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STORIA: Giorgio Pisanò: Come furono uccisi Claretta Petacci e Mussolini

28 Settembre 2021

(da Giorgio Pisanò: “Gli ultimi cinque secondi di Mussolini. Un’inchiesta durata quarant’anni”)

In “Storia della guerra civile in Italia. 1943-1945”, uscito nel 1965, Pisanò ricostruisce così i fatti concernenti la morte di Claretta Petacci e di Benito Mussoli.
Gli Alleati, saputo dell’arresto di Mussolini, chiedono al CLNAI (Comitato di Liberazione Nazionale Alta Italia, composto da tutti i partiti di allora)) di consegnare loro Mussolini vivo, onde processarlo. I comunisti cercano di opporsi alla consegna, ma devono accettare la decisione di maggioranza del Comitato, il quale invia Walter Audisio, conosciuto come “Colonnello Valerio” a prelevarlo.
Ma Longo segretamente dà incarico a Aldo Lampredi, detto “Guido Conti” di uccidere Mussolini, personaggio troppo ingombrante e ancora in grado di attrarre molti seguaci a guerra finita, quando invece il PCI ha intenzione di scatenare la rivoluzione e instaurare in Italia uno Stato di tipo sovietico.
Lampredi ubbidisce e quando arriva sul luogo, essendo più importante di Audisio in seno al partito comunista, gli impone di associarsi a lui e uccidere Mussolini. Audisio acconsente. Con Audisio c’è anche un altro partigiano, Michele Moretti detto “Pietro.
Presi Mussolini e la Petacci, si fermano davanti al cancello della ormai famosa Villa Belmonte, e uccidono i due prigionieri. A sparare la raffica di mitra fu Michele Moretti, e non Audusio, secondo quella prima ricostruzione di Pisanò.

Ma nel 1996 esce un nuovo libro di Pisanò, intitolato “Gli ultimi cinque secondi di Mussolini. Un’inchiesta durata quarant’anni”.
Ė stato sollecitato a scriverlo da nuove testimonianze, emerse nel frattempo. Una in particolare è di notevole rilevanza, quella di Dorina Mazzola (che l’ha anche scritta e firmata) poiché vi si sostiene che i due prigionieri furono uccisi nella stessa casa dei De Maria, dove erano stati rinchiusi, e perciò l’esecuzione di Villa Belmonte era stata una farsa.

Consiglio ai lettori che vogliono approfondire la Resistenza di acquistare questo libro e leggerlo per le novità che vi sono introdotte le quali, mi pare, non abbiano ricevuto smentita.

Quello che segue è il decimo capitolo (importante è anche l’undicesimo, che lasciamo al lettore di cercare). (bdm)

_____________

Guardai con grande curiosità quella signora che mi stava seduta davanti e che aveva detto pacatamente: «Ho visto uccidere Claretta Petacci». Con curiosità e anche con un certo turbamento: potevo avere a che fare con una mitomane, oppure ero arrivato davvero a scoprire il segreto che inseguivo da quaranta anni.
Non sapevo che cosa dire.
Ruppe il silenzio la figlia di Dorina Mazzola, Milena. «Capisco che cosa sta pensando. Ma stia tranquillo. Mia madre è perfettamente sana di mente. Noi figlie, e anche i nipoti, sappiamo da tanti anni che cosa ha visto e sentito, quel giorno. E sappiamo bene, anche per altri motivi che poi le racconteremo, che ha sempre detto la verità.»
«Ma perché solo adesso? Perché solo adesso vi siete decise a parlare? Chi vi ha costretto al silenzio?»
«Tutti quelli di Mezzegra» intervenne Dorina Mazzola «che sapevano o che dicevano in giro qualcosa, sono stati minacciati e intimiditi per decenni. Trovavamo bigliettini infilati di notte sotto le nostre porte: “Dovete tacere per cinquanta anni”. Anch’io ho taciuto. E quando ne parlavo con le mie figlie, mi raccomandavo di non riferire in giro quello che avevo raccontato. Mi hanno sempre obbedito, così non è successo niente.»
«Ma chi era a minacciarvi?».
«Ci vuole poco a capirlo» disse ancora la signora Mazzola. «Erano quelli che non volevano si sapesse la verità su come erano stati uccisi Mussolini e la Petacci.»
«E adesso» insistetti ancora incredulo «lei vuole davvero raccontare tutto? E perché?»
«Il motivo che mi spinge adesso» spiegò Dorina Mazzola «gliel’ ho già accennato. Ho letto il mese scorso quell’artico
lo firmato da Aldo Lampredi sull’Unità (23 gennaio 1996, n.d.a.), e ho visto che continuano a raccontare le solite bugie. Ho detto basta. I cinquanta anni, tra l’altro, sono finiti e non capisco perché dovrei restare zitta. E poi sto per compiere i settant’anni. Non so quanto tempo il Signore mi concederà ancora di vita, e non voglio andarmene con questo peso sullo stomaco che mi porto dentro da più di mezzo secolo.»
«Ma è sicura» mi informai «di ricordare i fatti come li ha vissuti? Cinquanta anni sono tanti…»
«Ricordo ogni cosa, ogni particolare. E le dirò solo quello che ho visto con i miei occhi e udito con le mie orecchie. Delle poche cose sapute da terze persone, le farò nomi e cognomi dei testimoni…»
Intervenne la figlia Milena. «Mia madre, qualche anno fa, ha scritto tutto. Sono tanti fogli pieni della sua calligrafia. Li ho letti. C’è la storia di quello che è successo il 28 aprile a Bonzanigo.»
Mi rivolsi a Dorina Mazzola. «Me li fa vedere?»
«Tu sai dove li tengo» mi rispose indirettamente la signora rivolgendosi alla nipote Elena. «Va’ a prenderli.»
Un minuto dopo avevo tra le mani trentuno fogli protocollo zeppi di una grafia chiara e perfettamente leggibile. Diedi una rapida occhiata alle prime righe.
«Avevo diciannove anni quando accadde ciò che sto per raccontare… Quando uccisero il Duce e Claretta Petacci gli storici diedero una versione ufficiale e non compresi mai fino in fondo perché volevano in qualche modo nascondere la verità… Dopo quello che accadde, si sparse la voce che per cinquant’anni non si poteva parlare… Rendo questa testimonianza per amore della verità…»
Dovevo leggere assolutamente quei trentuno fogli manoscritti.
«Signora Mazzola» dissi «sono anni che cerco la verità sulla morte di Mussolini e della Petacci. E ci sono tante domande alle quali non sono mai riuscito a dare una risposta. Su questo argomento sto scrivendo un libro. Lei ha detto prima che mi conosce di nome e che sono arrivato qui in casa sua al momento buono. Mi lascia la possibilità, adesso, in questa stanza e in sua presenza, di leggere questi fogli e di prendere appunti sui fatti che lei racconta?»
Dorina Mazzola interrogò con lo sguardo la figlia e la nipote, poi prese una decisione. «E un lavoro troppo lungo. Se avessi una copia di questo manoscritto, gliela darei. Ma ho solo l’originale…»
«C’è nessuno, qui vicino» proposi allora «che abbia una fotocopiatrice?».
«Ce n’è una in municipio» precisò Elena «ma è già tardi, sono quasi le sette di sera. Provo lo stesso a telefonare per sapere se posso andare a fotocopiare questi fogli.»
Dagli uffici del comune risposero mettendole a disposizione la fotocopiatrice. La ragazza e Bordin uscirono.
Stavano accadendo tante cose e tutte in fretta. Se Elena e Bordin fossero tornati con le fotocopie, sarei uscito da quella casa con la vera storia di come erano stati uccisi il Duce e Clara Petacci. Ancora stentavo a crederlo.
Affrontai con la signora Mazzola l’argomento più urgente. «Lei accetterebbe di raccontarmi tutto in un’intervista e di lasciarmela pubblicare nel libro che sto completando?»
«Non ho niente in contrario. Le chiedo solo di farmi leggere il testo, perché ci tengo che quello che le dirò venga pubblicato senza inesattezze.»
«Mentre aspettiamo che tornino il mio amico e sua nipote» replicai a quel punto «mi dica una cosa: lei afferma di avere visto uccidere Clara Petacci. E Mussolini? Ha visto uccidere anche lui?»
«No, non l’ho visto uccidere. Quando l’ho visto, era già morto. Ma so quando e dove gli hanno sparato. Almeno due ore prima di uccidere Claretta. Tenga presente, tra l’altro, un particolare che ha il suo peso in questa mia testimonianza. Quella mattina io ho assistito a un terribile dramma senza conoscerne i protagonisti. Non sapevo che Mussolini e la Petacci fossero in quella casa. E fino al tramonto non sono stata in grado di capire che la donna uccisa sotto i miei occhi era la Petacci e che l’uomo trascinato fuori morto da casa De Maria, giù per via del Riale, era Mussolini. Fotografie di lei non ne erano mai apparse e io, comunque, non ne avevo mai viste. E a quell’uomo morto avevano messo in testa un passamontagna. Impossibile capire che si trattava del Duce.»
Prima che tornassero Bordin con la giovane Elena, la signora Mazzola mi fornì alcune notizie sulla sua famiglia e sulla sua situazione attuale.
Terzogenita di otto figli, sei dei quali tuttora viventi, era cresciuta, come già mi risultava, in una famiglia benestante. Il padre, proprietario terriero, era anche commerciante di rottami. Lei, essendo la più anziana delle tre figlie, nel 1945, a diciannove anni, esercitava di fatto il ruolo di vicemadre nelle incombenze di casa.
«La guerra» mi raccontò «fino a tutto il 1943 ci aveva appena sfiorato con i profughi che fuggivano dai bombarda menti nella pianura lombarda. Ma poi si formarono i primi gruppi partigiani, vennero i rastrellamenti dei fascisti e la paura di rappresaglie. Mio fratello Trieste, che aveva tre anni più di me, si diede alla macchia sulle montagne sopra Mezzegra. Ero io a portargli di nascosto viveri e quanto altro gli poteva servire. Subito dopo la guerra, nel gennaio del 1946, mi sposai. Mio marito, Guglielmo Vanini, che è del 1921, faceva il parrucchiere ad Azzano. Nel 1950 ci trasferimmo qui a Ossuccio. Ma cinque anni fa, mio marito è stato colpito da ictus e, da allora, vive in un istituto specializzato. Ho tre figlie, tutte sposate, e quattro nipoti.»
Rientrarono Elena e Bordin con le pagine fotocopiate. Dorina Mazzola mi diede le fotocopie. Le domandai se era disposta a firmare, per garantirne l’autenticità e la provenienza, pagina per pagina. E lei firmò.
Restammo d’accordo che avrei letto il manoscritto e sarei tornato al più presto a Ossuccio per l’intervista.
Uscimmo da casa Mazzola che era ormai sera inoltrata.
Quando fummo in automobile mi rivolsi a Bordin: «Hai letto le pagine e sei rimasto deluso?»
«Vero il contrario» rispose Bordin. «In quelle pagine ci sono le risposte a tante domande. C’è persino spiegata la faccenda dello stivale aperto. Ma ci sono anche particolari che non riesco a capire, come quello dei partigiani che lavarono il corpo di Mussolini. Chissà perché.»
Due giorni dopo eravamo di nuovo a Ossuccio. Ecco il testo della intervista con la signora Mazzola.
«Quando e come è iniziata per lei la giornata del 28 aprile 1945?»
«Cominciò durante la notte, quando mi svegliai sentendo
Il rumore di molti passi sotto la finestra della mia stanza. Debbo precisare che la casa dei Mazzola è alta due piani e sorge proprio dove termina via Albana costeggiando poi i primi 1520 metri di via del Riale, della quale porta infatti il numero due. Debbo anche aggiungere che quel tratto di strada, poco più di una mulattiera, è sempre stato illuminato da due lampioni: uno all’inizio di via del Riale, e l’altro dove la stradina sbocca nello spiazzo, allora erboso, punto di confluenza, per chi sale verso Bonzanigo, con viale delle Rimembranze. La finestra della mia stanza, al piano terreno, si trovava praticamente al livello di via del Riale.
«Mi alzai dal letto e non accesi la luce. Aprii i vetri senza fare rumore. Dalle fessure delle imposte fatte a listerelle, e grazie alla luce dei due lampioni, potei vedere tanti uomini armati che salivano per via del Riale verso Bonzanigo. Dal loro abbigliamento capii che erano partigiani. Con loro scorsi anche due donne. Ma non ho mai saputo da dove venivano e dove stavano andando.»
«Che ore erano?»
«Mezzanotte.»
«E come fa a esserne così sicura?»
«Pochi minuti dopo il campanile diede dodici rintocchi. Li ho contati uno per uno. Faticai a riprendere sonno e mi svegliai dopo le sette e mezzo. Non ero abituata ad alzarmi così tardi, anche perché toccava a me aiutare mia madre a preparare la prima colazione. Quando arrivai in cucina mi accorsi infatti che tutti l’avevano già consumata. Mio padre era nel suo magazzino di rottami. Cominciai a sbrigare le faccende di casa quando, verso le otto e mezzo, mio padre entrò con lo sguardo e il viso alterati dall’emozione e disse: “Non uscite, questa mattina. Tira aria grama. Ci sono in giro facce mai viste. Su per la strada che porta a Bonzanigo (via del Riale, n.d.a.) stanno andando uomini vestiti in borghese. Davanti a loro altri uomini armati di mitra.»
«È certa che fossero le otto e mezzo?»
«Sì, ne sono certa, perché corsi alla finestra del secondo piano per vedere questi uomini e, come facevo spesso, alzai gli occhi verso l’orologio del campanile della chiesa parrocchiale. Segnava poco più delle otto e mezzo. Ma non vidi nessuno e tornai a sbrigare i mestieri di casa. Stavo per mettermi a stirare quando sentii due colpi d’arma da fuoco. Provenivano dall’alto, dalla parte sinistra di Bonzanigo.
«Ma prima di proseguire debbo spiegare che la posizione di casa Mazzola, rispetto al territorio e alle case di Bonzanigo, è come il fondo di un imbuto. Tutti i rumori, le voci finiscono lì, chiari e nitidi. Specie le voci e i rumori provenienti da casa De Maria, distante da noi nemmeno cento metri in linea d’aria, e più in alto di una quindicina. Allora, poi, non c’erano nemmeno rumori di traffico vicini o lontani.

«Tornai alla finestra del secondo piano e mi arrivò subito l’eco di numerosi colpi di fucile, sparati, questa volta, da destra, in aperta campagna. Non capivo che cosa stava accadendo. E nemmeno lo capii quando sentii altri due colpi, che sembravano di pistola e parevano provenire proprio da casa De Maria. Seguirono almeno altri sei colpi, questa volta di fucile, provenienti da destra.
«Non mi andava proprio di lavorare, con tutta quella sparatoria, e restai così accanto alla finestra aperta.
«Ancora pochi secondi e in casa De Maria scoppiò un furibondo litigio. Giacomo De Maria urlava picchiando pugni su un tavolo e Lia De Maria piangeva e gridava disperata: “Sono cose da capitare in casa mia?”
«Poi, mentre la lite continuava, mi accorsi che nel cortile antistante casa De Maria, c’erano alcuni uomini che si agitavano tra la porta di casa e quella della cantina. Preciso che dal punto in cui mi trovavo al secondo piano della mia abitazione, essendo il cortile di casa De Maria leggermente più in alto, io, di quegli uomini, potevo vedere solo la parte superiore del corpo, vale a dire, più o meno, dalla cintura in su.
«Tra di loro mi colpì uno dalla testa calva che, nonostante la mattina grigia e fredda, indossava solo una maglietta bianca, e si muoveva zoppicando a passetti lenti. Non potei notare se camminasse così perché ferito alle gambe; da dove mi trovavo, lo ripeto, vedevo solo, di quegli uomini, la metà superiore del corpo.
«Fu allora che dal finestrone del secondo piano di casa De Maria si affacciò una giovane donna che urlava: “Aiuto! Aiutateci!”. Ma qualcuno la tirò dentro, mentre lei continuava a gridare e a piangere. Intanto quel signore calvo con la maglietta bianca era sparito alla mia vista e, poco dopo, sentii nitidi, con un distacco preciso l’uno dall’altro, altri sette colpi. Tutti esplosi lì, davanti a casa De Maria.
«Il litigio continuò. Uomini entravano e uscivano di corsa dall’edificio. Altri varcavano il cancello che si apre su via del Riale e salivano verso il paese. Poi ci fu una sparatoria nel cortile davanti a casa De Maria. Di colpo tutto quel frastuono cessò. Rimase solo il pianto disperato della Lia De Maria e di quell’altra donna.»
«Che ore erano?»
«Circa le dieci. Io ero gelata di paura. Tornai in cucina incanto al fuoco per scaldarmi, ma le urla e i pianti di quelle due donne continuavano a riempirmi la testa. Avrei voluto sapere di più di quello che avevo visto e sentito, ma come potevo affrontare quegli uomini armati che non conoscevo e che non mi conoscevano? Si udivano ancora colpi di fucile provenire dalla campagna a destra di Bonzanigo, e dalla sinistra dove c’è la chiesa parrocchiale di Sant’Abbondio. Più niente invece dal centro, vale a dire dalla casa De Maria.
«Mi portai ancora al secondo piano e mi affacciai alla finestra che mi aveva già consentito di osservare le convulse scene di un’ora prima. E mi giunse ancora il pianto di Lia De Maria e dell’altra donna, che gridava: “Ma perché? Perché?”.
«Non potendo fare niente per aiutarle, mi dedicai ai lavori di casa, tenendo però occhi e orecchie bene aperti. Così, a un certo momento, mi accorsi che nel piccolo slargo che si apre sul retro della mia casa, all’inizio di via Albana, c’era parcheggiata un’automobile scura. Che cosa ci faceva lì, in un posto dove di macchine non ne arrivavano mai? Chiaramente aspettava qualcuno. Intanto stavano per suonare le undici, e i piccioni del nostro allevamento che, in tutto quel trambusto, nessuno aveva provveduto a sfamare, vennero a posarsi sui davanzali delle finestre sbattendo le ali e picchiando con il becco sui vetri. Allora andai a prendere il secchio dei mangimi e uscii fuori per distribuirlo.
«Il sole era ormai alto. Le undici erano suonate da oltre mezz’ora. Il clima era diventato mite, ma la pioggia della notte aveva lasciato il terreno bagnato. Pensai così di non gettare il mangime per terra, ma su una lamiera zincata del deposito di mio padre che, giorni prima, era scivolata dal mucchio dei rottami.
«E fu mentre gettavo il mangime che, alzando gli occhi, notai alcuni uomini scendere da via del Riale. Erano di certo partigiani. Camminavano lentamente. Poi si fermarono. Qualcuno di loro tornò indietro. Uno si sedette sul muretto della strada: reggeva tra le braccia un grosso fagotto con indumenti, coperte e, mi parve, anche un cappotto.»
«Ma lei come faceva a vederli senza essere vista?»
«Per sfamare i piccioni mi ero portata a ridosso del mucchio dei rottami, accumulati nel cortile della mia casa verso lo spiazzo erboso dove arrivava la via del Riale. Stando dietro quei rottami, che lasciavano spazi vuoti, potevo vedere che cosa accadeva nella stradina che proveniva da Bonzanigo e quindi da casa De Maria. Ma chi scendeva non poteva vedere me.»
«E dal suo punto di osservazione, lei poteva vedere tutta la via del Riale fino al cancello d’ingresso di casa De Maria?»
«No, non tutta. A metà percorso tra casa De Maria e la mia abitazione, la strada, allora una mulattiera, compiva in pochi metri una doppia curva a gomito: io vedevo bene solo
Il tratto più in basso della stradina, dalla curva allo slargo erboso. Poco più di trenta metri.
«Quei partigiani, infatti, li avevo notati solo quando erano apparsi dopo la doppia curva.
«Intanto, mentre seguivo i loro movimenti, avevo sentito di nuovo il pianto disperato della donna che aveva gridato aiuto. Questa volta più vicino. Ed ecco che dalla curva spuntarono altri tre uomini che si tenevano a braccetto e camminavano a passo molto lento. Dietro di loro apparve una donna che si gettò in ginocchio davanti a quello dei tre che stava nel mezzo, abbracciandogli i piedi. E gridava convulsamente qualche cosa che non riuscivo a capire, per via del fracasso che facevano i piccioni raccogliendo il mangime sulla lastra zincata.
«Allora mi spostai quanto più possibile sulla mia sinistra, sempre al riparo dei rottami metallici.
«Vidi uno dei partigiani avvicinarsi alla donna, parlarle accarezzandole i capelli e cercare di sollevarla da terra. Ma lei continuava a disperarsi. La sentii gridare, questa volta chiaramente: “Dov’è mio fratello?”
«Dalla curva arrivò un terzo gruppo di uomini. Alcuni vestiti in borghese. C’erano, con loro, almeno due donne.»
«Ne è sicura? Le conosceva? Possibile che una delle donne fosse la De Maria?»
«Due donne, ripeto. E la De Maria non c’era. L’avrei riconosciuta subito. Due donne che non erano della zona. Non le avevo mai viste. E nemmeno le rividi più.»
«Ma quanta gente cera, quella mattina, a Bonzanigo? Quante persone ha visto? E nessuna di sua conoscenza?»
«Non sono stata certo a contarli. Posso azzardare un numero: perlomeno una quindicina. Certo, qualcuno l’ho riconosciuto. Poi le farò i nomi.»
«Torniamo agli ultimi uomini usciti dalla curva…»
«Si fecero tutti attorno ai tre che camminavano stretti tra di loro. Poi mi sembrò di vedere che sollevavano prima un braccio e poi l’altro dell’uomo al centro. Alla fine gli uomini e le donne dell’ultimo gruppetto tornarono dietro la curva. E mi accorsi che all’uomo al centro avevano cambiato il cappotto. Prima ne indossava uno militare. Adesso uno di taglio borghese color marrone. Mi sembrava tutto così strano. Ma quando i tre, dopo altre evidenti esitazioni, decisero di fare qualche altro passo in avanti, mi resi conto di colpo che quell’uomo al centro non camminava con le sue gambe. Erano gli altri due a portarlo di peso sorreggendolo sotto le ascelle. E la testa gli pendeva sulla sinistra. Quell’uomo era morto.
«Allora cominciai a capire il perché della disperazione della donna. Forse è suo padre, pensai, forse il marito o un altro parente stretto. Come potevo immaginare che il morto era Mussolini e la donna Claretta Petacci?
«Mentre guardavo sempre più impaurita quanto stava accadendo, la donna, senz’altro giovane, vestita di scuro, si aggrappò di nuovo urlando alle gambe del morto, stringendo così tanto da sfilargli uno degli stivali.»

«Lei ha visto veramente la donna sfilare uno stivale al morto? Me lo confermi, per favore, perché questo è un particolare importante.»
«Certo. L’ho visto con i miei occhi. Le dirò di più. Un partigiano strappò subito lo stivale dalle braccia della donna e si curvò fino a terra per cercare di rinfilarlo nel piede. Tentò e ritentò ma, alla fine, fece un gesto come per significare che non ce la faceva, che non era possibile.
«Allora scoppiò una lite tra i partigiani. Alcuni di loro, chiaramente, dovevano avere fretta e ce l’avevano con quella donna che faceva perdere tempo. Lei, infatti, continuava a disperarsi restando abbracciata alle gambe del morto e gridava: “Cosa vi hanno fatto! Come vi hanno ridotto!”.»
«Dava del voi al morto?»
«Sì. Questo particolare non mancò di colpirmi perché, allora, non erano pochi i figli, per esempio, che pure dalle mie parti davano del voi ai genitori. Ma quell’uomo morto non poteva essere il padre della donna: lei l’avrebbe invocato con altre parole. Chissà chi era.
«Intanto il gruppo, al quale erano tornati a riunirsi quelli scomparsi poco prima dietro la curva, era arrivato, sia pure molto lentamente, sullo slargo erboso. Di lì, chi vuole proseguire verso la via Regina, ha due possibilità: o curva a destra e prende il viale delle Rimembranze, o prosegue per l’ultimo tratto di via del Riale, fiancheggiando la mia casa, per immettersi, venti metri dopo, in via Albana.
«Il gruppo si avviò a destra, verso viale delle Rimembranze. Ma subito risuonarono grida e improperi anche in dialetto locale: “Fate largo! Toglietevi dai piedi. Via di ball! Tornate dove siete stati fino adesso…”»
«Lei, intanto, dove si trovava?»
«Sempre nello stesso punto, nascosta dietro i rottami. Solo che, nel momento in cui il gruppo aveva svoltato verso viale delle Rimembranze, io non riuscivo a vedere più nessuno, perché mi trovavo più in basso rispetto al livello dello slargo. Ma poi, evidentemente, il gruppo dovette invertire la marcia e, infatti, la prima che tornai a vedere fu la donna. Nella mano destra stringeva un foulard. Sotto il braccio sinistro una borsetta. Qualcuno le aveva gettato una pelliccia sulle spalle. La donna, che continuava a disperarsi e a gridare, fece qualche passo in direzione di via del Riale verso via Albana. Mi sembrò anzi che volesse correre avanti. In quel momento, la donna non era più distante da me di sei o sette metri.
«Fu allora che qualcuno fece partire una raffica di mitra. Le pallottole mi sibilarono vicino. Alcune falciarono i muri della mia casa e del magazzino alla mia sinistra, dove mio padre teneva dei mobili antichi.
«I piccioni spaventati si alzarono in volo riempendo l’aria. E contemporaneamente tra i partigiani si scatenò il finimondo. Sentivo uomini urlare, inveire, bestemmiare e donne strillare di spavento. Sembravano tutti impazziti. Le prime parole che riuscii a udire furono: “Pezzo di merda! Guarda che cosa hai fatto!” E ancora: “Chi è quel pezzo di merda che ha sparato? Da dove è arrivato? Non ti fare vedere da me, che ti lego le budella attorno al collo!”
«Chi inveiva in italiano, chi in dialetto. Tra questi ultimi riconobbi, dalle voci, alcuni ragazzi che conoscevo: Carlo De Angeli, Pietro Faggi, che morì un anno dopo, e Paolo Guerra, che divenne poi sindaco comunista di Tremezzo. Credetti a un certo punto che si sarebbero sparati tra di loro.
«Terrorizzata da quanto stavo vedendo, tornai rapidamente in casa attraverso la porta che si trovava vicinissima, alla mia sinistra, e mi rifugiai in cucina. Ma la curiosità fu ancora una volta più forte della paura e raggiunsi la finestra della cucina che dava verso lo slargo. Mia mamma cercò di togliermi di lì: “Vieni via, vieni via, altrimenti ti sparano…”
«Non vedevo più la donna. I partigiani continuavano a inveire gli uni contro gli altri. Poi sentii due colpi di pistola esplosi sul retro di casa mia, là dove inizia via Albana, e la baraonda cessò. Ricomparve quindi, all’inizio del tratto di via del Riale che fiancheggia la mia casa, là dove avevo scorto per l’ultima volta quella donna, l’uomo sorretto dai due partigiani. Attorno a loro un gruppo di persone ben vestite.
Gente venuta da fuori. Due di questi li notai in maniera particolare: uno era un signore molto distinto che indossava un impermeabile quasi bianco con cintura alta in vita, uno strano berretto con visiera in testa e, a tracolla, una lussuosa macchina fotografica. L’altro, più piccolo di statura, aveva i capelli corti brizzolati e portava un giaccone grigio scuro. Dietro il gruppo due donne in pelliccia: una era di visone e l’altra di un pelo vaporoso. Avevano le facce sbiancate dallo spavento e gli occhi rossi di pianto. Anche loro, non le avevo mai viste.»
«Quanto durò tutta questa vicenda, dall’apparizione dei primi partigiani alla raffica di mitra?»
«Più di venti minuti, forse mezz’ora. Non sono in grado di precisarlo.»
«E poi, che cosa accadde?»
«Passai dalla finestra della cucina a un’altra finestra, sempre a piano terra, che dava sulla via del Riale. Lì, restando ben nascosta dietro le fessure delle imposte, vidi che alcuni partigiani stavano curvati ai piedi dell’uomo morto e cercavano ancora, spingendo in su lo stivale, di infilarlo nel piede. Ma senza riuscirci. Ebbi così modo di osservare più da vicino quel cadavere portato in giro per i nostri viottoli. Era la stessa persona che, circa tre ore prima, avevo notato camminare nel cortile di casa De Maria con quei passetti incerti. Sotto il cappotto, adesso aperto, indossava la medesima maglietta bianca, ma lacera e insanguinata. Attorno ai fianchi, aveva una sciarpa attorcigliata. Sulla testa il passamontagna. Nemmeno in quegli istanti terribili mi resi conto che si trattava di Mussolini.
«Mentre guardavo quel cadavere, spuntarono fuori, dalla mia destra, strisciando contro il muro della casa, e restando il più possibile bassi, altri partigiani che trasportavano a braccia un altro corpo coperto da un cappotto.
«Fu allora che compresi perché non avevo più sentito il pianto disperato della donna: quel cadavere era il suo. La raffica di mitra era stata esplosa contro di lei.
«Dal campanile giunsero i rintocchi di mezzogiorno. Lo slargo a monte della mia casa si stava svuotando. Chi si dirigeva per viale delle Rimembranze, chi verso il retro dove inizia via Albana e dove avevo visto parcheggiata l’automobile nera. Mi spostai di corsa alla finestra del secondo piano che si apre sul retro e vidi che tutti erano spariti, mentre l’automobile si stava allontanando lentamente giù per via Albana, verso la via Regina.
«Fu un triste mezzogiorno e non mi riuscì di ingoiare nemmeno un boccone.»

«Poi venne il pomeriggio…»
«Già, venne il pomeriggio. Tra le quattordici e le quindici, mentre stavo riordinando un poco la casa sentii ancora sparare di tanto in tanto alcuni colpi di rivoltella. Il rumore proveniva, più o meno, dal punto in cui terminava viale delle Rimembranze, là dove, accanto a un ponticello che scavalcava il torrente e che ora non c’è più perché il letto del torrente è stato coperto, c’era una fontanella, poi spostata una quindicina di metri più a monte. Quei colpi di rivoltella mi preoccupavano. Dovevo scendere a Azzano per fare delle spese e avrei dovuto transitare vicino alla fontanella.
«Verso le quattro mi decisi a uscire e, per prima cosa, mi fermai al di là del cumulo dei rottami, dove avevo visto la donna viva per l’ultima volta. In quel punto c’era ancora del sangue per terra, tra l’erba. Recitai una preghiera per quella povera donna a me sconosciuta e proseguii per la fontanella e viale delle Rimembranze.
«Ma quando arrivai alla fontanella, notai ancora acqua e sangue per terra. La zona era deserta. Tutti erano giù ad Azzano, in fondo al viale delle Rimembranze. Non capivo che cosa era successo in quel punto e di chi poteva essere quel sangue. Mentre stavo ponendomi quelle domande, mi sentii chiamare: “Signorina Mazzola”. Era il signor Gilardoni, proprietario della casa di fronte alla fontanella. Notai che mi chiamava restando nascosto dietro le siepi del suo giardino.
«Mi raccontò: “Un’ora fa qui c’erano dei partigiani che ogni tanto sparavano qualche colpo di pistola e mandavano tutti giù al bivio di Azzano. Poi è arrivata su da viale delle Rimembranze un’automobile scura. Hanno aperto le portiere e hanno tirato fuori un uomo morto, insanguinato. Lo hanno appoggiato per terra, vicino alla fontana. Gli hanno tolto una maglia bianca sporca di sangue, e l’hanno lavato con dei panni che gettavano poi nel torrente. Alla fine l’hanno rivestito con quella maglietta e altri indumenti e l’hanno portato via a braccia, giù per via delle Vigne. Gli domandai: “E l’automobile?”. “Quella” mi rispose “è ripartita subito per viale delle Rimembranze.” Gli domandai ancora se aveva visto una donna, viva o morta. No, non l’aveva vista, ma mi confermò che l’uomo morto e ripulito, era stato portato a braccia giù per via delle Vigne.
«In quel momento udimmo lo sgranarsi di raffiche di mitra. Provenivano dalla zona di Giulino. Guardai il campanile della chiesa: erano le 16,25.
«Volevo sapere che cosa stava accadendo. Gilardoni tentò invano di dissuadermi: “Non vada là: può essere molto pericoloso”. Ma io mi ero già avviata per via delle Vigne che, dopo poche decine di metri, termina nella via 24 maggio che porta a Giulino di Mezzegra.
«Attraversando il ponticello mi accorsi di alcune pezzuole insanguinate che erano rimaste impigliate tra le spine e sui cespugli di more che costeggiavano il torrente.
«Ma una volta in via delle Vigne, un’altra mulattiera lastricata di ciottoli e lunga poco più di trenta metri, notai altre chiazze di sangue che terminavano però, di colpo, là dove la stradina si congiungeva con via 24 maggio. Mi sembrò logico concludere che, in quel punto, il cadavere portato a braccia lungo via delle Vigne, era stato caricato di nuovo su una automobile.
«Salii allora per via 24 maggio ma, dopo circa duecento metri venni bloccata da due partigiani che mi puntarono contro i mitra: “Dove vai?”. “A Giulino.” “Non si può, perché debbono scendere giù delle automobili: se vuoi andarci, torna indietro e prendi la scorciatoia.” Non mi restava che obbedire. Avevo in faccia il sole abbagliante del tramonto e mi riparai il viso con la mano. Quanto bastava per vedere ancora una volta l’automobile nera che era rimasta parcheggiata dietro casa mia e che era ripartita con i due cadaveri a bordo. La stessa che ora, seminascosta da altre due vetture, faceva da sipario a gruppi di uomini che si agitavano continuamente da una parte all’altra della strada davanti al cancello di Villa Belmonte.»
«Tutto chiaro meno un particolare. Perché infatti avrebbero lavato il cadavere di Mussolini prima di portarlo davanti al cancello di Villa Belmonte? Perché il suo e non anche quello di Clara Petacci?»
«Non lo so. Me lo sono chiesta anch’io, ma non ho trovato risposta. Nemmeno quando, nei giorni successivi, ho cercato, e ci sono riuscita, di ricostruire il percorso fatto fare ai due cadaveri, dopo che erano stati portati via dal retro della mia casa sull’automobile scura, fino alla fontanella sul torrente e al cancello di Villa Belmonte per la fucilazione.
«In quanto al percorso non c’era molto da scegliere. Via Albana termina all’incrocio con via Regina. Lì all’angolo c’è ancora l’albergo Milano il cui proprietario era notoriamente amico dei partigiani. Li avevano nascosti lì? Per saperlo interrogai mia zia Mariola, che lavorava nell’hotel. Le domandai se il 28 aprile, dopo mezzogiorno, aveva visto una automobile scura vicino all’albergo. Mi rispose: “Sì, l’hanno tenuta per qualche ora nel garage. L’ho notata perché poi alcuni dei partigiani che l’avevano scortata fin qui sono entrati nell’albergo e piangevano”.
«A quel punto ci voleva poco per ricostruire il resto della vicenda. Attorno alle 15, quando cioè avevo sentito i colpi di rivoltella nella zona della fontana, i partigiani erano ripartiti dal Milano risalendo per poche decine di metri. Poi avevano svoltato a sinistra per Vie Nuove, e quindi a destra, su per viale delle Rimembranze evitando così il bivio di Azzano che, a quell’ora, era pieno di gente.
«Alla fontanella avevano tirato fuori il cadavere di Mussolini e l’automobile era tornata fino al bivio di Azzano, portando a bordo il cadavere della Petacci, magari nascosto nel bagagliaio. Di lì era risalita nuovamente per via 24 maggio e, all’incrocio con via delle Vigne, avevano caricato di nuovo il corpo di Mussolini per gettarlo infine, insieme a quello della Petacci, davanti al cancello della Villa Belmonte, luogo prescelto per la sceneggiata finale.
«Intanto, quel pomeriggio, rientrai a casa risalendo per via delle Vigne, senza fare gli acquisti. Proprio non ne avevo voglia. Solo più tardi scesi di nuovo ad Azzano e mentre camminavo incontrai gente del paese che, non avendomi visto prima, mi disse: “Hai sentito? Hanno ammazzato la Petacci e Mussolini al cancello di Villa Belmonte”. Mi sentii gelare, perché solo in quel momento venni a sapere chi erano l’uomo morto e la donna uccisa sotto i miei occhi. E nessuno poteva immaginare che cosa avevo visto e sentito.
«Qualcuno, però, proprio quella sera, affermò che davanti a Villa Belmonte era stata recitata solo una finzione.»
«Lei sapeva, altri sapevano. Ma quanti?»
«Tanti. A Mezzegra e anche nei paesi vicini. Le racconto un episodio. Qualche giorno dopo il 28 aprile, mi capitò di incontrare Paolo Guerra, un giovane partigiano di Tremezzo, di tre anni più anziano di me, che nutriva molta simpatia nei miei confronti, divenuto successivamente, come le ho già detto, sindaco comunista del suo paese e morto nel 1992. Parlammo naturalmente di quelle ore. Gli domandai se conosceva il perché di tutti quei colpi che avevo sentito sparare a sinistra e a destra di Bonzanigo. Lui mi spiegò: “Certo. A sparare c’ero anch’io. Avevamo ricevuto l’ordine di restare appostati alle spalle del paese, e di sparare alternativa mente da sinistra e da destra per garantire che nessuno entrasse in quelle ore a Bonzanigo, dove sapevamo che c’era Mussolini in casa De Maria. Ma a un certo momento, quando ci siamo resi conto, dai molti colpi che provenivano da casa De Maria, che qualcosa non andava come previsto, siamo scesi dalle nostre postazioni. Così venimmo a sapere che Mussolini era stato ucciso.”
«Allora mi sfogai. Gli raccontai quello che avevo visto. Gli dissi della Petacci uccisa dalla raffica di mitra. Della furibonda lite tra loro partigiani. “E tu lo sai bene”, gli gridai in faccia “perché c’eri anche tu. Ho riconosciuto la tua voce…”
«Paolo Guerra mi chiuse la bocca con una mano. “Stai zitta, altrimenti ti ammazzano.”
«E sono stata zitta.»
Mentre concludevamo l’intervista arrivarono le tre figlie di Dorina Mazzola: Albertina, Milena e Daniela.
«Noi questi fatti li abbiamo appresi quando eravamo già adulte» intervenne Albertina «ma fin da bambine avevamo avuto la sensazione che qualcosa di strano fosse accaduto vicino alla casa dei nonni, a Bonzanigo. Quando qualcuna di noi andava a giocare lì di fianco, nella stradina del Riale, se
il nonno Pietro ci vedeva si metteva a gridare: “Venite via! Via da quella strada maledetta!”. Solo quando la mamma ci raccontò tutto, riuscimmo a capire perché quella stradina era maledetta.»
«E la processione?» incalzò Milena rivolgendosi alla madre. «Gliel’hai detto della processione? E del bouquet di fiori del giorno delle tue nozze?»
«Di quale processione state parlando?» domandai incuriosito.
«Della processione riparatrice che venne organizzata poche settimane dopo il 28 aprile» raccontò ancora Dorina Mazzola. «Deve sapere che a Mezzegra, ogni 16 luglio, si festeggia per tradizione la Madonna del Carmine. E ogni sette anni, quando cioè il 16 luglio cade di domenica, la ricorrenza viene resa ancora più solenne da una grande processione che passa per le tre frazioni di Giulino, Bonzanigo e Azzano. L’ultima processione si era tenuta nel 1944.
«Dopo la giornata del 28 aprile 1945, però, io non riuscivo a darmi pace per quello che avevo visto e continuavo a parlare di sentieri maledetti, di strade maledette. Mio padre, che sapeva tutto quello che sapevo io, e anche mia madre, che adesso con i suoi novantacinque anni non ricorda più niente, mi dicevano di smetterla, di dimenticare. Ma anche loro erano rimasti molto scossi da quello che era successo. E altri ancora, in paese. Fu così che venne presa la decisione di organizzare una processione riparatoria che portasse la statua della Madonna del Carmine attraverso i viottoli e i campi che erano stati teatro della tragedia.
«A stabilire il percorso della processione fu proprio mio padre, che ricopriva una carica nella parrocchia in rappresentanza degli abitanti di Bonzanigo. Ma dal percorso dovette venire esclusa via del Riale, perché al suo inizio tra le case di Bonzanigo passa sotto una volta in muratura, e mio padre, metro alla mano, si accorse che, sotto quella volta, la statua della Madonna non sarebbe potuta passare.
«La processione seguì allora un percorso attorno all’abitato di Bonzanigo per scendere poi ad Azzano. Quei prati, quelle stradine vennero così benedetti, e io mi sentii un poco più tranquilla. C’erano tutti, a quella processione. Tutti quelli che sapevano che cosa era realmente accaduto e perché si portava la Madonna del Carmine in certi punti del paese. Tutta gente che poi, su quell’argomento proibito, non disse più una parola. Con nessuno.»
«In che giorno si tenne quella processione? I giornali comaschi ne parlarono?» cercai di capire.
«Non lo so» rispose Dorina Mazzola. «Ricordo solo che eravamo all’inizio dell’estate, alla fioritura dei gladioli. Lo ricordo perché lungo il percorso della processione ponemmo anche due vasi: in uno tanti gladioli quanti erano gli anni di Mussolini, nell’altro tanti quanti gli anni della Petacci.»
«E il bouquet di fiori del giorno delle nozze?»
«Quello glielo racconto io» intervenne Milena. «Mia madre si sposò il 26 gennaio 1946. E quella mattina, quando arrivò in chiesa, tutti notarono che non aveva il tradizionale bouquet che pure le era stato recapitato dal fiorista. Sulle prime non volle dare spiegazioni. Solo più tardi si decise a raccontare che l’aveva lasciato nel punto in cui era caduta Clara Petacci.»

Così terminò la mia conversazione con Dorina Mazzola. E aggiungo subito che tra i tanti riscontri effettuati, come adesso documenterò, sulla sua testimonianza, vi fu anche quello sulla processione. Dai giornali non rilevammo niente. Ma da una ricerca condotta nell’archivio della parrocchia di Mezzegra, saltò fuori una notizia che confermava come nel paese si fosse svolta una processione non tradizionale. Nel diario manoscritto del parroco di allora, don Giacomo Della Mano, si legge che il 29 maggio 1946 si presentarono in parrocchia due funzionari della Questura di Como a chiedere se era vero che le ceneri di Mussolini, raccolte in un’urna, erano state portate in processione. Evidentemente, sia pure con alcuni mesi di ritardo e in maniera molto distorta, qualche notizia sulla processione era arrivata anche alle autorità comasche. Il bravo parroco, comunque, non faticò molto a convincere i due funzionari che a Mezzegra nessuno aveva portato in processione le ceneri di Mussolini.
La testimonianza di Dorina Mazzola aveva fornito di colpo le risposte a tanti degli interrogativi che si erano accumulati durante i decenni sulla morte di Mussolini e della Petacci, contribuendo prima di tutto a demolire definitivamente la leggenda del “Valerio giustiziere”, arrivato da Dongo a casa De Maria alle quattro del pomeriggio del 28 aprile, per prelevare i due prigionieri e fucilarli dieci minuti dopo al cancello di Villa Belmonte, “in nome del popolo italiano”.
Al cancello di Villa Belmonte era stata montata una finta “esecuzione ufficiale”, a copertura dei veri motivi che nella mattinata avevano portato all’uccisione del capo del fascismo poco dopo le nove, e nemmeno tre ore più tardi, alla brutale eliminazione di Clara Petacci.
Così si capiva perché Martino Caserotti, nel primo pomeriggio, insieme ai suoi uomini, aveva spinto gli abitanti di Giulino e di Bonzanigo a lasciare le loro case e a recarsi sulla via Regina per vedere transitare un Mussolini che lui sapeva già morto. E si spiegava anche il significato di una affermazione sfuggita nel 1989 a Michele Moretti. In quel periodo, sempre nell’ambito dell’inchiesta sui fatti del 28 aprile, ero riuscito a mandare da Moretti uno che lo conosceva bene per chiedergli i motivi della strana iniziativa presa da Caserotti quel famoso pomeriggio. E l’ex commissario politico della 52a, preso alla sprovvista, aveva risposto: «Non volevamo essere disturbati in quello che dovevamo fare». (Candido del 21 ottobre 1989).
E che cosa dovevano fare, quel pomeriggio, di così misterioso e riservato da spingerli a svuotare da eventuali spettatori le case delle due frazioni? Adesso avevamo la risposta: realizzare, al riparo da ogni pericolosa testimonianza, la sceneggiata della finta fucilazione ufficiale, da tramandare alla storia con una versione di comodo che era, in sostanza, la colossale invenzione di un avvenimento mai accaduto.
Ma queste risposte consentivano di spiegare anche un altro aspetto della vicenda sempre rimasto avvolto nel mistero, vale a dire i motivi dell’esecuzione clandestina, assoluta mente senza testimoni, di Mussolini e della Petacci davanti al cancello di Villa Belmonte, mentre a Dongo gli esponenti della RSI erano stati fucilati davanti a tutta la popolazione. Per decenni ci eravamo domandati il perché di questo diverso trattamento, ritenendo contrario a ogni logica che i comunisti avessero deciso di non dare alcuna pubblicità all’uccisione del loro avversario ideologico e politico più grande e pericoloso. Salvo poi attaccarlo per i piedi, già morto, a un distributore di benzina.
La spiegazione era ormai evidente: non era possibile portare a Dongo un morto per fucilarlo pubblicamente insieme a un gruppo di vivi. E Mussolini, quel 28 aprile, era già stato ucciso alle nove del mattino, o poco dopo.
Anche sul particolare dello stivale aperto il racconto di Dorina Mazzola aveva fornito una spiegazione logica e chiara, sia pure inaspettata perché al di là di ogni immaginazione e di ogni ipotesi. Lo stivale l’aveva sfilato Claretta Petacci quando aveva stretto a sé, nella sua disperazione, le gambe del Duce senza vita. E quando i partigiani avevano cercato di calzarlo, non c’erano riusciti, perché la rigidità cadaverica aveva bloccato la gamba e soprattutto il piede destro in una posizione anomala. Esatta quindi l’intuizione di Aldo Alessiani già nel 1988. Avevo sbagliato io a ritenere, per molti anni, che Mussolini fosse stato ucciso insieme alla Petacci nella stanza di casa De Maria, e che lì fosse avvenuto il tentativo da parte dei partigiani di rivestirne il cadavere, stivali compresi.
La testimonianza di Dorina Mazzola consentiva inoltre di dare risposta ad altri interrogativi, come quello relativo al percorso che i partigiani avevano fatto seguire a Mussolini e alla Petacci da casa De Maria fino al cancello di Villa Belmonte.
Ora era chiaro: Mussolini morto, da casa De Maria giù per via del Riale fino allo slargo erboso accanto a casa Mazzola, dove viene uccisa Clara Petacci. Poi i due cadaveri insieme, sull’automobile scura in attesa dietro casa Mazzola, all’inizio di via Albana. Due o tre ore di sosta nel garage dell’albergo Milano all’incrocio con via Regina. Quindi il percorso in salita da via Albana alla fontanella in fondo a viale delle Rimembranze passando per via Nuove. Dalla fontanella, Mussolini trasportato a braccia per via delle Vigne fino all’incrocio con via 24 Maggio dove è in attesa l’automobile che ha a bordo il cadavere della Petacci. E di lì, al cancello di Villa Belmonte. Un percorso “coperto”, tenuto sotto controllo dai partigiani.
Ma la testimonianza chiara e precisa di Dorina Mazzola, se forniva la soluzione a tanti enigmi, ne poneva di nuovi, ai quali era necessario dare una risposta documentata.


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Bart