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STORIA: I campi di concentramento francesi

19 Febbraio 2020

di Bartolomeo Di Monaco

Una piccola casa editrice lucchese Tra le righe libri di Andrea Giannasi, laureato in storia contemporanea, sta costruendo a poco a poco una invidiabile collana di Storia, soprattutto a riguardo delle due grandi guerre che sconvolsero l’Italia negli anni 1915/1918 e 1940/1945.
Vi si rintracciano documenti e testimonianze rare, rinvenuti in polverosi archivi o presso le famiglie dei protagonisti, se non addirittura dai protagonisti stessi. Una miniera utile a chi voglia penetrare i drammi delle due guerre e agli storici di professione che, proprio attraverso il puntiglioso lavoro di un editore come Andrea Giannasi, trovano già pronto e a loro disposizione materiale poco conosciuto e spesso inedito.

Dobbiamo un grazie grande così a chi si adopera per un lavoro meticoloso come questo.
Uno degli ultimi libri uscito presso Tra le righe libri, questa volta ha per autore lo stesso editore Andrea Giannasi, e mostra al lettore quanto egli sia bravo come ricercatore e storico. Lo sto leggendo, a cominciare da oggi, dopo aver finito il bellissimo “Gli Italiani. Virtù e vizi di un popolo” di Luigi Barzini jr.
Il libro, “I militari italiani nei campi di prigionia francesi”, ci rivela che gli italiani non soffrirono soltanto nei campi di concentramento nazisti, ma anche in quelli francesi, che non ebbero alcun riguardo per i nostri soldati fatti prigionieri e cercarono la vendetta a quella che considerarono una pugnalata alla schiena inferta alla Francia (già in ginocchio) dall’Italia con l’entrata in guerra il 10 giugno 1940 proprio schierandosi a fianco dei tedeschi sul confine francese, il cui fronte, ormai stremato, era già pronto alla resa.

Effettivamente lo spavaldo Mussolini ne fece una delle sue, mostrandosi cinico e smanioso di sedersi al tavolo della supposta facile vittoria. Invece le cose andarono come tutti sanno.

Pubblico uno stralcio del libro, in cui troverete anche una importante testimonianza, quella di un prigioniero, Pietro Rizzuto.

“Fu così che nel maggio del 1943, immediatamente dopo la consegna degli italiani ai francesi, iniziarono le vessazioni.
Pietro Rizzuto venne internato nel VI campo (Francese), N. 16 – La Cagne e ricorda: «Ci gettarono in un sudiciume indicibile: la pulizia non esisteva. Qui cominciò la moria di tanti soldati, qualcuno ammalato, qualcuno ammazzato dalle mitragliatrici delle guardie Marocchine. Eravamo in un campo Francese, i Gollisti odiavano a morte noi Italiani, dicevano che li avevamo pugnalati alla schiena nella dichiarazione di guerra, che Mussolini aveva attaccato i Francesi aprendo le ostilità sul fronte occidentale e noi poveri militari Italiani, ne subivamo le conseguenze. Quando qualche soldato italiano veniva ammazzato dalle guardie Marocchine, si giustificavano col pretesto della pugnalata alle spalle del 1940: insomma, era una vendetta che praticavano giorno per giorno contro noi poveri soldati.
Come vitto ci davano cento grammi di pane al giorno e un po’ di brodaglia di rape. Avevo con me una scatola vuota datami dagli inglesi nel campo di Mescere, vi avevo infilato un fil di ferro che fungeva da manico, la riempivo d’acqua e la facevo bollire con dentro il pane: mi sembrava così che crescesse di volume e divoravo così quella zuppa di pane e acqua.
Si può benissimo immaginare come non si potesse andare avanti, giovani, a vent’anni, con quei trattamenti: un’enorme debolezza si impossessò di me tanto da non reggermi più in piedi, ragion per cui quasi tutto il giorno me ne stavo coricato sotto la tenda; fu lì che il carissimo commilitone Giuliano, fra inedia ed enterocolite, cadde vicino ai gabinetti mentre faceva i suoi bisogni. Cito questo caso, ma quanti e quanti fecero quella fine? Per fortuna rimasi nel Campo 16 di Tunisi solo un mese evitando così una possibile morte per fame o per una delle tante malattie perle quali lì tutti i giorni si moriva».15
La percentuale di morti, rispetto al numero di prigionieri presi in consegna, fu altissima. Rinchiusi in campi gli italiani furono soggetti a lavori pesanti, denutrizione, privazioni dei vestiti e uccisioni per futili motivi. Trasportati con dure marce nel deserto fino al Marocco i prigionieri vennero privati di tutto e lasciati solo con stracci sui quali era cucita una vistosa toppa rossa di riconoscimento.
Numerose erano le fughe di uomini che cercavano solo di poter raggiungere un campo di prigionia americano, dove le condizioni umane erano migliori.

Giuseppe Ferrara così raccontava nel suo memoriale: «Il clima dei campi di con centramento inglesi era severo nella disciplina, ma umano nel trattamento. Il vitto poi era uguale alla razione che spettava al soldato inglese delle retrovie. Nei campi americani invece era tutt’altra cosa. Vitto abbondante, sigarette, igiene e parecchia libertà. Al limite opposto si trovavano i campi di prigionia francesi, dove la vivibilità era uguale a zero, con un tasso di mortalità enorme al confronto di quelli inglesi o americani»16

L’elemento forse più grave risiede nel fatto che se della ritirata di Russia conosciamo quasi tutti gli elementi storici, e sappiamo dei campi per POW statunitensi o degli internati in Kenya e India, dei prigionieri finiti in mano ai francesi sappiamo ben poco.

A proposito delle punizioni ricordava Pietro Rizzuto: «All’arrivo al Campo venni anche punito per aver lasciato la ferme. Per i francesi questo non era ammissibile. Nel Campo avevano costruito una prigione nella prigione, un recinto di filo spinato con una struttura di legno annessa. Mi tolsero la coperta e mi buttarono dentro quella prigione. Mi avevano anche vaccinato con tre iniezioni che mi provocarono una febbre da cavallo. Senza coperte tremavo dal freddo. Mi rannicchiavo in un cantuccio sul pavimento di cemento come un cane. Stavo malissimo, ma non potevo chiedere visita perché per i puniti non era previsto il medico. Negli spasmi della febbre, ricordo, mi sfogavo mandando accidenti alla guerra e a Mussolini. Dopo due giorni la febbre cessò. Passai in quella prigione 5 giorni. Ero molto debole e mi reggevo a fatica in piedi».17

Cancellata dalla storia militare questa macchia, i francesi si discolparono portando sul tavolo del dibattito la questione della mancanza di approvvigionamenti. Ma se questa scusante può essere valida e accettata per la malnutrizione, oggi non possiamo accettare gli omicidi e gli atti di violenza deliberati. Non è scorretto affermare che la Francia di De Gaulle nei confronti dei prigionieri di guerra italiani e tedeschi detenuti in nord Africa può essere ritenuta responsabile di crimini per i quali mai nessuno è stato chiamato a rispondere.18
A rafforzare questa ipotesi anche, e soprattutto, in considerazione del fatto che l’esercito francese ebbe in consegna dagli americani nel periodo 1943-1945, alcuni milioni di prigionieri (in prevalenza tedeschi dopo la resa nel maggio del 1945) per servirsene come manodopera in riparazione di guerra e li maltrattò a tal punto che non è esagerato calcolare una cifra di 1.700.000 morti causati dalle pessime condizioni in cui gli uomini furono tenuti. A questi numeri è giunto, dopo anni di studi, lo storico canadese James Bacque, e sono ormai confermati da tutti i paesi cobelligeranti nel Secondo conflitto mondiale.”.

NOTE

15 II diario di Pietro Rizzuto è consultabile sul sito: http://www.diegorizzuto.it

16 Giuseppe Ferrara, “Memorie di un Secondo capo della Regia Marina” in Storia del Novecento, n. 25, febbraio, 2003.

17 II diario di Pietro Rizzuto è consultabile sul sito: http://www.diegorizzuto.it

18 A questo proposito è bene ricordare come la Guerra fredda e la divisione del mondo in due blocchi chiuse in “armadi” molti tragici fatti. Anche gli italiani non vennero mai chiamati a rispondere delle stragi in Libia, Etiopia, Grecia e penisola balcanica, in un reciproco patto teso a non turbare i nuovi rapporti ed equilibri.”.


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Invito tutti a non inviarmi più libri in lettura. Per mancanza di tempo, e dall'11 novembre 2013 anche di salute, non posso più accontentare nessuno. Così pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Chiedo scusa.
Bart