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STORIA: Giorgio Pisanò: Le foibe

29 Agosto 2021

(Da “Storia della guerra civile in Italia. 1943-1945”)

Giorgio Pisanò fu scrittore e giornalista della destra politica italiana. A lui, oltre a “Storia della guerra civile italiana. 1943-1945”, si deve anche un’altra opera dedicata agli ultimi istanti di vita di Mussolini: “Gli ultimi cinque secondi di Mussolini. Un’inchiesta durata quarant’anni”.
Fu uomo di parte.
Tuttavia sappiamo che sulla Resistenza, tanti fatti ci sono stati nascosti per le più disparate motivazioni, tutte però ingiustificate poiché la Storia non la si tradisce e non la si nasconde, e dunque può essere utile a ricostruire la verità anche questa testimonianza di Pisanò.

La foibe furono un fatto tragico che coinvolse e sconvolse le terre dell’Italia nord-orientale, in particolare Trieste, l’Istria e la Dalmazia. I partigiani titini vi compirono eccidi terribili, gettando i nemici ed anche tanti innocenti in caverne profonde, talvolta ancora vivi. Si discute ancora sul numero dei morti, che furono sicuramente qualche migliaio (talune foibe sono rimaste inesplorate per la difficoltĂ  di calarvisi dentro), ma ciò che accadde mette in risalto come la guerra inasprì gli animi e condusse l’uomo a comportamenti bestiali.

Ed ora veniamo al testo di Pisanò. (bdm)

«Ed ecco, tratta da un opuscolo ormai introvabile, “Foibe”, di Paolo De Franceschi (alias Luigi Papo. Ndr:  ), edito nel 1946 a cura del Centro Studi Adriatici, una relazione sia pure parziale della spaventosa tragedia vissuta dopo l’8 settembre dai nostri connazionali caduti nelle mani dei comunisti slavi.

(…)

“L’Istria è ricca di giacimenti di bauxite, e dopo tanti anni di continua estrazione sono a centinaia ormai le cave. Di forma solitamente circolare si sprofondano ad imbuto e alla fine restano così, nessuno pensa a ricoprirle e ben poche portano, all’interno, un segno ammonitore. Poi, lentamente, con le pioggie, il terreno frana e dopo anni resta un profondo avvallamento dove l’erba cresce stentatamente e l’acqua stagna sul fondo. Cosi, alle voragini naturali, alle foibe già tanto frequenti, altre fosse si alternano. E gli slavi, per evitare la perdita di tempo che comporta di solito il seppellimento dei morti, non ebbero certo da girar molto per trovare foibe e cave in cui scaraventar dentro morti e moribondi. Gherbetti e gli altri di Pisino, Marco Neffat, comandante dei vigili urbani, Luigi Geroni, messo comunale, Rodolfo e Riccardo Zappetti, quest’ultimo padre di otto figli, Dario Leona, studente di diciotto anni, ed altri ancora furono trovati semisepolti in una di queste cave, tra Gallignana e Lindaro, in mezzo a fitti cespugli spinosi ed a rocce carsiche, in una radura senza vita. Dal racconto dei due sopravvissuti si sapeva che là era avvenuto il massacro. Ma quale impresa ricercare i morti tra tutte quelle doline e quelle fosse. I primi sospetti si ebbero alla vista di una recente frana da un lato della cava. Poi si osservarono segni di passi recenti; alfine alcuni vigili del fuoco scesero cautamente per esplorare. La terra era tutta mossa, ancora soffice. Gli assassini, per nascondere il loro delitto avevano provocato ad arte un franamento per ricoprire i cadaveri.
“Alcuni operai iniziarono cautamente a scavare con le pale. Piano per non urtare i morti. Il lavoro fu lungo, estenuante. Alla superficie venne costruita intanto una impalcatura per permettere poi il sollevamento delle salme. Alfine si cominciò a sentire il greve odore della morte. Le pale furono affondate con maggior cautela. Cominciò ad affiorare una gamba, poi un’altra, un corpo orrendamente straziato e già in stato di avanzata putrefazione. Il viso crivellato dai colpi. Irriconoscibile.
Il lavoro proseguì; altri cadaveri tornarono alla luce; tutti nudi, tutti sfigurati; buttati uno sull’altro, con le membra confuse, quasi congiunti; forse qualche moribondo, nel suo ultimo anelito di vita, si aggrappò disperatamente ad un compagno già morto, e così rimase, in quel mostruoso abbraccio. La frana aveva fatto altro scempio, ma i carnefici erano stati più spietati. Oltre alle vesti, mancavano anelli, catenine, denti d’oro; qualcuno era stato evirato, forse quand’era ancora in vita. A mano a mano che le salme venivano issate dal fondo, si cercava di identificarle. Ai bordi della cava, sostavano, muti, i parenti e guardavano. Ma gli slavi, dopo le esperienze di Katjn, erano stati precisi. Non più colpo alla nuca, ma una raffica al viso: e così era quasi impossibile procedere alle identificazioni. Solo a sei salme, su ventitré, fu possibile ridare un nome.
“I miseri resti furono composti nelle bare e trasportati a Lindaro. Continuò per ore la sfilata dei parenti che speravano! di poter ritrovare i loro cari. Gente di Pisino, di Gimino, di San Vincenti, di Rovigno, forse pure qualche soldato tedesco, dato che alcuni furono visti salire su quegli autocarri e non fecero ritorno.
Ma alla partenza, quando il carico era stato completato, dal Castello Montecuccoli di Pisino, erano stati 63 gli uomini che avevano preso la strada del martirio. Ne mancavano ben 40 al tragico appello. Dove erano stati gettati? Forse in qualche altra foiba più profonda o in qualche cava poi ricoperta? Forse furono gettati in quella di Podubboli, nei pressi di Barbana d’Istria, dove vennero ritrovati dei morti, ma non fu possibile né completare l’esplorazione né tanto meno estrarre quelli che giacevano nel primo ripiano a 180 metri dalla superficie. La voragine continua a precipitare e nessun uomo ha mai potuto avventurarsi più in fondo. Le foibe difficilmente perdonano: alla superficie si nota solo un insignificante pertugio, poi la voragine si allarga per restringersi di nuovo poco dopo, e sprofonda a picco, ma le pareti sono di roccia ed è facile che all’urto o al solo spostarsi dell’aria per una parola detta un po’ più forte, qualche masso si stacchi, e guai a chi si avventura.
Più in fondo ancora è inutile andare. La morte è certa.
“Ed i morti continuarono là il loro eterno sonno. Il coraggioso maresciallo Harzarich, si fece il segno della croce prima di risalire tirato dalle corde; e mani pietose gettarono nella voragine bianchi crisantemi, era il giorno dei Morti, perché il profumo della natura rendesse meno pesante l’ammorbante odore della morte. Dopo quelle giornate di lutto, mai più ritornò su Pisino il sorriso. Seguirono le dure vicende degli ultimi venti mesi di guerra ed alla fine, il 28 aprile del 1945, un ultimo autocarro lasciò la città. Dei 5.000 italiani che là abitavano, ben pochi ne son rimasti a custodire le tombe dei martiri e le mura delle case distrutte.
“Ma nei sotterranei del vecchio Castello che fu dei Montecuccoli, altri esseri furono rinchiusi, altri italiani che dovevano scontare con la vita il loro amore e la loro fede per l’Italia. Uomini che soffersero e lottarono e che, se errarono credendo un dovere ed un diritto difendere con le armi e con la parola la loro Patria tradita, scontarono lungamente e crudamente il loro errore.
“Anche Albona ebbe il suo colonnello. Gli slavi erano pochi e disarmati, ma Bonisconti sapeva il fatto suo. Non accettò consigli da nessuno; neppure da quel tenente dei bersaglieri che si impegnava da solo, con le sue due autoblinde, a far naufragare tutti i sogni di conquista di quei quattro straccioni che imponevano la resa. Le truppe ebbero l’ordine di disarmarsi; gli slavi ebbero le armi; e su di un bel cavallo, Bonisconti passò in rivista il nuovo esercito d’Italia, Non so, ma doveva essere un diavolo d’uomo, quel colonnello, se i giornali dell’epoca (“Il Piccolo di Trieste” e “Popolo di Alessandria”, ad esempio), dopo aver esposto nei suoi duri termini il fatto, ebbero l’ordine dai tedeschi di non occuparsene più. Altro che doppi giochi! Così Albona ebbe le sue brave stelle rosse, e la foiba di Vines ed il mare di Santa Maria, i loro morti.
“Sorge di contro a Cherso, entrambe bagnate dal tempestoso Quarnaro; quasi a picco sul mare e in cima ad un colle alto più di 300 metri. Fortezza imprendibile, un tempo, ed anche in quella tremenda notte del 19 gennaio del 1599, quando gli Uscocchi, in più di 600, riuscirono a scalar la loggia e ad abbattere la porta grande, gli abitanti riuscirono a salvare la città e a ricacciare in mare gli assalitori.
“Oggi ad Albona non esiste più quel mirabile leone che stringeva tra i denti aguzzi una palla scolpita nel suo stesso marmo, ed a toccarla girava senza per altro esser liberata dal morso. Una alla volta cadono le vecchie pietre di Roma e di Venezia, cadono sotto il martello slavo che non può sopportare altra gloria che la sua, la gloria del bandito e dell’omicida.
«Poi che Bonisconti ebbe armati gli slavi, più volte la cittadina dovette subire le violenze della lotta che contrapponeva gli occupatori alle colonne tedesche marcianti verso Pola. E nei giorni di tregua le armi crepitavano egualmente.
“Furono due carcerieri di Santa Marina a dare le indicazioni che permisero di conoscere la fine di un gruppo di italiani. Stemberga, uno dei maggiori responsabili degli eccidi-slavi- della-zona. di Albona, aveva voluto una sera divertirsi alle spalle dei prigionieri. I tedeschi procedevano a grandi passi e quasi tutta l’Istria era nelle loro mani. Anche Pisino aveva già ceduto nella giornata del 4 ottobre: poche ore di comando rimanevano agli slavi e troppi prigionieri ancora in vita. Non c’era più il tempo di scegliere foibe o cave. E Stemberga si divertì. Ai prigionieri che a turno venivano legati su di una sedia, il carnefice si divertiva a infilar un pugnale tra le falangi e le unghie delle loro dita finché sentiva qualcosa spezzarsi, e più la vittima urlava e più spingeva il ferro. A volte preferiva affondar la lama nella schiena o sul petto o nelle gambe di quei disgraziati; ma non voleva finirli, perché ben altra sorte aveva loro assegnata.
“La sera del 5 ottobre, 19 di quegli sventurati furono fatti uscire dal carcere; quasi nudi, scalzi; legati in fila indiana e stretti uno all’altro da fili di ferro spinato; ben stretti ed una pinza era stata necessaria per serrare di più il ferro contro i polsi. La colonna si mise in marcia sospinta dalle guardie che si affannavano a batter con i calci dei fucili le teste e i corpi dei condannati. In una radura, vicino al mare, fu compiuto il delitto. Il tempo incalzava e bastò un fucile mitragliatore per tutti, con poche raffiche. Non era necessario morissero subito. Tenuti stretti da quell’unica catena, ai piedi di qualche vittima furono legati dei massi di pietra. Il macabro carico fu sistemato su di un barcone e nella notte un solo lungo tonfo segnò per sempre la scomparsa dei cadaveri. Impossibile sondare il mare per ritrovarli.

“A Vines invece il lavoro fu piĂą lungo. La “Foiba dei colombi” poteva contenere centinaia di morti. E una mina fatta esplodere alla superficie (come piĂą tardi fu fatto in altre foibe, dopo la fine della guerra e particolarmente attorno a Trieste) avrebbe poi reso impossibile ogni ricerca. A piĂą riprese la corriera sbarcò i morituri e pochi furono i superstiti. Uomini di Parenzo quasi tutti arrestati nella notte del 21 settembre con la scusa del controllo dei documenti, uomini di Pola, di Rovigno, di Cimino, soldati germanici e marinai italiani del Battaglione “S. Marco” di Pola, agenti di P.S., carabinieri, donne, ragazzi, famiglie intere.
“I massacri ebbero luogo in giorni diversi e numerosi dovettero essere gli assassini poiché alcuni cadaveri erano completamente nudi e orribilmente sfigurati e ad altri mancavano solo gli oggetti preziosi ed i portafogli. Alcuni erano stati uccisi con il colpo alla nuca, altri mitragliati in massa, altri buttati giù vivi o moribondi. L’ultima corriera giunse sul posto quando ormai i tedeschi avevano occupata quasi tutta l’Istria, e, mentre i prigionieri venivano spogliati e legati sull’orlo della foiba, si senti un rombo di motori. Una colonna di soldati germanici transitava sulla strada a poco più di 500 metri di distanza. Qualche prigioniero urlò, nel disperato tentativo di salvarsi, ma i carnefici furono pronti. Puntarono le armi sì che ogni resistenza fosse impossibile, ogni tentativo inutile e a pugnalate, per non far rumore, compirono il loro delitto. In fretta, per non essere scoperti; ma non dimenticarono tuttavia di buttar sopra ai morti la lurida carogna di un cane nero: il segno della loro civiltà. Ritengono gli slavi che, ove accanto all’assassinato o al nemico ucciso si getti una carogna di cane nero, mai l’anima del morto avrà pace e potrà essere accolta in cielo, o fare vendetta. Resta però il fatto che molte volte gli slavi gettarono nelle foibe cani vivi, sì che i morti ed i moribondi ebbero sulle loro carni il segno non solo dei mitra o dei pugnali, ma pure quello delle unghiate e dei morsi di queste bestie che, prima per la fame e poi per la disperazione, si gettavano sulle vittime facendone scempio orrendo.
“Più di quindici giorni durarono poi i lavori per l’estrazione di queste vittime e le ultime furono ritrovate sul terzo ripiano della foiba, a più di 140 metri di profondità. Sfracellate ed irriconoscibili dopo il pauroso salto. Nicolò De Vergottini (la cui moglie era stata uccisa dalle bombe tedesche mentre a Pisino pregava i carcerieri di farla parlare con il marito che non sapeva già morto) fu riconosciuto per via di una cicatrice che da anni portava sulla tempia sinistra; Guglielmo Conte per un pezzo di stoffa del suo vestito che gli era rimasto attaccato alla carne; di un altro fu possibile il riconoscimento perché al collo gli era rimasta una catenina d’oro, unico ricordo che di lui hanno oggi i suoi figli. Vittorio Bronzin lo riconobbero perché era mutilato di un braccio.
“Non era facile il lavoro di recupero delle salme. Oramai i tedeschi se n’erano andati e solo nei centri maggiori avevano lasciato piccoli presidi. Così gli slavi, dopo un primo momento di sbandamento, erano ritornati all’azione. E i vigili di Pola e gli operai che volontariamente prestavano la loro umana opera e i parenti delle vittime erano continuamente sotto la minaccia di venir sorpresi e fare la stessa fine dei primi Martiri. Così alcuni civili e reparti italiani di Pola, di Pisino e di altri centri provvidero alla difesa dei luoghi, il più delle volte lontani dai villaggi e in zone per niente sicure. Credo che le persone che poterono assistere anche ad un solo atto di questo pietoso lavoro, mai più dimenticheranno quelle visioni tremende, quelle scene strazianti.
“Dopo ore di attesa poteva capitare, alle volte, che qualche operaio o qualche vigile dovesse essere soccorso d’urgenza perchĂ© la fatica era sovrumana perchĂ© era necessario portare sempre sul volto la maschera; oppure franava qualche roccia; o le corde minacciavano di spezzarsi; bisognava sospendere l’opera e dal baratro tornavano alla luce questi esseri vivi e non le salme dei Martiri. Quale impressione sul loro volto al momento in cui si toglievano la maschera; davanti ai loro occhi era la visione spaventosa di quel carnaio putreolente, di quelle occhiaie vuote e sbarrate, di quelle mani rattrappite, e il sangue misto alla terra, e il buio, appena rotto dalle fiammelle delle lampade da miniera, che rendeva piĂą impressionante la triste scena. Non dovrebbero meravigliarsi oggi gli italiani se qualche parente, qualche padre o figlio, dopo aver composto nella bara la salma del proprio congiunto, chiedeva solo un’arma per far da sĂ© giustizia, per placare l’odio tremendo con la piĂą dura delle vendette. E chi dimenticherĂ  quella madre che riconoscendo tra i morti il suo Aldo, gridò pazza dal dolore: “Toglietegli quella scarpa, deve fargli tanto male…”. Era tutto nudo quel morto, solo una scarpa s’erano dimenticati di togliergli. E accanto a lui giaceva pure suo padre.
“Caterina Radecca di 19 anni, e le sorelle Fosca, diciassettenne, e Albina, ventunenne, furono trovate senza traccia di ferite sui loro corpi. Solo le ossa fracassate nella caduta, poi che erano state precipitate vive. Unico segno della violenza-subita: a tutte e tre erano state strappate le sottovesti. Una era in stato di avanzata gravidanza.
“Dal rapporto di una commissione giudiziaria che presiedette ai lavori di estrazione dei morti, si possono leggere note di questo genere: Lorenzin Francesco, fuochista, da Medolino, ferita arma da fuoco regione parietale destra; Del Bianco Guido, di anni 49, scalpellino, da Carnizza, ferita arma da fuoco, regione frontale; Tomillo Matteo, guardia giurata dell’Arsa, da Marzana, ferita sopraclavicolare sinistra (evidentemente il Tomillo fu infoibato moribondo).
“Nessuna attenuante per gli assassini. Si trattò sempre di omicidi premeditati e compiuti a mente fredda. Delitti che vengono puniti dai codici di tutte le nazioni civili. Per la Jugoslavia, invece, questi delitti costituirono altrettanti attestati di benemerenza: solo così si spiega il fatto che Motika, pluriassassino, analfabeta, giunse a sedere sugli scanni del Parlamento a Belgrado, e Giusto Massarotto, altro criminale, poté essere eletto presidente civile dell’Istria e quindi deputato.

La morte di Norma Cossetto

“Nell’elenco ufficiale dei Martiri, al numero 346, si legge: Cossetto Norma, nata a Santa Domenica.
“Era una giovane studentessa universitaria che molta gente in Istria ricorda d’aver vista, in quell’estate, girare in bicicletta di paese in paese, sostare nelle canoniche e nei municipi, per frugare tra le vecchie carte alla ricerca di dati, di notizie. Stava preparando la sua tesi di laurea, ed il tema era: Gli antichi comuni dell’Istria. Non riuscì a portare a compimento il suo lungo studio. Quando calarono gli slavi, la sua famiglia fu tra le prime ad essere presa di mira. Erano possidenti e, soprattutto, italianissimi. La sua famiglia riuscì a mettersi in salvo, a riparare a Trieste, lei no; assorta nei suoi studi non fece in tempo ad abbandonare la casa. Aveva compiuto gli studi magistrali a Parenzo ed era conosciuta come una bella ragazza, e quella bellezza le fu fatale.
“Giustamente un giornale scrisse più tardi: “A Pisino, Ivan Motika, presiede il Tribunale del popolo. Ma le esecuzioni non attendono le sentenze. Il tribunale è costituito soprattutto per un sommario esame delle prigioniere. Esse, dopo l’interrogatorio a base di frizzi, laide allusioni, volgari insulti, sono fatte passare in “ camera di consiglio”.
“Lungo sarebbe rievocare tutto il calvario di Norma Cossetto. Fermata prima a Parenzo e poi ad Antignana, dove era comandante tale Antonio Paizan (Toni), specializzatosi in doppio gioco (tradì l’Italia, gli slavi, i tedeschi, gli slavi ancora e da questi, alla fine, fu arrestato per furto), e noto per la sua ferocia. Subito dopo l’armistizio fece tagliare i capelli a tutte le ragazze del paese che avevano amoreggiato con i militari del distaccamento italiano.
“Norma Cossetto fu tenuta in caserma per alcuni giorni. La riportarono a Santa Domenica assieme ad altre 26 persone tra le quali Zotter Umberto, Ada Riosa, Posa Antonio. La condannarono a morte; ma Norma era già morta. Era morta nel momento in cui Toni Paizan l’aveva chiamata nella sua stanza di comandante. La trasportarono a Villa Surani, e di là nei pressi della foiba. Sedici slavi erano la sua scorta e non sarebbe fuggita neppure se l’avessero lasciata sola. Non poteva reggersi più in piedi. Ma non era finito il suo tormento. Con il filo di ferro la legarono ad un grosso albero. E tutti i sedici vollero darle il loro bestiale saluto. L’orgia fu tremenda e mai giudice potrà immaginare sentenza adeguata a simile delitto. E quando tutti ebbero sfogata la loro lussuria su quel corpo inanimato, l’ultimo volle risvegliarla e con due secchi colpi di pugnale le recise entrambe le mammelle. Ma Norma non si risvegliò più.
“In quei giorni incontrai a Trieste, nei pressi del Palazzo delle Poste, suo padre ed un suo zio. Sapevano dell’arresto di Norma. Chiesi notizie, ma quell’uomo ancor giovane e sfinito ormai dal dolore, non seppe dirmi altro. Non riuscii a metter insieme quattro parole per confortarlo. Lo accompagnai per un tratto di strada, gli strinsi la mano e da quel giorno non lo vidi più. Seppi più tardi che due giorni dopo l’occupazione dell’Istria da parte dei tedeschi, egli partì. Dissero che una telefonata anonima gli aveva indicato il luogo preciso dove sua figlia era stata sepolta. Voleva andare solo, ma un gruppo di amici lo dissuase. Accettò la scorta di una colonna di soldati italiani, nella gran parte triestini.
“Giuseppe Cossetto in testa a tutti guidava una vettura ed aveva, al suo fianco, Mario Bellini. Ma giunti nei pressi di Castellier, volle che la colonna si arrestasse. Voleva essere lui solo a raccogliere e comporre le spoglie di Norma. Purtroppo gli diedero ascolto. Quando, verso sera, il comandante della colonna decise di proseguire per ritrovarlo, Giuseppe Cossetto e Mario Bellini erano già morti. Gli slavi appostati alle finestre di una casa cantoniera li avevano uccisi a fucilate.
“Sembrava che il padre di Norma, morendo, avesse portato con lui il segreto della sepoltura. Ma non tutti i delitti rimangono impuniti.
Durante un combattimento i tedeschi, nei giorni seguenti, catturarono alcuni partigiani slavi. E venne alla luce la veritĂ : fu così possibile giungere all’arresto dei seddici assassini e al ritrovamento della salma di Norma Cossetto. Il volto della ragazza sembrava sorridente. Ma quale visione quel suo corpo martoriato. La salma fu composta nella cappella mortuaria del piccolo cimitero di Castellier e i sedici banditi furono condotti lĂ  per ritrovarsi soli con la loro vittima; e soli rimasero, soli e chiusi per una notte intera, una notte d’amore di inferno, chiusi in quella piccola cappella mortuaria che sul marmoreo letto ospitava Norma. Tre impazzirono in quella notte, ma certo nessuno di loro scontò neppure con la morte, che giunse piĂą tardi dai mitra tedeschi, i delitti che in vita avevano compiuti.”»


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Bart