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Stagi, Divo

11 Ottobre 2019

Racconto della mia vita
Il mio papà

Racconto della mia vita

Classe 1924, 95 anni compiuti, nativo di Fagnano, il paese confinante con il mio di Montuolo, Divo Stagi sembra un giovanotto. Fisico praticamente asciutto, di buona altezza, lucida la mente, invidiabile la memoria, lo conoscono in tanti a Lucca per il suo carattere gioviale, il piacere della conversazione e soprattutto l’amore per il prossimo. Si può dire che abbia mantenuto intatte le qualità che lo hanno contraddistinto nella vita. Tuttora si adopera per gli altri, a cui dona il proprio ottimismo e il prorompente desiderio di diffondere il bene.

Quest’anno, 2019, si è voluto levare la soddisfazione di scrivere anche un libro sulla sua vita. Vanità? No. Ancora una volta un servizio agli altri.
Infatti, ciò che incontreremo nel libro sono soprattutto le sue memorie di guerra e l’insegnamento secondo il quale ogni guerra porta con sé lutti e rovine che lasciano una traccia indelebile non solo nell’individuo, ma pure nella società, che ne resta sconvolta e marchiata per sempre.

“Attribuisco la mia formazione per il 50% alla mia famiglia, per il 40% ad alcuni dei tanti insegnanti della scuola che ho frequentato e per il 10% al gruppo e alla società.”. È, questa, la rappresentazione di una società scomparsa, e una delle testimonianze più forti del racconto autobiografico che andremo a leggere.

La famiglia e la scuola sono state fino alla metà del secolo scorso il caposaldo formativo di ogni generazione, fosse essa aristocratica, o borghese, o popolana. La famiglia soprattutto. La scuola lo è diventata a poco a poco, a mano a mano che l’insegnamento si diffondeva anche tra le classi più umili. Le amicizie avevano pure un loro peso, meno la società in cui si era inclusi, valendo molto di più la semplice vita dei rioni in città e delle corti in campagna.

Oggi tutto è rovesciato. La famiglia si è disgregata e le coppie facilmente si dividono al primo sentore di sofferenza e di inadattabilità, scomparso il dovere e il sacrificio soprattutto nei confronti dei figli. La scuola ha perso rigore e competenza, mobile ad ogni spirare di vento; lo studio e la preparazione didattica, anche del corpo docente, sono diventati una opzione individuale. Per fortuna, ancora ci sono famiglie, studenti e insegnanti capaci di testimoniare i propri doveri morali e civili, ma il loro numero è così esiguo che la loro influenza nella società è assai ridotta.

Disciolti questi valori, l’individuo si forma sull’esempio modaiolo diffuso da chi mira all’egoismo e al guadagno, diventando così, anche inconsapevolmente, una delle tante canne al vento. Libertà e desiderio si sono allontanati dal senso della coerenza e del dovere. La ragione è stata messa al servizio del piacere e del permissivismo, così che la società punta a divenire uno sfrenato e orgiastico sabba piuttosto che una comunità regolata da diritti e doveri.

La prima parte del libro, narrando l’infanzia e la prima giovinezza dell’autore, rievoca, appunto, usanze e tradizioni, tanto religiose che popolari, che si sono perse o non hanno più il rilievo e la suggestione del passato.

Ecco come si svolgeva il rito della comunione agli infermi: “A volte dopo la Messa c’era da portare la comunione agli ammalati e allora dalla porta laterale della chiesa si snodava tra le nebbie del mattino una piccola processione di povera gente con alcuni ceri accesi e Tanislao, il sacrestano che faceva l’infermiere all’ospedale, alzava con gesto solenne sopra il prete un ombrello di seta ricamato dalle suore di Vicopelago. Io precedevo il prete e portavo appeso al collo un altarino in legno pregiato fatto da Pellegro. Giunti alla casa del malato tutta la gente della processione sostava fuori in preghiera. Il prete ed io venivamo ricevuti dai familiari con tanto rispetto e accompagnati in camera del malato. A quel punto io aprivo l’altarino e lo posavo sul comò dove trovavo sempre steso un centro di lino bianco ben ricamato e due candele accese. Il prete tirava fuori da una scatolina d’argento che teneva appesa al collo l’ostia consacrata e tutti ci si inginocchiava per seguire le preghiere e la cerimonia della comunione. Al termine, se la casa del malato era vicina, la piccola processione rientrava in chiesa compatta, altrimenti si scioglieva fuori dopo un’ultima preghiera recitata tutti assieme.”.

La fanciullezza di Divo si dispiega tra la famiglia, molto religiosa, soprattutto la madre Emma che gli inculca “quello spirito di Fede”, e la Chiesa, che ha in Fagnano un parroco, don Federico, che lo vuole sempre vicino a sé, il quale gli lascia in eredità un bel tavolo da cucina affinché si ricordi sempre di lui. A don Federico succederà don Gino Modena, “Aveva 26 anni ma ne dimostrava ancora meno. Alto, magro, faccia bianca da studente appena sfornato dall’esame di maturità.”, al quale sarà lui a fare il discorso di benvenuto e ad offrire un mazzo di fiori. Don Gino morirà giovane, a 49 anni, nel 1955, a causa di un male incurabile. Aveva retto la parrocchia dal 1932 al 1955: “Quel prete influì molto nella mia formazione sia religiosa sia culturale.”.

Anche il padre Agostino (soprannominato Gustino), antifascista risoluto, sarà importante: “Ecco chi sono quelle persone lì, si chiamano fascisti e io sono antifascista. Per il momento non è il caso di dirti altro. Ne riparleremo quando sarai più grande ma da quella gente stacci più lontano che puoi.”; “Gustino aveva una fede robusta in Dio ma voleva saper poco di Chiesa e ancor meno di preti.”. Aveva trascorso vent’anni in America e “a San Francisco in California era riuscito a comprare un’isola creandovi una fattoria con 80 operai.”. Siccome Divo, incoraggiato dalla madre Emma, chiamata in famiglia la Baiocca (per via del suo cognome Baiocchi), tutte le mattine si alzava per andare a servire la Messa delle sei, Gustino non mancava di dire la sua, a lui e alla moglie, ossia che era tutta fatica sprecata: “Quando il Signore sa che gli vuoi bene, non occorre andargli a rompe’ le scatole tutti i giorni.”. Teme che il figlio sia indotto a farsi prete e un giorno, il ragazzo più grandicello, gli ricorda che lui tra i 5 figlioli è il più piccolo, ma l’unico maschio e deve tramandare il cognome di famiglia (ho conosciuto tre delle quattro sorelle di Divo, che in casa chiamavano anche col soprannome di Poldo: Diva, che abitava a Montuolo, come me – lei e mia suocera Angioletta erano molto amiche e anche parenti per parte del marito Americo detto Vincenzo -, Silvia e Lola. Non ricordo di avere conosciuto, invece, Gina).

Il fascismo, coi suoi riti, lo attrae. Gli inni patriottici soprattutto, e li insegna addirittura nella sede del Fascio a Fagnano. Ogni volta che si tengono riunioni fasciste è preso da entusiasmo: “A me questi incontri piacevano e ci partecipavo con orgoglio con la mia bella divisa ben stirata dalle mie sorelle e gli scarponi alla militare ammorbiditi col grasso di maiale, la sugna.”.

Ci racconta di una sfilata al suo paese in occasione dell’anniversario della marcia su Roma, che avvenne il 28 ottobre 1924. Il corteo doveva fare omaggio ai caduti della Prima e della Seconda guerra mondiale, i cui nomi sono elencati nella lapide murata sulla parete del campanile della chiesa parrocchiale. Mentre sfilano, sull’uscio di casa ad osservarli c’è un certo Lazzaro Stagi, sui 60 anni. Il Vicesegretario Federale, Ceragioli, lo invita a prendere parte al corteo, ma lui rifiuta, cosicché il fascista “lo schiaffeggiò e lo spinse in casa a calci.”.

Divo ci fa sapere quanto quest’uomo odiasse il fascismo rivelandoci che aveva, per questo motivo, rifiutato di congiungersi al corteo che si recava a deporre una corona d’alloro presso la lapide dove erano scritti i nomi dei caduti del paese, di cui il primo era quello di suo figlio e il secondo quello di suo nipote.

È il primo degli episodi che lo indurranno a riflettere sulla vera natura del fascismo. Il secondo (“Pochi istanti che rovesciarono la mia vita.”) gli accade nel corso dell’adunata che si tiene in piazza San Michele in occasione della dichiarazione di guerra pronunciata da Benito Mussolini il 10 giugno 1940: “In quel clima sentii sbottare il Prof. Favilli che era proprio al mio fianco. Disse con voce alta e ferma: ‘Che come maestro quell’uomo non era buono a nulla, lo sapevo ma che come statista non si renda conto che con questa dichiarazione di guerra porta l’Italia alla rovina, non lo potevo supporre.’
Gli si affiancarono subito due militari in divisa della Milizia e lo trascinarono via. A scuola non si vide più e si venne a sapere che anche a lui toccò l’umiliazione della purga con l’olio di ricino ed il carcere in S. Giorgio per qualche anno. La sua famiglia rimase alla fame.”.

Un ragazzo di cognome Vignolo che aveva scritto sulla parete del gabinetto “Abbasso il Duce”, “fu sospeso per sempre da tutte le scuole del Regno.”.

Sorprende in questa lettura la lucida memoria dell’autore che non solo non dimentica i fatti che sono accaduti intorno a lui, ma ricorda anche fisionomie, nomi e soprannomi dei protagonisti. Bravo in tutto, come risulta dalla sua autobiografia, ha avuto in dono una memoria mirandolesca. Si potrebbero fare esempi a iosa, ma scelgo questo, assai suggestivo, poiché ci descrive un esorcismo fatto dall’insegnante di religione, padre Birindelli, un domenicano del convento di S. Romano, a Lucca: “Un pomeriggio di novembre, all’uscita della scuola quando già cominciava a far notte, io e un gruppetto di sei studenti dei più coraggiosi, bussammo alla porticina sul dietro del convento di S. Romano all’ora convenuta e Padre Birindelli ci fece entrare. Un corridoio stretto e poco illuminato conduceva alla grande chiesa che a quell’ora era chiusa ai fedeli.
Nel buio di tomba alcune candele disseminate qua e là tra i vari altari, creavano un po’ di luminosità con effetto cimitero.
Padre Birindelli accese qualche fioca lampadina e poi ci spiegò: ‘Mettetevi comodamente seduti dove volete e, se vi piace osservare da vicino ciò che io farò, potrete avvicinarvi quanto volete, ma vi raccomando di stare in assoluto silenzio.
Io arriverò in cotta e stola sacerdotale, accompagnerò una ragazza pervasa dal demonio e cercherò di liberarla con un rito assai impegnativo sia per me, sia per la ragazza. Raccomando di nuovo assoluto silenzio e non abbiate paura.’
Detto questo uscì di chiesa e dopo pochi minuti rientrò tenendo per mano una bella ragazza sui 18 anni, accompagnata dal padre, la quale avanzò con passo sicuro verso l’altare della Madonna collocato a metà della parete destra di chi guarda l’altare principale.
Padre Birindelli iniziò il rito leggendo sottovoce preghiere da un grosso libro posato sul leggio e ad un certo momento tracciò con la mano un segno di croce sull’immobile ragazza. Non l’avesse mai fatto: la ragazza emise un grido forte come un boato e balzò indietro. Padre Birindelli si azzittì per un attimo, poi prese la ragazza per mano, la ricondusse al posto di prima e riprese a leggere sottovoce. Dopo qualche minuto, finita la lettura, il frate zuppò l’aspergis nella piletta dell’acqua Santa e benedisse la ragazza la quale cominciò a saltare prima sulle panche, poi sugli inginocchiatoi e poi salì su di un alto panchetto laterale e piombò giù facendo un saldo mortale e gridando con urla disumane.
Il frate, impassibile, riprese a leggere e, ad una seconda benedizione con l’acqua Santa, la ragazza si allontanò di nuovo dal frate per qualche metro facendo enormi salti e poi si voltò di scatto e siccome ci sembrò di vederla piombare su di noi, scappammo tutti con la velocità di un fulmine e lasciammo la chiesa a gambe levate.
Dopo qualche giorno, all’ora di Religione, il Padre Birindelli ci disse che avevamo fatto male ad andarcene e che l’errore più grave da noi commesso fu quello di non avere avuto fiducia in lui.
Chiedemmo scusa assicurandolo che da quel momento avremmo creduto all’esorcismo ma di tornare a vedere non ne volle più sapere nessuno di noi.
Anche quell’anno fui promosso a pieni voti e il risultato lo conobbi quando attaccarono i cartelloni degli scrutini perché Padre Birindelli non era disposto ad anticiparci i risultati.”.

Siamo nel 1941, e anche Divo si prepara, insieme con altri giovani, alla guerra: “… l’inizio del nuovo anno scolastico, mi portò un’altra sorpresa: l’obbligo di seguire il corso premilitare che impegnava il pomeriggio di tutti i sabati dell’anno fino al richiamo alle armi: una bella doccia fredda! Per i giovani della mia zona si svolgeva nel paese di Montuolo. Eravamo una trentina dei quali solo io e un altro di Cerasomma avevano proseguito gli studi oltre la quinta elementare.
Non c’era una sede e il corso si svolgeva all’aperto sia in caso di sole, pioggia o neve, in Via della Polveriera lungo il poggio del fiume nel tratto di circa 800 metri che va dalla casa della pastora fino a Nave.”; “Per imparare a distinguere la destra dalla sinistra ci vollero diversi mesi e molte ripetizioni di domenica mattina per i testoni.”.

La scrittura dell’autore è spontanea e discorsiva, gergale quando occorre e affabulatrice, e rende in immagini ciò che racconta.

Divo si era costruito da solo una radio a galena e seguiva attraverso i comunicati di Radio Londra “l’andamento della guerra sui vari fronti…”; “Venivo così a sapere che ai primi del 1942 le operazioni sui vari fronti non andavano come ci veniva descritto dai nostri giornali o dai nostri professori, tutt’altro.”.

Nel 1943 si diploma ragioniere, ma corre il pericolo di essere arruolato nella Milizia, insieme con tanti altri studenti che avevano superato l’esame di Stato. Al Teatro del Giglio, dove sono stati radunati (“Il palcoscenico era affollato di Gerarchi in divisa e noi, più di un centinaio, ci fecero sedere nelle poltrone di platea.”), i gerarchi che presero la parola li invitavano ad arruolarsi poiché la Patria aveva bisogno di loro e “al fronte aspettavano queste forze fresche e che noi dovevamo arruolarci volontari nella Milizia.”.

Intanto apprende dalla sua radio a galena che il 10 luglio di quell’anno gli Alleati sono sbarcati in Sicilia.

Arriva il famoso 25 luglio con la caduta di Mussolini: “La gente sembrava impazzita e gli italiani diventarono improvvisamente da tutti fascisti a tutti antifascisti! Per prima cosa si avventarono sugli stemmi e simboli del fascio. Bruciarono ritratti del Duce e gagliardetti fascisti, con lo scalpello distrussero fregi e stemmi e cancellarono tutte le scritte sui muri inneggianti a Mussolini. I gerarchi diventarono invisibili ma, almeno da noi, nessuno li cercò e non mi risulta che ci siano state ritorsioni su di loro o che siano state loro restituite purghe di olio di ricino.”.

L’avanzata degli Alleati è inarrestabile. Le sorprese per Divo non mancheranno. Già si è reso definitivamente conto che le sue simpatie verso il regime fascista erano sbagliate e avrebbe voluto chiedere scusa a suo padre che era stato più lungimirante e lo aveva perfino avvertito sin da ragazzo, lasciandolo però libero di comportarsi come preferiva. Chi ha conosciuto Agostino (mia moglie tra questi), lo descrive come persona abile e intelligente, difficilmente ingannabile, molto attento e risoluto. Buona e generosa la madre Emma, la Baiocca.

Siamo all’8 settembre. Divo ha 19 anni, “in età di leva militare”: “Ricordo che in quei giorni mio cugino ‘Tondolino’, il compagno di giochi della mia infanzia che era militare in aeronautica di stanza all’aeroporto militare di Metato (PI), arrivò in corte col suo Capitano alla guida di un camion militare pieno di viveri. Il Capitano lo fece fermare in mezzo alla corte e dette ordine alle persone del posto di prendere tutto. Poi abbandonarono il camion nel greto del Serchio e si tolsero la divisa. L’esercito non c’era più!”.

È il momento in cui i tedeschi reagiscono ferocemente con rastrellamenti e rappresaglie. Un Comandante tedesco con suoi due attendenti prende alloggio nella casa di Divo. Il padre, che parlava bene l’inglese per i suoi 20 anni trascorsi a San Francisco e masticava anche un po’ di tedesco, riesce a farsi ben volere “da furbacchione com’era”, e tutto corre liscio. Il Comandante consente alla famiglia di ospitare in casa anche dei parenti fuggiti da La Spezia, “ben 14 persone di cui 8 bambini piccoli, parenti di mia madre”.

Per prudenza, ad un certo punto, Divo, consigliato dal padre, si allontana da casa e sale nei boschi di Meati presso la casa appartata della zia Adele, sorella della madre, a fare il boscaiolo (nella parte finale leggerete un dettaglio su questo lavoro, nel capitolo intitolato: “Il mio lavoro da ‘Ragioniere boscaiolo’”).

È da lassù che ode un assordante rumore e, incuriosito, scende al paese e assiste alla frantumazione delle campane: “Erano venuti i repubblichini assistiti dai tedeschi, a sequestrare le campane per farne cannoni.”; approfittando di un momento di distrazione di costoro “volli andare a prendere con le mie mani un pezzetto di campana che conservo ancora come reliquia perché in futuro parli come le pietre e racconti al mondo questa storia.”.

Giunge anche a lui e ai suoi coetanei l’ordine della Repubblica Sociale Italiana, trasmesso attraverso manifesti murali, di arruolarsi nell’esercito repubblichino, ma l’autore decide di non presentarsi e si nasconde sui Monti Pisani: “Me n’andai la mattina prima dell’alba, con un fagottino di viveri dopo essermi trovato inteso che il prossimo rifornimento me lo avrebbe portato una delle mie sorelle in cima al bosco della zia Adele, quando vedevo il bucato di lenzuoli appesi ad asciugare alla finestra di camera. (…) Mi cercai un punto dei più nascosti e mi costruii una piccola copertura di frasche dove potermi rifugiare per passarvi la notte.”. Incontra altri giovani renitenti (i primi partigiani) e stringono amicizia. Ogni tanto si ritrovano in punti del bosco concordati e conversano e non mancano di divertirsi: “c’era il ballo e arrivarono anche diverse donnine, giovani e meno giovani, disposte a tutto.”. Ma, al riguardo, Divo è prudente e si rifiuta di fare all’amore con loro: “non intendevo concedermi alla prima donnina che capitava e questo mi procurò delle occhiate di sbieco da parte di ragazze che conoscevo bene e che avevo respinto sebbene con molto garbo.
Anche quello era un rischio perché quelle donnine potevano diventare delle spie, ma feci bene ugualmente a correrlo perché al termine della guerra, nella villetta della levatrice De Rosas a Montuolo, furono dissepolti dalla Questura una ventina di feti ed io non me ne sentii sulla coscienza nemmeno uno anche se li avevo visti concepire tutti ed anche molti di più.”.

La zona in cui Divo e i partigiani si erano nascosti è conosciuta come “La Romagna”, e qui accadde il terribile eccidio che porta il suo nome. Chi va in pellegrinaggio all’Eremo di Rupecava, prima di inoltrarsi nel sentiero che conduce al santo luogo che ospitò anche Sant’Agostino, vede sulla sinistra il monumento che è stato dedicato ai caduti per mano dei nazifascisti. Tra quei nomi ve n’è uno caro all’autore, quello della donna, Iolanda, che un giorno, bussato alla sua porta, gli offrì “mani grandi ricolmi di pane.”.

Chi non veniva ucciso, una volta catturato dai tedeschi, era condotto a Lucca, alla Pia Casa, dove ormai i locali si erano riempiti di prigionieri. Succede anche a Divo di essere catturato e condotto lì, ma riesce a fuggire: “mi dettero un badile più peso di me col quale lavorai tutto il giorno, sostenuto dalle energie che potevano venire fuori da una gavetta piena di una poltiglia indefinibile.
La sera, a notte fonda, ci fecero disporre in fila indiana per ricondurci alla Pia Casa lungo il viottolo al lato dei binari ed io cercai di collocarmi al centro della fila stessa.
(…)
Nonostante la notte fonda, vidi una radura nella siepe di biancospino che costeggia la ferrovia e, con scatto fulmineo mi ci infilai portandomi dietro il badilone.
Al di là c’era un fosso pieno d’acqua e piano piano mi ci calai fino ad immergere anche le orecchie per sentire meglio i rumori e fu così che potei distinguere i passi leggeri dei miei compagni di sventura, dal passo pesante del militare armato che chiudeva la fila. Quando fui certo che il silenzio intorno era assoluto, uscii dall’acqua e cercai di rintracciare la via di casa infreddolito e umiliato come un povero cane randagio.”.

Gli Alleati ormai sono vicini, il loro cannoneggiamento è continuo. Si teme che anche Lucca venga colpita, e allora un gruppo di partigiani avverte gli Alleati che la città è stata liberata dagli stessi cittadini e i tedeschi sono fuggiti.

Stanno per arrivare a Lucca e chiudere così la guerra nel nostro territorio; vi giungeranno all’alba del 5 settembre 1944, ma il giorno prima a Divo capita di assistere alla morte del suo amico del cuore, Giovanni Bolcioni. Mentre tornano a casa, Divo avverte che c’è uno strano silenzio e lo dice all’amico, e sospetta che nelle vicinanze ci siano i tedeschi, ma “Giovanni proseguì e, quand’ebbe superato la villetta di Ada la magliaia, lo vidi crollare sotto una raffica di colpi di moschetto!”. Siamo in prossimità del ponte di Meati.

All’amico dedicherà alcune belle pagine per tramandarne la memoria. È da notare che anche in occasione del suo funerale, i rumori di guerra non tacciono davanti alla sua bara: “La cappella del cimitero era chiusa e poiché non trovammo la chiave, posammo la bara in terra davanti la porta d’ingresso che era vicina alla buca della sepoltura.
In quell’istante esplose una cannonata sul tetto della chiesa e fummo assaliti da una grandinata di tegole e calcinacci. Ci venne spontaneo di forzare la porta della Cappella per rifugiarci dentro ma non ci riuscimmo ed allora ci precipitammo nei fossati vicini. In men che non si dica arrivarono una decina di altre cannonate che sfondarono il tetto della Cappella del cimitero, scoperchiarono il tetto della chiesa e quello della canonica.”.

La narrazione prosegue oltre la liberazione di Lucca e ci rivela altre storie conosciute da pochi e che arricchiscono la testimonianza.

“La notte del 10 settembre, se non ricordo male, sentimmo rumori di camion, carri armati e camionette varie che si fermavano intorno alla chiesa.
C’era uno splendido plenilunio ma nessuno ebbe il coraggio di uscire per controllare che cosa stesse accadendo e solo al mattino, quando uscimmo per andare a lavorare nei campi, vedemmo lo schieramento di un esercito attendato sul piazzale della chiesa e nei campi vicini. Era arrivato l’esercito di liberazione e noi l’avevamo accolto con la stessa diffidenza riservata ai tedeschi, senza applausi e senza bandiere!”; “L’accampamento dei militari americani sostò da noi per molti mesi e, dopo un periodo di diffidenza, imparammo a convivere nel rispetto reciproco. La diffidenza derivava dal fatto che noi attendevamo l’armata americana come esercito di liberazione; invece, i primi ad arrivare furono truppe d’assalto composte da neri e marocchini con pochi scrupoli e alcune povere nostre donne furono violentate.
Ci furono risentimenti in vari paesi, ma dopo l’avanzamento verso nord delle truppe d’assalto e la loro sostituzione con truppe ordinarie, tornò la serenità.”.

Dopo aver ospitato nella sua casa il Comandante tedesco coi suoi due attendenti, il padre fa altrettanto con il Comandante americano e i suoi due attendenti, “Tommy di circa 20 anni e Andrea di circa 30.” (il quale ritroveremo verso la fine, nel racconto “La mia amicizia col soldato americano Andrea”). Il Comandante lo ricompensa fornendo molto cibo alla sua famiglia: “In casa nostra non mancava il cibo, ma le persone intorno a noi, e specialmente gli sfollati, morivano di fame.
Ogni giorno il Comandante ci mandava una quantità di alimenti sufficiente a sfamare una ventina di persone. Mio padre sceglieva l’indispensabile ed il resto lo regalava ai più bisognosi.”.

Questa che segue è la parte finale di uno degli episodi più letterariamente pregevoli per contenuto, scrittura, sapienza narrativa e capacità di controllo (per la verità, tutti i racconti finali si nutrono dell’espressione più eccellente della sua scrittura, che rivela anche toni ragguardevoli di sommessa ilarità; si legga in proposito “Finalmente si apre per me uno spiraglio: l’Università”).

Un colpo di cannone, sparato dai tedeschi, fermi a Ponte a Moriano da dove continuavano a colpire la città e la periferia, si abbatte su Via Boboli, a Sant’Anna. Quando la madre Emma viene a conoscenza del fatto, subito si preoccupa poiché lì abita il fratello Ghigo con la sua famiglia. Inforca la bicicletta, seguita da Divo, e giunge sul posto. La bomba ha colpito proprio la casa del fratello: “Saltò sulla bicicletta e si diresse a tutta velocità verso S. Anna. Io feci altrettanto, percorsi i quattro chilometri col cuore in gola ma non riuscii a raggiungerla.
Quando arrivai in Via Boboli lei stava aiutando i pompieri a rimuovere, con le mani, le macerie della casa sotto le quali c’era ancora mio zio che, da pochi minuti, era riuscito a dare segni di vita.
Mi unii a loro e dopo circa un’ora riuscimmo ad estrarre mio zio. Era scioccato, ma completamente illeso. Le sue prime parole furono: ‘Le ho sentite… le ho sentite morire tutte… perché non sono morto anch’io?’
Poco prima che arrivassimo noi, avevano estratto i corpi senza vita di mia zia Penelope, di circa 60 anni; di sua figlia Adina, di circa 40 anni e della nipotina di 9 anni.
Per tanti mesi avevano dormito al piano terra della casa, che era a tre piani e, proprio quella notte, avevano deciso di tornare a dormire nei propri letti ritenendo finito il pericolo dei bombardamenti. Dopo poco che si erano coricati, verso le undici, una cannonata tedesca, sparata da un cannone piazzato nella galleria ferroviaria del Piaggione, a Ponte a Moriano, colpì la loro casa e spazzò via i piani superiori.
Le tre donne morirono quasi subito, soffocate dalle macerie e lo zio si salvò protetto da una trave, ma non poteva urlare perché aveva la bocca piena di calcinacci. Quando arrivarono i pompieri, non riuscì a dare segni di vita e i pompieri se n’andarono.
Tornarono all’alba del mattino seguente e in quel momento lo zio Ghigo riuscì a muovere una gamba e a dare segni di vita.
Non era la prima volta che vedevo mia madre di fronte alle tragedie, ma questa era senz’altro la più grave. Non vacillò un istante. Non pianse. Parlava col fratello Ghigo come se lui riuscisse a capire.
Lo baciava. Lo rassicurava. ‘Ora fammi provare se muovi bene le gambe e le braccia’. Gli fece una visita come può fare un medico. Gli pigiava sul torace, lungo le costole davanti e dietro. Gli prese il polso e contò i battiti del cuore; poi disse: ‘Non ci hai fratture né colpiture, te la sei scampata e ora curati perché abbiamo tutti bisogno di te’. Poi aggiunse: ‘Ora ti vado a cercare un bel vestito perché vogliamo andare a salutare la tu’ gente e ti devi vestire bene perché Penelope ti ha sempre mandato vestito bene’.
I corpi senza vita della ‘su’ gente’: la moglie, la figlia e la nipote, erano stati composti dai pompieri, il meglio possibile, nella stanza che era stata, fino al giorno prima, il salotto della casa e che ora aveva la finestra e la porta come scoppiate.
Nessuno di noi riuscì a dire una parola e, dopo un lungo silenzio, mia madre guidò la preghiera per i defunti, poi andò a cercare il capo dei pompieri e gli chiese di accompagnare lo zio Ghigo e lei all’ospedale per una visita di controllo.
Quel cannone sparò ancora alcuni colpi all’impazzata; uno di questi colpì il Duomo di S. Martino e sfondò il tetto proprio sopra la cappella del Volto Santo e fece alcune vittime fra le quali due mie ex Insegnanti: la Prof. Calonaci, di francese e la Prof. Zagari, di musica.”.

C’è un filo rosso che unisce tutti gli episodi narrati in questo libro, oltre la prodigiosa memoria che li ha preservati, ed è la Fede, con la ferma certezza che ogni cosa che accade sulla Terra, buona o cattiva, contiene sempre le risposte che Dio dà a ciascuno di noi.

Non è un caso, perciò, che l’ultimo racconto, “La Messa di Mezzanotte del Natale 1944”, ci riporti alla celebrazione del Natale di quell’anno per svelarci che, se l’autore è riuscito a superare gli aspri eventi della guerra, ciò è dovuto in gran parte alla sua fiducia in Dio e alla sua voglia di vivere in un mondo contraddistinto dalla bontà e dalla generosità dell’uomo: “E venne, finalmente, Il Bambinello in mezzo a noi. Venne puntuale, alla Messa di mezzanotte, a condividere le nostre miserie.
Venne, anche se sapeva di non poter essere accolto dal festoso doppio di campane sequestrate dai tedeschi.
Venne, anche se le nostre poche candele erano finte, non di cera, ma di legno tinto di bianco ed emettevano luce fioca prodotta da aggeggi che io avevo realizzato alla meglio ed erano alimentate dal petrolio fornitoci dall’esercito americano appostato in prima linea.
Venne, anche se le panche erano andate in mille pezzi, se il tetto della chiesa era stato scoperchiato e l’organo secolare azzittito dalle cannonate tedesche.
Venne, anche se il nevischio cadeva su tutti noi e nessuno osava aprire l’ombrello per rispetto al luogo sacro, nella consapevolezza di trovarsi al cospetto di Dio fattosi Bambino e infreddolito come noi.”.

Il mio papà

Si legge, a proposito dell’autore: “Nasce il 28 aprile 1924 a Fagnano, da Agostino, agricoltore, e da Emma Baiocchi, operaia della Manifattura Tabacchi di Lucca.
È sposato e padre di due figli. Ha dedicato quarant’anni della vita lavorativa alla Cassa di Risparmio di Lucca dove ha ricoperto il ruolo di Direttore Centrale. Da pensionato, nella Parrocchia di S. Anna dove è vissuto per cinquantacinque anni, ha svolto attività di volontariato soprattutto nell’assistenza agli anziani. Appassionato di musica, ha diretto per tutta la vita cori parrocchiali ed è stato per diversi anni organista.
Si è sempre dilettato a scrivere dando vita ad alcuni volumetti che non sono stati pubblicati, ma offerti in dono ad amici. Tra questi ‘II mio papà’, una storia di emigrazione, poi pubblicato a puntate nella rivista ‘Lucchesi nel Mondo’.
È stato vincitore del premio “Custer De Nobili” a Coreglia Antelminelli per un raccontino in vernacolo lucchese. Attualmente abita in Via S. Donato a Lucca.”.

La campagna ad occidente della città di Lucca è lo sfondo costante della sua narrativa. Fagnano, il piccolo paese che gli ha dato i natali, distante pochi chilometri da Lucca, e che ha conosciuto un’antica civiltà contadina, ricca di tradizioni, ne è il perno.
A questo scrittore, che oggi ha 95 anni, Fagnano ha da donare la sua riconoscenza, poiché il piccolo mondo che l’ha caratterizzato, ed oggi scomparso, rimarrà, grazie a lui, nel tempo.
Recentemente un suo libro “Racconto della mia vita” (che si trova inserito anche nella mia raccolta: “Scrittori di guerra lucchesi”), uscito nel 2019, ci ha ricordato quei luoghi durante la Seconda guerra mondiale, insieme con le devastazioni, i lutti, le miserie che essa ha portato con sé, grazie a una scrittura avvincente in grado di restituirci l’esattezza degli eventi e la loro cornice storica e umana.

“Il mio papà” è venuto prima, alla fine degli anni ’80, e attraverso la figura del padre il racconto rievoca suggestioni e illuminazioni di un modo di vivere che non c’è più, ma che fu, a dispetto della fatica materiale che lo distinse, ricca spiritualmente e felice.
Il racconto dimostra quanto l’aderenza alla natura, il suo rispetto, l’armonia della creazione e la sua congiunzione con un Dio creatore buono e generoso, siano alla base di un modello di vita che meriterebbe di essere rimpianto e, pur nell’accoglienza della modernità, replicato, poiché esprimeva, con leggerezza ed armonia, lo spirito in cui si trascorrevano i giorni, fecondi e solidali. Perfino la guerra non riuscì mai, nel mentre disseminava dolore, ad intaccarne ricchezza e esemplarità.

“Mio padre era il più ricco tra i contadini della corte dove abitava. Si deduceva facilmente anche dalla quantità dei suoi raccolti, che era sempre di gran lunga superiore a quella degli altri contadini e ciò risultava ancor più evidente per il raccolto del granturco.
Nell’ottobre, appena finita la festa dello sfoglio, legava le pannocchie di granturco in grossi mazzi che poi appendeva a tralci di vitalbe che si procurava andandole a fare nel bosco e che disponeva poi in lunghe filze lungo la facciata della casa e della capanna.
A volte era costretto addirittura ad invadere anche una parte della facciata di casa di suo fratello Aniceto, l’unica che altrimenti sarebbe rimasta libera perché Aniceto, Capo del reparto falegnameria alla Manifattura Tabacchi di Lucca, non coltivava la terra e quindi non aveva né fagioli né granturco da appendere vistosamente alla facciata di casa.”.

Già questo incipit ci anticipa i profumi di quanto raccoglieremo con questa lettura. Lo stile è limpido, i ricordi asciutti e efficaci.
Quando occorre, l’autore lo arricchisce con una spinta discorsiva e popolare: siamo nella stanzetta dove si celebrava il rito dello sfoglio del granturco. Sono presenti Gustino il padre e i figli, che chiamava coi loro nomignoli: “Poi veniva l’assegnazione dei posti ed era sempre lui, chiamandoci con i nostri nomignoli, a dirci: Te, Segalina, mettiti là con lo staio e con questa seggiola che ha l’altezza giusta; te, Bazza mettiti qua con la quara e la panchetta che ci si munge; te Trasando prendi questo, te prendi quello… e te Poldo prendi la panchetta che ci si lava i panni, così ti ci metti a cavalcioni e con quell’aggeggio lì puoi scavicchia’ quanto ti pare; ma sta attento a non farti del male alle dita.”. Poldo è il soprannome che il Padre ha dato all’autore del libro.

Con la scrittura di Stagi non ci si annoia. Chi come me lo conosce vede una corrispondenza strabiliante tra il suo modo di scrivere e di parlare. È un invidiabile affabulatore e chi lo ascolta non vorrebbe mai che finisse il suo raccontare, adorno di ricordi così nitidi che appaiono come accaduti appena qualche giorno prima. Con una facilità che appartiene a pochi, ci trasporta nel passato facendoci provare la sensazione che esso appartenga anche al ciclo presente della nostra vita.

Questa parte occidentale della campagna lucchese, e il paese natale di Fagnano in specie, ha in Stagi il suo cantore, così come la parte orientale della Piana di Lucca lo ha in Giampiero della Nina, che ha fatto del suo paese natale, Porcari, l’epicentro simbolo di una realtà che non deve essere dimenticata.
Gustino, il padre di Divo, fece parte della lunga fila di emigranti che andarono fuori dall’Italia in cerca di fortuna, in Europa e perfino nelle Americhe, e racconta (è il figlio che lo trasforma nell’io narrante): “Avevo 16 anni quando nel 1899 mi resi conto che in Italia non era possibile trovare un lavoro adatto a me e decisi di emigrare in America seguendo l’esempio di altri miei paesani che erano partiti qualche anno prima e dei quali però si avevano scarse notizie.
I soldi per il viaggio me li trovò mio padre dietro la promessa che al più presto glieli avrei mandati perché potesse restituire il prestito.”.

Da notare il facile scivolamento, che avviene con una delicatezza e leggerezza mirabili, dell’autore nelle vesti del padre diventato nuovo io narrante. Vi si forma una corrispondenza e una congiunzione di anime letterariamente affascinanti. Attraverso il figlio, il padre torna a vivere in una rinascita, meglio ancora in una resurrezione, che pare avere del miracoloso.

In America Gustino ebbe successo; aveva un’isola tutta per sé dove impiegava un’ottantina di operai. Vi restò qualche anno, ma poiché sua moglie, che lui chiamava la “Baiocca” (dal suo cognome Baiocchi), non aveva alcuna intenzione di lasciare l’Italia, fu costretto a tornare. Seppe sempre amministrare saggiamente la sua fortuna, facendone godere ai figli.
La Baiocca la conosce poco prima di emigrare. Avuto dai genitori, prima che partisse, il permesso di andare dove voleva, scelse di recarsi nel vicino paese di Meati, dove – si era nel periodo di Carnevale – si celebrava il “Bruscello”, una recitazione popolare della tradizione contadina che attirava molta gente, divertendola o comunque facendola riflettere su vari aspetti della vita, qualche volta anche religiosi.
Così racconta: “Il giorno successivo era una Domenica di carnevale (del 1899) e, dopo essere stato al Vespro, mi sentii autorizzato ad andarmene da solo, cioè senza l’accompagnamento dei miei fratelli, nel vicino paese di Meati a vedere il ‘Bruscello’.
Era la prima volta che assaporavo la libertà totale ed ero ben consapevole che questo grande privilegio mi era stato concesso con molto anticipo rispetto alle usanze.
Seguivo la scena del ‘Bruscello’ ma al tempo stesso mi sentivo autorizzato anche a rivolgere lo sguardo dove mi pareva e fu così che i miei occhi s’imbatterono nei capelli e nel volto di una fanciulla che per la sua semplicità e la sua bellezza, si differenziava da tutte le altre.
Anche lei seguiva il bruscello ed era in piedi dalla parte opposta alla mia così io potevo soffermarmi ogni tanto ad ammirarla perché la sua immagine si collocava all’altezza dei piedi degli attori che recitavano sul palco: un piccolo piano di tavole sistemato in mezzo alla corte.”.

Eccolo, infine, sulla nave che trasporta i migranti e che lui ribattezza col nomignolo di “affogagatti”:
“In men che non si dica, Genova scomparve. Poi, per qualche giorno, ogni tanto s’intravedeva laggiù in fondo un tratto di costa, prima dell’Italia, poi della Spagna, Gibilterra e poi si finì col vedere solo mare e cielo. Per giorni e giorni, sperso in mezzo all’Oceano, il piccolo bastimento che io chiamavo ‘affogagatti’ saliva in cresta a onde di 20 metri per poi calare a picco nella parte bassa.
Questo continuo fluttuare era per noi l’inferno e nessuno riusciva a mangiare o a trattenere nello stomaco un po’ di cibo.
Per molti giorni le polpette di mia madre furono l’unico mio alimento e ricordo che le assaporavo briciolina dopo briciolina senza mai poterne mangiare una intera per timore di doverla rigettare.
Il mal di mare è tremendo, specialmente quando ti paralizza per quasi un mese.”.

Restano affascinati dalla visione della statua della Libertà posta all’ingresso della Baia di Hudson: “La speranza riaccese la gioia sui nostri volti.”.
“Tutti noi emigranti venimmo fatti salire su un vaporetto e accompagnati all’isola di Ellis o della ‘Quarantena’, proprio sotto la statua della Libertà e lì fummo informati che dovevamo restare quaranta giorni in isolamento per evitare di trasmettere agli americani malattie contagiose di cui fossimo eventualmente affetti.”.

New York e gli Stati Uniti d’America rappresentavano per i migranti la realizzazione di un sogno e la culla della speranza. Nel paese della libertà per eccellenza si poteva finalmente sconfiggere la miseria: “Tra poche ore dimenticherò i sacrifici del mare e della quarantena e dopo un’altra galoppata di una quindicina di giorni in treno per attraversare gli Stati Uniti, sarò finalmente in California, a San Francisco, dove mi aspetta un lavoro sicuro, già prenotato per me.”.
L’immigrazione in quegli anni era regolata in modo che l’emigrante poteva lasciare il proprio Paese solo se a destinazione avesse già garantito un lavoro. Si andava, dunque, sapendo bene di dover affrontare una esistenza al principio dura e poco indulgente, ma di potere altresì avere modo di dimostrare le proprie capacità e il proprio valore.

Arriva a San Francisco dopo un viaggio estenuante in treno, dove si trovano altri emigranti che parlano varie lingue a lui sconosciute: “Fino a qui non ci avevo posto attenzione ma mi ero reso conto ugualmente che il paesaggio americano è di una monotonia spaventosa.
Subito dopo New York vengono immense praterie, immense distese tutte uguali, senza laghi e senza montagne! Cambia solo la tonalità del verde che è più intenso nelle zone coltivate e meno intenso o tendente al giallo nelle zone di pascolo o addirittura abbandonate.
Si camminava giorni e giorni senza incontrare un centro abitato, una casa o in qualche modo segni di vita.
Il treno si fermava raramente perché il deposito di carbone gli era sufficiente per diversi giorni e per approvvigionarsi di acqua il macchinista allungava un tubo come la proboscide di un elefante e, senza rallentare, la pescava in fossi dislocati a bella posta lungo il binario per chilometri e chilometri.”.

È una descrizione avvincente, ricca di movimento; quel tubo che raccoglie l’acqua lungo una fossa appositamente costruita e alimentata per chilometri e chilometri per soccorrere le necessità del treno rappresenta una rarità, un documento storico; per molti una scoperta.
Il lettore potrà rendersi conto da sé, e apprezzarla, della meticolosità e della precisione presenti in questo resoconto di viaggio durato giorni e giorni. Siamo di fronte alla storia autentica di una emigrazione narrata, attraverso i formidabili ricordi del figlio, con lo scrupolo di chi sa che ogni momento della sua vita è una scommessa di rischio e di speranza. Doverosa, vigile e costante l’osservazione: “Il treno si infilava in ampi canaloni tra pareti rocciose e per ore e ore non si vedeva una pianta o un filo d’erba. L’unica cosa bella era il loro colore rossastro che alla luce del tramonto lasciava incantati trasportandoci in un mondo di fiaba.
Spesso, giù nella parte più bassa, si vedeva qualche stradina che si stendeva come un nastro per chilometri e chilometri e lungo il percorso spesso si vedevano transitare carovane di carrozze coperte di teli chiari col tetto a volta, trainate da diversi cavalli e scortate da molte persone anch’esse a cavallo.”.
Il treno “Dopo qualche ora, cominciò ad accelerare vertiginosamente come non si era mai visto e rimase in quell’andazzo per molto tempo seminando fra di noi un po’ di panico perché eravamo in discesa tra dirupi paurosi e a qualcuno venne il dubbio che si fossero rotti i freni.”; “Ad un tratto sentii uno che gridava facendo dei gesti con la mano ma non riuscendo a capire cosa volesse dire, guardai gli altri e vidi che tutti indicavano giù in basso, in fondo alla scarpata. C’erano diversi vagoni e una locomotiva disseminati un po’ ovunque, precipitati qualche tempo prima forse per un deragliamento.”.

Gustino che, non scordiamolo, ci sta raccontando la sua avventura di migrante attraverso i ricordi del figlio, precisa: “Molti anni più tardi, quando ripercorsi questa linea ferroviaria per il mio secondo viaggio a San Francisco, seppi che quello sconfinato paesaggio dall’affascinante colore rossastro che avevamo attraversato per un tratto di circa duemila chilometri, è il famoso Colorado che per secoli e secoli ha inghiottito nei suoi Grand Canyon, migliaia e migliaia di pionieri che morivano di sete e di stenti galoppando col loro cavallo verso il Far West nella speranza, come me, di trovare un lavoro nella lontana e sconosciuta California.”.

Giunto a San Francisco è accolto dal cognato e dalla sorella e il suo primo lavoro è quello di â€œmanovale per la costruzione della linea ferroviaria di Santa Fe’”; â€œin pochi giorni le mani mi si ricopersero prima di bolle e poi di piaghe sanguinanti.”.
Esce da alcune disavventure che lo hanno visto ingannato dal cognato, grazie all’intervento di un italiano originario di Carrara, Ghigo, il quale gli offre un lavoro meno faticoso e più remunerativo, quello di fabbricare mine per abbattere le numerose sequoie che si trovavano lungo il percorso di una strada in costruzione che doveva condurre in Canada: “Sono qui da molti anni ed ora desidero rientrare in Italia. La mia famiglia abita sui monti di Carrara, siamo tutti cavatori di marmo e se vuoi io ti insegno un mestiere che non è pericoloso come sembra. Se vuoi ti insegno a fare le mine e poi ti lascio il mio lavoro che ti consentirà di recuperare in poco tempo il guadagno perduto. Pensaci un po’ e, se te la senti, vieni con me subito da domani.”.
Ma il suo aiuto non finisce lì. Gli dice che d’ora innanzi parlerà con lui soltanto in inglese, in modo da fargli imparare la lingua, senza di che non avrebbe potuto muoversi in quell’ambiente.

Quando Gustino ha padronanza del mestiere e della lingua, si congeda da lui: “Al momento di separarci mi ricordò che, quando avevo con me del denaro, dovevo viaggiare sempre armato tenendo la pistola ben evidente a portata di mano nel cintolone e non dovevo mai entrare in un ‘Saloon’ se non volevo finire disperso in una botola come il suo amico portoghese e poi mi raccomandò di non licenziare i due aiutanti perché erano dei lavoratori capaci e onesti.
Infine, dopo un abbraccio affettuoso come si può tra padre e figlio, se ne andò in Italia e non ne seppi più niente.
Ancora una volta mi venne da piangere ma questa volta erano lacrime di felicità per aver ricevuto tanto bene e quando meno me l’aspettavo, da un uomo apparentemente rozzo e di poche parole ma dal cuore grande come una casa e di una generosità da non potersi descrivere.”.

La conoscenza di Ghigo fa la sua fortuna: “Quel lavoro era una manna. Già guadagnavo bene facendolo come mi era stato insegnato ma io lo migliorai ancora e feci soldi a palate.”.
Quando il lavoro finì, poiché la strada in costruzione fu terminata, così racconta Gustino: “Al sopraggiungere di quella data, provai un enorme dispiacere anche se ero preparato. Liquidai gli aiutanti e dopo esserci salutati da grandi amici, andai in banca a controllare la cifra che ero riuscito a mettere insieme e quando la vidi lì scritta sul foglio col mi’ nome, rimasi strabiliato e incredulo perché non riuscivo a capire come tanti piccoli mucchietti fossero riusciti a fare un mucchio così grosso!
Mi prese il tremito e, uscito fuori, mi misi a passeggiare a lunghi passi tra le bancarelle del porto dove il profumo degli aranci, dei limoni e delle mele, mi aiutava a respirare a pieni polmoni per assaporare la gioia di aver conquistato finalmente anch’io la libertà… quella libertà che l’America, come chiunque altro, assicura sì ma a chi ha i soldi per pagarsela!”.

Più si avanza nella lettura e più ci si rende conto che questa testimonianza, così genuina e nitidamente e compiutamente espressa, ha un valore storiografico attinente alla nostra emigrazione dei primi del Novecento.
Non è un caso che questa storia sia stata pubblicata a puntate sulla rivista degli emigranti lucchesi intitolata “Lucchesi nel mondo”. Non sono molti coloro che hanno saputo renderla con tanta ricchezza di particolari e con un linguaggio così semplice, vivido e appropriato.
Gustino, bisogna riconoscerlo, è un emigrante speciale, poiché vocato dal suo dna all’imprenditoria. Attento osservatore, brillante inventore di tecniche di lavoro, appassionato in tutto ciò che fa, capace di intessere relazioni commerciali (quando abbatteva le sequoie con una tecnica tutta sua e ne trascinava i tronchi lungo il fiume Sacramento con un rimorchiatore che aveva appositamente acquistato battezzandolo col nome di “Gasolino”, incatenandoli uno dietro l’altro, aveva clienti dappertutto e le tante villette in stile Vittoriano che ancora si vedono a San Francisco, sono state costruite col suo legname), dotato di fiuto e intuito mercantile tra i più raffinati, Gustino appartiene alla schiera di quegli uomini che, o nel bene o nel male, hanno già segnato in partenza il loro destino.

Imbottito di soldi, un giorno, capita al mercato delle verdure, e, ormai padrone della lingua inglese, gli viene un’idea e domanda: “Mi venne un’idea che mi era trapelata nella mente la mattina prima tra i mille profumi del mercato e ritornato da quelle parti domandai a un grossista: ‘Da dove viene questa verdura?’ Rispose: ‘Dalle isole… da Oakland’. E così di domanda in domanda seppi che si potevano avere in concessione dal Demanio degli appezzamenti di terreno o addirittura delle isole. Il resto venne da sé e in pochi giorni riuscii ad ottenere in concessione demaniale per novantanove anni, la proprietà di un’isola grande un’infinità di acri, corrispondente a una ventina di ettari, sistemata nelle vicinanze di Oakland, cioè dalla parte opposta della baia ma proprio di fronte al porto di San Francisco.”.

Vi impianta una grande fattoria: “Cominciai con dodici cavalli, due aratri e feci costruire qualche baracca dove dormire. Inizialmente avevo una decina di operai che in due anni passarono a ottanta. I cavalli passarono a una venticinquina ed in più avevo molte vacche per il latte e per la carne da macello per nostro uso; e poi maiali, polli, oche, tacchini e due chiattoni dei quali uno, lo rimorchiavo al mercato tutte le mattine carico di verdure fresche e l’altro lo lasciavo in fattoria dove me lo preparavano carico per la mattina successiva.
I miei operai erano: portoghesi, francesi, spagnoli, norvegesi, giapponesi; qualche tedesco e anche indios ma non ci avevo nemmeno un italiano, così finii quasi col dimenticare la mia lingua materna.”.

Sembra che tutto proceda a rose e fiori e che l’emigrante Gustino abbia dimenticato il suo paese natale. Succede a lui come succedeva a tutti gli emigranti sia a quelli che lo precedettero che a quelli che lo seguirono. Il ricordo del passato ogni tanto, però, si presentava alla loro mente, spesso attraverso il sogno, e provocava una grande malinconia.
Il libro riporta alcuni di questi ricordi che ricompongono una realtà che non c’è più e il figlio Divo allega al testo alcune foto di luoghi che hanno conservato le tracce di quel loro passato. Scrive, Divo, queste didascalie sotto alcune delle foto: “Guarda papà, cosa ti ha trovato tuo figlio Divo?! Il fosso dove facevi gli scivolini è questo! È lì da quando costruirono la ferrovia nel 1834 ed è rimasto immutato nei secoli e ce li ho fatti anch’io. Anche la strada campestre che si vede è rimasta immutata e la percorrevo anch’io per andare a scuola a Montuolo dove andavi anche tu. Anche il treno è simile a quello dei tuoi tempi.”.
E sotto un’altra foto leggiamo: “E questo, caro papà è il cortile della Birreria Landucci in piazza della Pupporona!”. E ancora, sotto un’altra foto: “Queste foto le ho fatte io e qui è ancora leggibile la parola GHIACCIO. Te la ricordi?… È ancora la stessa scritta dei tuoi tempi!”.

Il libro è diventato anche un amoroso colloquio tra padre e figlio, un legame spirituale che unisce tra loro due epoche lontane e perfino due territori lontani. Infatti, il ricordo che nasce nel padre e si forma in quell’isola al di là dell’oceano, e il figlio che lo recupera attraverso il racconto e lo restituisce ai luoghi della sua infanzia, conducono ad unità due nature e due mondi che solo apparentemente non si conoscono. In questo modo, attraverso lo spirito dell’uomo, l’universo si fa piccolo, simile ad un nido che racchiude l’unico sentimento che può far muovere il creato, l’amore.

Il padre continua a raccontarci il suo viaggio della memoria proprio ricordandoci di quando a 13 anni andava a lavorare alla Birreria Landucci in Piazza della Pupporona, nella città di Lucca: “Il Landucci mi voleva bene e spesso mi mandava col barroccino a consegnare la birra alle varie Caffetterie della città ed io, percorrendo scalzo le strade lastricate in pietra, mi sentivo scottare i piedi lungo i tratti assolati e provavo un grande refrigerio quando li posavo sulle pietre lisce e fresche lungo i tratti ombreggiati.
Per le vie di Lucca spesso incontravo gente conosciuta che mi salutava e con la quale scambiavo anche qualche parola, mentre qui non ricevo mai un saluto da nessuno. Com’è difficile abituarsi a vivere tra la gente quasi del tutto sconosciuta e senza incontrare mai un italiano, mai una faccia amica o una qualunque altra persona con la quale poter scambiare un pensiero!”.

Ancora una volta è fortunato. Un giorno che esce dalla chiesa cattolica della Missione a San Francisco dove ha ascoltato la messa in latino, che gli fa sembrare di trovarsi nella chiesa del suo paese di Fagnano, scorge un gruppo di italiani che innalzano un cartello dove è scritto che cercano lavoro. Si avvicina e domanda se tra loro ci sia un toscano. C’è. Gli chiede da dove venga. La risposta quasi lo fulmina. Viene da Lucca, “Da San Concordio… dal Roton’ di San Concordio”; “Ci abbracciammo e venne a lavorare da me.”. Si chiamava Livio Lucchesi, bravo nel lavoro, e presto “diventò il mio braccio destro.”.

Nel 1906, mentre sta pensando di tornare in Italia per chiedere in sposa la bella ragazza che aveva intravisto nel corso della recita del “Bruscello”, San Francisco è colpita da un terribile terremoto: “La maggior parte delle case furono distrutte sia per i crolli, sia per gli incendi che divamparono subito per lo schianto delle tubature del gas. Anche la mia fattoria fu distrutta ma non da crolli o incendio: fu invasa dalle acque del mare che, agitate dal terremoto, rigonfiarono e travolsero gli argini dell’isola.
Noi ci salvammo salendo sui tetti delle nostre baracche e gli operai mi aiutarono a salvare qualche mucca e qualche cavallo. Tutto il resto e, ovviamente il raccolto, andò perso.”.

Ma, scampato il pericolo, incombe un’altra minaccia: il fallimento delle banche a seguito di una profonda crisi economica. Gustino conserva tutti i suoi risparmi in banca, ed è assalito dall’angoscia. Tutto il ricavato del suo faticoso lavoro potrebbe andare in fumo: “La gente si accalcava agli sportelli per prelevare e anch’io provai ad avvicinarmi ma non mi fu possibile perché c’era troppa ressa.
Dopo qualche ora di attesa e di penosa incertezza sul come sarebbe andata a finire, sentii un frastuono di trombe.
Le suonavano uomini a cavallo che precedevano uno strano corteo di poliziotti, pure a cavallo, i quali a loro volta scortavano delle carrette trainate da altri cavalli bardati a festa e ornati da striscioni con delle scritte a grossi caratteri.
Si trattava della banca del “Fugazi” quella dove io tenevo tutti i miei risparmi, la quale, per assicurare i propri clienti che le voci del suo fallimento erano infondate, aveva deciso di far uscire per le strade della città quello strano corteo di carrette piene di lingotti d’oro e di dollari in oro zecchino, in modo che tutti potessero vedere e tranquillizzarsi.
A quella visione anch’io tirai un grosso respiro di sollievo e tornato in fattoria, mi misi al forno a cuocere dolci per tutti senza però specificare il motivo.”.

Trascorre un anno e il pensiero della ragazza intravista al paese torna a farsi pressante; così decide di partire per chiederla in sposa, nella speranza che nel frattempo non si sia unita a qualcun altro, visto che era una ragazza molto bella e corteggiata.
Parte in condizioni assai diverse da quelle dell’andata. Ora non ha più “il fazzoletto da fagotti”, bensì un baule “pieno di cose pregiate” e il suo portafoglio è gonfio di dollari e “mi dava tanta sicurezza e tanta serenità.”.
Nell’attraversare il Colorado si trova a vivere uno di quei momenti che ci emozionano quando andiamo al cinema a vedere un film di cow-boy: l’assalto al treno da parte degli indiani (“indios”): “Nonostante queste belle premesse, il diavolo volle metterci lo zampino e, nella traversata del Colorado, quando il treno dovette rallentare a passo di lumaca per superare una delle tante ripide salite, fummo assaliti dagli indios i quali saltarono sui vagoni di fondo, quelli che trasportavano solo merce e per nostra fortuna, si limitarono a scaricare solo quelli tirando giù dalla scarpata d’ogni ben di dio.
Questo episodio mi fece capire il motivo per cui i treni avevano un locomotore anche in coda. Era per evitare che gli assalitori staccassero i vagoni di coda per lasciarli poi precipitare nel profondo dei dirupi e impossessarsi così della merce che contenevano.
Noi passeggeri sentimmo una lunga sparatoria con fucili e pistole e penso che ci fu anche qualche morto fra gli assalitori Perché sentii anche grida di disperazione di uomini che precipitavano lungo gli strapiombi rocciosi.”.
Il racconto ha di questi sprazzi in cui la descrizione diventa pellicola e movimento.

Quando si imbarca a New York, conosce una donna del suo paese, emigrata quando lui era ancora piccolo, la quale ha con sé la figlia ancora bambina, Dalida, “di cinque o sei anni”. La donna, vedova, è gravemente malata e non vuole lasciare la figlia sola in America. Ma muore nel corso della navigazione, colpita dalla tisi, come il marito pochi giorni prima: “Il Capitano si rivolse a me pregandomi di essere presente alla cerimonia funebre che lui avrebbe celebrato in coperta all’alba del giorno successivo; poi mi disse che avrebbe ufficialmente affidato a me la piccola Dalida perché io la consegnassi ai nonni in Italia.
All’alba mi presentai puntuale sul ponte della nave dove tutto era pronto per la cerimonia che il Capitano ufficiò con devoto raccoglimento come se fosse stato un prete.
Al termine del rito, due marinai chiusero la salma in un sacco e la calarono in mare poi il Capitano ci lanciò dei fiori di carta che non so come si fosse procurati. Più tardi mi mandò a dire che avrebbe gradito fare colazione con me e con la bimba che poi mi affidò come può fare un buon padre e aggiunse che per ogni necessità che fosse capitata durante il viaggio avrei potuto rivolgermi direttamente a lui in ogni momento, anche di notte.”.

Stiamo assistendo davvero ad una esperienza straordinaria che, molto probabilmente, ne ha poche altre di simili, ricca com’è di imprevisti e soprattutto di umanità.
Ci si domanda che cosa mai possa ancora capitare a quest’uomo e ci prende la curiosità di sapere al più presto che cosa il destino gli abbia riservato a proposito della piccola Dalida, ma specialmente a proposito della ragazza che non sa nulla di lui, forse nemmeno lo ricorda, e che Gustino è intenzionato a sposare. Sono trascorsi ben nove anni! Chi sa quante altre donne, vista anche la sua raggiunta agiatezza, avrebbe potuto trovare a San Francisco, straniere e italiane, ma quella ragazza, di cui non sa nemmeno il nome, gli è così profondamente entrata nel cuore, che non riesce a dimenticarla.
Il racconto, quindi, è anche la testimonianza di un amore speciale che, penetrato furtivamente nel cuore di un uomo come una minuta fiammella, ne ha prepotentemente preso possesso inondandolo della sua potenza e della sua malia.
Tutto in lui appare ora finalizzato a soddisfare questo suo invadente e dirompente amore. Sembra, addirittura, che l’intero suo destino possa dipendere da una tale conquista, senza la quale il percorso della sua avventura rischierebbe di arrestarsi e l’uomo di essere sconfitto.
Mentre per i genitori “riuscivo a malapena a ricostruire le loro sembianze”, “non avevo per niente dimenticato il volto della fanciulla di Meati”.

Sbarcato a Genova e preso il treno, arriva infine alla stazione di Montuolo, da lì, a piedi, raggiunge Fagnano: “Prima passai dai nonni di Dalida ai quali affidai la bimba che non voleva staccarsi dal mio collo perché non capiva una parola di italiano e non si fidava di loro perché non li conosceva, poi mi diressi verso casa mia e prima di entrare in Corte, mi dovetti fermare perché mi prese il tremito alle gambe.”.
Abbraccia la mamma che gli dice: “Come sei imbellito, ma la moglie ce l’hai?”; “Mio padre era a lavorare nei campi dove lo raggiunsi appena mi fui staccato da mia madre e l’abbraccio fu ugualmente affettuoso.”.
Ma ora deve pensare alla ragazza di Meati: “Salutati i genitori, i fratelli e gli amici, volli subito avere notizie della fanciulla di Meati ma non conoscendo il suo nome né quello dei suoi genitori, nessuno seppe darmi le notizie che desideravo e allora piantai tutti in asso e me n’andai di corsa a Meati per cercare di rintracciare almeno la casa dove ritenevo che abitasse.
Lì incontrai un giovanotto che non ricordavo di aver mai visto prima, il quale mi disse: ‘La figliola del mi’ sio muratore? Si chiama Emma, Emma Baiocchi.’.
Poi mi confermò che era ancora libera ma subito aggiunse che quella sua cugina non voleva saper di marito; che aveva scartato tanti buoni partiti e che aveva dato fiasco anche a lui.”. Gli confida pure che forse si è montata la testa da quando ha trovato lavoro in città presso la Manifattura Tabacchi.

Invece Gustino ha successo. Si mette in attesa su di un viottolo, “sotto il pergolone”, da dove Emma sarebbe passata a piedi di ritorno dalla fabbrica: “Quindi non mi allontanai da lì e non so dire quante volte lo percorsi in su e in giù. Ad un tratto, ecco che mi apparve nella penombra, là in fondo, la visione tanto desiderata!
No, non potevo sbagliarmi… era molto diversa dall’immagine dei miei ricordi, non più una fanciulla ma una ragazza matura, nel pieno splendore della sua bellezza…”.
Avviene l’incontro e la semplicità con cui si rivela l’amore tra i due è la parte più bella e emozionante del libro. La si deve riportare per intero: “’Buonasera, le dissi, mi riconosci?’…
‘Sì’, rispose dolcemente. Ed io: ‘Dopo tanti anni sono rientrato dall’ America per te: sei ancora libera?’…
‘Sì’, replicò. Aggiunsi: ‘Mi hai aspettato tutto questo tempo?’…
‘Sì’, disse ancora. Ed io incalzai: ‘Ma allora, quando eravamo al Bruscello, avevi visto che ti guardavo?’. Con mia grande meraviglia la risposta fu ancora:
‘Sì’. Non potetti resistere e senza rendermene conto, aggiunsi: ‘Io sono rientrato perché ti vorrei sposare, ma tu sei disposta a sposarmi?’. E lei, senza esitazione rispose ancora:
‘Sì’. A quel ‘sì’ mi emozionai e capii che non sarei riuscito a pronunciare altre parole. Allora mi venne spontaneo di allargare le braccia; lei fece altrettanto e finimmo l’uno nelle braccia dell’altra.”.
Non è, questo episodio, un modello di delicatezza e di semplicità?
Il racconto si arricchisce continuamente di contributi eccellenti e significativi come questo, ed altri di cui sì è già fatto cenno. Non è un diario qualunque; è una storia di lavoro, di speranze e di amore.
“Ora però c’è un’ultima cosa che debbo dirti: in tutti questi anni io sono riuscito a mettere insieme, in America, una grande fattoria con tanti operai e quindi appena sposati bisogna andare là almeno per qualche anno: ci vieni?… con la stessa semplicità e fermezza rispose: ‘no!’”.
In questa conversazione che sancisce il loro primo incontro, c’è il ritratto compiuto di Emma, una ragazza determinata, che ha saputo scegliere lo sposo quando ancora aveva 13 anni, e ha saputo aspettarlo, e che di fronte ad una richiesta così pressante rivoltale dall’uomo che ama, non nasconde la verità, pur sapendo che è una verità dolorosa.

Siamo nel 1908, e i due si sposano, è il 29 febbraio, nella quieta, antica e piccola chiesa di Meati: “Com’era bella la mi’ Emma nell’abito di seta nera ornato di ricami e di bottoni preziosi.”; “La cerimonia durò pochi minuti. Io mi rifiutai di rispondere alle domande che il prete mi voleva fare sulla dottrina e gli dissi che a quelle cose lì avevo già risposto da ragazzo.”. E qui si completa anche il quadro della personalità audace e vigorosa del nostro protagonista.
Emma attende un figlio, ma Gustino non può più rimanere in Italia, deve badare al suo lavoro in America, e, così, si vede costretto a partire.

Si arriva allo scoppio della Prima guerra mondiale e il Console italiano lo chiama insieme ad altri e organizza il rimpatrio. Viene inviato a Castagnavizza, sul fronte fra la Jugoslavia e l’Austria. “…ci spedirono tutti al fronte arruolandoci senza farci visitare da un medico per accertare la nostra idoneità fisica e senza preoccuparsi del fatto che nessuno di noi aveva mai visto un fucile o un’arma militare.
Fra le tante sventure, avevo il privilegio di trovarmi arruolato nella prestigiosa Arma dei Bersaglieri. ma al fronte non ci sono privilegi e la vita in trincea era un inferno per tutti.
Passavamo giorni e giorni chinati nel fango a scavare lunghe trincee e quando terminavano gli assalti, spesso alla baionetta, si faceva presto a contare i pochi sopravvissuti.
Quasi sempre erano i più giovani a morire ma, in quelle condizioni, anche il sopravvivere non poteva essere considerato un privilegio.“.

Grazie ad un permesso vede per la prima volta la sua primogenita, Diva; poi il fratello Aniceto, che lavora all’Ansaldo di Genova, dove si costruiscono aeroplani da guerra “quasi tutti in legno”, riesce a farlo assumere grazie all’amicizia col Direttore della fabbrica e Gustino, invece che tornare al fronte, ha la possibilità di condurre una vita un po’ più serena e di poter andare più spesso in licenza. Nel 1916 gli nasce un’altra figlia, e due anni dopo assiste alla fine della guerra: “Il 4 novembre del 1918, tutti i cantieri, tutte le fabbriche e tutte le navi alla fonda nel porto di Genova fecero suonare improvvisamente le loro sirene e contemporaneamente squillarono le campane di tutte le chiese della città.
La gente si riversò nelle strade e nelle piazze cantando inni di vittoria; i balconi dei palazzi, gli alberi delle navi e le gru del porto, si ornarono di bandiere e di striscioni tricolori: la guerra era finita!”.

Finisce anche la sua esperienza americana. Visto che non riesce a convincere la moglie, la “Baiocca”, a trasferirsi con lui in America, decide di vendere la fattoria a colui che negli anni della sua assenza l’aveva ben gestita e che era stato ben più che il suo braccio destro, il Lucchesi, agevolandolo nel prezzo e nella rateizzazione del pagamento: “Concluso l’affare, salutai gli operai abbracciandoli uno ad uno e, arrivato sul treno, il Lucchesi ed io continuammo a salutarci agitando la mano finché fu possibile vederci. Poi mi accasciai sul sedile con la testa fra le braccia e, ancora una volta, cominciai a singhiozzare.
La favola americana era finita!”.

Il racconto riprende ora, come all’inizio, con l’autore che torna a narrare in prima persona. È lui a fare memoria del padre dal momento in cui, rientrato in Italia nel 1920, vive la sua vita accanto alla famiglia e in stretto contatto coi cinque figli.
Gustino forgerà con il proprio esempio la sua famiglia, e soprattutto aprirà ai figli, a poco a poco, le porte della vita.

L’autore pubblica anche propri testi in vernacolo in cui celebra episodi della vita del padre (ad esempio: “Ir Comandante dell’Annona”; “L’Assunta in casa di Gustino”), ed anche della madre Emma (ad esempio: “La Suffragette”; “La pulissia dell’Acqua Benedetta”), della quale scopriamo così, che fu donna molto attiva, una “suffragetta” che nella fabbrica in cui lavorava, la Manifattura Tabacchi, s’impegnò nella difesa dei diritti delle donne: “La ‘Baiocca’ non era poi tanto baiocca, cioè minchiona… Anzi, come risulta dalla fotocopia di alcuni documenti originali che sono riuscito a rintracciare e che espongo nelle pagine successive, era una ragazza molto preparata.
Continuò a studiare presso le Suore Agostiniane di Vicopelago, dove ebbe per insegnante la sorella di Giacomo Puccini, anche dopo l’esame di ‘proscioglimento’ e, nella vita, sperimentò sulla propria pelle i problemi relativi all’inserimento della donna nel mondo del lavoro!
Ben presto diventò una Suffragette, cioè una sindacalista e, verso il 1913, riuscì a organizzare i primi scioperi.”.
Non c’è che dire, due genitori davvero speciali: tenaci, intelligenti e combattivi.

Seguono altre composizioni in vernacolo ugualmente divertenti per il timbro popolare che le contraddistingue. Una di queste riguarda lo stesso autore, che a 5 anni, fu “ammesso nel gruppo dei chierichetti”. Era il 31 marzo 1929.
Sono composizioni che ritraggono costumi ed usanze ormai scomparse. Anch’esse, dunque, costituiscono un prezioso documento storico. Ne esce pure un bel ritratto, amorevole e scherzoso, dell’autore.


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Invito tutti a non inviarmi più libri in lettura. Per mancanza di tempo, e dall'11 novembre 2013 anche di salute, non posso più accontentare nessuno. Così pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Chiedo scusa.
Bart