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STORIA: I MAESTRI: Antonio Labriola. Eleggere la scienza?

1 Marzo 2014

di Carpendras (Manlio Cancogni)
[da “La fiera letteraria”, numero 35, giovedì, 29 agosto 1968]

Non avevo mai letto la famosa prolusione di Antonio Labriola « L’Università e la libertà della scienza » che il filosofo tenne a Roma nell’autunno del 1896, inaugurandosi l’anno accademico, davanti a un pubblico di autorità, colle­ghi e studenti. Ebbe molta risonanza e Benedetto Croce ne fu così entusiasta che la volle pubblicare. L’editore Ric­ciardi l’ha ristampata pochi giorni fa, e direi che questa ri­stampa non poteva avvenire in epoca più opportuna.

Ora che passato il Ferragosto e quasi finite le vacanze, ci si prepara alla grande rentrée universitaria (che si assi­cura sarà calda, anzi caldissima) consiglierei a tutti di leg­gere quell’esemplare discorso. Non è lungo, è scritto con gran vigore, riflette il pensiero di un uomo coraggioso e moderno e benché siano passati più di settant’anni vi si possono trovare insegnamenti ancora utili.

Anche allora, si apprende dal discorso di Labriola, l’Università era al centro di vaste polemiche che coinvolgeva­no, oltre ai professori e agli studenti, anche i politici e tut­to il pubblico colto. Per certuni essa era un centro di rivo­luzione, di anarchismo; per altri una roccaforte conserva­trice, piena di difetti e abusi (come la tendenza dei profes­sori a eludere gli obblighi dell’insegnamento). L’Univer­sità insomma, era sotto accusa (fra l’altro si riteneva re­sponsabile di produrre troppi professionisti che andavano ad accrescere l’esercito degli spostati) e Labriola ne pren­de le difese, elencandone i meriti, ma nello stesso tempo facendone la critica con un’ampiezza di visione, un senso così vivo della storia, che vanamente cercheremmo nei suoi successori che oggi si trovano a far fronte alla situa­zione difficile che tutti sanno.

Labriola era certamente un uomo d’eccezione, un mae­stro nel vero senso della parola (la cultura di mezzo secolo in Italia ne ha sentito l’impronta) ma non un isolato. Que­sto risulta dalle sue stesse parole. Risulta cioè che si rivol­geva a un pubblico capace di intenderlo, a una classe diri­gente all’altezza dei suoi doveri. L’Università italiana, al­l’epoca, non era certo alla retroguardia in Europa; per mol­ti versi anzi precedeva le più celebri Università tedesche. Era aperta alle donne, l’insegnamento si svolgeva in pub­blico, aveva soppresso le Facoltà Teologiche, eliminato ogni privilegio di giustizia corporativa e di posizione ge­rarchica, assicurata la libertà didattica.

Ed era un mondo vivo; già allora vi si discuteva sull’op­portunità degli esami, nella forma che poi è rimasta in uso, e sulla necessità di riorganizzare le Facoltà abbattendone le « antiquate muraglie cinesi » che le isolavano una dal­l’altra. Problemi, come sappiamo, che sono stati all’origine delle agitazioni poi degenerate nella contestazione globale di questa primavera. Su ciascuno di essi Labriola trova la parola giusta che definisce la situazione. Ecco in sintesi prospettata quella relativa agli esami. « La promiscuità dell’insegnare e dell’esaminare, e il carattere quasi esclusi­vamente professionale degli esami, producono questi im­mediati effetti: che il professore si abitua a vedere princi­palmente nel suo uditore dal novembre al giugno l’inevita­bile candidato del luglio e dell’ottobre; e che gli studenti atteggiandosi dal bel principio a esaminandi, raccolgono dai vari insegnamenti di cui sono gravati ciò che è più compendiabile, e sbrigativamente riferibile ».

La conclusione è dedicata agli studenti: « Non vi lasciate trarre in errore da quelli che pigliano argomento da code­sta spontanea democrazia, a escogitare non so che utopica città accademica, nella quale gli studenti ridotti in corpo sovrano farebbero e disfarebbero tutto perfino la scienza, messa ai voti nella elezione dei professori. Ma non è forse l’Università, nella parte sua essenziale, una istituzione continuativa che deve sopravvivere a molte generazioni di studenti? E che città volete fare di un popolo fluttuante di immigranti e di emigranti? Eleggere i professori: ossia eleggere la scienza? Ma eleggere il giudice, il dittatore, il presidente di repubblica o il re, è cosa meno irrazionale — tanto che s’é fatto e si fa — che non di eleggere il macchi­nista che conduce la locomotiva o il capitano che governa la nave. »

« Ciò che è tecnico non si elegge, ma si sceglie; e, per poterlo scegliere, bisogna aspettare che si formi e si maturi. In cotesta ragione tecnica consiste la specialità della nostra carriera, e la garanzia che le compete; in codesta stessa ra­gione tecnica e non in altro, ha fondamento l’autorità no­stra. Rifiutarsi a tale autorità gli è come mettersi per la via dell’assurdo. Non mi parrà mai che sia atto di prodezza il ribellarsi all’autorità del barcaiolo quando si è in barca. »

« Voi avete, senza dubbio, il diritto di discutere nei no­stri insegnamenti la scienza che vi si rivela. Il discutere è condizione dell’apprendere; e la critica è la condizione d’ogni progresso. Ma per discutere, occorre d’avere già imparato. La scienza è lavoro, e il lavoro non è improv­visazione. Non vogliate aggiustare fede a quel mito psico­logico della genialità, che serve tanto spesso a nascondere tanta ciarlataneria; e non vogliate credere al privilegio di razza, in fatto d’ingegno. Sono queste le illusioni nelle quali si cullano i decadenti e i decaduti. Noi fummo l’una cosa e l’altra per secoli, e ora pare che basti ».


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Invito tutti a non inviarmi più libri in lettura. Per mancanza di tempo, e dall'11 novembre 2013 anche di salute, non posso più accontentare nessuno. Così pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Chiedo scusa.
Bart