (probabilmente in una delle piazze centrali), nel 1571. La prima a cedere fu Margherita, “più fragile, issata da terra con le braccia legate sopra la testa e incalzata dalle domande dell’inquisitore, cominciò subito a parlare (…). Non solo ammise di essere una strega, ma anche di aver ‘guastato alcuni ‘bambori’ per ricavare, dalle loro tenere carni, il grasso necessario alla confezione dell’unguento da spalmare sul proprio corpo per volare al sabba.”. Pulissena “ammise di essere stata indotta ad ‘andare in stregaria’ da una sua zia di Pescaglia, deceduta 8 anni prima. Da allora, ogni volta che sentiva il richiamo, era costretta a montare in groppa a una capra per volare in un luogo, oltre a Pratoarena, dove aveva commercio carnale coi diavoli, mangiava e ballava fino all’alba.”.

Immaginare un rogo per streghe a Lucca ci immerge subito in quella atmosfera pesante di complicità, intrighi, vendette, compiacenze e sadismo, che aleggiava in tutta Europa nei secoli XVI e XVII, mostrando una città, che pur abituata a chiudersi entro le proprie mura per una forte volontà di autonomia e indipendenza, non riusciva a porre un argine invalicabile alle idee. Del resto, sappiamo bene che non seppe resistere, la cattolicissima città, all’infiltrazione del pensiero calvinista, che costrinse alcune nobili famiglie a rifugiarsi a Ginevra, tra cui la famiglia Diodati, uno dei quali, Giovanni (1576-1649), fu autore di quella che ancora oggi è considerata la traduzione per eccellenza della Bibbia dei protestanti italiani, edita a Ginevra nel 1607.

È vero che la famiglia di san Francesco era originaria di Lucca? Sì, ce lo dicono le ricerche di Carlo Paladini, giornalista e scrittore, biografo fra l’altro di Giacomo Puccini, raccolte nel suo libro “San Francesco d’Assisi nell’arte e nella storia lucchese”, edito nel 1901.

Ci sono altri personaggi di cui si suppone la provenienza lucchese, a partire dalla famosa Matilde di Canossa, alla quale si deve la costruzione del famoso Ponte del Diavolo, e da Jacopo Tintoretto, il celebre pittore di cui si può ammirare “L’ultima cena” in un altare a destra di chi entri nella nostra cattedrale.

Quanto avreste pagato, a proposito di Puccini, per avere una ninna nanna tutta vostra (“E l’uccellino”, con parole di Renato Fucini), musicata da lui? Eppure c’è chi l’ha avuta gratis. È Memo, ossia Guglielmo Lippi Francesconi, figlio di un suo amico carissimo, Guglielmo Lippi, morto all’improvviso (1872 – 1897) “per una malattia contratta da un paziente.”. Guglielmo Lippi Francesconi (quest’ultimo cognome gli deriva dal patrigno), medico e direttore dell’ospedale psichiatrico di Maggiano, tuttavia non fu fortunato. Fu una delle vittime dell’eccidio della Certosa Farneta che vide trucidati dalla ferocia nazista 12 frati e decine di rifugiati, prelevati dai tedeschi, a seguito di una spiata, nella notte tra l’1 e il 2 settembre del 1944. La maggior parte venne massacrata nei giorni successivi, quando Lucca era già stata liberata dagli Alleati il 5 settembre. Grazie all’interessamento dell’allora presidente del Senato, Marcello Pera, alla Certosa di Farneta lo Stato italiano, attraverso il suo Presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi, concesse il 5 settembre 2001,  la Medaglia d’oro al Merito Civile.

Ma Guglielmo Lippi Francesconi non fu l’unico a pagare, dopo che Lucca fu liberata. Un’altra vittima dei tedeschi, fu l’appuntato della R. Guardia di Finanza Gaetano Lamberti, medaglia di bronzo al valore militare, che militava tra i partigiani, il quale morì nell’Ospedale di Galli Tassi il 7 settembre 1944 in seguito alle ferite riportate alla spalla e al collo per essere stato colpito da “una scheggia di granata tedesca, sotto il ponte di porta Sant’Anna.”. Una targa, all’interno, sul lato destro della porta, lo ricorda.

Lo sapevate che ad onorare, con la conquista dell’Etiopia, la nuova Italia imperiale, fu colà inviata una statua raffigurante il Volto Santo, scolpita da Giulio Michelini? Ci sarà ancora oppure sarà stata distrutta come avvenne a quella inviata a Madrid, nel 1610, finita nei “primi roghi della guerra civile spagnola” con l’incendio del 1936 del santuario di Atocha, dove era custodita?

Comunque, nel corso dei secoli, e specialmente quando Lucca era al suo apogeo grazie ad una attività mercantile e finanziaria in continua espansione, l’effige del Volto Santo, il “re dei Lucchesi”, la si poteva incontrare in molti edifici, religiosi e non, sparsi in Europa. Il nostro crocifisso godeva di una fama indiscussa e chiunque si trovasse a passare dalla nostra città, re, papa o pellegrino, non tralasciava di fare visita alla sua effige, oggi conservata nella cappellina ottagonale di Matteo Civitali, a metà navata di sinistra di chi entri dalla porta principale.

Il lettore avrà già capito che questo libro ha una virtù tutta speciale: è quella che, con tono affabile e umile, consente allo stesso di interagire, integrando alle notizie che riceve quelle di propria conoscenza in un piacevole gioco d’incastro il cui risultato (e premio) è un arricchimento del proprio sapere sulla città. Vi pare poco?

Le mura lucchesi non fecero mai la guerra, forse perché scoraggiavano il nemico ma forse anche perché la diplomazia e il denaro della città sapevano tenere a bada i vogliosi aggressori. Tuttavia i Lucchesi ci tenevano che fossero ben dotate di armi, a scanso di sorprese. Ho già ricordato che un colpo di cannone partito inavvertitamente il 12 luglio 1664 cadde sui pellegrini che stavano transitando da Porta San Donato, e fu un miracolo che non provocasse dei morti, ma soltanto feriti leggeri. L’episodio è passato alla storia cittadina, come “Il miracolo di San Paolino”, sul quale anch’io ho scritto una leggenda, riportata nel mio libro “Lucchesia bella e misteriosa”. Mi sono sempre domandato dove sia finito quel cannone ed oggi mi pare di aver trovato la risposta in questo bel libro, ricco di piccole e preziose gemme. La Sodini, dopo averci informato che alla fine del’600 sui baluardi “erano collocati circa 130 pezzi d’artiglieria di media e lunga gittata” “e che altrettanti – se non in numero maggiore – erano alloggiati sotto i capannoni di San Colombano, San Martino, Santa Croce e San Paolino.”, ci fa sapere che, al momento in cui la città stava per cadere nelle mani dei francesi di Napoleone Bonaparte, “l’esercito austro-toscano” pensò bene di portarseli con sé nella ritirata: “103 cannoni di diversi calibri, cioè di quasi tutto l’armamento delle mura” ed altro materiale di guerra al punto che “Si calcolò, allora, che il valore dei beni sequestrati ammontasse a 1.115.938 lire alle quali fu necessario aggiungerne altre 25.777 pretese per il loro trasporto.”. La mia immaginazione mi porta a credere che tra quei cannoni ci sia stato anche quello del miracolo, e che magari oggi si trovi esposto in qualche museo del mondo, senza che i visitatori ne conoscano la sua storia, tanto straordinaria per i Lucchesi. Conclude il suo pezzo, l’autrice, dopo che ci ha ricordato che i cannoni costruiti da “valenti fonditori lucchesi” portavano incisi medaglioni di animali, o di fantasia, o del temuto nemico turco, con l’augurio che un giorno uno di quei cannoni torni da noi, come cimelio di quel tempo antico. Me lo auguro anch’io, ma, sia esso stato costruito dai nostri artigiani o sia stato costruito “da maestranze tedesche”, vorrei che fosse proprio lui, il cannone del miracolo.

Si deve a Felice Baciocchi e alla sua consorte Elisa, sorella di Napoleone Bonaparte, se nel’800 le Mura cessarono di avere l’aspetto di una fortificazione militare e si ingentilirono, non senza creare malumori e rimostranze,  con prati ed alberi per diventare un piacevole e invidiabile luogo per rilassanti passeggiate (nel capitolo “Le invettive dell’abate Jacopo Chelini contro il disarmo delle mura agli inizi dell’800”, in cui si annota che “Il principe Baciocchi mantenne per sé il diritto di fare pascolare nei prati delle mura le pecore merinos che aveva fatto venire dalla Spagna”).

Abbiamo avuto anche noi i Gargantua e i Pantagruel, padre e figlio, grandi mangiatori, creati dalla fantasia di François Rabelais nella sua opera uscita in cinque volumi tra il 1532 e il 1564. Leggete che cosa veniva servita alla tavola dei nove Anziani (siamo nel Settecento) che dimoravano nell’attuale palazzo della Provincia. È vero che mangiavano una sola volta al giorno, “verso le cinque del pomeriggio”, ma ciò non toglie che il loro appetito fosse un po’ troppo esagerato. Ascoltate dalla voce della Sodini: “Il menù comprendeva diverse portate. Cominciava con un piatto d’apertura che spesso consisteva in una zuppa con verdura di stagione oppure di funghi o alla francese. Venivano quindi due portate di magro che comprendevano tortelli e gnocchi di zucca, riso al sugo o in forno e paste “fusate”. A questo punto era la volta dei piatti di mezzo dove non poteva mai mancare, escluso il venerdì, l’allesso di cordesco assieme a tante gustosità: fricandò, germani sotto riso, ricottelle d’anatrotti, lonza in salsa, busecca alla milanese, fegato farcito, polpa alla svizzera, verdure fritte. Seguivano gli arrosti di pollastri, beccacce, beccaccini, pavoni, tordi, quaglie e beccafichi. Ma era al dessert che il cuoco dei signori Anziani, Pietro di Santi Puppo di origine genovese, dava il meglio di sé, servendo ai suoi ospiti squisite torte di cioccolato apprezzatissime nel ‘700, assieme a sfogliatine di caffè, pasticcetti e rosette di pasta frolla, pappardelle di zabaione, cialdoni e pan di Spagna e creme alla prussiana. Infine, gelato e sorbetti in ben quindici ricette diverse. Tenendo conto che l’unico refrigerante era allora la neve che, compressa in balle avvolte col fieno, veniva trasportata a Lucca dalle Apuane in tutte le stagioni dell’anno, si comprende bene la golosa attenzione allora riservata a queste squisitezze. Se ancora avanzava un po’ di fame ecco apparire sulla tavola degli Anziani, riccamente apparecchiata, anche grandi vassoi d’insalata, frutta e formaggio. Il tutto rallegrato da vini rari di Cipro, Malaga, Borgogna, Portogallo e Madera accanto ad altri di produzione lucchese. Del farro, del buccellato, della torta verde pare quindi che i rettori della Repubblica non sentissero assolutamente la mancanza.”.

Non ci provate, eh, a imitarli; sarebbe una iattura. Non essendoci più abituati, finireste diritti diritti all’ospedale con una pancia tesa come la pelle di un tamburo. Immagino che vi siate meravigliati di quanto potevano ingurgitare i nostri antenati, i quali, però, di tante altre meraviglie si nutrivano. Eccovene una. Non siamo ai tempi nostri, ma nel 1691, e degli elefanti giunti in Italia i Lucchesi di allora ricordavano solo quelli del grande Annibale, che li aveva aggregati al suo esercito con l’intento di sconfiggere i romani. E non aveva avuto alcun timore di portarseli dietro anche se doveva valicare le Alpi. Era d’estate, quando, in quel 1691, nella città fece il suo ingresso una compagnia di circensi che conduceva con sé un grosso elefante: “Non avendo mai visto niente di simile, la gente si accalcava per le strade per guardare quell’enorme animale che procedeva lentamente agitando la sua lunga proboscide che incuteva stupore e paura.”; “Raccoglieva oggetti, alzava con dolcezza da terra il suo padrone e riusciva, addirittura, fra lo spavento e la sorpresa di tutti, ad accendere la miccia di una pistola che sparava nuvole di fumo e coriandoli.”. Se gli adulti erano stupiti, chi sa che ne era dei bambini; li immagino ad occhi spalancati, immobili, attoniti, increduli e incapaci, per la sorpresa, di battere le mani. Al contrario di quanto succede oggi, in cui i circhi e gli zoo sono, non so per quanto tempo ancora, diffusi non solo in Italia ma nel mondo. Sappiamo che quando se ne uscì, passò attraverso Porta San Donato, la porta della mia felice infanzia, essendo cresciuto nel rione popolarissimo di Pelleria.

Più sopra avete appreso della visita che fece a Lucca la regina Cristina. Nel leggere quel capitolo, mi ero ricordato che un altro monarca era arrivato da noi e mi sarebbe piaciuto che fosse nominato. La Sodini doveva aver pensato a me quando preparava la serie di articoli da consegnare a “Il Tirreno”. Sapeva bene che io questa curiosità l’avrei letta volentieri. E cosa succede, infatti: che me la ritrovo soddisfatta  nel capitolo “Il gioco del calcio alla Piaggia Romana”. Chi fu costui? Nientemeno che il re di Danimarca, Federico IV, che arrivò da noi il 25 aprile del 1709, “accolto nella dimora di Carlo Mansi tutta ‘allumata’ da torce ‘dentro e fuori’.”. Di questo re ci racconta ampiamente il danese Johannes Joergensen (1866 – 1956) nel suo libro “Gemma e altre storie lucchesi”, pubblicato nel 1983 a cura di Lorenzo Del Zanna. Ci svela anche che il re era già stato  da noi nel 1692, quando ancora era principe (“Palazzo Controni fu messo a sua disposizione”) e, in occasione dei numerosi balli che si tennero in suo onore, si era innamorato di una nostra concittadina, “Teresa Trenta, figlia del Senatore Jacopo Trenta. Ella aveva allora ventidue anni.”. È descritta come “savia ed elegantissima donzella affascinante per la bellezza e lo spirito”, “promessa in sposa al Conte Filippo Ercolani di Bologna””.  Ma Teresa respinse la corte del principe con questa parole: “La religione che io professo con piena convinzione sarà sempre un ostacolo al mio assenso, e la professione di Vostra Altezza oppone una difficoltà insuperabile.”. Il principe, tornato in Danimarca, “sposò nel 1695, per ragioni politiche, una brutta principessa tedesca e salì al trono, dopo la morte di suo padre nel 1699, col nome di Federico IV”. Non dimenticò mai Teresa. Fa eseguire un proprio ritratto indossando le sue vesti regali, “gli fa fare una cornice di diamante e lo manda a Teresa Trenta.”. Solo dopo qualche mese si vede recapitare un pacchetto, proveniente non da Lucca, ma da Firenze; lo apre e vede che il suo ritratto è stato restituito ed è accompagnato da “un piccolo crocifisso d’argento e, sotto un biglietto con queste parole: ‘Ecco il vero ritratto del mio sposo – e colla firma ‘Suor Maria Maddalena Trenta, carmelitana scalza’.”. Era successo che anche Teresa si era innamorata di lui; il fidanzato, accorgendosi del suo turbamento, l’aveva lasciata, e lei, restata inutilmente in attesa di un segno del suo amato, alla fine aveva scelto – “la freschezza del suo volto, alterato da tristezza e da pallore, veniva meno” – di rinchiudersi nel  “Convento di Santa Maria Maddalena a Firenze”.

In una mia leggenda, “La piccola strega”, immagino la protagonista Alipia, brutta e deforme, inginocchiata all’interno di Palazzo Pretorio mentre passa la processione che la parrocchia di San Tommaso in Pelleria teneva ogni Venerdì Santo, e a cui partecipava numerosa la città. Prega per chiedere il miracolo che il lettore si immagina, e l’otterrà, con sorpresa di tutti, diventando bellissima e irriconoscibile. Il racconto “Violenza fascista” mi ha fatto ricordare che lì avvenne anche una tragedia il 14 dicembre 1920, quando in occasione di uno sciopero contro l’aumento dei prezzi, vi si tenne un comizio socialista e le squadre fasciste fecero di tutto per impedirlo, finché si cominciò a sparare e si ebbero “19 feriti e 2 morti”. Piazza San Michele è suggestiva anche per quel bel Palazzo che ha archi armoniosi, sormontato da un grosso orologio circolare, e dalla cui loggia Matteo Civitali tiene gli occhi fissi sulla sua Madonnina collocata sull’angolo della chiesa. Quando d’ora in poi ci passerò davanti non mi limiterò soltanto a immaginarci la mia Alipia inginocchiata, ma cercherò di rivedere la scena di quegli assurdi spari e della folla che cadeva sotto quei colpi.

La donne di Lucca sono sempre state belle; le giovani, poi, fanno impazzire, tanto vaporosa è la loro leggerezza e spregiudicato il loro sorriso. Hanno anche gambe dritte, formose, che oggi mettono in mostra ad ogni occasione, la moda moderna permettendoglielo. È forse per questo che Lucca ha dato i natali, nel 1883, a Pilade Franceschi che, da modesto giornalista, per un’idea che gli venne improvvisa, si fece maestro calzettaio e divenne così celebre che nel suo laboratorio, trasferitosi a Milano, transitavano le donne più famose dell’epoca. Pilade sapeva trattare le gambe delle donne; le aveva avute sotto gli occhi nella sua amata città fin da ragazzo e ne aveva potuto apprezzare l’irresistibile fascino. Così alla bellezza naturale aveva pensato bene di unire la bellezza dell’artista che sapeva trarre dall’esperienza lucchese la propria, e ben remunerata, ispirazione. Una targa lo ricorda “collocata in una sala interna dell’osteria Baralla”, che frequentava ogni volta che veniva a Lucca, “solitamente a settembre”. Fu lui, che aveva il bernoccolo degli affari, a trasformare in maharajah il fiaccheraio lucchese Natalino Sanguigni, conosciuto proprio a Baralla, e che condusse a sue totali spese a Milano, fece sfilare per le più belle strade della città, e un giorno lo introdusse nel suo negozio dove acquistò numerose paia di calze “Mille Aghi”, lodandone la qualità e la bellezza. Di questo maharajah si occuparono anche i giornali e Pilade raggiunse così il suo obiettivo pubblicitario. A pensare a Natalino che “guidava una vecchia diligenza – poco più di un carro con quattro teli grigi – che trasportava roba e passeggeri dalla stazione di Lucca fino, o poco oltre, San Lorenzo a Vaccoli”, viene in mente il vetturino forse più celebre, il grande Quartuccio (il suo vero nome era Ruggero Giusfredi), con il suo ronzino Charlot spesso ubriaco quanto il padrone (da lì il nomignolo di Quartuccio), e con il suo cagnolino che metteva sempre a cassetta seduto accanto a lui. Natalino morì il 24 gennaio 1983, Quartuccio il 2 dicembre 1973. Sicuramente si conobbero e si stimarono. A Quartuccio l’autrice dedica un bel capitolo, “Il cavallo Charlot e il suo padrone Quartuccio”, in cui è il cavallo a narrarci la storia. Tornando a Pilade Franceschi, fu sempre lui che riuscì a far pervenire a Lucca, da Milano, il bel busto bronzeo di Alfredo Catalani, opera del 1908 di Achille Alberti, che si può ammirare “In un angolo del ballatoio fra la prima e la seconda rampa dello scalone di palazzo Orsetti”. Insomma, questo maestro calzettaio, grazie anche alla fama raggiunta, fu utile a Lucca in molte circostanze. Ma quanti Lucchesi lo conoscono? Ecco uno dei tanti meriti di questo libro.

All’estero i Lucchesi seppero farsi onore, e l’autrice ricorda uno di questi, Frank Pretini, che partito da Lammari e arrivato a San Francisco “nel novembre del 1922 con 5 dollari in tasca”, riuscì a costruire una catena di negozi di gastronomia: “fu l’inventore della prima catena di gastronomia di qualità.”.

Quando siete davanti alla bella chiesa di piazza San Michele e guardate il maestoso arcangelo che vi sta in cima a vigilare sulla città, e magari cercate un punto della strada da dove possa vedersi il brillio dell’anello, ricordatevi che davanti a voi, un tempo, di lì passava il canale Natali e per entrare in chiesa si doveva varcare un ponticello. Lo ricordo nella mia leggenda “Il regalo dell’Angelo”. Ma la Sodini non pensa affatto al mio Costantino che ogni giorno lo attraversava per andare a pregare Dio affinché gli desse la forza di aiutare i poveri, così numerosi; no, l’autrice ricorda un fatto veramente accaduto, che ha dunque la forza della Storia. Il tiranno di Pisa e di Lucca Giovanni Dell’Agnello, fermatosi insieme con alcuni dei suoi su quel ponticello (era il 5 settembre del 1368), se lo vide sfasciarsi e rovinare per “vetustà” così che egli con tutti i suoi compagni finì nel canale, addirittura rompendosi il femore. Si dice che da quel momento incominciò la sua sventura che si concluse con la sua cacciata dal dominio delle due città.

Mi sono sempre domandato  chi fosse quel personaggio raffigurato nel busto bronzeo che si trova a destra della facciata del Famedio del nostro Cimitero monumentale. La pigrizia e la difficoltà del nome mi avevano fatto desistere dal fare qualche ricerca. Ora lo so. Si tratta del conte Alfred Emilien de Nieuwerkerke (1811-1892), scultore e diplomatico francese, dalla vita sentimentale avventurosa, che al termine della sua carriera si ritirò in Lucchesia acquistando, nel maggio 1872, l’attuale villa Rossi, “fatta costruire agli inizi del XVI secolo da Francesco Burlamacchi su disegno di Nicolao Civitali.”. Il busto fu opera di Jean-Auguste Barre (1811-1869).

Sono contento di aver trovato anche un ricordo di Elena Zareschi (il nome vero: Elina Lazzareschi), la grande attrice di teatro che nata, a Buenos Aires nel 1916, a 7 anni venne con la famiglia a stabilirsi a Lucca dove morì il 31 luglio 1999, alle porte del nuovo millennio.

A conclusione, devo confessare  che, letto il libro, piacevolmente scritto e ordinato, sento di essere stato baciato dalla fortuna, la quale, scegliendomi tra milioni di esseri umani sparsi nel mondo, mi ha concesso di vivere in una città che ha una storia tutta particolare, ricca e affascinante.


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Invito tutti a non inviarmi più libri in lettura. Per mancanza di tempo, e dall'11 novembre 2013 anche di salute, non posso più accontentare nessuno. Così pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Chiedo scusa.
Bart