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STORIA: I MAESTRI: Armando Borghi. Un maestro involontario

15 Ottobre 2013

di Carpendras (Manlio Cancogni)
[da “La fiera letteraria”, numero 18, giovedì 2 maggio 1968]

Non credo che gli studenti che occupano le Università in nome della democrazia diretta e ddl’autogoverno, sapes­sero chi era Armando Borghi, o acquistassero «Umanità nuova». Eppure il vecchio anarchico, morto giorni fa, era certamente l’uomo più vicino alle loro idee, e «Umanità nuova », l’unico giornale che avrebbero letto con piena ade­sione: un giornale così poco « integrato nel sistema » che era quasi impossibile trovarlo; usciva molto irregolarmen­te, non aveva pubblicità, era in vendita solo in certe edico­le, in Trastevere a Roma, nel quartiere del porto ad Anco­na e Genova, a Carrara.

Borghi aveva ottantasei anni. Negli ultimi tempi non vedeva più nessuno; così non sappiamo se gli fosse arrivata qualche eco della rumorosa azione condotta dall’attuale « opposizione extra-parlamentare ». Se ne sarebbe rallegra­to, ritrovandovi alcune delle sue accuse contro tutti i « rin­negati complici del parlamentarismo borghese », comunisti compresi, credendo di rivivere gli anni della sua gioventù, in Romagna e nelle Marche.

Allora certe idee estreme (abolizione di ogni Stato, di ogni potere, di ogni autorità, ecc.) alimentavano i sogni e le speranze di vasti strati sociali; avevano il vigore delle cose nuove; sembravano indicare con sicurezza l’avvenire. E Borghi ne era uno degli interpreti più ferventi e fedeli. Per fedeltà, unico fra tutti i rivoluzionari, ebbe il coraggio, nel 1900, di esaltare il gesto di Bresci, l’attentatore di Um­berto I.

Nemmeno la guerra, che aveva operato tante conversio­ni e contraddetto tante speranze nella umanità futura, eb­be il potere di modificare i suoi princìpi e il suo stile. Nel 1920 era riuscito, attraverso mille incredibili peripezie a raggiungere la Russia, da molti creduta la patria della ri­voluzione mondiale. Ne fu deluso. Affrontò Lenin e gli chiese che razza di rivoluzione fosse quella che esordiva togliendo la libertà invece di accrescerla.

Dopo la marcia su Roma era emigrato, cominciando una vita di peregrinazioni che finalmente l’avrebbe fatto appro­dare a New York. Inutile dire che per lui, anarchico, l’emi­grazione non poteva avere i conforti, gli appoggi, i ricono­scimenti, di cui, pur in mezzo alle difficoltà, godevano gli altri antifascisti. Era l’esilio puro, in povertà e solitudine.

E al ritorno? Venti anni di storia, altre guerre, avevano reso irriconoscibile l’Italia. Della fiammata rivoluzionaria che partendo da Ancona aveva incendiato l’Italia nei gior­ni della settimana rossa non c’erano più nemmeno le favil­le. I rivoluzionari erano al governo; sarebbero sì, passati all’opposizione di lì a poco, ma sempre restando nell’ambi­to del sistema. Gli anarchici come Borghi, con la loro in­transigenza dottrinale, erano dei solitari che non avevano più posto nella cronaca politica; semmai in quella del co­stume.

Me li ricordo ad Ancona durante una commemorazione dei famosi fatti del ’14. Erano arrivati, ciascuno a sue spe­se, da varie regioni d’Italia. E c’era anche Borghi che, per un’abitudine contratta in America, infilava ogni tanto nei suoi discorsi un energico « All right ».

Naturalmente non esisteva traccia di organizzazione. A quei puri, gli ultimi puri del secolo, sarebbe parso un tradi­mento. « Noi non abbiamo la tessera », esclamava uno di lo­ro, Getulio, un oste famoso per i suoi cacciucchi, « abbiamo la fede ». Erano in maggioranza degli anziani, o addirittura dei vecchi. Ma a vederli e a sentirli non facevano pensare a dei sopravvissuti. Sembrava anzi che guardassero con una certa compassione, senza odio, noi, che ci attardavamo, poveri illusi, nelle retrovie della storia fra i giochi sterili del potere. « L’avvenire è sempre nostro », pareva avessero scritto in viso, « anche se le apparenze dicono il contra­rio ». Giravano per la città incuranti della pioggerella che minacciava di trasformarsi in nevischio, soddisfatti e senza sentire il freddo.

Quanti di quei congressisti volontari, saranno ancora vi­vi? Immagino pochi. Borghi è stato uno degli ultimi ad an­darsene: e mi dispiace per lui che oggi avrebbe ricevuto il premio per la sua coerenza. Infatti, anche se l’ondata rivo­luzionaria della gioventù d’oggi s’ispira ad altri maestri, a Marcuse, e non Cafiero o a Malatesta, non si tratta pur sem­pre dello stesso movimento di protesta totale, di rifiuto senza compromessi, di speranza in una palingenesi univer­sale che riscaldava il sangue dei nostri avi?

Ben inteso l’anarchismo anche se rinnovato nella termi­nologia, è quello che è sempre stato: un anacronismo, un sintomo di disadattamento e d’immaturità. E in molti casi un alibi. Nel caso di Borghi e dei suoi compagni superstiti, però, una prova di coerenza, di fermezza nelle proprie con­vinzioni, che non ha riscontro oggi, non dico in politica, ma nemmeno in altri campi. Borghi e i suoi amici non era­no certo di quelli che stanno a chiedersi ansiosamente qua­le sia la direzione del vento. E il vento, il vento mitico del­la rivoluzione, è tornato, dopo un lungo giro, a gonfiar loro le vele. E’ il compenso per chi sa attendere. Resta da vedere quanti dei giovani anarchici d’oggi, involontari discepoli di Borghi che ignorano tutto del loro maestro, avranno ono­rato l’occupazione delle Facoltà, andando al suo funerale.


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Bart