Libri, leggende, informazioni sulla città di LuccaBenvenutoWelcome
 
Rivista d'arte Parliamone

TUTTI I MIEI LIBRI SU AMAZON qui

La scampanata, il romanzo di Bartolomeo Di Monaco trasformato in testo teatrale, qui per chi volesse rappresentarlo.

Piante e fiori del mio giardino e altre bellezze: qui

STORIA. Giorgio Pisanò: L’amore di Claretta per Mussolini

26 Settembre 2021

(da Giorgio Pisanò: “Storia della guerra civile in Italia. 1943-1945)

Fu vero amore, quello tra Claretta Petacci e Benito Mussolini?
Per alcuni Claretta si legò a Mussolini per interesse, vista la posizione che occupava il Duce, praticamente padrone dell’Italia di allora.
Altri sostengono che fu per autentico e profondo amore.
Devo dire che ho sempre preso le parti della moglie legittima Rachele, dispiacendomi del tradimento di Mussolini. Rachele era la madre dei suoi figli. A lei Mussolini negli ultimi giorni della sua vita inviò una lettera in cui le diceva di averla amata, anzi le diceva che era la sola donna che avesse amato nella vita.
E Mussolini, allora, amò Claretta? Mistero.
Mentre non vi è mistero sull’amore autentico che Claretta nutrì per lui.

Pisanò riporta quanto scritto dal partigiano Pier Luigi Bellini delle Stelle detto “Pedro”, comandante del distaccamento “Puecher” della 52ª Brigata Garibaldi “Luigi Clerici”, quello che fermò la colonna nazifascista diretta in Valtellina, e arrestò Mussolini.

Dal colloquio tra “Pedro” e Claretta ho tratto il convincimento che quello di Claretta fu amore vero, fino a condurla al sacrificio della sua vita accanto all’amato (bdm).

________________

Sul conto di Clara Petacci sono stati versati fiumi di inchiostro, e si è tentato con ogni mezzo di accreditare la tesi che questa donna fu un’avventuriera priva di scrupoli, capace solo di influire negativamente sulla azione di governo di Mussolini. La leggenda aveva preso tale consistenza già durante il regime fascista che, costituita la RSI, non furono pochi i fascisti che pensarono seriamente di uccidere Clara Petacci. Un tentativo in questo senso venne persino organizzato da alcuni dirigenti del Fascio milanese: e solo l’intervento in extremis di Pavolini valse a convincerli che Clara Petacci, in realtà, era solo una donna innamorata, il cui nome serviva purtroppo da paravento a speculazioni e a trame politiche alle quali lei era assolutamente estranea.
Clara Petacci, come è stato accertato e documentato, non ebbe effettivamente alcuna parte nelle vicende politiche del fascismo e, in maniera particolare, della RSI. Ed è per questo motivo che, nel corso di questa Opera, non abbiamo mai avuto occasione di citarla. Ne parliamo adesso, perché non è possibile ignorare la sua presenza accanto al Duce nelle ore culminanti della tragedia. Ma riteniamo necessario, per lumeggiare in maniera definitiva la sua figura, pubblicare due documenti. Il primo è costituito dalla lettera- testamento che Clara Petacci scrisse alla sorelIa Miriam il 22 aprile 1945, allorché la situazione stava ormai inesorabilmente precipitando. Il secondo, è il testo del colloquio che “Pedro”, di ritorno da Germasino, ebbe con lei nella tarda serata del 27 aprile: un documento, questo, di eccezionale valore storico e umano, perché scritto da un uomo come “Pedro” che, recandosi a portare i saluti di Mussolini alla signora era profondamente convinto (né poteva essere diversamente se si pensa che la stessa convinzione nutrivano anche molti fascisti) di trovarsi di fronte a una avventuriera, nei confronti della quale non era il caso di usare riguardi di sorta.
Ecco i brani più salienti della lettera-testamento: « … Io seguo il mio destino che è il suo. Non lo abbandonerò mai, qualunque cosa avvenga. Non distruggerò con un gesto vile la suprema bellezza della mia offerta e non rinuncerò ad aiutarlo, ad essere con lui sino che potrò… Tutte le mie carte tu sai dove sono. Conservate e rispettale… Tienile tu. Te le affido. Anche le foto sue, tutte, quelle firmate e quelle no. Conservale e difendile… E ti prego, qualunque cosa accada, fa sì che sia veramente detta la verità su di me, su di lui, sul nostro amore, sublime, lunghissimo, divino, oltre il tempo e oltre la vita ».
Ed ecco ora come si svolse il colloquio tra “Pedro” e Clara Petacci, così come è stato raccontato dal capo partigiano nel suo libro Dongo ultima azione:
« La signora è seduta su una seggiola vicino alla porta e al mio entrare volge su di me i suoi occhi sgomenti, come in attesa di qualche brutta notizia.
« Entro subito in argomento: “Signora, mi hanno pregato di portarle dei saluti”.
« Sorpresa e stupore, sinceri o forse ben simulati, si riflettono negli occhi della donna: “Saluti? E da parte di chi?”.
« “Da una persona che ho lasciato or ora; da un mio prigioniero”.
« “Ma lei scherza! Non è possibile… non conosco nessuno, qui… forse il signore spagnolo che è stato così gentile da accompagnarmi?…”.
« “No, signora; da un’altra persona che lei conosce assai bene. Da Mussolini”.
« “Mussolini!!!…”.
« La sorpresa della signora è tanto bene simulata da trarre in inganno anche me, se non fossi sicuro del fatto mio.
« “Mussolini, ha detto? Ma io non lo conosco! Come può essere che mi faccia salutare una persona che io non conosco?”.
« Signora, è inutile che lei cerchi di ingannarmi. So chi è lei: me lo ha detto Mussolini stesso”.
« Il mio tono, benché gentile, è deciso. Ho sempre considerato la Petacci come una avventuriera che si è legata ad un uomo potente per interesse, e non credo quindi opportuno aver troppi riguardi.
« “Ma guardi”, cerca ancora di spiegare la signora “ci deve essere un errore… io non capisco…”.
« “Le assicuro ancora una volta che so perfettamente chi è lei e, quindi, i suoi tentativi per non farsi riconoscere sono inutili. Comunque, se lei insiste a non credersi la persona a cui vanno i saluti di Mussolini, è inutile che io le ripeta ciò che mi ha pregato di riferirle”.
« Faccio l’atto di voltarmi per uscire.

« “Un momento, la prego”, esclama la signora, decidendosi finalmente a riconoscere la propria identità: “lei mi assicura proprio che è vero? Che Mussolini stesso le ha detto?…”.
« “Le torno a ripetere che so chi è lei. È la signora Petacci”.
« La signora emette un sospiro profondo, poi continua: “Sì, è vero, sono Clara Petacci. Mi fido di lei, spero che non mi voglia ingannare. Mi dica, mi dica”, continua con voce ansiosa “cosa le ha detto di dirmi? Do- v’è ora? È in pericolo? Come sta? In mano di chi è? Chi comanda qui?…”.
« “Si calmi, signora, si calmi. Io qui sono il comandante. Mussolini è in mia mano, e, posso aggiungere, per ora non è in pericolo”.
« “Per ora? Perché ‘per ora’? Cosa deve accadergli? Mi dica, per carità”, esclama allarmata la signora.
« “Stia calma, le ripeto, signora. Mussolini non è in pericolo, e non lo sarà finché io disporrò di lui. Non sono collegato con i miei comandi superiori e non so, quindi, quando potrò ricevere ordini che lo riguardino. Quando avrò ordini, ubbidirò. Per ora, dunque, non gli succederà nulla di male, stia pur sicura… tranne che, naturalmente, non si tenti di salvarlo. Non saprei allora cosa potrebbe accadere…”.
« “Salvarlo? Ma chi vuole che lo salvi?”. Tace un istante, mentre la sua mente segue chissà quali ricordi. Aggiunge poi, levando gli occhi gonfi dalle lacrime appena trattenute: “Lei, dunque, mi assicura che sta bene? Che cosa le ha detto di dirmi?”.
« “Oh! nulla di importante; solo mi ha pregato di salutarla, e di dirle di non stare in pensiero per lui, che non ha bisogno di nulla ed è trattato bene”.
« “Trattato bene?! Perché non dovrebbe essere trattato bene! È un prigioniero; ormai non può nuocere a nessuno. Ma fino a quando sarà in mano sua? Che cosa ne vuol fare? A chi lo consegnerà?”.
« “Non so ancora cosa risponderle. Ho già provveduto a comunicare al comando di Milano che Mussolini è stato catturato con quasi tutti i rappresentanti del suo governo e attendo le disposizioni che verranno prese”.
« Ma lei dovrebbe consegnarlo agli alleati.. Sarebbe più sicuro con loro”.
« “Gli alleati? Ma io sono italiano, io sono un soldato appartenente all’esercito italiano. Solo al mio comando ed al mio governo io debbo render conto. Gli alleati non c’entrano per niente: cercherò, anzi, di evitare che Mussolini cada in mano loro. La sua questione è cosa che riguarda esclusivamente gli italiani e solo noi siamo, quindi, in diritto di giudicarlo e di prendere nei suoi riguardi quei provvedimenti che crederemo più opportuni. Non le pare giusto?’’.
« “Mah, non so, forse ha ragione. Ma che cosa crede gli faranno?”.
« “Questo poi non saprei dirglielo. Forse
lo processeranno pubblicamente e poi lo giu-dicheranno”.
« “Un processo?… È terribile! Che onta, che dolore per lui trovarsi alla mercè di un pubblico avverso, esposto pubblicamente alla curiosità di tutti!…”.
« “Pure, signora, ha troppe responsabilità, delle quali deve render conto al popolo italiano e, se ha sbagliato, è giusto che paghi”.
« “Che paghi, sia pure, e se credete che abbia delle colpe, ma non in modo così infamante! Meglio sarebbe allora per lui che morisse subito!”.
« Bussano alla porta. Un garibaldino mette la testa dentro la stanza e mi dice che fuori qualcuno mi aspetta. “Vengo subito”, gli rispondo.
« Il garibaldino sparisce, chiudendo la porta.
« “Debbo andare”, dico dopo un attimo di ‘ silenzio, “ha bisogno di qualcosa?”.
« “Grazie, nulla”. E dopo una breve esitazione: “Mi dica, cosa faranno di me?”.
« “Non saprei proprio; lei è stata tanto tempo vicino a Mussolini, è troppo conosciuta. Decideranno anche per lei le autorità”.
« “Ma io non posso aver niente a che fare con le autorità. Chi vuole che si occupi di una povera donna come me?”.
« “Povera donna? Non direi. Lei pure ha le sue responsabilità. Lei è stata per tanto tempo la consigliera di Mussolini”.
« “Io, la consigliera?”.
« “Lei, sì, almeno così dicevano tutti”.
« “Io la consigliera! Ma non dica questo! Ma se tutti sanno che io non mi sono mai voluta occupare di politica!”.
« “Sarà, ma pure questa era l’opinione generale e qualcosa di vero deve pur esserci”.
« “Ma le dico di no. È una storia messa in giro dai miei nemici, da tutti quelli che erano gelosi ed invidiosi dell’ascendente che avevo verso di lui. Ah, so, purtroppo, che si dicevano in giro tante brutte cose sul mio conto! Che io stavo vicino a lui per ingerirmi negli affari del governo, che io sono stata la sua amante perché ci trovavo il mio tornaconto, solo per interesse. Dica, è così, vero? E magari crede anche lei a tutto questo. Dica, lo crede?’’.
« Si nasconde, singhiozzando, la faccia inondata di lacrime tra le mani, piegandosi su se stessa, quasi spezzata da un dolore insopportabile.

« Comincio a sentirmi commosso: non ho mai potuto sopportare la vista di un donna piangente, e comincio a sentire pietà di quella poveretta. Ho avuto, dapprima, un fugace pensiero: “Stai attento, che può recitare una parte; certo, se è così, la recita molto bene”. Ma poi il modo con cui la signora ha parlato, il vederla trasfigurata da un dolore che è indubbiamente sincero, le sfumature della voce, tutto il suo comportamento mi hanno infine convinto che la signora soffre davvero e con intensità. Mi avvicino a lei e le dico gentilmente: “Si calmi, signora, la prego! Credo a tutto quello che mi ha detto. Le assicuro che le credo proprio. Non veda in me un nemico, anche se purtroppo le circostanze ci hanno messo nelle condizioni di considerarci tali. Farò tutto quello che potrò per lei, per renderle meno angoscioso il suo stato. Ho cambiato parere sul suo conto ed ora la credo più una sventurata che un’avventuriera, come prima. Sinceramente. Ma ora deve calmarsi e non piangere in questo modo. Purtroppo le lacrime non rimediano a nulla, anche se talvolta possono essere uno sfogo. Si calmi, dunque, e mi dica piuttosto se posso fare qualcosa per lei”.
« Taccio un istante, mentre i singhiozzi della signora diminuiscono di intensità. Cessa finalmente di piangere ed asciugandosi gli occhi con un fazzoletto dice con voce tremante: “Lei è molto gentile. Proprio tanto. Non avrei mai creduto di trovare in un nemico tanta bontà e comprensione. La ringrazio di avermi parlato così, con tanta gentilezza. Le sue parole mi danno la forza di chiederle un favore, un grande favore, che non avrei ora il coraggio di chiedere a nessun altro che a lei. Me lo potrà concedere?”.
« “Spero di sì, signora, ma non posso assi-curarglielo se prima non so di che cosa si tratta”.
« “Una cosa sola, l’unica che ora può farmi contenta e rendere meno angoscioso il mio stato. Ma prima vorrei che lei si rendesse conto del valore che può avere per me un suo rifiuto”.
« “Ma signora, le assicuro…”.
« “No, no, non parli, la prego”, esclama tendendo le mani verso di me. “Mi ascolti soltanto, la prego: mi creda, se può, mi compianga, se crede”.
« Passa qualche attimo e, dopo aver emesso un profondo sospiro, la signora prende a parlare con voce calma e pacata: “Lei certo mi domanderà come mai si possa amare tanto un uomo, da seguirlo anche a costo di esporsi a gravi pericoli. Il mio amore per Mussolini è stato ed è immenso. Lei forse è troppo giovane per potermi comprendere, ma le circostanze della vita potranno un giorno indurla a ricordare le mie parole. L’ho conosciuto ad una festa, circa tredici anni fa, quando io avevo appena vent’anni. Lui era un uomo dall’aspetto ancora molto giovanile e non dimostrava l’età che allora aveva.
« “Mi colpì non la sua bellezza, ma forse la sua personalità fortissima, forse quell’impressione di audacia e di sicurezza che dimostrava. Era, allora, un vittorioso della vita, un uomo che si era fatto il suo destino. Che cosa v’è di strano che abbia soggiogato anche l’animo mio, semplice e timido come può essere quello di una giovane di vent’anni?
« “Quando gli fui presentata, mi gettò appena un fuggevole sguardo, fuggevole eppur profondo, come di chi è abituato a facili conquiste, e sa subito valutare la bellezza di una donna. Ed io, come mi ripetevano i miei inumerevoli ammiratori, ero allora molto carina”.
« Parla con voce monotona e bassa, senza riflessioni, come se recitasse una storia qualsiasi che non la riguarda minimamente: “Non mi pareva di aver suscitato in lui particolare interesse. Io, invece, ero rimasta affascinata. Lo seguii con lo sguardo per tutta la serata, senza prestare ascolto alle frasi dei miei cavalieri. Osservai come parlava, come guardava, come rideva, come discuteva e gestiva. Mi parve di comprendere, però, che la sua allegria fosse solo forzata, che la sua cortesia fosse imposta solo dalla buona educazione, ma che il suo animo non fosse sereno. Mi parve di comprendere che la vita non gli avesse dato tutto quello che può volere un uomo, che pur ha raggiunto la gloria, la potenza, il dominio sugli uomini, ma che tutte queste soddisfazioni, pur grandi, non compensassero a sufficienza la povertà e l’aridità della sua vita sentimentale.
« “Oh! donne ne aveva avute e ne aveva: tante, forse anche troppe; ma il fatto stesso ‘che le sue relazioni erano così brevi, e lo si sapeva, mi sembrava che dovesse significare che in nessuna egli riusciva a trovare quello che cercava, cioè l’amore vero, la devozione assoluta, la dedizione incondizionata, quello cioè che avrebbe potuto rasserenarlo nei momenti di solitudine e di riposo, ed alleviare il suo animo e la sua mente dalle cure e dagli affanni del governo.
« “Il divenire l’amante del Duce, dell’uomo che allora era all’apogeo della potenza, era diventata la segreta o confessata ambizione di quasi tutte le signore dell’alta società che egli frequentava. Rappresentava quasi un titolo di orgoglio e di vanto, che tutte avrebbero cercato. Non questo avrei voluto io, non questo cercavo. Non avrei mai chiesto nulla; avrei solo desiderato che egli pensasse a me come si può pensare a una dolce e cara amica, dalla quale si corre, quando si ha bisogno di sfuggire per qualche momento alle tempeste della vita, per rifugiarsi in un posto tranquillo, in un’atmosfera di serenità e di pace. Questa dovrebbe essere la missione di una donna, ed io l’ho intesa, appunto, come una missione, la più bella che il fato avesse potuto impormi”.

« Si interrompe, guardandomi con gli occhi velati di lacrime. Poi, dopo una pausa, continua: “A poco a poco, irrimediabilmente, la semplicità del mio affetto e la sincerità del mio amore modificarono il suo carattere sentimentalmente chiuso e geloso di sé e dei suoi pensieri, tanto che giungemmo finalmente a quella comunione intima dello spirito, che era stata sempre l’aspirazione segreta dell’anima mia, fin dal momento in cui l’avevo conosciuto.
« “Solo allora finalmente fui paga. Solo questo avevo desiderato, ed ora l’avevo. La mia posizione economica era già prima sufficiente ai miei semplici desideri mondani e sociali. Le mie ambizioni personali sono sempre state poche, e non ho, quindi, mai sfruttato in tal senso l’ascendente che avevo su di lui, come invece tutte hanno fatto. Mi accontentavo venisse da me quando ne aveva il tempo e la voglia e che con me sola si sfogasse di tutte le amarezze che gli cagionava il potere. Mi parlava a lungo di tutte le cose che l’addoloravano: intrighi che si tramavano contro di lui, lotte fra coloro che egli aveva favorito, e che cercavano di sfruttare la loro posizione l’uno contro l’altro, influenze misteriose che cercavano di sabotare la sua opera, politica e cose di governo e altre questioni, che io neanche capivo. Solo vedevo che era amareggiato e che aveva bisogno di conforto. Ma non ho mai avuto l’idea di occuparmi di politica o di cose di governo, oppure di consigliarlo in tal campo. Se ho usato talvolta l’influenza che avevo su di lui, è stato per raccomandare qualcuno che veniva a pregarmi di perorare presso di lui la sua causa. Ufficiali, gerarchi, pezzi grossi caduti in disgrazia, gente che voleva raccomandazioni per ottenere un impiego o che so io. E tutti ho sempre cercato di aiutare, perché ho sempre voluto fare del bene agli altri.
« “Ho sempre saputo di tutte le amanti che ha avute; e questo, creda, non mi ingelosiva troppo: lo comprendevo e lo perdonavo. Mi contentavo di essere ancora la padrona della sua anima e dei suoi sentimenti. E continuavo sempre ad essere la sua consolatrice e la confidente dei suoi più segreti dolori. Questo mi bastava; e sopportavo con rassegnazione tutti i suoi tradimenti, continuavo ad amarlo con la stessa passione e con lo stesso slancio dei primi tempi del nostro amore. Per questo amore gli sono stata sempre vicino, quando ho potuto: nei momenti di fortuna e in questi ultimi tempi di disgrazia.
« “Quando il crollo è stato vicino, non ho mai neanche fuggevolmente pensato di abbandonarlo; sentivo di essergli necessaria, tanto più necessaria quanto più numerose erano le defezioni dei suoi fidi.
« “L’ho seguito a Milano, a Como, a Menaggio e lo avrei seguito in tutto il suo triste viaggio di fuggiasco, esponendomi a tutti i pe-ricoli, quando mi sarebbe stato facile, se non lo avessi amato, di passare, da sola, inosservata e fuggire all’estero al sicuro con la mia famiglia. Non le pare che questa sia la miglior prova che era amore vero, il mio, e non basso calcolo o interesse? Non lo crede anche lei? Non ha cambiato parere, ora, dopo quanto le ho detto su di me?”.
« Ho seguito attentamente le sue parole e sono rimasto convinto della sincerità del suo dolore e delle sue espressioni; rispondo semplicemente: “Sì, lo credo”.

« La Petacci, che sta asciugandosi gli occhi, ancora bagnati di lacrime, mi rivolga uno sguardo, la cui espressione mi lascia incerto sul suo significato: vi leggo riconoscenza, sollievo e qualcosa ancora, di cui non riesco a rendermi conto. Comunque non ho il tempo di pensare al reale significato di quello sguardo, perché la Petacci riprende subito a dire: “Lei si meraviglierà certamente che
10 abbia raccontato così la mia vita intima a lei, ad un nemico, ad una persona che io ho conosciuto appena un’ora fa. Forse è stato perché la tensione nervosa mi ha reso necessario, quasi mio malgrado, uno sfogo: certo, i suoi modi gentili mi hanno dato il coraggio di farlo, ed io la ringrazio per avermi ascoltata con tanta pazienza. Spero intanto che ciò le sia servito a farle capire quanto sia grande il mio amore per Mussolini e quanto sia ora doloroso per me essere separata da lui. E la speranza di essere stata compresa mi dà il coraggio di chiederle, ora, quel favore che lei può farmi, e che è l’unica cosa che può rendermi felice”.
« “Mi dica, signora, e le prometto che, se mi è possibile, farò quanto potrò per accontentarla”, rispondo. Non riesco ancora a capire che cosa possa volere, ma sono già sinceramente deciso a soddisfare al desiderio di quella poveretta.
« La Petacci mi guarda con una luce di speranza negli occhi, tace ancora un istante, poi di slancio si piega leggermente in avanti, mi stringe una mano e, guardandomi, implora con voce rotta: “Mi metta con lui!”.
« Sussulto: non mi aspettavo una simile richiesta. Rimango un po’ interdetto e tardo un momento a rispondere; e la Petacci, stringendomi ancora le mani, con voce affannosa continua: “Mi metta con lui! Mi metta con lui! Cosa c’è di male? Non dica che non può! Non dica che non vuole!”.
« “No, signora, non è che non voglia”, rispondo liberando dolcemente le mani dalla stretta di lei. “Mi chiede una cosa che non mi aspettavo e che comporta una certa responsabilità; non vorrei che succedesse qualcosa… ».
« “Cosa vuole che succeda? Non penserà mica che io possa aiutarlo a fuggire?”.
« “Non è questo, ma vede… ci son tante cose… la situazione è ancora talmente incerta… non si sa che cosa possa ancora succedere… potrebbe darsi che i fascisti tentassero di liberarlo, non si sa mai; ed una volta insieme, se dovesse accadere qualcosa a lui, anche lei potrebbe trovarsi in pericolo, ed io non vorrei avere una tale responsabilità…”.
« “Non è vero”, interrompe violentemente la Petacci con uno sguardo quasi cattivo, “non è vero! Ora capisco: lei vuole fucilarlo! È questo, è questo! Lo so, lo so. Oh mio Dio! Lei vuole fucilarlo!”.
« “Ma neanche per sogno! Ma cosa dice! Se lo avessi voluto fare…!”.
« “No, non credo, ora ho capito: lei vuole fucilarlo!”, ripete, piegandosi in avanti e nascondendo il viso tra le mani.
« “Ma signora, le dico…”.
« “No, non dica niente, non crederei”. Si scopre la faccia e si asciuga le lacrime con dita tremanti: “Mi guardi invece e ascolti me… Lei vuole fucilarlo, lo so, lo sento; forse avrà avuto ordine di farlo, non so… Ma questo ora le chiedo, e questo lei non potrà rifiutarmelo. Io non ho delitti o colpe di cui rispondere, non possono accusarmi di niente e quindi non possono farmi nulla e mi lasceranno certamente libera. Ma lei, invece, deve promettermi che, se Mussolini verrà fucilato, io potrò essere vicino a lui fino all’ultimo momento e che sarò fucilata con lui. Non le chiedo troppo, le pare?”.
« “Ma signora, le ripeto…”.
« “Non parli. Mi deve promettere solo questo, capisce? Voglio morire con lui. La mia vita non avrebbe più nessuno scopo dopo la sua morte. Morirei ugualmente, solo con minor rapidità e con maggior dolore. Questa è la sola cosa che le chiedo: morire con lui. E lei non potrà negarmelo”.
« Sembra calma, ora, la Petacci, ma la passione repressa, della quale vibrano le sue parole, mi commuove maggiormente. A tanto giunge dunque l’amore di quella donna! Non posso ora evitare di guardarla con ammirazione e pietà.
« “Si calmi, signora, le giuro che non ho alcuna intenzione di fucilare Mussolini. Le ho già detto che cosa voglio fare: consegnarlo alle autorità. Finché avrò io il potere di disporre di lui, non gli accadrà nulla di male. Stia tranquilla, può credermi”.
« Il mio tono sincero le ispira fiducia. Mi guarda e io le sorrido, per incoraggiarla.
« “Davvero?”.
« “Le do la mia parola”.
« Ha un sospiro, poi dice: “Le credo”. Tace ancora un momento, poi riprende: “Ma perché, allora, non vuole mettermi con lui?”.
« “Non ho detto che non voglio metterla con lui; stavo solo pensando se avrei potuto farlo. Come le ripeto, mi assumo delle gravi responsabilità. Comunque ci penserò, mi consiglierò coi miei amici”.
« “La prego, la prego; faccia il possibile! Gliene sarò grata eternamente. È una cosa tanto semplice…”.
« “Non tanto quanto le può sembrare, signora. Ma vedrò di fare il possibile, per accontentarla”.
« Mi alzo in piedi; anche lei si alza e mi si avvicina: “Allora mi promette?’’.
« “Spero di poterle dire di sì. Ma ora debbo andare, poiché ho parecchio da fare. Mi attenda qui. Stia calma e abbia fiducia”.
« “Sento che lei è sincero e cercherà di esaudirmi! La ringrazio tanto e la prego…”.
« “Non occorre, signora. Mi attenda. Arrivederci”.
« “Arrivederci”.
« Mi stringe la mano e mi segue con lo sguardo, finché la porta non si richiude alle mie spalle ».
Quando terminò il colloquio tra “Pedro” e Clara Petacci dovevano essere suonate da poco le 22. A quell’ora, era ormai in pieno svolgimento tutta una serie di avvenimenti che dovevano culminare, alle 16,10 del giorno seguente, nell’uccisione del Capo del fascismo e dei suoi più diretti collaboratori.


Letto 176 volte.


Nessun commento

No comments yet.

RSS feed for comments on this post.

Sorry, the comment form is closed at this time.

A chi dovesse inviarmi propri libri, non ne assicuro la lettura e la recensione, anche per mancanza di tempo. Così pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Ho problemi di sordità. Chiedo scusa.
Bart