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STORIA: Giorgio Pisanò: La ferocia nella Resistenza

12 Settembre 2021

(da Giorgio Pisanò: “La storia della guerra civile in Italia. 1943-1945”)

Chi ha letto “Il partigiano Johnny”, il capolavoro di Beppe Fenoglio, sa che l’autore, dapprima unitosi alle formazioni garibaldine (guidate soprattutto dal PCI), preferì lasciarle per arruolarsi nelle formazioni “azzurre” (guidate dagli altri partiti: liberale, democristiano, socialista e repubblicano) a causa delle terribili rappresaglie compiute dai partigiani rossi.

Sappiamo anche però che i nazifascisti non furono da meno. Si pensi alla strage di Sant’Anna di Stazzema e a quella di Marzabotto. Gli stessi Alleati nei bombardamenti furono disumani.

Poco si è parlato nei libri di storia delle rappresaglie partigiane, che furono di pari ferocia, a dimostrazione che nella guerra l’uomo è peggiore delle bestie, e non lo guidano né la ragione né il sentimento, ma la pura follia.
Nel libro di Giorgi Pisanò, “Storia della guerra civile in Italia. 1943-1945”, sono riportate molte di queste rappresaglie, compiute da una parte e dall’altra.

Queste che mi permetto di riportare sono le rappresaglie compiute dai partigiani nei confronti della popolazione civile, in quanto meno conosciuti se non addirittura volutamente ignorati.
Oggi, almeno in Europa, la guerra sembra solo un tragico ricordo, ma scongiuriamola sempre, poiché riduce tutti, anche i migliori, a seminatori di odio e del male. (bdm)

___________

(Nel libro sono presenti le immagini delle quattro giovani donne)

Le quattro immagini contenute in questa pagina ricordano altrettanti spaventosi episodi accaduti nel Modenese durante la guerra civile. IN ALTO A SINISTRA Castelnuovo Rangone (Modena). Ines Gozzi, di 24 anni, laureanda in lettere. Sfollata da Modena con la famiglia a Castelnuovo Rangone, Ines Gozzi aveva trovato un impiego, quale interprete, presso il comando tedesco del luogo. In questa sua veste si prodigò quotidianamente in favore della popolazione. Sul finire del settembre 1944, anzi, allorché i partigiani uccisero due soldati tedeschi, Ines riuscì ad evitare una spietata rappresaglia germanica, salvando la vita a numerosi ostaggi ed evitando l’incendio di molte case del paese. Da quel momento, tutti la definirono la « salvatrice ». Ma Ines era fidanzata con un ufficiale fascista. Tanto bastò perché venisse decretata la sua condanna a morte. Nel tardo pomeriggio del 21 gennaio 1945, infatti, la giovane studentessa venne prelevata insieme al padre. I due furono portati in aperta campagna. Là Ines Gozzi fu violentata sotto gli occhi del genitore. Poi i due sventurati vennero finiti con un colpo alla nuca e i loro cadaveri gettati in un pozzo nero. I responsabili del duplice delitto, identificati a guerra finita, vennero processati ma furono assolti per avere compiuto una « azione di guerra ». IN ALTO A DESTRA Modena. Italina Bocchi Morisi, uccisa dai partigiani il 16marzò 1945: Italina Bocchi Morisi, di 60 anni, era madre del dottor Francesco Bocchi, vice federale repubblicano di Modena e direttore di « Valanga Repubblicana », organo della locale federazione del PFR. La sera del 16 marzo 1945, Natalina Bocchi si avviò, come era solita fare, incontro al figlio che rincasava. Ma una pattuglia di « gappisti », già da tempo in agguato, aprì il fuoco contro il dottor Bocchi fulminandolo sotto gli occhi della madre. Natalina Bocchi si gettò urlando sul corpo del figlio e i « gappisti », allora, uccisero anche lei. Le salme di Natalina Bocchi e di suo figlio restarono abbandonate per la strada fino alla mattina seguente. IN BASSO A SINISTRA Carpi ( Modena). Jolanda Pirondi, di diciotto anni, prelevata e uccisa dai partigiani comunisti il 30 marzo 1945. Assolutamente aliena da ogni attività politica, Jolanda Pirondi pagò con la vita la colpa di essere una delle più belle ragazze della zona. Un partigiano comunista, da lei respinto, si vendicò infatti accusandola di essere una « spia fascista ». Jolanda Pirondi venne così prelevata da un gruppo di partigiani, trascinata in un campo nei pressi di Gargallo, violentata e uccisa con un colpo alla nuca. I suoi uccisori, identificati a guerra finita, furono processati ma assolti per aver compiuto una « azione di guerra ». IN BÀSSO A DESTRA Modena Anna Maria Bacchi, di 26 anni, laureanda in medicina, assassinata dai partigiani comunisti il 6 aprile 1945. Nota per la sua bellezza, Anna Maria Bacchi non si era mai interessata di politica, benché suo fratello Gianfranco fosse divenuto ufficiale della GNR. La mattina del 5 aprile la giovane donna venne avvicinata da tre individui i quali la in formarono che suo fratello, gravemente ferito in uno scontro con i partigiani, era degente all’ospedale di Modena e desiderava parlarle. Anna Maria Bacchi non dubitò un momento della veridicità della comunicazione e seguì i tre individui. Da quel momento scomparve. Il suo cadavere venne ritrovato solo due anni dopo in un campo a Villa Freto di Modena. Le indagini svolte dai carabinieri portarono alla identificazione dei tre assassini: gli ex partigiani comunisti Cesare Cavalcanti, Enzo Leonardi e Giancarlo Zagni. I tre si difesero affermando che l’ordine di uccidere la Bacchi l’avevano ricevuto dal loro comandante, Francesco Zagni, detto « Luigi ». Questi, a sua volta, sostenne di avere ricevuto l’ordine di esecuzione dai suoi capi. Ma venne condannato a 24 anni di reclusione. Le donne fasciste o « presunte tali » uccise dai partigiani nel Modenese furono, complessivamente, oltre un centinaio. Tra le uccise vi furono, il 27 aprile, Rosalia Bertacchi Paltrinieri, segretaria del Fascio femminile repubblicano, e la fascista Jolanda Pignati. Prelevate nelle loro abitazioni, la Bertacchi e la Pignati furono violentate di fronte ai rispettivi mariti e figli e quindi condotte vicino al cimitero: là furono sepolte vive.

(…)

L’inverno 1944-’45 fu così ricco di episodi di inaudita ferocia. Due di questi, ricordati ancora oggi come “massacro della Casa Rossa” e la “strage della famiglia Pallotti”, meritano di essere ricordati con ampiezza.
In viale Carducci, a Carpi, in un edificio denominato “Casa Rossa”, abitava una povera famiglia, composta di donne e di un solo uomo. Si trattava di una famiglia di contadini che si era sempre disinteressata di politica. Ma la piĂą giovane delle sue componenti era fidanzata con un fascista repubblicano. I partigiani decisero quindi che tutti gli abitanti della Casa Rossa erano “spie” e andavano eliminati.
La notte dell’8 gennaio 1945 la casa fu invasa dai guerriglieri armati. Virginia Morandi, Domenica Gatti, Anna Maria Sacchi, Maria Poli e Secondo Martinelli furono raggiunti ognuno nelle loro stanze, gettati giù dai letti, sospinti a pianterreno e falciati a raffiche di mitra. L’ultima superstite della famiglia, Cita Vincenzi, ottantenne e paralitica, che non aveva potuto alzarsi dal letto, venne finita con un colpo in bocca.
La notte seguente, a San Damaso, un paesino a pochi chilometri da Modena, fu la volta dell’intera famiglia Pallotti, composta da Carlo Pallotti, veterinario, la moglie Maria e i figli Luciano di 14 anni, e Maria Luisa di dodici. Su questo tragico episodio ecco quanto ha scritto sul settimanale Candido del 30 maggio 1956, il giornalista Antonio De Carlo, giĂ  ufficiale in servizio permanente effettivo e addetto, dopo P8 settembre, ai “servizi speciali” del governo del Re operanti nel territorio modenese agli ordini del colonnello Duca:
« Erano circa le diciannove e la campagna del Modenese, quella sera, era avvolta da una nebbia fittissima. Il contadino Fernando Vaschieri era intento a puntellare la porta della sua casa con un paio di paletti. Aveva salutato da poco il dottor Pallotti, un veterinario di Modena, che proprio quel mattino, era andato ad abitare al piano di sopra. Vaschieri stava quindi per chiudere l’uscio, allorché dovette alzare le mani, minacciato dai mitra di alcuni individui, sbucati dalla nebbia. Questi individui si avvicinarono sempre più ed entrarono in casa: i loro volti avevano quel beffardo sorriso di chi protegge la propria vigliaccheria puntando un’arma da fuoco contro un inerme. “Siamo partigiani’, dissero “abbiamo l’ordine di portare al nostro comando il dottor Pallotti”. Vaschieri fu spinto in un angolo, accanto ai suoi familiari ammutoliti dal terrore. I partigiani salirono al piano di sopra dove abitava la famiglia del dottor Carlo Pallotti. Questi aveva ottenuto due anguste stanzette, perché il giorno precedente era stato costretto ad abbandonare la villetta dov’era sfollato in seguito al tentativo di una squadra di “gappisti” di sfondare la porta. In quella occasione i partigiani comunisti avevano preso a sparare sulle finestre e la bimba del dottore Maria Luisa di dodici anni, s’era messa a letto, spaventatissima, con una febbre ca cavallo. L’altro figliolo, Luciano, s’era dimostrato più coraggioso, ma dopo aveva chiamato in segreto il babbo, gli disse che aveva molta paura e che, per il bene di tutti sarebbe stato meglio trasferirsi altrove. Il veterinario allora aveva chiesto provvisoriamente a Vaschieri quelle due stanzette.
« Salendo una scaletta, tre armati raggiunsero lestamente il piano superiore. Vaschieri intese il grido di una bambina e il pianto disperato di un ragazzo. E poi ancora un grido di donna; vi fu un tramestio, come di seggiole violentemente sbattute e un tizio, rimasto di guardia alla porta, ad un tratto corse di sopra. Si udì allora un ordine secco seguito da alcune raffiche di mitra. Poi piĂą nulla. Carlo Pallotti, sua moglie e i due bambini, giacevano riversi sul pavimento di mattoni, unendo i loro rivoli di sangue. Uno degli sparatori si chinò sul corpo crivellato del veterinario: era ancora caldo di vita, il sangue seguitava a uscire a fiotti dalla gola e c’era pericolo che la bella giubba di pelle indossata dal morente si sporcasse. Allora Carlo Pallotti fu spogliato, e il suo carnefice si rimirò con soddisfazione in uno specchio pendente da una parete. Alla signora Maria furono tolti gli orecchini, l’orologio da polso e le fedi. A Maria Luisa venne strappata una medaglietta della Madonna. Così terminò la “azione di guerra”. I “giustizieri” ridiscesero le scale, diedero una voce a Vaschieri, scaricarono ancora i mitra contro una parete: “Non ti muovere fino all’alba. Stattene tranquillo perchĂ© hai visto cosa succede ai nostri nemici”.
« Fernando Vaschieri si strinse presso i suoi familiari, inebetito, incapace di comprendere ciò che era successo. La fiamma di una candela fissata su una bottiglia cominciò a sussultare perché la cera s’era tutta consumata. Il contadino ebbe terrore di rimanere al buio: si mosse, cercò una nuova candela, la accese, si rimise nel solito cantuccio.
« Su una mensoletta, una sveglia scandiva gli attimi di interminabile angoscia. Ma ad un tratto Vaschieri avvertì un lamento: era una voce fioca che proveniva dal piano di sopra. Non c’erano dubbi: era la voce di Maria Luisa. Si trattava di un pianto sommesso, rotto a tratti da un’invocazione straziante: “Papà, mamma, perché non rispondete? Anche voi avete tanto male. Ed allora perché non vieni tu, Gesù, ad aiutarmi?”. Vaschieri guardò l’orologio sulla parete.
« Era trascorsa appena un’ora dalla strage. La bimba di sopra chiamava, la sua voce era sempre più fioca: “Gesù, perché non vieni?”. C’era da accorrere presso la bimba. Ma il contadino Fernando Vaschieri non aveva un cuore di leone e non volle disobbedire agli ordini dei carnefici. Non ebbe nemmeno il coraggio di affrontare il pericolo del coprifuoco per correre poco distante, chiamare aiuto, cercare un medico per la povera Maria Luisa: “Tanto è destinata a morire”, si scusò con se stesso. E non si scosse nemmeno quando, all’alba, la piccina cessò di invocare Gesù ».
A guerra finita i massacratori della famiglia Pallotti vennero identificati dalla polizia e il 31 marzo 1949 il prefetto di Modena indirizzò al ministero degli Interni un dispaccio che terminava come segue: « L’orrendo crimine, per la qualità delle vittime e l’efferatezza con cui fu consumato, destò unanime raccapriccio e nulla fu lasciato intentato, sebbene senza risultato, per addivenire scoperta suoi autori. D’ordine del questore Marzano indagini sono state riprese e condotte senza interruzione giorno e notte con massimo impegno et hanno portato a scoperta et arresto autori delitto. Hanno partecipato strage: Reggianini Michele, di anni 28; Maletti Dante, di anni 29; Sarnesi Savino, di anni 23; Benassi Ennio, di anni 23; Costantini Giuseppe, di anni 41; Menabue Gerardo, di anni 35 ed altri due non ancora identificati facenti parte squadre SAP e GAP ».
I partigiani arrestati confessarono la strage. Sottoposti a diversi processi, solo il Reggianini e il Costantini vennero condannati rispettivamente a 30 e 16 anni. Gli altri imputati furono assolti per avere agito in base agli ordini superiori e perchĂ© il fatto costituiva “azione di guerra”.


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Bart