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STORIA: Giacomo Matteotti, antifascista irriducibile ed eroe

14 Dicembre 2019

di Bartolomeo Di Monaco

Sebbene non citato quanto Benito Mussolini, il protagonista vero e gigantesco, quasi un monumento, del libro di Antonio Scurati, “M. Il figlio del secolo”, è Giacomo Matteotti, assassinato, come è noto, a pugnalate dagli squadristi il 10 giugno 1924.
Fu il vero e ostinato oppositore al fascismo. Credo che a questo autentico martire della democrazia (nessuno è stato come lui, almeno da quando si conosce la democrazia in Italia) il nostro Paese, nonostante le tante strade e scuole che portano il suo nome, non abbia ancora tributato il giusto onore e il giusto riconoscimento. Come davanti al Palazzo della Signoria di Firenze domina il David di Michelangelo, come nella piazza più bella di Lucca, piazza San Michele, si trova al centro di essa la severa statua di Francesco Burlamacchi, simboli di determinazione, di resistenza e di libertà, così davanti al Quirinale dovrebbe innalzarsi un monumento a Giacomo Matteotti che ne ricordi la nobile figura e ne tramandi il nome a perenne memoria.
Tutte le altre figure dell’antifascismo che incontriamo nei libri di scuola o in altre opere sul tristo periodo, non sono che ombre davanti ad un tale gigante. Fu irriducibile. Minacciato continuamente, costretto a vivere ramingo, ogni volta che si presentava al suo posto in Parlamento denunciava, fatti alla mano, ciò che il fascismo andava scompaginando nel Paese con le numerose uccisioni e violenze di ogni tipo. Nessuno lo fermava, nessuno riusciva a farlo tacere. Era una macchina che una volta avviata nessuno riusciva a frenare. Non si scomponeva davanti alle minacce. Solo alla moglie Velia confidava le sue pene e si scusava di non poterle essere vicino.
L’Italia, la sua libertà, la libertà dei suoi cittadini erano in cima ai suoi pensieri. Segretario del Partito socialista unitario, teneva alto il prestigio della sua carica.
Tanti antifascisti si erano rifugiati all’estero. Da là mandavano i loro proclami. Matteotti no. Rifiutò la rinuncia, l’Aventino.
Fu la più ficcante e dolorosa spina nel fianco del fascismo.
Dopo le elezioni del 6 aprile 1924, che decretarono una schiacciante vittoria del partito fascista che ottenne il 64,9% dei voti ed ebbe eletti tutti i 356 suoi candidati (più 19 di un partito fiancheggiatore), alla prima seduta parlamentare del 30 maggio 1924 aperta dal nuovo presidente della Camera, il famoso giurista Alfredo Rocco, al quale si deve il codice che porta il suo nome, durato molti anni anche dopo la caduta del regime, nessuno riuscì a chiudergli la bocca, e quando toccò a lui, enumerò (ancora una volta coi fatti alla mano) tutte le irregolarità commesse ai seggi e durante la campagna elettorale. Si levarono insulti e minacce contro di lui, ma egli proseguì fermo e ostinato. Si dice che alla fine della seduta, Mussolini, al colmo dell’ira, esclamasse rivolto al fido Giovanni Marinelli: “È inammissibile che dopo un discorso del genere quell’uomo possa ancora circolare!”. Fu la sua condanna a morte, che avvenne, come si è detto, appena dieci giorni dopo.

Potete leggere qui un resoconto tratto dal libro di Scurati:

________________

– “Hanno votato otto milioni di italiani!” gli urla il fascista Meraviglia. “Tu non sei italiano! Vai in Russia, rinnegato,” lo insulta Francesco Giunta scattando in piedi sul banco.
Gli improperi lo sommergono. Matteotti resta imperturbabile. Ricorda che il governo per coartare gli elettori disponeva di una milizia armata. La sua cantilena indefessa batte adesso su questo tasto: “esiste una milizia armata.{interruzioni a destra, rumori prolungati) “vi è una milizia armata…” {rumori, proteste, vociferazioni) “una milizia armata composta di cittadini di un solo partito che avrebbe dovuto astenersi e invece era in funzione…” L’irritazione dei 370 parlamentari fascisti, una maggioranza schiacciante, travolge l’oratore. I cuori martellano nei petti, la pressione dilata le arterie, l’aula di Montecitorio s’impregna dei sentori del sangue.
Quasi chiunque, a questo punto, si convertirebbe al silenzio ma Giacomo Matteotti sfida la tempesta e comincia l’elenco delle violazioni. Firme mancanti alla presentazione delle liste, formalità notarili impedite con la violenza, comizi elettorali negati agli oppositori, seggi dominati dai rappresentanti di lista fascisti…
Si scatena di nuovo il putiferio. Interruzioni, rumori, ingiurie. Vigliacco, bugiardo, provocatore. Ingiurie, rumori, interruzioni. Provocatore, bugiardo, vigliacco. Matteotti le respinge: lui professa la fede nei meri fatti. Si sta limitando a elencare i fatti:
“Volete i singoli fatti? Eccoli: a Iglesias il collega Corsi stava raccogliendo trecento firme e la sua casa è stata circondata…”
Voci dalla destra: “Non è vero, non è vero!”
Bastianini: “Questo lo dice lei!”
Carlo Meraviglia: “Non è vero. Lo inventa lei in questo momento!”
Farinacci: “Va a finire che faremo sul serio quello che non abbiamo fatto!”
Matteotti: “Farete il vostro mestiere!”
Nemmeno il crescendo di rabbia che culmina nelle minacce di Farinacci lo scoraggia. Il deputato socialista, sedati per un istante i rumori, riprende l’elencazione dei soprusi. Lui espone i fatti – ribadisce, ostinato. Solo i fatti. I fatti o sono veri o sono falsi, non dovrebbero provocare rumori.
I rumori, le interruzioni, le minacce, riprendono invece dopo pochi istanti. E non cessano. Le interruzioni vengono da tutte le parti, da Teruzzi, da Finzi, Farinacci, Greco, Presutti, Gonzales e numerosi altri fascisti. Matteotti si siede, si rialza, protesta di non aver finito. Tra gli scampanellii affannati di Rocco, i pugni chiusi dei fascisti che battono sui banchi, le vociferazioni, i boati del pubblico assiepato sulle tribune, lo stillicidio va avanti per ore. Non si sa quante. C’è chi conta un’ora e mezza, chi due, chi addirittura tre. Il tempo si dilata, s’ingolfa, gira crudelmente a vuoto avvitandosi su se stesso. Alfredo Rocco, in qualità di presidente dell’assemblea, intima all’oratore, quasi temesse anche lui per la sua vita, di evitare le provocazioni, gli restituisce la parola ma lo invita a usarla “con prudenza”. Tutti, amici e nemici, implorano che Matteotti finisca. Matteotti finisce ma non prima di essere arrivato in fondo:
“Voi che oggi avete in mano il potere e la forza, voi che vantate la vostra potenza, dovreste meglio di tutti essere in grado di fare osservare la legge… se la libertà è data, ci possono essere errori, eccessi momentanei ma il popolo italiano, come ogni altro, ha dimostrato di saperli correggere da se medesimo. Noi deploriamo invece che si voglia dimostrare che solo il nostro popolo nel mondo non sa reggersi da sé e deve essere governato con la forza. Molto danno avevano fatto le dominazioni straniere. Ma il nostro popolo stava risollevandosi ed educandosi. Voi lo ricacciate indietro.” Di nuovo l’oratore è soverchiato da urla di minaccia e di disprezzo. Questa volta, però, ha finito. Giacomo Matteotti appare soddisfatto. La sua parola di duplice opposizione – contro i nemici del governo fascista e contro gli amici socialisti propensi alla collaborazione – è stata pronunciata. Tutti i ponti, adesso, sono tagliati.

L’antifascista irriducibile si risiede, sommerso dai boati, si volta verso il suo compagno di banco e gli dice:
“Il mio discorso l’ho fatto. Ora voi preparatemi l’orazione funebre.” Dopo averlo detto, Giacomo Matteotti sorride, mostrando quei suoi denti lunghi, protrusi, snudati alla radice dall’infiammazione gengivale. Impossibile stabilire se si tratti di un sorriso di scherzo o di un rictus nervoso.
Durante tutto l’interminabile centosettesimo discorso parlamentare dell’onorevole Matteotti, Benito Mussolini se n’è rimasto in silenzio, seduto al banco della presidenza. Ha ostentato indifferenza, come se l’onda di burrasca che scuoteva l’aula di fronte a lui non riuscisse a lambire la sua sponda sopravvento. Per quasi tutto il tempo del conflitto, Mussolini è rimasto immerso nella lettura dei giornali, annotandoli a matita e tamburellando con la punta di grafite sul legno dello scranno. Quando, però, ha potuto finalmente abbandonare l’aula, ai cronisti parlamentari è apparso livido, il volto tirato.
“Cosa fa Dùmini, cosa fa questa Ceka?! È inammissibile che dopo un discorso del genere quell’uomo possa ancora circolare! Boja de ’n Signur!”
La sfuriata del Capo dopo il discorso di Matteotti ha scatenato ondate di panico nel suo entourage.
Solo i più stretti collaboratori di Mussolini, e alcuni suoi parenti – suo fratello Arnaldo, Rachele, Finzi, Cesare Rossi e pochi altri – conoscono gli scoppi di collera abituali, gli scatti d’ira, gli attimi di feroce criminalità che travolgono Benito Mussolini. La violenza, del resto, è il clima di un’intera epoca, la legge dell’atmosfera in cui è racchiuso il pianeta fascista.
Infatti, pochi minuti dopo l’intervento di Matteotti, tra i banchi della Camera, a stento sedata dai commessi, a seguito di un insulto di Francesco Giunta alle opposizioni, si scatena una scazzottata furibonda tra fascisti ed esponenti dell’opposizione; inoltre, all’uscita dall’aula, diversi giornalisti testimoniano di un Cesare Rossi, abitualmente padrone di sé, il quale, seduto a un tavolo nei corridoi di Montecitorio, sovraeccitato, blatera minacce (“Con avversari come Matteotti non si può che lasciare la parola alla rivoltella… se sapessero quel che passa nell’animo di Mussolini si placherebbero subito… quelli che lo conoscono dovrebbero sapere che ogni tanto ha bisogno di sangue”); infine, nei giorni seguenti, i giornali fascisti stampano a chiare lettere sequele di insulti triviali e minacce palesi al deputato socialista.
Pur con tutto questo, gli intimi di Mussolini sanno che la sua inimicizia è tenace ma la sua collera è spesso effimera: sanno anche che “rendere l’esistenza impossibile” a un oppositore è, di questi tempi, un leitmotiv, un ritornello, una sentenza di morte e, al tempo stesso, un modo di dire. Sta all’interprete scegliere quale dei due significati – letterale o metaforico – attribuirle.
Tra gli intimi di Mussolini c’è, purtroppo, anche Giovanni Marinelli, il più disprezzato tra i capi fascisti. Fisicamente inetto in una schiera di violenti, precocemente invecchiato a quarant’anni in un coro di esaltatori della giovinezza, menomato da una gastrite devastante in un partito che del vigore ha fatto una religione, Marinelli si aggrappa al potere enorme che gli conferisce il suo ruolo di tesoriere esercitandolo con pignoleria e grettezza vendicative. A odiarlo sono soprattutto gli stessi fascisti, in particolar modo gli squadristi cui si compiace di lesinare il soldo quando partono per scatenare la violenza che lui vorrebbe ma non può esercitare. Non è per niente un mite, infatti, il tesoriere del partito. Lo stomaco rigurgitante acidità e spasmi, sofferenze continue e complessi d’inferiorità ogni volta che si siede a tavola, gli umori avvelenati gli provocano continui travasi di bile, irascibilità, livori. Giovanni Marinelli è, insomma, un ulceroso che ha fatto dell’ulcera la propria visione del mondo. In più, a detta di tutti, è un uomo ottuso, fedele al suo padrone come un cane da ciechi.
Per tutti questi motivi, fin dalla sua istituzione nello scorso gennaio, Marinelli ha custodito con gelosia il suo ruolo di capo della Ceka, assegnatogli da Mussolini e condiviso con Cesare Rossi. L’inetto si è infatuato di quella missione di comando su uomini d’azione. Ed è proprio con questo stolido, irascibile servo sciocco che il padrone sfoga la sua rabbia per l’oltraggio di Giacomo Matteotti:
“Cosa fa Dùmini, cosa fa questa Ceka?! È inammissibile che dopo un discorso del genere quell’uomo possa ancora circolare! Boja de ’n Signur!”.-


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Invito tutti a non inviarmi più libri in lettura. Per mancanza di tempo, e dall'11 novembre 2013 anche di salute, non posso più accontentare nessuno. Così pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Chiedo scusa.
Bart