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STORIA: Dalla fondazione della Repubblica è cambiato solo il partito dominante

2 Marzo 2020

di Bartolomeo Di Monaco

Non è una regola assoluta, poiché può trovare la sua controprova in qualche singola persona; tuttavia credo che la si possa ritenere importante. Si tratta del modo diverso di osservare il presente da parte di un giovane e da parte di un anziano.
Per il giovane il presente è speranza, gioia, esaltazione, fiducia, perfino fede e sogno. Lo affronta come terreno di sperimentazione, di prova, di confronto, che sono tutti motivi che uniscono azione e riflessione, trasformandoli in stimolo a vivere. Il giovane è privo del passato. Guarda solo avanti e i suoi fini sono tutti proiettati sul futuro.
L’anziano, invece, unisce sempre il presente al passato ed è in grado di confrontarsi nel presente e di rapportare il presente con il passato. Un dono in più, da cui deriva quel tipo di saggezza che la generosità popolare gli attribuisce. Ne consegue che il futuro dell’anziano non potrà mai essere uguale a quello di un giovane. Vi manca quell’entusiasmo originario finalizzato alla conoscenza della vita, entusiasmo che si fa tutt’uno con la passione e la curiosità.
Io con i miei 78 anni appartengo alla categoria degli anziani. Lo slancio vitale si è attenuato e il percorso si è fatto lento e pesante. Il futuro mi pare chiuso da una parete che è ormai a pochi passi da me. Ancora poco e poi potrò toccarla con la mano. Sarò arrivato.
Dunque, che cosa ho imparato grazie a questo lungo percorso della mia vita, trascorsa in un Paese bello e complicato come l’Italia?
Ho imparato che nulla in realtà muta nel profondo di questa Nazione.
Conclusosi il ciclo risorgimentale con la Grande guerra, i due avvenimenti più importanti accaduti da noi hanno solo modificato la facciata. Il primo è il passaggio dalla monarchia alla repubblica; il secondo: l’operazione Mani pulite, la quale, cancellando tutti i vecchi partiti, ad eccezione del Pci, ha dato a quest’ultimo (l’attuale Pd) le leve del comando, che sono passate dal potere democristiano a quello postcomunista senza che, anche stavolta, nulla mutasse.

Questo brano tratto dal libro di Giampaolo Pansa, “Il Regime”, uscito nel 1991 (quindi appena due anni prima dell’operazione Mani Pulite) dà il quadro, nel narrare una vicenda, il caso Gladio, che fece clamore negli anni 1990/1991, di come era distribuito il potere, fino a quel momento interamente gestito dal partito egemone della Democrazia cristiana.
Il lettore si renderà conto, così, che se sostituiamo al partito della Democrazia cristiana il Partito democratico, tutto il resto è rimasto immutato.

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“Isteria da Golfo

«Gli va bene la guerra, a quei cialtroni!» Eravamo in tanti a pensarla in questo modo, ma fu Scalfari a dirlo per primo, davanti al tavolone di Repubblica, la mattina del 14 gennaio. Aveva ragione, Eugenio. La Guerra del Golfo doveva ancora cominciare e già il partitismo gongolava. Basta con la mafia, la corruzione, l’inefficienza, lo sfascio del sistema, la prepotenza dei boss politici, il disastro delle finanze statali, il caso Gladio, il caso Cossiga. l’assalto ai magistrati… Sì, basta con tutto questo accapigliarsi per la politica e, soprattutto, contro la cattiva politica. Era in arrivo la guerra e l’imperativo diventava uno solo: restare uniti e mettere la sordina al dissenso.
Anzi, quale sordina? Di più, di più: il tappo, il bavaglio, la mordacchia! E se non bastavano, che si tagliasse la lingua a chi non era d’accordo. Esisteva un dovere supremo: sconfiggere Saddam Hussein. l’Hitler di Baghdad, il Satana del Medio Oriente. Dunque, che il silenzio regnasse sino alla vittoria. Per non disturbare la patria in guerra. E specialmente i padri della patria. E più specialmente ancora, i padrini e i padroni della patria.
Fin dai primi giorni del conflitto nel Golfo, fu chiaro che il dissenso era un nemico più pericoloso del Dittatore Iracheno. Costui, infatti, prima o poi sarebbe stato sconfitto. Ma il dissenso, una volta che si fosse risveglia to, chi l’avrebbe fermato più? E contro chi si sarebbe scagliato? Era indispensabile, allora, soffocarlo sul nascere, questo dissenso, dichiararlo subito una devianza da censurare, un peccato da condannare, un atto eversivo da combattere.
Cominciò, così, un tempo difficile, ruvido, intriso di nuove e impreviste intolleranze. E anche un tempo d’isteria. Un’isteria per il momento applicata al clima di guerra, ma che sembrò a molti, compreso me, la prova generale di altre isterie prossime venture. Isterie da contrapporre a tanti possibili dissensi. Isterie, voglio dirlo, da regime.
Il primo a farne le spese fu il Pds di Occhetto, o il Pci di Occhetto, mancando ancora la ratifica congressuale del nuovo nome per la «Cosa». Quando il Bottegone si dichiarò contrario all’intervento italiano nel Golfo, si levò un coro di voci rabbiose. Rabbia giuliva a destra. Rabbia accorata o, meglio, lamento frustrato a sinistra.
I rabbiosi giulivi si poteva capirli. Urlavano gli slogan di sempre. «Partito inaffidabile come forza di governo.» «Partito senza credibilità nell’Europa unita.» «Partito impiccato a una scelta che lo esclude dalle socialdemocrazie europee.» «Partito capace soltanto di passare dalla sottomissione all’Urss a un neutralismo pericoloso, ambiguo ed equivoco.» Ma i lamentosi accorati mi riusciva difficile comprenderli.
Questi lamenti li ascoltavo anche a Repubblica. Il lamento più frequente diceva: il Pci s’è isolato. Provavo a ribattere: isolato da chi? E rispetto a che cosa? E chi certifica l’isolamento del Pci? Il governo? Craxi? L’opinione moderata, quella che comunque avrebbe strillato sempre contro qualsiasi posizione di Occhetto? Ma siamo poi sicuri che il Bottegone sia davvero una fortezza assediata? Quanti sono gli italiani senza potere che si riconoscono nella scelta del Pci?
Fra domande e risposte, s’innescava un dibattito senza sbocco. Anche in piazza Indipendenza stava salendo mi muro fra due campi. E quel muro avrebbe consentito soltanto un dialogo fra sordi. Fra sordi che erano amici, s’intende. E che amici restavano. Ma pur sempre sordi.
Al di là di quel muro vedevo attestato anche uno dei nostri editori, Carlo De Benedetti. Il 18 gennaio, l’indomani del primo giorno di guerra, l’Ingegnere parlò alla giunta della Confindustria. Disse: «Con la sua scelta sul Golfo, il Pci s’è messo fuori dalla storia. Per la prima volta, dunque, non c’è alternativa con il Pei al governo. Ancora una volta, i comunisti si sono schierati dalla parte sbagliata. Quindi dobbiamo fare i conti con le forze politiche reali di governo». Chi era presente ricorda: «Ci fu un istante di sbalordimento, poi scoppiò un applauso». Qualcuno dei big confindustriali esclamò: «Bentornato tra noi, Ingegnere». Un altro big malignò: «San Carlo è stato folgorato sulla strada d’Ivrea».
Che pacchia, per gli avversari cronici di Repubblica! Una pacchia che trovammo subito dilagante sulle pagine dell’Avanti! «Trasversali sbandati» strillò un titolone del 23 gennaio. «Sulla crisi del Golfo Persico si sfalda la connessione tra il Pci di Occhetto e la Repubblica di Scalfari.» Recitava il testo di Michele Minorità: «Anche se a Repubblica non mancano dissensi (il più clamoroso è quello di Giampaolo Pansa), la linea è in stridente ed evidente contraddizione con quella del Pci che, eccitando demagogicamente la piazza, cerca di cavalcare la carta del pacifismo. Il Partito Trasversale, che sino a qualche mese fa era in piena mobilitazione contro il governo e i partiti della coalizione, sul problema del Golfo si è spaccato».

L’Oligarchia dei Falchi

Cominciò, in questo modo, una guerra di parole. Meno tragica della guerra vera, ma non meno gonfia di livore e destinata a lasciare molti segni. Come aveva detto un generale dello staff di Schwarzkopf, mentre si preparava l’operazione «Scudo nel Deserto»? «I media non sono il nostro nemico. Sono il campo di battaglia sul quale dobbiamo vincere.» Bene, sui media italiani la guerra contro Saddam ebbe subito un esito vittorioso, d’una vittoria fulminea e indiscutibile.
Come poteva andare diversamente? In quella guerra verbale c’eravamo un po’ tutti, interventisti e pacifisti, falchi e colombe. Ci scagliavamo addosso argomenti, domande, accuse. Le parole, dunque, cadevano su entrambi i fronti. Ma non con pari intensità, ecco il punto da ricordare.
Anche questa, infatti, si rivelò subito una guerra molto diseguale. Posso spiegare il perché? Seguitemi nel ragionamento. La classe dominante italiana, l’establishment partitico, economico, burocratico, culturale e sociale, era quasi tutto per il conflitto nel Golfo. Lo riteneva inevitabile, giusto, tempestivo, capace di sistemare per sempre non soltanto i conti con Saddam, ma la stessa, terribile questione del Medio Oriente. I media (tivù pubblica e privata, radio, stampa) erano quasi per intero di proprietà dell’establishment o ne risultavano strettamente influenzati. Dunque, era pressoché inevitabile che il novanta per cento dei media fosse intriso di falchismo, megafoni privilegiati dei tanti dottor Stranamore che stavano spuntando dappertutto.
I pacifisti avevano un bel gridare nei loro cortei e nelle scuole. I falchi si dimostrarono subito enormemente più forti. Dai loro B-52 cominciarono a sotterrarci con bombardamenti verbali a tappeto. Quanto fossero micidiali queste incursioni, lo scoprivamo ogni ora, dalla mattina alla sera. Bastava guardare la tivù di Stato e quella di Sua Emittenza. Bastava ascoltare le radio più influenti. Bastava dare un’occhiata ai quotidiani più diffusi. Che carosello ininterrotto delle stesse facce e delle stesse firme, tutte ben decise a spazzolare il campo!
In quella fine d’inverno del ’91, scoprimmo che le rotative dei giornali potevano essere come ci spiegò un amaro disegno di Massimo Bucchi, stampato su Repubblica il 16 febbraio: cingoli di carro armato. E gli opinionisti, ossia il carosello appena citato e che chiameremo l’Oligarchia dei Falchi da Scrivania? Ce lo spiegò sempre Bucchi con un altro disegno. Comparve su Mercurio, intitolato «Gli orrori della guerra»: un aereo Tornado passava a volo radente bombardando il terreno con una serie di omini, «Commentatori ‘intelligenti’ lanciati sulle stazioni Tv».
A guerra conclusa, Il Sabato pubblicò un grafico che diceva tutto della disparità tra le forze in campo nella guerra delle parole. Era il succo di una ricerca condotta sui primi quattro quotidiani nazionali nei quarantadue giorni del conflitto nel Golfo. Oggetto dell’analisi, gli editoriali e gli articoli di commento sulla guerra pubblicati da quelle testate. Vediamo un po’. Repubblica: 61 articoli favorevoli alla guerra, 5 contrari, 6 indecisi. Corriere della Sera: 64 favorevoli, uno solo contrario, 6 indecisi. La Stampa: 65 favorevoli, 41 contrari, 10 indecisi. Il Messaggero: 26 favorevoli, uno solo contrario, uno indeciso.
Ma questi numeri, che pure parlano da soli, non dicono tutto. Gli articoli, come i giornali, camminano sulle gambe di chi li scrive. E a scrivere a favore della guerra erano giornalisti molto diversi tra di loro, anche come esseri umani. Dunque, non si può fare di tutti gli stili un fascio. È certo, però, che il nocciolo duro dell’Oligarchia Falchista non fu per niente di «commentatori intelligenti», per usare l’immagine di Bucchi. Fu un nocciolo duro di faziosi. Di arroganti. Di gente strasicura di aver ragione e mai insidiata da un dubbio. Di super-opinionisti prepotenti, e tuttavia abilissimi in un trucco vecchio quanto il mondo: ti insultavano, ti accusavano di mille accuse, ti cacciavano in tutti i gironi dell’inferno, e poi strillavano che eri tu ad aggredirli.
Posso anche capirli. Questa gente si sentiva al fronte. Non sul fronte del Golfo, naturalmente. Ma su quello di casa. Fronte italiano. Fronte politico. Difatti le sparate propagandistiche finivano sempre là, sull’obiettivo di sempre: l’opposizione politica. Non soltanto quella del Pci-Pds, ma qualunque opposizione.
Fu chiarissimo, in quei giorni, che l’Oligarchia Palchista non temeva tanto l’opposizione alla guerra, bensì l’opposizione pura e semplice. Al partitismo imperante. Ai padroni del vapore politico. Agli Illustrissimi Superiori che comandavano sull’Italia. Ai Poteri Forti, impegnati in ben altri conflitti che quella guerra lontana. Una guerra, del resto, combattuta non da loro, ma da quei poveracci fanatici degli iracheni e da quegli americani sempre pronti a sparacchiare in giro per il mondo.”.


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Invito tutti a non inviarmi più libri in lettura. Per mancanza di tempo, e dall'11 novembre 2013 anche di salute, non posso più accontentare nessuno. Così pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Chiedo scusa.
Bart