Libri, leggende, informazioni sulla cittĂ  di LuccaBenvenutoWelcome
 
Rivista d'arte Parliamone

TUTTI I MIEI LIBRI SU AMAZON qui

La scampanata, il romanzo di Bartolomeo Di Monaco trasformato in testo teatrale, qui per chi volesse rappresentarlo.

Piante e fiori del mio giardino e altre bellezze: qui
Download gratuito VIVERE CON L'ACUFENE.

STORIA: I MAESTRI: Caporetto. Il cannone della regina Conversazione con Riccardo Bacchelli

28 Agosto 2013

di Gualtiero Maldé
[da “La fiera letteraria”, numero 43, giovedì 26 ottobre 1967]

Nei giorni di Caporetto, Riccardo Bacchelli si trovava in linea sul bas­so Isonzo, in qualitĂ  di ufficiale di col- legamento. Il comando presso il quale prestava servizio aveva sotto di sĂ© numerose batterie schierate fra Devetachi e Monfalcone, cosicchĂ© egli co­nosceva a memoria tutti i settori del fronte. Doveva infatti spostarsi quasi ogni giorno da una batteria al­l’altra e in certi punti spingersi fino agli osservatori della prima linea. Il tratto peggiore era quello che inca­rdinandosi nel vallone di Doberdò, sulla riva sinistra dell’Isonzo, termi­nava davanti a Castagnevizza. Sulla sinistra c’erano il San Marco e il Doss Faiti, sulla destra l’Hermada. In questo settore le fanterie italiane si dissanguavano in inutili attacchi. Le ultime battaglie, la X e l’XI, nel­la primavera e nell’estate del ’17 fu­rono particolarmente dure. Bacchelli vi partecipò in linea con le fanterie.

« Mi trovavo ancora all’osservato­rio quando l’azione incominciò, e quindi dovetti rimanere. La cosa cu­riosa è che vicino a me c’era mio fratello, Guido, il pittore, ch’è morto in America qualche anno fa, e che prestava servizio in fanteria. Cera­vamo incontrati pochi minuti prima e restammo insieme per tutta la gior­nata. Ogni momento una granata ci scoppiava vicino e tutto scompariva nella polvere. E io ricordo che quan­do il fragore era terminato, e riapri­vo gli occhi, li aguzzavo, attraverso il polverio, per vedere se mio fratel­lo c’era ancora. I reparti impegnati in quel punto erano un battaglione del 1° Granatieri e la brigata Manto­va, composta di calabresi. In una pau­sa dell’azione Guido e io ci vedemmo accanto un caporale che ci guarda­va. Era un uomo già anziano, scuro. S’era accorto che ci somigliavamo. « Siete fratelli signori ufficiali? » chie­se. Gli rispondemmo di sì. « E la ma­dre è viva? ». « No ». « Meglio per lei » rispose. Evidentemente non credeva che avremmo potuto scamparla tutti e due. Quell’azione si concluse con un disastro. Si persero diecine di mi­gliaia di uomini, molto materiale, e non si conquistò un metro. Castagne­vizza era sempre davanti a noi, im­prendibile, con i suoi nidi di mitra­gliatrice.

Fu dopo gli attacchi inutili del ’17 che le truppe italiane, come già quel­le francesi sul fronte occidentale, co­minciarono a dar segni evidenti di stanchezza. Aumentarono i casi di diserzione (molti soldati andati in li­cenza non tornavano) e alcuni reggi­menti si ammutinarono. Questi fatti, da molti sono stati considerati come i prodromi di Caporetto.

« Io non parlerei di crisi morale dell’esercito alla vigilia di Caporet­to », mi dice Bacchelli. « La truppa era stanca ma non al punto di augu­rarsi la disfatta. Ci furono degli am­mutinamenti, d’accordo; ma è anche vero che ad ammutinarsi furono al­cuni dei reparti più valorosi, come ad esempio la Brigata Catanzaro a Santa Maria la Longa. Si rifiutarono di montare in linea, perché erano sta­ti sfruttati eccessivamente, non per disfattismo. Davanti a Castagnevizza c’erano sempre loro. E alla fine si rifiutarono di tornarci. Tenga conto che si ritenevano nel giusto perché avevano loro promesso un periodo di riposo molto lungo, che invece era stato improvvisamente interrotto, e un’altra destinazione ».

« Nessuno amava la guerra, e nes­suno credeva più alla leggenda della lotta agli imperi centrali tirannici e militaristi. Ma si sopportava con pa­zienza. Io, personalmente, la consi­deravo una fatalità. Quando era par­tito, due anni prima, pensavo che quasi sicuramente non sarei tornato. Ora che mi trovavo in mezzo a quel pietrame ero arrivato al punto di adattarmici come se fosse la mia casa. C erano anche dei momenti in cui il Carso assumeva una certa bellezza, come ad esempio dopo la pioggia quando in breve tempo si copriva di un’erba verdissima. Il lago di Doberdò, diventava rosso, per non so quali infusori che crescevano sul fondo ».

E’ pur vero però che la condotta strategica del nostro comando aveva cominciato a generare anche negli ufficiali varie perplessitĂ . Pochi crede­vano ancora che con quegli attacchi frontali si sarebbe mai arrivati a rag­giungere Trieste.

« Certo, Cadorna e anche il suo so­stituto Porro, non godevano di molto prestigio fra le truppe », racconta Bac­chelli. « Cadorna non aveva familiari­tà con i soldati, come ad esempio Joffre. Non si faceva mai vedere in linea. E i soldati, e anche gli ufficiali, lo conoscevano soltanto per le restri­zioni di cui gratificava i reparti. Una quantità di provvedimenti stupidi. Le ricordo quello dei fichi secchi e delle castagne. Non so quale medico aveva scoperto che cinque fichi secchi, e tre castagne, date al mattino, avevano do­ti nutritive superiori a quelle del caf­fè. Così avevano tolto il caffè. Ora, dopo una notte passata all’addiac­cio c’era bisogno di una bevanda cal­da, sia pure una sbroscia come quel­la che si dava alla truppa. Un altro provvedimento insensato fu l’abolizio­ne delle licenze ai reparti che aveva­no avuto dei disertori. Era una ma­niera di colpire quelli che avevano fat­to il loro dovere. Ma nonostante tut- tociò non si può dire che ci fossero nell’aria sintomi preoccupanti. Nes­suno pensava che avrebbe potuto ac­cadere una catastrofe. I soldati bron­tolavano è vero, ma lo facevano an­che quelli di Napoleone, i grognards, che non per questo erano meno valo­rosi quando veniva il momento ».

Gli chiedo quand’è che cominciaro­no ad avere sentore dell’offensiva austriaca.

« Su questo credo che siano tutti d’accordo. Se ne parlava già da qual­che tempo, già dai primi d’ottobre, quando un giorno fu ripescato nell’Isonzo il cadavere di un soldato con la divisa tedesca. Un tedesco di Ger­mania, non un austriaco. Questo con­fermò la voce che sul nostro fronte, a nord di Gorizia fossero arrivati i rinforzi promessi all’Austria da Guglielmone. A questo proposito devo dire che mentre fra i nostri soldati non c’era né odio né antipatia per gli austriaci, gli ungheresi e i croati che avevamo davanti, l’avversione per l’imperatore di Germania era forte. “Il padronaccio” lo chiamavano, con­vinti che fosse lui personalmente il responsabile della guerra ».

Chiedo a Bacchelli se nei reparti circolasse anche la voce del punto do­ve gli austro-tedeschi avrebbero at­taccato e lui mi risponde Che c’era la sicurezza che sarebbe stato a nord di Gorizia, sull’alto Isonzo.

« La nostra offensiva sulla Bainsizza aveva squilibrato quel tratto di fronte. S’era conquistato un bel pez­zo di territorio spingendoci verso il vallone di Chiapovano, ma il caposal­do di Tolmino non era caduto, e con­tinuava a formare un bel saliente sul­la destra dell’Isonzo. Sarebbe stato meglio se finita la battaglia, visto che Tolmino resisteva, le nostre truppe si fossero ritirate sulle basi di partenza ».

Il cuneo della Bainsizza rappresen­tava il nostro più grande successo delle ultime battaglie e sarebbe stato troppo chiedere al nostro comando di rinunciarvi. Il generale Capello, capo della II armata che comandava il fronte dell’alto Isonzo, immaginava di fare riell’altipiano conquistato nel­l’estate, la base per una nuova offen­siva, la definitiva. Anche quando co­minciarono ad arrivare le voci di una prossima offensiva austriaca, e dopo la metà di ottobre si raggiunse la cer­tezza che l’attacco sarebbe stato sfer­rato fra Tolmino e Plezzo. Capello insistette per restare sulla Bainsizza, pensando di rispondere all’attacco au­striaco, che gli sarebbe piombato da nord sul fianco sinistro, con un con­trattacco in senso inverso, da sud, sul­la destra dell’avversario. Gli austro­tedeschi attaccarono alle due di mat­tina del 24 ottobre mentre il coman­do italiano era ancora indeciso.

Ma ora voglio sapere da Bacchelli se lui si ricorda con esattezza il mo­mento in cui gli arrivò la notizia che gli austro-tedeschi avevano sfondato a Caporetto e che la II armata era in rotta.

« Fu di pomeriggio, non so bene se del 24 o del 25, forse del 25. Ri­cordo che dal punto in cui mi trova­vo, sulla sinistra, in lontananza, si scorgeva la sagoma del Monte Nero. Era lassĂą che s’era scatenata la bat­taglia. Ricordo anche che si parlava dello Judrio, il fiume, con preoccu­pazione, perchĂ© si diceva che le avan­guardie del nemico stessero scenden­do per quella vallata che veniva a cadere proprio sul fianco della III armata. Ma la convinzione che ci si stava preparando a una ritirata gene­rale anche sul nostro fronte l’ebbi quando mi fu comandato di andare nelle retrovie e prendere degli auto­mezzi per trasportare i pezzi di una nostra batteria vicino a Devetachi. Lì avevamo dei cannoni da 260, degli obi­ci Schneider, e un magnifico pezzo inglese da 280, nuovissimo, il primo di una serie, dedicato dal costrutto­re a sua maestĂ  la regina d’Inghil­terra. Mi recai subito al deposito, in un paese di cui non ricordo il nome, forse Santa Maria la Longa, ma non ne sono sicuro, e mi presentai al co­mandante facendogli la richiesta. Lui non rispose nulla. Aprì la porta del cortile e mi fece vedere: non c’era nĂ© un camion nĂ© un trattore; i box erano aperti e vuoti. Nemmeno una motocicletta. ”Ma dove sono?”, gli chiesi. “Tutti intrappolati in valle di Judrio”, mi rispose. Li abbiamo spe­diti su e ora in mezzo alla calca del­la ritirata non vanno nĂ© avanti nĂ© indietro ».

« Tornai verso Devetachi. A un bi­vio (a sinistra si andava verso il fron­te del San Michele, a destra verso il vallone di Doberdò e Castagne vizza) c’era ferma una sezione di trattori Tolotti Fiat, tutti nuovi, comandata da un tenente. Questi era nuovo del fronte. Mi disse che erano partiti da Verona che avevano viaggiato tutto il giorno. Dovevano raggiungere un co­mando della III armata. Erano stan­chi morti. Io gli risposi che se pren­devano la strada a sinistra come sem­brava avessero intenzione sarebbero finiti in bocca agli austriaci. “Venite con me”, gli dissi, andiamo a salvare il pezzo inglese di Devetachi. Loro mi seguirono ».

« Gli inglesi addetti al pezzo non s’erano mossi. Erano dei giganti, ben vestiti, con buffetterie di vero cuoio, tranquilli. Non avendo mezzi di tra­sporto come la quasi totalità delle batterie, aspettavano che qualcuno li andasse a prelevare. Se poi fossero arrivati prima gli austriaci, per loro faceva lo stesso. Non avevano paura della prigionia perché si sapeva che gli austriaci e i tedeschi avevano un particolare riguardo per i prigionieri dell’esercito britannico mentre lascia­vano che gli altri morissero di fa­me. Ci guardarono attaccare il pezzo e tutto il treno e poi partirono, cal­mi come sempre. Io li vidi allonta­narsi. Era sera, ed ero rimasto solo col mio sidecar ».

« E quando si decise a partire an­che lei? ».

« Era notte. Quelli del comando se n’erano già andati da un pezzo dicen­domi che ci saremmo rivisti a Tre­viso. Dal Carso scendevano i nostri battaglioni in marcia verso il Taglia- mento. I cannoni delle nostre batterie erano intrasportabili. Questo era sta­to il grande errore di Cadorna. Gon­fiare smisuratamente l’esercito senza avere i mezzi di trasporto per muo­verlo in caso di bisogno. L’esercito s’era come interrato e imborghesito, legandosi alle sue abitudini di gran­de sedentario. Così quando venne il momento in cui era necessario muo­versi, le cose precipitarono: non era­vamo più preparati. I soldati veniva­no via dalle linee occupate per tanti mesi, lasciandovi tutto, tranne le ar­mi personali. Poi buttarono anche quelle ».

A questo punto viene naturale la domanda: « Come mai i soldati italia­ni che avevano sopportato per tanto tempo, la vita delle trincee se ne ven­nero via così disinvoltamente, senza preoccuparsi di quello che sarebbe accaduto in seguito? ».

Bacchelli non crede alla leggenda del tradimento e del disfattismo pro­vocato dalla propaganda socialista, te­ma favorito delle destre nell’imme­diato dopoguerra e poi sfruttato dal fascismo. Egli pensa però che si fosse creata fra i soldati la convin­zione della fine generale della guerra.

« Erano convinti che gli austriaci non sarebbero venuti avanti. Di que­sto ho le prove. Ricordo dei soldati che me lo chiedevano: ”E’ vero che non vengono avanti?”. Altri pensava­no addirittura che il re avesse dato l’ordine di tornare a casa ».

« Ma come mai gli era venuta in testa questa idea? ».

« A parte che si è sempre portati a credere a ciò che ci farebbe comodo io penso che all’origine ci possa es­sere stata una certa propaganda au­striaca. Non dimentichiamo che di not­te, spesso, italiani e austriaci si ritro­vavano fra le linee e fraternizzava­no. Questo del resto è avvenuto su tutti i fronti della prima guerra mondiale. Non c’era odio fra le trup­pe, ho già detto. E in quei concilia­boli notturni può essere nata questa idea della fine della guerra, di un grande sciopero militare. E’ certo che nei primi giorni della ritirata le fac­ce dei soldati erano più allegre che tristi. Comunque non erano certo fac­ce di ribelli ».

« E quand’è che l’umore cambiò? ».

« Molto presto. Al Tagliamento or­mai erano più pochi quelli che cre­devano allo sciopero generale e alla fine pacifica. Gli austriaci venivano avanti, altro che storie. E poi c’era la pioggia, la campagna allagata, e lo spettacolo dei profughi che s’accalca­vano sulle strade con i loro carri ca­richi di masserizie e di miseria. Non era uno spettacolo allegro. Le facce cominciarono a diventare serie ».

« Si pensava che la sconfitta fosse irreparabile, che la rotta non avrebbe avuto fine? ».

« Questo direi di no. Personalmen­te io pensavo che ci saremmo ferma­ti sul Piave. Questo è un merito che va riconosciuto a Cadorna: quello di avere dato abbastanza rapidamente

l’ordine di ritirata, indicando subito 1 nel Piave e non nel Tagliamento la ; linea di resistenza. E quando si fu j sul Piave di dare l’ordine di non an­dare più indietro.

La ritirata per Bacchelli fu un’av­ventura tutta individuale, mescola­to a gente che non conosceva, solo col suo sidecar e il soldato che lo pi­lotava. Arrivato a Latisana sul Ta­gliamento non poté passare. Allora per vie traverse raggiunse il ponte di Madrisio. Era mezzo sommerso dal­la piena. Si spinse fino all’abitato di Codroipo ma il ponte della Delizia era bloccato dalla marea delle truppe in ritirata e dei profughi. Allora tor­nò verso Latisana. Il sidecar si ruppe. Rimase solo.

« A Latisana questa volta mi riuscì passare. Subito dopo il ponte saltò in aria. Proseguii un po’ a piedi, poi mi riuscì di salire su un carro be­stiame che mi trasportò fino a Me­stre. Di lì raggiunsi Treviso dove ritrovai il mio comando. I pezzi erano andati tutti persi meno quello ingle­se, ma gli uomini c’erano tutti. L’eser­cito si stava riorganizzando. Gli sban­dati erano inquadrati dai carabinieri e condotti nei campi di raccolta. E’ allora che si ebbero quei casi di re­pressione per cui andò famoso il ge­nerale Andrea Graziani ».

« Lei assisté a quegli episodi? Vide delle fucilazioni? ».

« Per fortuna no; sarebbe stata l’esperienza più sciagurata della mia vita militare. Ne sentii solo parlare ».

« E dopo Treviso? ».

« Mi mandarono per qualche giorno nelle retrovie e tornai in linea sul settore del Grappa dove gli austriaci fecero gli ultimi tentativi di sfonda­mento. Ho un ricordo preciso di quel­la visita: le casse di mandarini ro­vesciate nei burroni che macchiavano col loro colore vivace le pendici brul­le della montagna. Era stata l’ultima trovata del comando dopo quella dei fichi secchi e delle castagne. Qualche medico aveva scoperto che i manda­rini possedevano delle grandi doti ricostituenti ».

 


Letto 2128 volte.


Nessun commento

No comments yet.

RSS feed for comments on this post.

Sorry, the comment form is closed at this time.

Invito tutti a non inviarmi più libri in lettura. Per mancanza di tempo, e dall'11 novembre 2013 anche di salute, non posso più accontentare nessuno. Così pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Chiedo scusa.
Bart