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STORIA: Alcuni aspetti del costume amoroso della Francia medievale e moderna

19 Febbraio 2021

di Bartolomeo Di Monaco
(Da: Sìlarus – Anno VII – N. 36; Luglio-Agosto 1971; N. 37: Settembre-Ottobre 1971; Anno VII – n. 38; Novembre-Dicembre 1971; Anno VIII – N. 39; Gennaio-Febbraio 1972)

PARTE PRIMA

L’Uomo

Trovo il segno della nostra impotenza ogni volta che penso ai secoli passati, ai quali l’uomo non può tornare. Contrariamente a quanto si supponga, il fatto che l’uomo non ripete mai se stesso, è testimonianza della sua profonda debolezza.
Inoltre: seppure siano vissuti tanti uomini, in realtà i secoli segnano lo sviluppo di un solo gigantesco uomo; e l’essere noi tutti affascinati dal passato giustifica l’idea che in ciascuno è una parte del gigante-uomo, in cui avviene ciò che, per riflesso, anche in ogni singolo avviene, e cioè, che l’uomo ritorna con la mente ai tempi della fanciullezza, subendone il fascino e la nostalgia.
Ė con questo pensiero che mi accosto con trepidazione ed entusiasmo a tutto ciò che è legato al passato.
Credo che sarebbe stato meglio per l’uomo poter andare a suo piacimento da un’epoca all’altra; e allora mi coglie un’altra immagine della vita: che essa disponga giĂ  di tutti i fatti possibili, e stia lì, come un’enorme superficie, su cui l’uomo cammina e, ora incontrando questa storia, ora incontrandone un’altra, le viva, trasferendosi in esse. Così l’uomo è tutti i personaggi delle storie che incontra.

I trovatori

L’amore, quale componente determinante (e meraviglioso) della vita, entrò in Francia coi trovatori, e quindi con l’arte, e presto si propagò dalle corti alla campagna. La storia ci dĂ  il nome del primo trovatore, che fu il duca Guglielmo d’Aquitania.
Suo padre, tornando dalla Spagna, espugnata la città di Barbastro in Aragona, aveva portato con sé molti menestrelli mori, che cantavano gli «zejels”, cioè canzoni composte in un francese arabizzato.
Il piccolo Guglielmo stava ad ascoltarli e tanto gli piacquero che decise di imparare da loro.
Partito giovanissimo per le Crociate, compose molte canzoni salaci, per divertire i compagni.
Le ispiratrici delle canzoni erano spesso, contrariamente a quanto si immagini, donne lascive, che passavano il loro tempo a correre in aiuto dei cavalieri feriti, per consolarli e intrattenersi con loro.
Erano esperte nello slacciare le varie parti dell’armatura e lo facevano sempre nei riguardi di ogni ospite che capitava al castello. Preparavano il bagno e il letto del cavaliere e lo massaggiavano, finché non si addormentava. Spesso, questi si faceva grattare la schiena: recandosi nella sala delle dame, si sedeva accanto al fuoco e si toglieva la camicia. Le donne allora si avvicinavano e gli grattavano la schiena.
I trovatori non godettero quasi mai di una buona reputazione.
Un cronista del tempo così definì quelli che Costanza d’Aquitania aveva condotti con sé a Parigi:

«Erano uomini senza fede, senza senso morale e senza modestia, il cui contagioso esempio corruppe i francesi e li indusse ad ogni genere di perversità. Portavano i capelli lunghi fino a metà della schiena e si radevano il volto, e le ridicole calzature terminanti in punta con una specie di ricciolo attestavano la loro deviazione mentale”.

II trovatore Pierre Vidal non aveva, in veritĂ , tutti i suoi giorni.
Innamoratosi di una dama che soprannominò «la lupa”, ne parlò continuamente nelle sue poesie, non solo, ma prese ad aggirarsi di notte intorno al castello, travestito da lupo; finché una notte fu assalito dai cani di un pastore e ridotto molto male. Fu trasportato al castello, dove la dama e il marito risero, nel vederlo conciato in quel modo.
I trovatori affascinavano anche (e spesso) le regine e più d’uno seppe profittarne, come Bernard de Ventadour, il quale ebbe una relazione con la tempestosa Eleonora d’Aquitania, scontenta del proprio marito, Enrico Plantageneto (il futuro re d’Inghilterra), il quale amava Rosamond Clifford.
Prima di sposare Enrico, Eleonora era stata la moglie del re di Francia Luigi VII, il quale, partito per la Crociata, seppe, al ritorno, che la moglie si era comportata non come una regina, bensì come una cortigiana, e ne chiese il divorzio.
Bernard de Ventadour lasciò scritte alcune canzoni rivelatrici, tra cui questa, che dice:

«Può anche negarmi ora il suo amor, se così vuole, ma mai potrĂ  negare che un dì me lo concesse…”.

Anche nella vita della regina Bianca di Castiglia, madre di San Luigi, troviamo un trovatore francese: Thibaud de Champagne.
La regina, che era puritana, aveva allevato il figlio in modo tanto severo che egli non osava far l’amore con la moglie, Margherita di Provenza, senza recitare prima una speciale preghiera. Spesso, li costringeva anche a dormire in camere separate.

La castitĂ 

Se diamo uno sguardo alla storia, troviamo che la Chiesa ha animato molti secoli, rendendoli affascinanti.
La sua influenza, è vero, è ancora oggi molto forte, ma alcuni secoli essa ha saputo rendere così superbi che la fantasia non può che scorrervi ogni volta sempre più avidamente.
Mi riferisco al periodo intorno al mille e a quello, tanto diverso e ricco di avvenimenti misteriosi, della Controriforma.
Una cronaca ci ha tramandato l’”auto” celebratosi il 30 giugno 1680 sulla Plaza Mayor di Madrid, ma gli “autos”, allora, erano frequentissimi e quasi sempre celebrati con grande solennità.
Cercherò di dare un’idea del timore (e anche terrore) e della suggestione che la Chiesa dominatrice era riuscita a suscitare negli uomini del tempo, stralciandone qualche brano.

«Un soppalco, cinquanta piedi di lunghezza, fu eretto nella piazza, il quale si sollevava alla medesima altezza della balconata predisposta perchĂ© il re potesse sedervi. Al termine, e lungo tutta l’ampiezza del palco, alla destra della balconata del re, fu innalzato un anfiteatro al quale si ascendeva con venticinque o trenta gradini; e questo era predisposto per il Consiglio dell’Inquisizione e per gli altri Consigli di Spagna. In cima a questi gradini e sotto un baldacchino, fu collocato il rostro del Grande Inquisitore, collocato tanto in alto da sopravanzare persino la balconata del re. Alla sinistra del palco e della balconata fu eretto un secondo anfiteatro della medesima grandezza del primo e destinato ad accogliere i criminali in piedi…”.

«La marcia era preceduta da cento mercanti di carbone, tutti armati di picche e moschetti; costoro fornivano la legna con la quale si bruciavano i criminali. Erano seguiti dai domenicani davanti ai quali era portata a braccia una croce bianca. Poi veniva il Duca di Medina-Celi, portando lo stendardo dell’Inquisizione. Dopo avanzava una croce verde rivestita di crèpe nero; che era seguita da diversi Grandi e persone di qualitĂ  che erano famigli dell’Inquisizione…”.

«Dopo venivano dodici tra uomini e donne, con funi attorno al collo e torce in mano, con cappucci di cartapesta alti tre piedi sui quali erano scritti o rappresentati in maniere diverse i crimini loro. Costoro erano seguiti da altri cinquanta che pure recavano torce in mano ed erano rivestiti di un sanbenito giallo, cioè una cotta grande senza maniche, con una grossa croce di S. Andrea di colore rosso sul davanti e una sul di dietro. Questi erano criminali che (essendo questa la prima volta della loro incarcerazione) si erano pentiti dei loro delitti; questi sono di solito condannati a qualche anno di prigione o ad indossare il sanbenito, che è considerato come la massima disgrazia che possa capitare ad una famiglia. Ciascuno dei criminali era condotto da due famigli dell’Inquisizione. Poi venivano altri venti criminali di entrambi i sessi, che tre volte erano ricaduti nei precedenti errori e quindi condannati alle fiamme.
Coloro che avevano dato qualche segno di pentimento dovevano essere strangolati prima di essere arsi; ma per il resto, per avere persistito ostinatamente nei propri errori, gli altri dovevano essere bruciati vivi. Costoro indossavano sanbenitos di lino con fiamme e diavoli dipinti, e cappucci di identica maniera: cinque o sei tra loro, che erano piĂą ostinati del resto, erano affrenati con un morso alla bocca perchĂ© non potessero pronunciare versetti blasfemi. Quelli che erano condannati a morire erano circondati, oltre che da due famigli, anche da quattro o cinque monaci che li stavano preparando alla morte durante il tragitto…”.

Al contrario, i primi anni del Mille furono ricchi di spiritualità e la Chiesa sembrava cullare il mondo tra le braccia, anziché minacciarlo. Furono gli anni di S. Francesco, di S. Brunone, di S. Chiara; in cui si costruirono eremi e si fondarono molti ordini religiosi, tutti indirizzati alla preghiera e alla carità. La storia registra in quel periodo, per la prima volta credo, un brivido di autentica carità, di genuino amore.
Ad eccezione dei trovatori, che si vantavano di corte in corte delle conquiste amorose, il Mille avvertì la castità come un’esigenza dell’anima, una conquista necessaria per avere la salvezza eterna.
I terziari francescani, sempre alla ricerca di dure, prove, dormivano accanto ad una donna nuda, per provare fino a che punto sapessero resistere alle tentazioni.
II “maraichinage” è di questi anni e si sa che ha resistito, in Scozia, fino agli inizi del nostro secolo.
Si tratta di questo: le fanciulle nubili di un villaggio, in un determinato giorno della settimana, di solito il sabato, aprivano la finestra e la porta della loro camera da letto ai giovanotti. Il favorito poteva, vestito o seminudo, stendersi accanto alla ragazza e passare con lei l’intera notte, scherzando, chiacchierando, facendole carezze e abbracciandola. All’alba, poi, se ne tornava a lavorare nei campi.
L’amplesso era proibito tassativamente e si prendevano precauzioni affinché la regola fosse rispettata, legando una corda sopra e sotto le ginocchia della ragazza, oppure attaccando dei campanelli alle gambe del letto.
Presso i nobili, giunti ad una certa etĂ , il modo di assicurarsi la salvezza dell’anima era quello di indossare l’abito monastico.
Così Ansoldo di Maule dichiarò alla moglie Odeline:

«Consentimi di diventare monaco in modo ch’io possa rinunciare alle pompe di questo mondo e possa indossare l’abito nero del santo padre S. Benedetto. Mia signora, liberami te ne prego dai miei doveri coniugali e per tuo buon volere fa’ ch’io possa dedicarmi a Dio”.

Le donne molto spesso si convincevano di non dover amare troppo il marito e indossavano la “chemise cagoule”, cioè una pesante camicia da notte, fornita di un buco, attraverso il quale il marito poteva ingravidarle, evitando così ogni altro contatto.
Non mancarono, tuttavia, accuse contro le regine e le donne di alto rango, che provocavano, secondo Etienne Fougères, che fu anche nel 1170 cappellano di Enrico II d’Inghilterra, guerre e lotte; commettevano adulterio, fornicavano e praticavano l’aborto.
Un’altra accusa è quella del trovatore Marcabru, il quale scrive che il peggior male del suo tempo, in Francia, era la volgarità del rapporto sessuale, diventato promiscuo e venale: e sulle donne esprime questa opinione:

«sono ingannatrici, e sanno mentire ed imbrogliare al punto che riescono a far mantenere dal marito i figli avuti da altri uomini”.

PARTE SECONDA: I convegni d’amore nella Francia tra il XIII e il XIII secolo

Tutto ciò che oggi ci appare nuovo e tipico del nostro tempo, molto spesso, spogliato della patina di cui il progresso lo riveste, si rivela vecchio di secoli.
Gli attuali nudisti, ad esempio, che tanto scandalo destano ancora, hanno i loro antenati nientemeno che nel XIII secolo: gli “adamiti”, i quali pretendevano di essere inviati da Dio per ristabilire le leggi della natura, cioè: non portare vestiti e fare l’amore con tutte le donne.
Uno di essi si chiamava Picard il profeta ed ebbe un largo seguito; si dice che i suoi discepoli, ogni volta che desideravano una donna, andavano da lui e gli dicevano: «Lo spirito mi spinge ad avere questa donna” ed egli rispondeva: «Andate, crescete e moltiplicatevi”. Gli Adamiti furono perseguitati dall’Inquisizione e ricomparvero nel XV secolo col nome di “turlupins”. Vivevano in accampamenti nudisti e facevano l’amore in pubblico.
L’amore, c’era però chi lo faceva in luoghi chiusi… e assai frequentati. San Luigi, forse, fu il primo a prendere provvedimenti contro i bordelli, allorchĂ© la regina Margherita di Provenza, tornando dalla messa, una domenica del 1254, gli raccontò che dopo la benedizione, come era d’abitudine, era stata baciata da un’elegante parigina che indossava un abito a strisce lungo e una cintura d’oro. Costei, aveva poi saputo, era una prostituta.
San Luigi iniziò un’inchiesta e seppe che nella capitale, in via Jussienne, le “donnine” avevano una cappella, assegnata loro sin dal XII secolo, dove si recavano ad offrire ceri davanti ad un quadro dal vetro sudicio, raffigurante Santa Maria Egiziaca con le gonne sollevate sino alle cosce, nell’atto di salire in barca. Sotto l’immagine, era questa iscrizione: “Come la Santa offrì il proprio corpo al barcaiolo per potersi pagare il passaggio”.
San Luigi vietò di affittare case alle prostitute, ed esse si ritirarono a vivere fuori di Parigi, in casette dette «bords”, parola che poi, con un diminutivo, divenne «bordeau” o «bordel”.
I bordelli di basso rango avevano le persiane dipinte di verde, che era diventato il colore dell’amore volgare; e l’espressione “Tomber la cotte verdière” significava fare l’amore con una donna nuda sull’erba.
Le cause della terribile sifilide, giĂ  nota nel 1200, venivano fatte risalire alle prostitute. Una serie di decreti cercava di porvi rimedio. Nel 1223, il decreto di Avignone vietava agli ebrei e alle prostitute di toccare il pane e la frutta esposti in vendita e lo statuto della corporazione dei macellai del 1331 vietava agli apprendisti di sposare donne che avessero esercitato la prostituzione.
Lo statuto della corporazione dei barbieri del 1371 vietava ai maestri d’arte d’intrattenere prostitute in casa propria.
La parola sifilide ha una delicata e poetica origine. Deriva, infatti, dal nome di un pastorello in un poema del Fracastoro, dedicato al Bembo; ma il diverso e terribile significato che acquistò, sopratutto nel XVI secolo, ne ha ormai offuscato il ricordo.
Ecco, ad esempio, che cosa si faceva ad una prostituta della città di Tolosa nel XVI secolo, al fine di stornarla dalla sua “professione”, causa riconosciuta della sifilide.
La prostituta era condotta in Municipio, dove le venivano legate le mani dietro la schiena, le mettevano un cappello a forma di pan di zucchero in capo e le attaccavano con una spilla un cartello al vestito.
Una processione di cittadini, schernenti e insultanti, accompagnava la ragazza dal Municipio alla Garonna, dove era trasportata in barca fino ad uno scoglio in mezzo al fiume. Veniva denudata e chiusa in una gabbia di ferro, quindi immersa tre volte nell’acqua per un tempo abbastanza lungo, ma non sufficiente a farla annegare. Era poi ricondotta in prigione, più morta che viva.
Il medioevo francese, accanto alle prostitute vere e proprie, annovera graziose fanciulle, che tenevano banchetti di frutta e verdura ai mercati generali. Si chiamavano le “vilotières”. Erano rinomate per la loro gaiezza e impertinenza e anche per le risposte piccanti che sapevano dare, mescolate spesso di parole inglesi, che avevano appreso dai soldati durante l’occupazione di Parigi al tempo della guerra dei Cento anni.
I cocchieri contribuivano anch’essi non poco alla diffusione della prostituzione, come questi versi del 1653 rivelano:

“Di veder talvolta accade
a chi gira per le strade
una squallida vettura
senza tende, nuda e scura
per chi guarda è assai lampante
è un bordello ambulante”.

Restif de la Bretonne

Un ometto silenzioso, dagli occhi lucenti e dalla faccia di satiro, si poteva vedere ogni notte del 1769 conversare con le prostitute sulle rive della Senna, dietro Notre-Dame. Poi andava a scrivere frettolosamente una data e un nome sul parapetto, per ricordare quegli incontri.
Restif de la Bretonne era, in quell’epoca, uno dei più eccentrici scrittori, citato da Guy de Maupassant, che fu persino influenzato da lui, e gli si riconosceva una vita dissoluta e il culto feticista per i piedi delle donne, capace di svenire alla vista di un bel paio di scarpe femminili. Una notte aveva seguito fino a casa una ragazza, perché era rimasto ipnotizzato dalle sue scarpette rosa coi tacchi alti.
Il suo libro “Palais-Royal” è il frutto di questo suo vagabondare notturno e ci presenta una strana gerarchia di prostitute.
Le “sunamite” erano specializzate nell’imitare le dame dell’alta società molto note, così che gli uomini che le desideravano, potevano illudersi di possederle.
Le “cullatrici” conoscevano particolari carezze, con le quali riuscivano a rilassare e addormentare i clienti affaticati; le “cantatrici” suscitavano il desiderio con la musica e il fascino della voce; le “eloquenti” eccitavano con la conversazione e il linguaggio erotico; le “restauratrici” erano chiamate a ridestare la passione nei vecchietti sfiniti.
Restif ebbe l’idea di proporre dei bordelli di Stato, diretti da individui responsabili, che dovevano anche essere pronti ad aiutare le ragazze, una volta che desiderassero lasciare la professione.
Nel 1793 i membri dell’Assemblea rivoluzionaria presero in esame la proposta, e soltanto per poco non fu approvata.
Un altro piano per il “bordello ideale” è quello contenuto nel “Codice di Citera”, secondo il quale potevano essere ammesse ai bordelli le fanciulle al disopra dei quindici anni, munite di certificato, firmato da due matrone, nel quale era dichiarato che non erano più vergini.
Un fondo di dieci milioni di franchi doveva servire per la costruzione di quattro bordelli.
Le “cortigiane” o “favorite d’amore” erano divise in tre categorie: le “giovani favorite” (sotto i vent’anni), che potevano ricevere fino a tre signori al giorno, senza trattenerli però nella loro stanza piĂą di tre ore per volta; le “allegre cortigiane” (tra i venti e i trent’anni), che potevano trattenerli soltanto per due ore al giorno; e le “donne mature” (tra i trenta e i quarant’anni), che ricevevano quattro uomini al giorno, ma solo per un’ora alla volta.
Dopo sei anni di servizio, le “cortigiane” potevano ritirarsi nel convento delle “ragazze penitenti” o in quello delle “maddalene”, o vivere per conto proprio. Compiuti i quarant’anni, dovevano lasciare il bordello e godevano di una pensione. I loro figli erano messi all’ospizio dei trovatelli.
Una proposta venne fatta anche dal marchese De Sade.
Egli suggeriva un bordello di Stato, a cui dovevano essere annesse delle scuole d’amore.
Sappiamo tutti quale tipo d’amore intendesse il “divino marchese”; tuttavia desidero riportare questa storia vera, di cui fu protagonista.
Tornando a Parigi, una donna lo fermò per strada per chiedergli l’elemosina. Egli la condusse ad Arcueil, promettendole del lavoro.
La trascinò invece in una soffitta, la obbligò a spogliarsi; le legò le mani dietro la schiena e prese a frustarla, finché non vide scorrere il sangue. Applicò della salvia sulle ferite e gliele bendò.
Il giorno dopo le riaprì con un temperino, insofferente alle grida della poveretta, la quale con la forza della disperazione, riuscita a liberarsi, si lanciò dalla finestra, sopravvivendo miracolosamente.

Afrodite

Per raffinate dissolutezze esistevano luoghi speciali e segreti e soltanto gli iscritti potevano frequentarli.
Una di queste società si chiamava “Afrodite” ed era protetta dalla marchesa di Palmarèze, e rimase efficiente fino alla Rivoluzione, quando i suoi membri, tutti dell’alta nobiltà, furono decapitati.
Il diritto di diventare soci era riservato a solo duecento persone e molte appartenevano anche all’alto clero.
Gli aspiranti dovevano dare prova di grande virilitĂ , di fronte ad incorruttibili dignitari. La cerimonia d’ammissione era splendida e culminava con una gran festa, molto simile ad un baccanale romano.
La quota di iscrizione si aggirava su 1.800.000 franchi per un gentiluomo e 900.000 franchi per una donna. I debitori venivano severamente puniti e disonorati.
Il quartiere generale era a Parigi, ma una lussuosa residenza, con giardini e colonnati, era quella di Montmorency, costruita dall’architetto Bossage. Questi vi aveva anche ideato un mobile che si chiamava “l’avantageuse”, considerato piĂą comodo di un letto, e di cui fu scritto in questi termini:

«La dama deve lasciarsi andare all’indietro dopo aver afferrato con la destra e la sinistra due appoggi che rap-presentano due vigorosi priapi. Un cuscino molto spesso, rivestito di raso, la sostiene dalla nuca sino alle natiche.
Il resto rimane in aria fino ai piedi che si infilano, a poca distanza, in una specie di staffa fissata, ma mollemente. In questo modo le gambe e le cosce sono costrette a piegarsi a squadra. I piedi del cavaliere sono appoggiati su un posapiedi. Le ginocchia appoggiano su di una traversa. Inchinandosi in questa posizione egli si trova perfettamente a portata dello scopo del suo esercizio.
Le mani trovano due appoggi cilindrici sul rivestimento in legno all’esterno del mobile…”.

Come si apprende da un diario giunto fino a noi, l’elenco dei clienti di “Afrodite” comprendeva: 272 principi e prelati, 929 ufficiali, 93 rabbini, 342 finanzieri, 349 monaci, 420 uomini di mondo, 288 uomini di basso rango, 117 valletti, 119 musicisti, 74 negri e 1614 forestieri.
Desidero citare a questo punto, una legge legata al costume sessuale, che venne abrogata il 16 Febbraio 1677, per avallare l’immagine che mi sono fatta del costume amoroso, quanto mai bizzarro, dei nostri antenati. Questa legge, istituita alla metà del XVI secolo, era conosciuta col nome di “Congresso”, per il modo come doveva essere applicata.
Furetière nel suo dizionario così lo definisce:

«La pratica del coito ordinata da un giudice ecclesiastico, da farsi in presenza di medici e “matrone” per scoprire se un uomo era o meno impotente, allo scopo di annullare il matrimonio”.

Madame de Sévigné assisté con interesse a molte di queste sedute.
Il tribunale ecclesiastico sceglieva di preferenza uno stabilimento di bagni turchi e qui venivano condotti dai parenti, separatamente fino alla porta, marito e moglie. Insieme entravano, mentre i parenti restavano fuori ad attenderli, per sottoporsi all’esame degli esperti, che erano almeno quattro, per arrivare ad un massimo di dodici.
I coniugi giuravano di compiere l’atto sessuale in buona fede e senza dissimulazione. Gli esperti spesso si assicuravano che la donna non avesse usato degli astringenti per recare pregiudizio al risultato; quindi i coniugi venivano posti a letto, si tiravano le tende e le matrone si sedevano attorno per assistere. Dopo un’ora o due, gli esperti procedevano all’accertamento.

Aberrazioni

II marchese de Sade ebbe un predecessore nel XV secolo, il barone Gilles de Rais, maresciallo di Francia a ventitré anni e potente di Bretagna, il quale rapiva e torturava i fanciulli e si scoprì che le sue cantine erano piene di ossa di almeno quaranta bimbi assassinati. Fu bruciato sul rogo il 26 Ottobre 1440 (il Grande Inquisitore lo chiamò: “evocatore dei demoni”) e nell’archivio di Nantes, dove sono riportati e descritti i suoi misfatti, si può leggere:

«… I quali fanciulli morti egli baciava e quelli che avevano la testa piĂą bella e le piĂą belle membra crudelmente guardava e faceva guardare e se ne dilettava e, sovente, quando i detti fanciulli morivano, si sedeva sul loro ventre e godeva a vederli così morire”.

Sul rogo finì anche, il 22 Luglio 1680, una certa fattucchiera Montvoisin, detta “La Voisin”, fatta condannare da Luigi XIV, poiché aveva venduto filtri magici alla sua amante Madame de Montespan.
La La Voisin praticava anche le Messe nere, durante le quali gettava il malocchio. Le serviva da altare il corpo disteso di una fanciulla nuda e l’abate Guibourg, uno spretato, vi officiava col calice pieno del sangue di neonati uccisi. La La Voisin fungeva da sacerdotessa e indossava un manto di velluto cremisi, sul quale erano ricamate 205 aquile d’argento.
La figlia Margherita, durante il processo, dichiarò:

«Io sono stata presente a questa specie di messa e ho visto che la dama era tutta nuda sul materasso con la testa abbandonata su di un cuscino appoggiato su una sedia rovesciata, con le gambe penzoloni, un tovagliolo sul ventre e sul tovagliolo una croce all’altezza dello stomaco, il calice sul ventre… Alla messa di Madame de Montespan, fu presentato un bambino che sembrava nato prima del tempo e fu messo in un catino.
Guibourg lo sgozzò, versò in un calice e consacrò con l’ostia il sangue, terminò la messa, poi prese i visceri del bambino.
Mia madre l’indomani portò a Dumesnil, per distillarli, il sangue e l’ostia in una fiala di vetro che fu, poi, data a Madame de Montespan”.

PARTE TERZA: Altre usanze

Una piccante e, tutto sommato, simpatica usanza era quella che si faceva nel Rinascimento il giorno della festa dei Santi Innocenti.
Gli uomini, infatti, avevano il diritto di sorprendere le donne della propria casa e dar loro forti sculacciate. Le donne che temevano di essere visitate, erano costrette a stare in piedi tutta la notte. Naturalmente, la festa dava occasione a molte avventure boccaccesche, come si può arguire da questi versi, che Clément Marot inviò a Margherita di Navarra:

“Sorellina cara., potess’io mai sapere
dove dormir solete il dì degli Innocenti
di buonora ’i sarei per potervi vedere
bel corpo gentil ch’amo tra cinquecenti
la mano mia. allor, mossa dall’ardor mio
posare non potrebbe se non placa il desio
di toccare, tener e piĂą avanti tastare
e se qualcun venisse in nostra direzione
sembiante far’io d’avervi a “innocentare”
e non sarebbe questa un’onesta finzione?”

Molto delicata era “la chalande”, una festa popolare che si faceva nel mese di Maggio in onore dei fidanzati (significa infatti “la fidanzata”) ed è durata fino al 1830.
L’innamorato s’arrampicava in cima ad un albero e improvvisava un canto amoroso, nel quale il termine “chalande” doveva comparire alla fine di ogni strofa o di ogni verso. La giovane, appena udiva la voce del suo “chaland”, si arrampicava sul proprio albero e rispondeva. In questo modo molte coppie si cantavano e rispondevano nascoste tra i rami fioriti.
I contadini non erano molto entusiasti, invece, di un’altra usanza, che è giunta quasi fino a noi: la “aillade”.
Quando due sposi si allontanavano dalla festa per ritirarsi nella camera da letto o in qualche altro luogo, gli invitati smettevano di cantare e suonare e gridavano: “Sono andati, sono andati! Ä– ora di preparare la aillade”. Facevano quindi bollire una pentola d’acqua e vi gettavano di tutto: aglio, pepe, sale, cenere, fuliggine, tele di ragno, ecc. Quindi, gridando, andavano in cerca della coppia. Una volta scoperti, i due giovani dovevano fingere sorpresa e bere una tazza dell’orribile bevanda. Poi, la comitiva si allontanava, ridendo e cantando qualche oscena canzone.
Parigi vide nascere, un secolo e mezzo fa, un curioso fenomeno sociale, che si diffuse ben presto a Bruxelles, Amburgo, Monaco, Londra.
Un gentiluomo, che portava il nastrino della Legion d’Onore, punse le natiche di una giovane donna, seduta su di una panchina dei giardini delle Tuileries. La poveretta svenne per il dolore.
Il fatto destò molto scandalo e tutti i giornali ne parlarono, ma evidentemente qualcosa era nell’aria perché ben presto i “punzecchiatori” (così vennero chiamati) furono numerosi e le donne non avevano più pace. Una di esse, esasperata, mandò una lettera aperta alla “Gazzetta di Francia”, avvertendo gli importuni punzecchiatori che ella camminava tenendosi con una mano la gonna e con l’altra una pistola carica.
Così scrive:

“Se qualcuno mi punge, non strillerò né chiamerò aiuto, ma mi volterò e farò saltare le cervella del punzecchiatore”.

La polizia ideò uno stratagemma, assoldando delle prostitute.
Esse dovevano passeggiare tutto il giorno, pedinate da poliziotti, i quali sarebbero stati pronti ad arrestare il punzecchiatore.
Ma qualcuno aveva svelato il piano, poiché non riuscirono a prendere nessuno.
Qualche commerciante approfittò del fenomeno per vendere una corazza di protezione in acciaio leggerissimo e un farmacista lanciò un balsamo contro le punture.

Aristocrazìa

Anche tra i nobili, la prima notte di nozze continuava ad essere un affare pubblico. Quasi sempre gli sposi venivano aiutati dai parenti a spogliarsi e soltanto quando erano entrati nel letto (ma non sempre) si ritiravano.
Erano frequenti i matrimoni tra bambini. Madame de Sévigné così scrive, riguardo alle nozze della tredicenne mademoiselle de Neuchâtel col duca de Luynes, che ne aveva quattordici:

“Dal momento che entrambi erano giovanissimi, furono lasciati soli solo per un quarto d’ora dopo che le tende furono tirate e tutti coloro ch’erano stati presenti alle nozze rimasero nella stanza”.

Alcune famiglie preferivano far celebrare un fidanzamento, anziché una cerimonia di nozze, rimandando quest’ultima all’età più adulta.
In questi casi, molte giovani, una volta cresciuti, dichiaravano di non volersi sposare con il proprio fidanzato.
Il maresciallo de la Force invece si sposò, per la terza volta, ad una età avanzata e obbligò i congiunti ad assistere alla consumazione del matrimonio.
Altri, che non avevano lo spirito del vecchio maresciallo, si accontentavano di mettere in mostra la sposa dopo la prima notte, facendola sdraiare in un letto insieme con alcune ragazze vergini.
La Chiesa era spesso chiamata, sopratutto nel medioevo, ad intervenire nei matrimoni dell’aristocrazia per proteggere, nella maggior parte dei casi, le spose, i cui mariti davano un cattivo esempio.
Uno dei primi ad incorrere nell’ira della Chiesa fu Roberto (996 – 1031), detto il Pio e descritto dai contemporanei come “uomo di elevata onestĂ  e grande pietĂ … re non solo del popolo ma anche della morale del suo popolo”.
Si racconta che un giorno, mentre si recava alla messa, passò davanti ad una coppia di innamorati che si abbracciavano ardentemente.
Il re, senza farsene accorgere, si levò il mantello e lo pose loro addosso, quindi continuò la sua strada.
Dopo aver ripudiato Rozala, figlia di Berengario, decise di sposare Berta, la figlia del re di Borgogna, ma il Papa proibì il matrimonio perchĂ© Roberto aveva tenuto a battesimo un figlio di primo letto di Berta, contraendone, secondo le complicate leggi ecclesiastiche, un legame di parentela. Avvenute le nozze, il Papa inviò un messo a Cluny per ordinare la separazione. Avutone rifiuto, convocò un concilio a Roma, dove Roberto fu condannato a separarsi da Berta e a fare sette anni di penitenza. Il re fu indifferente al verdetto e il Papa gettò allora l’anatema su tutta la Francia, costringendolo, alla fine, a separarsi da Berta e sposare Costanza d’Aquitania (la regina che introdusse in Francia i trovatori).
L’intervento della Chiesa fu determinante anche nel matrimonio di Filippo Augusto, il vincitore della Battaglia di Bouvines, con Ingeburg, sorella di Canuto VI, re di Danimarca.
Le nozze avevano uno scopo politico, perché Filippo Augusto riceveva dal re danese la promessa di aiuto nella eventuale guerra contro l’Inghilterra. Durante la cerimonia nuziale, però, il re di Francia parve interdetto dalla bellezza della bionda Ingeburg e cambiò di umore.
I cortigiani se ne avvidero e bisbigliarono che stava accadendo qualcosa di grave ad opera del demonio.
Poco dopo la cerimonia, Filippo Augusto, senza dare spiegazioni, dichiarò di volersi subito separare. Fu pregato di consumare almeno il matrimonio ed egli accettò, ma non gli riuscì di farlo. Il vescovo di Amiens, su richiesta del re, dichiarò sciolto il matrimonio e la regina fu condotta in un convento. Da qui, scrisse lettere accorate al fratello e al Papa Celestino II, denunciando maltrattamenti, fame, sofferenze di ogni genere.
Innocenzo III, succeduto a Celestino II, invitò dapprima il re a lasciare la seconda moglie Agnès de MĂ©ran e a congiungersi nuovamente con Ingeburg; quindi convocò il concilio di Vienna e fu promulgato l’interdetto. Le campane delle chiese non suonarono piĂą, non si tenne alcun esercizio divino, ad eccezione di quelli per i malati e i moribondi.
I preti entravano in chiesa soltanto per accendere i ceri sull’altare.
Filippo Augusto si riunì infine ad Ingeburg e il Papa acconsentì a legittimare i figli avuti da Agnès, ma nel 1205 il re scrisse al Papa di non riuscire ancora a consumare il matrimonio. Nel 1207 Innocenzo III lo incitò ad avere rapporti carnali con la moglie.
La situazione politica consigliò infine Filippo a tenersi definitivamente Ingeburg per assicurarsi l’appoggio di Canuto e del Papa.
Col passare degli anni, dovette accorgersi dell’intelligenza e delle eccellenti capacità della povera regina, tanto che, in punto di morte, le ultime parole al figlio furono:

“Abbi cura della regina poiché mi sono comportato molto male nei suoi confronti”.

PARTE QUARTA: L’audacia delle donne

Le guerre, in cui la Francia fu occupata per tanti anni, tenevano i giovani lontano dalle cittĂ  ed essi erano costretti a fare l’amore d’inverno, in modo rapido, brutale, durante le pause delle operazioni militari.
A causa di ciò, le donne erano diventate molto audaci.
La duchessa di Chevreuse passò tutta la vita in continui intrighi e battaglie. Quando fu costretta a fuggire in Inghilterra, passò a nuoto la Somme e a Londra scandalizzò tutti attraversando a nuoto il Tamigi per divertimento. Costretta a riparare in Spagna, cavalcò per la Francia travestita da uomo.
Al conte Bussy-Rabutin, noto seduttore del ’600, corteggiando la vedova del governatore di Guisa, capitò di sentirsi rispondere: “Mio Dio, mio povero amico, ma come siete timido per un militare!”
Le donne arrivarono al punto di comprarsi un “nido d’amore” per i loro appuntamenti, ben arredato con tavolini da toeletta, da gioco, mobili rococò, specchi e sopratutto il divano, che era diventato indispensabile in un nido d’amore e ve n’erano d’ogni forma e dimensione, destinati a tutti i possibili atteggiamenti.
Spesso ricevevano i corteggiatori nel bagno e Madame du Châtelet soleva lasciare l’acqua trasparente, anzichĂ© versarvi, com’era l’uso, latte di mandorle per renderla lattiginosa.
Si costruirono stabilimenti balneari lungo la Senna e molti giovani facevano il bagno nudi e remavano, così combinati, fino alle cabine delle signore. Molte di esse si trovavano tanto bene che affittavano per tutto l’anno.
Nel ‘700 le donne si dedicarono con maggiore attenzione alla cura del proprio abbigliamento. Poco prima della Rivoluzione, si usava mettere due cuscini sotto la gonna per aumentare la grossezza dei fianchi e un terzo cuscino serviva per aumentare la grossezza del sedere.
La curiosa moda dava luogo a conversazioni straordinarie e assai comiche, come quella che madame de Matignon udì tra mademoiselle de Rully e la principessa d’Hénin.

Quest’ultima, entrando un giorno nella stanza della de Rully, esclamò: “Buon giorno, gioia mia, fammi vedere il tuo sedere!”. Poi: “Oh, gioia mia, ma è terribile, il tuo sedere così magro, stretto, basso! Orribile, te lo dico io! Ne vuoi vedere uno migliore? E allora guarda il mio!”. “Hai proprio ragione” — rispose l’altra e, rivolgendosi alla cameriera, continuò: “Non vi pare che il sedere di madame d’Hénin sia bellissimo? Così pieno e rotondo! Il mio è proprio troppo piatto. Ah, com’è carino il tuo!”. “Sì, mia cara aggiunse la principessa, è proprio il tipo di sedere che bisogna avere se si vuole far colpo in società. Fortunatamente mi hanno dato l’incarico di occuparmi di te e farò in modo che tu abbia un sedere migliore!”.

Comparve anche una bizzarra pettinatura che fu chiamata “lo sgabello del sentimento”. Quella della duchessa di Chartres rappresentava una donna seduta in poltrona con un neonato in braccio, sulla destra un pappagallo che beccava una ciliegia e sulla sinistra una bambolina nera.
Per disegnarla, si eran dovuti tagliare molti riccioli a quasi tutti i congiunti della duchessa.
I “salotti letterari” erano i luoghi dove la moda e l’amore risplendevano ed anche qui erano le donne a mostrarsi molto audaci e a fare la parte del leone.
Uno dei piĂą famosi, nel ‘700, fu quello che si teneva il martedì in casa di madame Tencin.
La Tencin, da giovane, era stata in convento, ne era fuggita ed aveva avuto molti amanti. Uno di essi, un certo Destouches, la lasciò incinta e partì per le Indie occidentali. Quando il bambino nacque, la donna lo abbandonò sui gradini di Saint-Jean-le-Rond.
Tornato dalle Indie, Destouches trovò il bambino, che educò finchĂ©, cresciuto, non seppe badare a se stesso, diventando celebre col nome di D’Alembert.
II salotto di madame Tencin era frequentato da nomi illustri: Montesquieu, Marivaux, gli abati Prévost e Duclos. Tra i suoi amanti ci furono l’arcivescovo Dubois e un banchiere, Charles de la Fresnais, il quale si sparò, dopo averla accusata di infedeltà e di avergli rubato del denaro.
Fu arrestata e condotta alla Bastiglia, ma venne liberata grazie alle influenti amicizie. Morì nel 1749 e il suo salotto fu sostituito da quello di madame Geoffrin, che ne aprì addirittura due, uno per i musicisti, frequentato da Mozart, e l’altro per i letterati e filosofi.
Meno elegante era il salotto di Julie de Lespinasse (figlia naturale della contessa d’Alban e del cardinale de Tencin), ma molto frequentato, perché Julie era la moglie di D’Alembert.
I due restarono uniti fino alla morte di lei nel 1776, ma Julie ebbe due amanti, che amò con furore: il marchese di Mora e il giovane colonnello Guibert.
D’Alembert, che si credeva ricambiato dalla moglie, scoprì la veritĂ  alla morte di lei, leggendo le lettere che ella aveva ricevute dai due amanti.
Agli amici che cercavano di consolarlo, un giorno disse:

“Lo so, ella era mutata, ma non io. Ella non viveva più per me, ma io vivevo ancora per lei. Ormai che non c’è più, non so proprio perché dovrei vivere”.

Frequentatori accaniti, e anche ricercati per la loro gaiezza, dei salotti erano gli “abatini”, che, contrariamente al nome, avevano poco a che fare con la Chiesa, anche se godevano di cospicui lasciti di ricche abbazie e portavano l’abito ecclesiastico e la tonsura.
Uno dei piĂą eccentrici (tra gli “abatini” si ricordi anche il nostro Galiani) fu l’abate Choisy, che conservò sempre l’abitudine, presa da bambino, di portare abiti femminili e nèi sulla guancia.
Ad un certo punto scomparve da Parigi e si presentò come prima attrice nel teatro di Bordeaux. Nelle “Memorie”, così ricorda quell’esperienza:

“Mi sono vestito da donna e ci sono cascati tutti. Ebbi persino degli innamorati, ai quali concessi piccoli favori, mentre ero estremamente riservato per i favori maggiori”.

Qualche anno dopo, si trasferì, col nome di signorina de Sancy, nel sobborgo di Saint-Marceau, in un appartamento di “mantenuta”, arredato con squisito gusto femminile. Acquistò anche il castello di Crespon, dove abitò col nome di contessa Barres e il cavaliere Hanecourt s’innamorò di lui e chiese la sua mano.
Vi condusse spesso molte donne, tra cui l’attrice Roselie, che rimase incinta e l’abate costrinse a sposarsi con un compagno d’arte.
Un altro abate, Chaulieu, riusciva ad affascinare tutte le donne e, tra esse, Ninon de Lenclos, la famosa e bella esponente del libero amore, amata da molti uomini.
Ecco una delle tante cose che scrisse:

“A che servirebbe l’arte del piacere senza la prospettiva del cambiamento? Che cosa si può dire o fare se si sta sempre con lo stesso pastore? Amiamo dunque, e cambiamo amore, che la nostra tenerezza duri quanto il nostro piacere”.

Un altro dei suoi amori fu la giovane signorina Delannoy, la futura madame de Staël, che corteggiò a ottant’anni, adulandola e servendola. Dell’abate Claudio di Voisenon, tra l’altro uomo di teatro, qualcuno ha lasciato scritto, riguardo ai suoi rapporti con i coniugi Favart:
“Non è insolito andare a casa loro il mattino e trovare l’abate a letto con la signora Favart. Legge il breviario e lei risponde “amen”“.

(Fonte: “Eros e Costumi in Francia” di Nina Epton; Lerici editore, 1966)


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Bart