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STORIA: Giorgio Pisanò: Corrado Rocchi ricorda il figlio Ottaviano

10 Settembre 2021

(da Giorgio Pisanò: “Storia della guerra civile in Italia. 1943-1945”)

Durante la lettura del libro di Pisanò, che offre molti dettagli e molti documenti della guerra partigiana spesso inediti e sconosciuti, ho trovato questa bella testimonianza di un fascista direttore al tempo della RSI del “Popolo di Brescia”. Ebbe il figlio ucciso dai partigiani e seppe perdonare.
Il testo è lungo ma vale la pena di leggerlo interamente (bdm)

– Concludiamo questo capitolo pubblicando un documento che, per la sua carica umana e per il dramma che rievoca, getta un bagliore di luce sulla grande tragedia della guerra civile in Italia. Si tratta di uno scritto vergato dal giornalista Corrado Rocchi, che durante il periodo della RSI fu direttore del “Popolo di Brescia” e che perdette, ucciso dai partigiani comunisti parmensi, il suo unico figlio maschio Ottaviano. Corrado Rocchi, che per onorare la memoria del figlio, chiese ed ottenne da Mussolini la grazia per alcuni partigiani condannati a morte, ha così ricordato il sacrificio del figlio:
« Eravamo alla fine del 1944, anno infausto per la nostra Patria. So bene che la discordia tuttora attiva del Paese fa anche considerare questo periodo come particolarmente glorioso: vigilia di “liberazione”. Ma il mio cuore risponde soltanto a quei motivi umani che la passione politica troppo spesso trascura o trafigge: e senza umanità non esistono né passione né politica rispettabili.
« Il 25 luglio mi sorprese nell’Emilia dove dirigevo la “Gazzetta di Parma”. Dopo l’otto settembre avrei ripreso la direzione di quel quotidiano se il temperamento agitato del primo governatore germanico della città non mi avesse costretto a rivolgermi a Mezzasoma che aveva rioccupato la carica di ministro della Cultura popolare. Lo trovai a Roma durante i funerali di Ettore Muti e quello stesso giorno mi assegnò alla direzione del Popolo di Brescia. In un rifugio antiaereo di quella città, mentre si susseguivano i boati di un bombardamento, un camerata giunto da Parma mi avvertì che mio figlio Ottaviano era stato catturato quale ostaggio, nei pressi di quella città, da un gruppo di partigiani della “147a brigata Garibaldi”. Avendomi aggiunto che gli ostaggi delle brigate garibaldine, prevalentemente costituite di comunisti, erano soggetti a gravi pericoli, partii per Parma e presi subito contatto con quella Federazione fascista. Mi si assicurò che il nome di mio figlio era stato posto nell’elenco degli ostaggi da scambiarsi entro una decina di giorni, secondo accordi tra le due parti in conflitto.
« Non mi restava che attendere: con trepidazione.
« A quel mio unico figlio mi legava un affetto singolare: perché le sue virtù erano superiori a quelle della massima parte dei giovani della sua età. La sua grande docilità, l’assoluto rispetto, non soltanto formale, per i suoi genitori, la generosità con cui interpretava la povertà della sua famiglia, serenamente adattandosi a tutte quelle rinunce che, specie nei giovani, sono causa di amarezza umiliata e, talvolta, di ribellione o di storture, queste doti non potevano sfuggire neppure al più distratto dei padri. Mi preoccupava in special modo il fondo tanto ingenuo del suo carattere, sempre propenso a misurare gli altri col proprio metro, attribuendo loro la propria stessa inconscia bontà. Questa mia preoccupazione si risolveva, praticamente, in compassione: la quale, come avviene nei genitori di figli fisicamente minorati, aumentava il mio amore per lui.
« Era nato sotto una cattiva stella: con durissimi sacrifici (anche in quei giorni lontani non sempre disponevo dei mezzi per assicurare ai miei il latte e le uova) lo contesi alla morte sin da quando una gravissima malattia pareva dovesse rubarmelo in tenerissima età; poi, sempre bambino, per tre volte rischiò di morire a seguito di incidenti banali. Sotto il morso del dolore fisico lacrimava in silenzio, senza il minimo lamento e senza che un sol muscolo del suo piccolo viso si contraesse. La sua rassegnazione era regola costante di fronte ai patimenti che egli considerava come naturalmente predestinati per lui. Forse è per questo che sorrideva raramente e l’espressione del suo volto era prevalentemente melanconica. Inconsciamente presago della sua breve vita, aveva la debolezza di farsi decine e decine di fotografie recanti ognuna, a tergo, la data.
« La sua considerazione per me rasentava la venerazione. Un giorno, a Piacenza, mentre vedevamo sfilare nella nebbia autunnale un corteo funebre ed io spiegavo a lui cinquenne che tutti i viventi sono destinati alla morte, egli tra la meraviglia e l’incredulità, mi chiese: “Ma tu, papà, muori?”.

« Poi, giovinetto, del fascismo comprese soprattutto il contenuto patriottico e sociale. I miei entusiasmi e i miei sdegni diventavano suoi e io sentivo in lui una continuazione di me, un mio incarnato riflesso, un altro me stesso, cui soltanto una diversità di termini temporali dava una personalità distinta dalla mia. Non ancora diciottenne fu volontario nei battaglioni della Gioventù e la sua mitezza francescana non ostacolò l’anelito al combattimento ritenuto necessario alla vita della Patria. Durante il regolare servizio militare combatté sul fronte di Nettuno e fu per la prima volta a contatto con le vive atrocità della guerra. Ne ritornò in seguito alla ritirata. Egli, che non leggeva giornali e non sapeva molto di quelle armi segrete cui si aggrappavano le speranze dei pochi rimasti fedeli agli ideali fino ad allora professati, mi diceva: “Papà, la guerra è perduta e ormai dobbiamo pensare alla famiglia”. Di fronte alla mia reazione partì per Venezia per entrare nei reparti della divisione “San Marco”. Ne tornò sconsolato perché, per ragioni burocratiche, non poteva essere arruolato subito. Decise allora di presentarsi a Brescia ove sperava di essere preso in forza da un corpo speciale che operava oltre la Linea Gotica e dove sarebbe stato vicino al giovane anconetano Luciano Lucchi-Chiarissi, suo amicissimo.
« Alla vigilia della sua partenza per Brescia, mentre tornava da una visita alla sua fidanzata (doveva essere una visita di saluto speranzoso ed era invece di supremo commiato) tre partigiani, nelle ombre del tardo pomeriggio autunnale, lo fermarono in una stradetta di campagna a pochi chilometri da Parma e a cinquecento metri dalla casa colonica dove mia moglie e mia figlia Elena erano temporaneamente sfollate .
« “Chi siete?”.
« “Brigata nera in collegamento coi tedeschi. Mostrate i documenti”.
« Ottaviano smontò di bicicletta e fece vedere le sue carte: tessera di fascista repubblicano intestata a Ottaviano Ronchi, figlio di Corrado.
« “Vostro padre è l’ex direttore della Gazzetta di Parma?”.
« “Sì”.
«“Allora noi siamo partigiani della “147“ Garibaldi”. Guidaci a casa tua e marcia avanti”.
« Coi mitra spianati seguirono il ragazzo.
« Mia moglie trovavasi a Parma e mia figlia era venuta da me, a Brescia. I tre forzarono la porta della casa vuota e fecero bottino di quanto trovarono (vestiari ed oggetti) e di cui riempirono qualche sacco. Essendo ormai notte inoltrata, chiusero Ottaviano in una stalla in attesa di portarlo in montagna. Vane furono le preghiere dei contadini che, conoscendo la mia famiglia, esortavano i tre partigiani a non far male a persone stimate. Gli stessi contadini, durante la notte, ripetutamente incoraggiarono il prigioniero a fuggire. Rispose d’aver dato una parola d’onore e pensò certamente, anche, a non creare pericoli per la madre e la sorella.
« La mattina seguente, febbricitante per un’influenza che da qualche giorno lo affliggeva, con sulla canna della bicicletta uno dei suoi catturatori mentre gli altri due seguivano con un veicolo, su cui erano stati caricati i sacchi, prese la via della montagna. Si fermarono dopo qualche ora in un paesetto ove i partigiani si rifocillarono in un’osteria.

Ottaviano trovò il modo di consegnare alla padrona dell’esercizio un biglietto per la madre. Lo scritto cadde nelle mani dei catturatori e costituì un nuovo atto di accusa contro di lui: perché, tra l’altro, vi figuravano queste parole: “… assicura anche il papà che sono un italiano e un fascista e agirò da italiano e da fascista e, se dovesse occorrere, morirò da italiano e da fascista”. Fu autorizzato a inviare alla famiglia un’edizione “epurata” in cui egli comunicava di essere preso in ostaggio dai partigiani e pregava ch’io fossi avvertito per iniziare pratiche di scambio: aggiungeva di essere molto demoralizzato.
« Ripreso il cammino e giunti nei pressi della sede della formazione partigiana a cui i tre appartenevano, fu sottoposto al primo interrogatorio e l’atto iniziale di quella giustizia militare fu quest’ordine pronunciato dall’interrogante : “Togliti la giacca e dammela”. Il secondo atto fu l’attento esame della tessera fascista repubblicana dove figurava la paternità. Terzo atto fu l’ordine impartito a Ottaviano di scavarsi la fossa mentre ai tre si accennava di prepararsi a fucilare.
« Il ragazzo ubbidì.
« E mentre, affranto dalla fatica (non aveva preso cibo dal mezzodì del giorno avanti). dalla febbre e dall’angoscia, continuava a scavare, passò vicino a lui un partigiano che egli conosceva. Io ricordo solo i nomi di coloro che dimostrarono cuore umano: si chiamava Brunetto Ferrari ed era figlio del comandante di tutti i partigiani. Guardò con meraviglia mio figlio.
« “Ottaviano, che cosa fai?”.
« “Lo vedi. Sono condannato a morte”.
« “Che hai fatto?”.
« “Nulla”. (Forse le lacrime rigavano silenziosamente le sue guance pallide).
« “Vediamo…”.
« Quindi, constatando che le sue uniche colpe erano la sua parternità e la tessera di fascista repubblicano, con fatica riuscì a sottrarlo alla fucilazione e a farlo assegnare a un gruppo di ostaggi.
« Il giorno seguente Brunetto (il cui ritratto io religiosamente conservo accanto a quello di mio figlio, dietro a una lampadina sempre accesa) cadeva durante un rastrellamento. Quei partigiani che per l’opera di Brunetto si erano visti sfuggire la preda, dopo la morte di lui si impadronirono di Ottaviano e lo posero al muro. L’esecuzione fu fermata da un altro partigiano amico di Brunetto che si interpose dicendo che bisognava rispettare la volontà del morto e che Ottaviano era un ostaggio e non aveva fatto cose meritevoli di morte.
« E gli altri: “E’ il figlio di Rocchi, un fascista repubblicano”.
« Dopo lunghe concitate trattative il secondo salvatore di mio figlio, (ignoro, e me ne duole, il suo nome) riuscì a imporsi. E Ottaviano poté vivere ancora.
« Da testimonianze risulta che nei diciotto giorni di prigionia il ragazzo fu sottoposto a lunghi interrogatori durante i quali affermò e confermò sempre con fermezza serena, spesso con gli occhi lucidi, i suoi sentimenti e le sue convinzioni da cui calci, schiaffi e frustate non valsero a farlo deflettere, pur avendo sempre nelle orecchie la continua minaccia di morte; che spesso, la notte, dormiva coi polsi legati; che alcuni partigiani, parlando di lui, dissero che pur essendo egli un avversario, dimostrava un’invidiabile nobiltà e grandezza di carattere; che in quel periodo scrisse alla famiglia e alla fidanzata due lunghissime lettere, quelle che egli sicuramente riteneva le ultime e che non giunsero mai a destinazione.
« Intervenne poi qualche fatto nuovo, a me ignoto, per cui il 28 dicembre egli scrisse alla madre: “Cara mamma, sto bene. Il pericolo di morte è passato. Non temere più per me. Spero di riabbracciarti forse alla fine di quest’anno. Non posso dirti altro. Bacioni al papà ed a Elena. Ti bacia forte il tuo Ottaviano che ti pensa sempre”.
« Alla fidanzata fece pervenire un biglietto meno ottimista in cui diceva, tra l’altro: “Se potrò riabbracciarti sarò l’uomo più felice del mondo”.

« Ancora da testimonianze (tutte verbali, naturalmente, per il terrore che dominava anche quei pochi che erano ispirati da sentimenti di umanità) risulta che durante uno degli ultimi interrogatori con cui si tentava di persuaderlo a divenire partigiano, egli ha pronunciato questa frase: “E’ inutile, voi mi fate compassione”. Conoscendo profondamente il suo animo, so per certo che egli non pose in quelle parole alcuna intenzione offensiva: egli dichiarava semplicemente che se c’era buona fede nei suoi interroganti, le loro opinioni erano degne di compatimento, ma non di credito. Ma la frase, riportata a un partigiano noto per la sua ferocia, fu una sentenza di morte.
« Alcuni russi già prigionieri dei partigiani (erano mongoli catturati dai tedeschi e poi passati al servizio dei partigiani) rifiutarono di obbedire all’ordine di fucilare il ragazzo, dichiarando che essi, in casi del genere, non uccidevano gli ostaggi, ma li facevano lavorare in attesa di scambiarli con elementi propri, prigionieri dell’avversario. Furono perciò due italiani, di cui uno era il partigiano “noto per la sua ferocia” che si accinsero a compiere l’assassinio.
« Nel freddo crepuscolo invernale dell’alta montagna si presentarono armati a Ottaviano e gli dissero: “Togliti la tuta e le scarpe e vieni con noi”.
« “Sono un ostaggio, devo essere scambiato e non ho fatto nulla. Perchè mi volete fucilare?”.
« “Questo è l’ordine. Ubbidisci”.
« Ottaviano comprese che questa era la volta decisiva. Si svestì, consegnò ai due la unica cosa che gli era riuscito di conservare, cioè due fotografie dei suoi cari (che i partigiani strapparono e calpestarono sghignazzando) e scalzo uscì nel buio. I due gli erano al fianco con il mitra imbracciato e lo guidarono verso un muricciolo.
« Dopo pochi passi il ragazzo disse concitatamente: “Non rispettate neppure la volontà dei vostri morti. E ammazzate gli ostaggi innocenti”. Quindi, prima di giungere al muricciolo, allargò vigorosamente le braccia colpendo al petto entrambi gli assassini. Contemporaneamente prese la corsa. Dopo pochi passi la scarica di uno dei due mitra lo colpì alla nuca. Cadde bocconi con le braccia aperte.
« Dopo quindici minuti era già sommariamente sepolto e soltanto una mano rattrappita, affiorando dalla terra smossa, restò a testimoniare l’accaduto.
« Nel manifesto affisso nel vicino paese di Traversetolo, dove si usava dare comunicazione del bollettino militare, si lesse: “Ottaviano Rocchi, di Corrado, fucilato perché tentava di fuggire”.

« Protestarono coi partigiani, il giorno seguente, gli inquilini di una casa vicina, per quel troppo sommario e macabro sepolcro. A coloro che segnalavano la opportunità di far trasportare il cadavere al più prossimo cimitero, fu risposto che il morto non era degno di sepoltura comune. E dopo aver pronunciato parole irose, cariche di minacce contro gli ignoti che avevano deposto qualche fiore intorno alla mano che spuntava dalla terra come in attesa d’un supremo soccorso (e senza dubbio gli fu prontamente apprestato dall’Alto) esumarono il cadavere trasferendolo ad una cinquantina di metri, mentre uno dei due trasportatori fu sentito esclamare con parlata emiliana: “Vieni qui, Gigetto, che ti cambiamo la buca!”, e risate di soddisfazione accompagnavano le parole.
« Dopo alcuni giorni un partigiano, non dimentico di qualche beneficio da me procurato alla sua famiglia, procedé nottetempo e segretamente, col Parroco del paese, ad una nuova esumazione e al trasporto della Salma, posta in una bara e benedetta, nel piccolo cimitero vicino.
« (Seppi poi che nello stesso giorno del delitto e nella stessa località, a un gruppo di quindici prigionieri fu comunicato che erano tutti posti in libertà e che se ne andassero subito. Si allontanarono festanti, ma dopo aver percorso una decina di metri furono mitragliati e non se ne salvò neppur uno).
« La notizia mi fu portata da persona a me legata da amicizia sin dall’infanzia, e che prima fra tutti condivise sinceramente la mia sofferenza. Comunicai la stessa notizia, telefonicamente, alla federazione. Mi si rispose che quanto mi risultava era infondato perché così assicuravano i delegati partigiani che proprio in quell’ora partecipavano ad una adunanza appunto per gli scambi dei prigionieri. In realtà quei delegati non erano a conoscenza del fatto e comunque promisero di indagare e di riferire in una seconda e prossima riunione. Successivamente ammisero lealmente che il fatto era purtroppo avvenuto e a loro insaputa.
« Si parlava in quei giorni di un probabile volontario arresto dell’azione partigiana. Incontrandomi nella sede della federazione con un capo della suddetta delegazione partigiana per lo scambio dei prigionieri, cioè col comunista avvocato Savani, detto “Mauri”, lo esortai a porre termine alla guerriglia per risparmiare ulteriori tragedie fraterne. Gli parlai con accento tanto fraterno che lo commosse. (Gli devo riconoscenza e la dimostrai, perché egli mi fece avere la salma del mio Ottaviano dopo la terza esumazione).
« Così la mia trepidante attesa fu delusa. Chi ha perduto un figlio (e sono tanti da ogni lato della barricata) conosce l’angoscia: la quale era in me raddoppiata dal sapere che su questo povero ragazzo si era incrudelito soprattutto perché era mio figlio. Mi sentivo il maggior colpevole, anche se involontario, della morte di quell’innocente. Pensavo alla sua mitezza violata dalla brutalissima realtà che in pochi giorni aveva svelato a lui, ingenuo, l’orrido volto del male che egli non conosceva. Pensavo a quanto doveva aver scosso il suo cuore affannato e proteso, negli ultimi istanti verso la sua famiglia. Noi eravamo soli, con la nostra disperazione e con rarissimi amici che ci comprendessero. Si avvicinavano i giorni in cui quasi tutti gli amici ci avrebbero tolto, anche per paura di sospetti e di rappresaglie, il saluto. Il grave peso era superiore alla forza delle nostre spalle: solo il nostro senso religioso poteva sorreggerci e aiutarci a vivere. Mi ci attaccai avidamente.
« Non c’era che il dolore, vivo in me: tutto il resto era morto. Nel nostro cuore non c’era più posto per altri sentimenti diversi dal patimento. Nei miei lunghi e atroci silenzi riecheggiava una preghiera; “Signore, abbi pietà di noi e anche degli assassini di nostro figlio, perché essi pure hanno grande bisogno del tuo aiuto’’.
« Queste parole faticosamente uscirono dallo stato di suoni muti e gradatamente diventarono convinzione categorica, perfetta. Fu una dura battaglia combattuta contro me stesso prima di giungere alla vittoria. Vittoria perché Dio mi ha ascoltato; perché Lui solo, che vede nei cuori, ha potuto comprendere la sincerità e la purezza della mia richiesta. Perciò scrissi a Mussolini:

« “Duce, la notte del primo corrente il mio unico figlio Ottaviano, ventiduenne, già volontario nei “battaglioni GIL” e combattente sul fronte di Nettuno, laureando in legge, veniva fucilato dai partigiani comunisti della provincia di Parma dopo diciotto giorni dalla sua cattura quale ostaggio. In questo periodo fu spogliato, vilipeso, battuto e per tre volte posto al muro. Era colpevole di possedere la tessera di fascista repubblicano e di essere mio figlio. Fino all’ultimo tenne fede al giuramento.
« “In questo delitto io vedo che l’antifascismo comunista ha riconosciuto in pieno, oh, mia amarissima fierezza!, la buona battaglia che io conduco da ventiquattro anni in onorata povertà e riconosciuta buona fede. Ora che alla mia famiglia è tolto il più, in nome del mio patimento e della mia solitudine, chiedo che in memoria di Ottaviano Rocchi sia concessa la grazia della vita a un partigiano condannato a morte”.
« Mussolini rispose aderendo al mio desiderio e invitandomi a colloquio.
« In seguito a quest’uccisione il Comando italiano, in accordo con quello germanico, decise di sospendere lo scambio dei prigionieri e degli ostaggi. Il Comando partigiano, interessato a che gli scambi continuassero, dopo aver dichiarato che la fucilazione di Ottaviano Rocchi non doveva avvenire, si impegnava a fucilare gli esecutori purché gli scambi continuassero. Avvertito di ciò scrissi al comando partigiano:
« “La sera del primo corrente mio figlio Ottaviano, ventiduenne, è stato assassinato da elementi, mi si dice, incontrollati della “147a brigata Garibaldi” a Scurano, dopo diciotto giorni dalla sua cattura quale ostaggio. Era colpevole di possedere la tessera di fascista repubblicano e di essere figlio di un fascista la cui onestà privata e politica è riconosciuta nei campi avversari. Mi si assicura che a punizione del delitto avete deciso la fucilazione degli esecutori.
« “Come ho chiesto a Mussolini che la sacra memoria di mio figlio sia onorata dalla vita da concedersi a un partigiano condannato a morte, cosi ora chiedo a voi che agli assassini sia concesso lo stesso perdono che, in nome di Cristo, ha loro concesso il mio cuore battuto.
« “Quando la nostra Patria si ritroverà nell’unione e nella concordia, il martirio di Ottaviano Rocchi e il dolore cristiano della sua famiglia, saranno una piccola ma luminosa pietra spirituale portata sull’edificio della ricostruzione”.
« Ebbi la seguente risposta: “Rispondo alla sua del 14 scorso. Inutile confermarle che se non fosse pervenuta la nobile espressione del suo perdono, da noi altamente apprezzato, gli esecutori sarebbero stati esemplarmente puniti.
« “Tra il comportamento del dottor Rocchi che, subito dopo aver appresa la morte del figlio, ha scritto due lettere, una al Comando unico della provincia di Parma invocando il perdono per gli uccisori e un’altra al Duce chiedendo la grazia di uno dei suoi condannati a morte; e il comportamento del Comando unico che dopo la tragedia di Bosco di Corniglio, in occasione della quale due dei suoi migliori furono arsi vivi, ha tuttavia resistito a qualsiasi conato di vendetta e ha rinnovato disposizioni per il trattamento umano dei prigionieri, c’è un filo conduttore unico.
« “Quando la tragedia storica di cui siamo strumenti sarà superata nel tempo e la guerra di liberazione vinta per sempre, bisognerà che il filo tenue della solidarietà nazionale venga ripreso da mani delicate e pure per tessere la nuova vita fra tutti gli italiani di buona volontà”.
« La lettera è firmata dal Commissario politico presso il Comando unico del Corpo volontari della libertà della provincia di Parma, “Mauri”.

” « Ebbi il durissimo privilegio di commentare io stesso, sul quotidiano che dirigevo, la notizia della mia sventura. Lo feci così:
« “Bisogna, qualche volta scrivere anche per noi. Senza ostentazione di vittimismo perché il combattente della buona battaglia sa che la vita è sempre in gioco. E la vita del mio Ottaviano non valeva più di quella di altri e tanti camerati caduti per l’idea. E come tanti altri padri, io porto ora il mio fardello. (Forse con maggiore pena: perché quello era il mio unico figlio, il mio più grande affetto, il mio orgoglio più vivo e la sola speranza nella mia povertà per l’avvenire che s’avvicina).
« “La vigilia di partire per riunirsi ad alcuni camerati anconetani occupati in missione di guerra, veniva catturato da tre partigiani che dopo aver saccheggiato la mia casa lo portarono in montagna ove fu spogliato, percosso e vilipeso perché fascista repubblicano e perché mio figlio.
« “Per non rinnegare la sua fede fu posto al muro e miracolosamente salvato da un partigiano che, compresa la bellezza del comportamento di un giovane fedele alla sua idea, lo sottrasse ai criminali e l’affidò a gente più umana. Alle lusinghe di coloro che di lui intendevano fare un partigiano, e alle domande d’altri che volevano sondare sino a che punto giungessero le sue convinzioni, affermò e confermò con serenità e fermezza la sua fede.
« “Posto per una seconda volta al muro fu salvato da un altro partigiano presente al primo salvataggio.
« “Mentre erano ultimate le trattative per 0 scambio, gli incaricati partigiani per le stesse trattative ignoravano che Ottaviano era già stato assassinato da otto giorni ad opera di due appartenenti a una formazione comunista: gente accecata dall’odio e assetata di sangue.
« “Dai suoi scritti stralcio queste parole dedicate a se stesso: “Amo la vita ma non temo la morte. La tua vita sarà al servizio dell’Italia e perciò anche la tua morte sarà grande”.
« “Un destino singolarmente avverso ha voluto che la grandezza della sua anima fosse adombrata da un oscuro martirio, nel buio della notte in cui l’ultimo atto del dramma rapidamente si svolse. Il suo sacrificio appare quindi appesantito da una immensa pietà e
Il mio dolore è accresciuto dal sapere che egli non è caduto con l’arma in pugno.
« “Ho perdonato in nome di Cristo agli assassini e ho chiesto al Duce che la memoria di questo Caduto sia consacrata dalla vita da concedersi a un partigiano condannato a morte”.
« Concludevo facendo risalire la prima responsabilità di questa e di tante altre uccisioni, alla perversa propaganda di odio diuturnamente esercitata dagli stranieri, interessati a fomentare la guerra civile tra gli Italiani.

« Nel marzo del 1945 venni informato dalla federazione fascista che l’avvocato Savani, detto “Mauri”, era caduto in mano ai tedeschi delle SS. Allora mi affrettai a inviare a S.E. l’avvocato Pisenti, Guardasigilli della RSI, mio amico ed uomo di altissima statura morale, il seguente fonogramma urgente: “Fu catturato in rastrellamento l’avvocato Savani, detto ‘Mauri’, commissario politico comunista presso il Comando unico dei partigiani della provincia di Parma. Trattasi di persona di nota onestà privata e buona fede politica. Risultami egli avere ispirato umanità contro delinquenti e avere anche rinunciato a rappresaglie. Avendo il Duce promesso di accogliere il mio desiderio anche a Voi noto, chiedo a nome di mio figlio Ottaviano, fucilato dai partigiani comunisti a Scurano (Parma), che sia concessa la vita all’avvocato Savani, detto ‘Mauri’, attualmente in mano della polizia SS di Parma. Pregovi far conoscere con la massima urgenza la presente segnalazione al Duce affinché la trasmetta al Comando generale delle SS in Verona”. (Il Savani non ebbe bisogno del mio intervento ma lo apprezzò).
« Infine essendo stato a sua volta catturato dalle SS uno dei catturatori di Ottaviano, il diciottenne partigiano Pinon Sargenti di Pannocchia, e dovendo egli essere fucilato perché sorpreso con le armi alla mano, io e mia moglie, dopo varie insistenze, ottenemmo dal comandante delle SS di parlare col giovane e, quel che è più, che gli fosse lasciata la vita.
« Potei così esprimere nel modo da me ritenuto migliore la mia invincibile ripugnanza e la mia netta condanna contro gli orrori della guerra civile, affermando l’assoluta necessità di essere prima che uomini di parte e prima che italiani, soprattutto e semplice mente uomini: cioè cristiani.
« Se in un indefinito avvenire (la storia è piena di inattese complicazioni e di sorprese clamorose, come si è visto) la vicenda dovesse mutar direzione e gli amici dei massacrati, che furono tanti, dovessero usare vendetta, quale altra ondata di sangue si abbatterebbe sull’Italia? Ma c’è ancora chi, da noi, ritiene per certo che il freddo calcolo materialista della soppressione indiscriminata del nemico (oh farisaico moralismo atomico!) non può essere alla lunga, il solo elemento decisivo della vittoria dei popoli o del progresso della civiltà. C’è ancora qualche altra cosa, estranea alla volontà bestiale e ai calcoli semplicistici degli uomini: qualche cosa che palpita e si agita in una sfera super umana e che ammonisce con imperativi categorici e con incombenti tremende minacce.
« La salma, dopo un mese, mi fu consegnata ad opera dell’avvocato Savani.
« La madre si abbattè sulla bara e l’abbracciò tremando e mormorando: “Non piango, Ottaviano, io non mi lamento, come vuoi tu e come tu hai sempre fatto quando soffrivi”. Il feretro, durante un sopraggiunto bombardamento, fu portato al cimitero di Parma con il “carro dei poveri”: come avvenne per mio Padre e come avverrà per me quando sarà giunto il mio giorno.
« Ora il mio Ottaviano dorme in pace. Ciò che ho fatto l’ho fatto a nome suo, per lui. Se la morte gli avesse permesso di esprimersi o se egli fosse stato al mio posto (come avrei tanto desiderato e come umanamente sarebbe stato più giusto che avvenisse) egli avrebbe agito come io ho agito.
« Dorme in un loculo disadorno del cimitero di Parma dove si leggono le sole parole che egli stesso avrebbe scritto:

OTTAVIANO ROCCHI
Borgomanero 161922
Scurano di Parma 11244
“Rimetti a noi i nostri debiti
Signore
Come noi li rimettiamo
Ai nostri debitori”.

« Una sera nebbiosa d’inverno, sostando io davanti a quella tomba, mi parve che il massiccio silenzio fosse rotto da un bisbiglio infantile che il mio cuore, in angosciatissimo ascolto raccolse: “Ma tu, papà, muori? ”.
“Sì, figlio, carne della mia carne, polvere della mia polvere, anch’io morirò: per essere ancora con te, accanto a te, oltre la carne e la polvere, oltre le lacrime e il sangue che grondano dalle tenebre umane, per restare con te, nella luce di Dio Padre, per sempre ».


Letto 113 volte.


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Bart