Libri, leggende, informazioni sulla città di LuccaBenvenutoWelcome
 
Rivista d'arte Parliamone

TUTTI I MIEI LIBRI SU AMAZON qui

La scampanata, il romanzo di Bartolomeo Di Monaco trasformato in testo teatrale, qui per chi volesse rappresentarlo.

Piante e fiori del mio giardino e altre bellezze: qui

STORIA: Giorgio Pisanò: Molte donne furono vittime della Resistenza

16 Settembre 2021

(da “Storia della guerra civile in Italia. 1943-1945)

Come ho già scritto, Giorgio Pisanò fu uomo di parte (fondatore dell’ex partito di destra MSI) e il suo libro “Storia della guerra civile in Italia. 1943–1945 è volto a segnalare taluni fatti della Resistenza visti con gli occhi di un aderente al Fascismo.
Ciò che stupisce in questo libro è l’abbondanza di testimonianze e di documenti, che ne fanno un lavoro pregevole dal punto di vista storico e chiarificatore di accadimenti che la storiografia ufficiale della Resistenza ha ignorato.
In queste pagine sono narrate storie di donne che, innocenti, subirono la ferocia dei partigiani che, in questi casi, furono cinici e crudeli quanto i nazifascisti.
Nelle rappresaglie scatenate da una parte e dall’altra molte furono le donne che ne pagarono la ferocia con la propria vita.
Leggeremo ora alcune storie. (bdm)

____________

Il vasto ciclo operativo, durato per tutto il mese di settembre 1944, portò così all’annientamento delle bande partigiane bellunesi e trevigiane, ma diede il via ad una delle pagine più spaventose e spietate della lotta fratricida in Italia. Sparpagliati in un vasto territorio montagnoso, i partigiani superstiti si rifugiarono nelle frazioni e nei borghi e lì cominciarono a taglieggiare la popolazione, abbandonandosi a inauditi episodi di crudeltà. Tra l’ottobre del 1944 e il febbraio del T935 circa 600 innocenti vennero trucidati quasi sempre per vendette personali o per puri e semplici motivi di rapina. Rievocare compiutamente questa atroce pagina è impossibile. A titolo di esempio, e per dare un’idea di quanto accadde in quei mesi nelle vallate bellunesi e trevigiane, ecco la storia delle stragi di Sospirolo, un tranquillo borgo bellunese, completamente privo di presidi fascisti o tedeschi, dove i guerriglieri assassinatolo circa 80 persone in maggioranza donne.
Sospirolo è un grosso centro di villeggiatura della’ provincia di Belluno, conta circa 5000 abitanti e dista dal capoluogo una quindicina di chilometri. Ė quello che si dice un “luogo ameno”, e chi vi giungesse ora non potrebbe che restare soddisfatto della ospitalità dei suoi abitanti e delle sue attrezza-ture turistiche. Ebbene, in questa amenissima località si verificarono, dopo il giugno del 1944, una serie di spaventosi delitti, la cui memoria serve ancora oggi a tenere tappata la bocca di tutti coloro che “sanno”: a Sospirolo infatti, e nelle sue frazioni, sono sepolti circa ottanta assassinati. Di questi, oltre la metà erano gente del luogo e, fatto sintomatico, in maggioranza donne. Diciamo “fatto sintomatico” perché questo particolare basterebbe da solo a illuminare la realtà dei massacri che insanguinarono il centro bellunese: a Sospirolo e nelle sue numerose frazioni, infatti, non esistevano comandi fascisti o tedeschi. Gli aderenti alla RSI prestavano servizio fuori della zona e nel paese erano rimaste solo le loro donne, i bambini e alcuni vecchi fascisti o “ritenuti tali”.
Su questa povera gente, che nulla aveva da rimproverarsi, e che non svolgeva alcuna attività politica, si sfogarono le furie omicide di una banda di partigiani che militavano in una formazione “garibaldina”.
Questi guerriglieri, non potendosela prendere con i tedeschi o con i fascisti che, ripetiamo, non avevano alcun presidio nella zona, si dedicarono al prelevamento e alla eliminazione di numerosi innocenti, scelti per il i massacro in base a valutazioni del tutto personali e cervellotiche.
Uno dei primi a cadere assassinato fu il dottor Fabiano Bacchetti, un professionista quarantenne, che venne ammazzato nel giugno del 1944 sotto gli occhi della madre: i nomi dei suoi assassini corsero ben presto di casa in casa, di bocca in bocca.
A distanza di alcuni mesi, nel timore che restando “inoperosi” si infrangesse la “legge del terrore” instaurata con i primi, ingiustificati omicidi, i partigiani di Sospirolo idearono e condussero a termine una seconda brillante azione. Questa volta le vittime designate erano quattro: i fratelli Vittorio e Renzo Bacchetti, il primo sedicenne e il secondo di 22 anni, lontani parenti del Fabiano Bacchetti, Antonietta Doglioni, di quaranta anni, moglie di un fascista repubblicano che prestava servizio a Venezia nella contraerea, e Marina Capraro, trentenne, gerente di un forno annesso all’albergo di proprietà dei Bacchetti. Il prelevamento venne effettuato nella notte del 19 ottobre 1944, da elementi della brigata comunista “Pisacane”, comandata da “Basco”, e da partigiani, pure comunisti, della brigata che operava nella Valle del Mis agli ordini di “Oscar”, un impiegato del dazio. Al momento del prelevamento però il padre dei due fratelli Bacchetti, Antonio, di cinquantacinque anni, tutt’altro che tranquillizzato dalle dichiarazioni dei partigiani che dichiaravano trattarsi di un “fermo per interrogatorio”, seguì i suoi ragazzi.
Ancora oggi non è affatto chiaro il “perché” dell’eccidio. Di positivo c’è solo che la Doglioni, impiegata presso l’ufficio postale di Sospirolo, aveva avuto delle discussioni con una cognata di “Oscar”, e che Renzo Bacchetti era fidanzato con una bella ragazza di Sospirolo, Ida De Donà, della quale, disgraziatamente, si era invaghito uno dei partigiani della brigata “Pisacane”. In questo secondo caso non si tratta di semplici ipotesi: la De Donà, infatti, venne a sua volta assassinata poche settimane dopo, come racconteremo più avanti, per aver troppo indagato sulla scomparsa di Renzo e per aver rifiutato le proposte amorose del partigiano “garibaldino”.
I tre Bacchetti, la Doglioni e la Capraro vennero condotti in un primo momento verso Moldoi e quindi, dopo una sosta presso una casa di contadini, furono fatti proseguire fino alla località denominata “Palia”, in alta montagna. In quel luogo, la sera stessa, furono uccisi una alla volta. La prima raffica toccò alla Doglioni, poi fu la volta di “papà Bacchetti”, seguito dal figliolo Renzo. A questo punto la scena si fece bestiale: la Capraro, fuori di sé dal terrore, si mise a urlare e lentò di svincolarsi, mentre Vittorio Bacchetti si gettava contro i suoi aguzzini: un colpo alla testa freddò allora il giovane, mentre la donna venne uccisa per ultima, circa una ora più tardi, dopo essere stata violentata da tutti i componenti della banda.
I corpi vennero sepolti sul posto, in una fossa senza croce e, per lunghi mesi, nessuno seppe con precisione che fine avessero fatto i cinque prelevati. La signora Bacchetti, infatti, moglie e madre di tre degli assassinati, fu a lungo visitata da partigiani, che si dicevano incaricati di portarle notizie da parte dei suoi congiunti, e che le presentavano ogni volta lunghe richieste di denaro, viveri e vestiario, “a nome di suo marito e dei suoi figlioli”. La povera donna, allorché, a guerra finita, venne a conoscenza della tremenda verità morì di crepacuore. Le salme vennero poi rinvenute nell’ottobre del 1945 dietro indicazione di un partigiano.

Ma gli eccidi erano appena incominciati, e pagine sempre più infami vennero scritte agli inizi del 1945. Dodici gennaio: un gruppo di partigiani di Sospirolo penetra nottetempo nella casa delle sorelle Casagrande, nella frazione di Mis, e scarica i mitra contro Erminia di 37 anni. Iva, di 31 e Valeria, ventiseienne. Compiuto il massacro i “giustizieri” si allontanarono di gran carriera: per terra, accanto ai cadaveri delle tre Casagrande, rimangono, gravemente feriti, il padre e un’altra sorella delle povere trucidate. Non si seppe mai il perché di un delitto così orrendo e inutile. Nemmeno a guerra finita, gli esecutori si preoccuparono, coperti come erano dalla “amnistia Togliatti”, di giustificare, sia pure sotto un profilo “bellico”, la strage compiuta.
Il fatto è che “ragioni” non ne esistevano: per assassinare impunemente qualcuno bastava scaricargli addosso il mitra e, in un secondo tempo, definirlo “spia nazifascista”. Nessuno perdeva tempo per indagare se l’accusa era stata o no provata, anche perché il tentare una impresa del genere poteva costare la pelle. Così infatti accadde alla fidanzata di Renzo Bacchetti, Ida De-Donà di 23 anni, una delle più belle ragazze di tutta la zona, che cadde assassinata la sera del 12 gennaio, poche ore dopo la morte delle Casagrande, per mano, molto probabilmente, dello stesso gruppo di esecutori. Sulla fine della De Donà esiste però una documentazione molto precisa. Accanto alla ragazza, infatti, al momento della fucilazione erano altre tre persone: la trentacinquenne Angelina Zanol- la, il signor Antonio De Agostini, pure lui di 35 anni, e la signora Letizia Caldat in Baratto. Quest’ultima si salvò miracolosamente ed è oggi in grado di rievocare con abbondanza di particolari la spaventosa avventura vissuta. La signora Baratto, che abitava a Padova, era sfollata nell’ottobre del 1944 a Sospirolo, luogo di origine della sua famiglia, e dove era podestà suo fratello, Umberto Caldat: apolitica, pronta ad aiutare chiunque si trovasse in situazione difficile, la signora Baratto viveva appartata da tutti, ma alle ore 21 del 12 gennaio fecero ugualmente irruzione nella sua abitazione quattro individui armati, uno dei quali un certo Barbieri, bolognese.
«I quattro», racconta la signora Baratto, « mi ingiunsero di seguirli perché, a quanto dissero, il loro comandante voleva conferire con me in località Oregne. Disperata poiché sapevo quanto era accaduto ad altre persone del luogo, in un primo momento mi rifiutai di seguirli, ma quando essi puntarono il mitra non solo contro me, ma anche contro mio marito e mio figlio, mi decisi a seguirli perché avendo la coscienza tranquilla, ritenni che forse facevo male ad irritarli inutilmente. Era noto infatti a tutti che più volte avevo aiutato e rifornito di viveri i partigiani, giungendo anche ad ottenere dal comando tedesco la liberazione di uno di loro, certo Federico Bertot.
In pochi minuti allora mi preparai e seguire i quattro armati che, attraverso il paese mi fecero sostare una prima volta presso una fontana. Dopo poco fummo raggiunti da un altro gruppetto composto da un partigiano, dalla signorina Ida De Dona e dalla signora Angela Zanolla. I partigiani si consultarono fra di loro: poi si allontanarono tutti meno uno che restò a guardia di noi tre. Passò una ora: faceva molto freddo, nevicava e il terrore di quanto poteva accaderci da un momento all’altro ci teneva mute. Alla fine i partigiani tornarono portando in mezzo a loro un certo Antonio De Agostini, di Marras di Sospirolo, e tutto il gruppo si avviò verso Oregne. Fra i partigiani io avevo riconosciuto i fratelli Facchin, di Marras, e un certo Antonio Frescura, pure di Marras. La marcia continuò in silenzio per diverso tempo fino a quando giungemmo in paese: lì però non fummo fatti sostare, ma venimmo sospinti oltre l’abitato, in una località detta “Valle del Cordevole”. Ciò che accadde in quei minuti lo ricorderò per tutta la vita. Fu chiaro ad un certo punto che la nostra sorte era stata decisa: sentimmo infatti i partigiani che ci seguivano caricare i mitra e allora la De Donà si lanciò contro il Barbieri per disarmarlo. Quest’ultimo però le diede un violento spintone urlandole: “Ti farò raggiungere il tuo Renzo!”, e contemporaneamente le scaricò contro il mitra; gli altri puntarono simultaneamente le loro armi contro di noi e fecero fuoco. Io sentii un violento colpo alla testa e caddi riversa sul corpo del De Agostini. Non svenni, purtroppo: restai sempre cosciente di me e potei udire i partigiani che, ridendo e sghignazzando, si allontanavano credendoci tutti morti. Per alcuni minuti non riuscii a muovermi. Udivo i rantoli soffocati del De Agostini e io stessa non sapevo se stavo vivendo i miei ultimi minuti di vita. Poi, dopo un periodo che mi parve interminabile e che, comunque, durò oltre due ore, cominciai a scuotermi. Lentamente mi scrollai la neve che mi si era accumulata addosso, ma proprio in quel momento un rumore di voci e di passi attutiti dalla neve, mi costrinsero a gettarmi di nuovo a terra, fingendomi morta. Erano infatti i partigiani che torna-vano dal massacro delle sorelle Casagrande: li sentii avvicinarsi al gruppo di cadaveri fra i quali mi ero mimetizzata, commentare ad alta voce il “buon lavoro” dei loro compagni, e infine allontanarsi. Come Dio volle riuscii a districarmi dal macabro cumulo di morti e ad arrampicarmi sulla strada: lì fui avvistata dal signor Brandalise, di Sospirolo che, sfidando la vita, è il caso di dirlo, non esitò a raccogliermi e a trasportarmi, sulla sua slitta, in paese».
La signora Baratto venne poi ricoverata all’ospedale di Belluno, e se la ferita alla testa non mise molto per rimarginarsi, occorsero però anni interi perché la superstite dell’eccidio potesse superare il tremendo choc riportato in quella notte spaventosa. Ancora oggi, a tanti anni di distanza, la signora Baratto si chiede il “perché” della sua “fucilazione”, e nessuno ha mai saputo o voluto darle una risposta. Nemmeno il fratello, da “podestà” divenuto “sindaco” dopo il 25 aprile, rimanendo così ininterrottamente in carica grazie all’appoggio dei partigiani, riuscì mai a chiarire l’enigma.
Quarantotto ore dopo il duplice eccidio delle Casagrande e del gruppo di cui faceva parte la signora Baratto, fu la volta della venticinquenne Rosetta Pasqua. Di questo delitto la responsabilità risale ai partigiani comandati dal “colonnello” Erminio Roldo, detto “Croda”. La Pasqua venne prelevata la sera del ,14 gennaio dai partigiani comunisti “Basco” e Barbieri, e portata in località San Zenon. Di lì riuscì però a fuggire quarantotto ore dopo, indirizzandosi dapprima verso Sospirolo e poi verso Camolino. I partigiani seguendo le sue orme sulla neve, riuscirono purtroppo a rintracciarla nei pressi del “cimitero vecchio” e le esplosero contro una raffica di mitra. Nonostante fosse rimasta gravemente ferita, la Pasqua ebbe la forza di trascinarsi verso la chiesa, ma, giunta sul sagrato, fu nuovamente presa di mira e freddata. Nel 1946 uno dei partigiani che aveva partecipato all’uccisione della giovane donna, il Barbieri, tornò a Sospirolo per ritirare dei suoi effetti personali: riconosciuto dal padre della Pasqua fu costretto però alla fuga e non si fece più vedere nella zona. Attualmente abita a Bologna.
Dopo Rosetta Pasqua toccò a Maria De Martini. Quest’ultima era la moglie di un combattente prigioniero nel Kenia: donna di casa, tranquilla, viveva in attesa del ritorno del marito, allevando con immensa cura la figliola di cinque anni. Nessuno poteva imputarle nulla, se non una fiera fedeltà alle ragioni ideali per le quali suo marito era andato a combattere lontano per l’Italia. Questa sua fedeltà le costò la vita. La sera dell’8 febbraio, infatti, i soliti “esecutori” penetrarono con la forza nell’abitazione della De Martini che, in quel momento, si trovava con la figlioletta e i genitori. La scena fu spaventevolmente rapida. Intuendo ciò che stava per accadere la povera donna arretrò verso il focolare, gridando ai suoi genitori di non muoversi e di tenere ferma la bambina, e poi si coprì gli occhi con le mani: subito dopo una raffica la stese al suolo.
In totale, nella zona, furono cosi uccise circa 80 persone. Tra i responsabili di questi eccidi vengono ricordati oggi i seguenti partigiani: Erminio Roldo, detto “Croda”; Ivo Roldo, detto “Battisti”; Guido Croda, detto “Gorilla”; Paolo Vigne, detto “Campanella”; Faustini, detto “Fulvio”; Antonio Frescura; Ugo Casanova e sua moglie Iole, Ugo Panigas, Ezio Poloni, Ugo De Doni, Bruno Lovatel, Gina Troian in Rodo, i fratelli Facchin, Barbieri, un padovano che rispondeva al nome di battaglia “Tosco”, un certo Ci- poli, da Moano di Santa Giustina Bellunese, e Oscar Maschioni, detto “Elio”, friulano.
Questi partigiani dovrebbero sapere anche tutta la verità sulla morte orrenda di altri due sospirolesi, il portalettere Bruno Visentini, di 44 anni, e suo figlio Benito, di sedici anni, ambedue trucidati il 2 maggio 1945. Benito Visentini era colpevole di chiamarsi “Benito”: fu massacrato a sassate.
Nel punto dove cadde lapidato sboccia, ad ogni primavera, un incredibile numero di fiori.
Questa è la storia, incredibile e tragica, di quanto accadde a Sospirolo. Ma eccidi analoghi si verificarono purtroppo, come già detto, nel Bellunese e nel Trevigiano durante l’inverno 1944-45. Questi eccessi, però determinarono una situazione molto pesante per il fronte antifascista, perché le popolazioni, esasperate, giunsero a schierarsi in gran parte decisamente contro le bande. Lo stesso professor Roberto Cessi, nel suo libro La resistenza nel Bellunese (Editori riuniti, 1960) si è visto costretto a registrare tale realtà, sia pure cercando di attenuarla, con le seguenti parole: «La disciplina propria della vita partigiana, che poteva offrire l’apparenza di permanente disordine…, poteva destare meraviglia in chi era abituato al tradizionale costume di azione politica e militare. Ma se, in questa atmosfera, si dovevano registrare sgradevoli incidenti che irritavano inutilmente la popolazione o inopportunamente provocavano la reazione nemica, possiamo giudicare senz’altro infondate certe accuse di arbitrio, di abuso di autorità, di irregolare condotta, di spreco di energie, di millanteria di forza che talora attirava la repressione tedesca…».
___________

Nel libro si parla anche di Mario Pasi, amico di Mario Tobino, che gli dedicò la poesia che segue.
Mario Pasi, detto “Montagna”, faceva parte del comando militare bellunese come responsabile del PCI per tutta la zona. Fu insignito della medaglia d’oro al valor militare.

Scrive Giorgio Pisanò: “Dieci antifascisti, tra i quali il dottor Mario Pasi, vennero prelevati dal carcere, portati alla periferia di Belluno, in una località conosciuta come ‘il bosco delle castagne’, e lì impiccati agli alberi.”.

Questa è la poesia che gli dedicò Mario Tobino, tratta dal suo libro “L’asso di picche”, del 1974:

IL PASI

«Il Pasi era un giovanotto
veniva dalla Romagna,
insieme eravamo giovani,
si camminava movendo le spalle,
le donne avean per noi debolezza.
Lui lo impiccarono i tedeschi
dopo sevizie che non ho piacere
si sappiano,
io ho un cappotto di anni,
ma, o Pasi, sei stato
il più bell’italiano
di mezzo secolo.»


Letto 196 volte.


Nessun commento

No comments yet.

RSS feed for comments on this post.

Sorry, the comment form is closed at this time.

A chi dovesse inviarmi propri libri, non ne assicuro la lettura e la recensione, anche per mancanza di tempo. Così pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Ho problemi di sordità. Chiedo scusa.
Bart