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STORIA: I MAESTRI: Caporetto. Non capì mai perché fu sconfitto

11 Luglio 2014

di Raimondo Luraghi
[da “La fiera letteraria”, numero 3, giovedì, 18 gennaio 1968]

LUIGI CAPELLO
Caporetto, perché?
con introduzione di Renzo De Felice.
Einaudi, pagine XXXII – 362, lire 4500.

A mezzo secolo di distanza dalla ca­tastrofe di Caporetto, la polemica da essa suscitata non accenna a spegner­si; si potrebbe anzi dire che negli ulti­mi tempi nuovo combustibile è stato messo sul fuoco: talché Caporetto finirà presumibilmente per diventare una di quelle battaglie come Waterloo o Gettysburg, su cui l’ultima parola non potrà mai davvero essere detta.

Uno tra i contributi più notevoli al dibattito in corso è il memoriale che il generale Luigi Capello, già comandan­te la II Armata, redasse a suo tempo per la Commissione militare di inchie­sta che doveva indagare sulle cause prossime e remote del disastro. Oggi il memoriale viene pubblicato egregia­mente curato da Renzo De Felice.

Il memoriale Capello (cui sono in parte allegati i documenti che l’autore stesso originariamente accluse) si apre con una premessa di carattere generale, in cui i problemi della guer­ra sono esaminati con spirito assai largo di uomo che non si fa illusioni: ma che, nello stesso tempo, respinge una visione strettamente militaristica o imperialista della storia. Una con­statazione vi è fatta, che avrebbe me­ritato più ampio sviluppo, circa il va­lore di monito che l’offensiva austria­ca del 1916 sugli Altipiani assunse, in quanto rivelò di colpo tutte le debo­lezze, tutti gli errori, tutte le lacune nel nostro organismo militare e nella condotta italiana della guerra.

Il Capello dedica poi oltre 150 pagi­ne a illustrare la situazione esistente nella II Armata prima di Caporetto (« La preparazione ») e non più che una cinquantina, alle vicende della battaglia. Quest’ultima parte, anzi, comprende le pagine meno incisive, più deludenti del memoriale. Nella prima sezione sono analizzate anzitut­to le relazioni e i collegamenti tra il Comando d’Armata e quelli dipenden­ti (né mancano le critiche, sia pure in genere senza acrimonia: si vedano quelle al generale Montuori e ai sotto­posti che, secondo il Capello, si face­vano facilmente impressionare dalle difficoltà sino a ridursi a quella che a lui pareva una paralisi intellettuale).

L’analisi dello spirito esistente tra le truppe paga lo scotto alla leggenda del tempo circa l’effetto « demoralizza­tore » della « propaganda sovversiva »; l’esame dei criteri di impiego dell’arti­glieria ci rivela che il tiro di contro- batteria (il più efficace in quella situa­zione) non poteva veramente mai es­ser condotto a fondo per scarsità di munizioni; che le artiglierie pesanti erano ancora completamente accentra­te nella riserva d’Armata (criterio che, negli eserciti più progrediti, era stato abbandonato da quasi mezzo se­colo); che l’addestramento del perso­nale lasciava quanto mai a desiderare; infine che c’era (nell’Armata come del resto dovunque nell’esercito) una diffusa tendenza a evitare le responsa­bilità e a. non assumere iniziative a scanso di « grane ». Capello espone quindi i suoi criteri difensivi che (egli sostiene) consistevano in linea di massima nel tentativo di rovesciare tempestivamente la situazione trasfor­mando la difesa in contrattacco.

La parte dedicata alla battaglia vera e propria di Caporetto è, come s’è det­to, la più povera: mancavano ancora i dati e soprattutto la calma di spirito necessaria a una serena valutazione dei problemi. Essa appare tuttavia corredata da magnifiche carte topo­grafiche con schizzi delle posizioni che l’editore ha, con lodevole sforzo, riprodotto.

L’impressione generale che si trae dalla lettura del memoriale è che il Capello fosse indubbiamente una personalità vigorosa, intelligente e consapevole: certo una tra le più forti figure di comandanti che il nostro esercito avesse saputo produrre durante la prima guerra mondiale. Ma che anch’egli (come tutti gli altri, del resto, a cominciare dal Cadorna) non abbia veramente mai compreso il si­gnificato della battaglia di Caporetto.

La lezione che se ne può trarre sta in questo: che da parte tedesca, per la prima volta dopo Riga, furono adotta­ti criteri tattici che, sviluppati ulte­riormente, erano destinati a rivoluzio­nare la guerra di trincea quale era an­data delineandosi negli anni 1914-17 e in definitiva a liquidarla completamente. I criteri generali (studiati dal Pieri e da lui definiti a suo tempo nel­la polemica amichevole con il genera­le Krafft von Dellmensingen, e poi ri­presi dal Monticone) erano: tiro di preparazione brevissimo (spesso non più di un’ora) in modo da garantire l’elemento sorpresa (che veniva rego­larmente a mancare con i mastodonti­ci bombardamenti, durati più giorni, che si usavano a quel tempo e che consentivano al nemico, messo in al­larme, di ritirarsi su una linea difensi­va arretrata e rafforzarla, in maniera da far fallire il successivo attacco del­le fanterie); ammassamento delle arti­glierie e delle truppe in zone non troppo vicine al fronte, sempre per non far mancare l’elemento sorpresa; cele­bre penetrazione in profondità senza troppo curarsi dei fianchi e delle spalle.

Ora, pare evidente che il Capello (come pure, lo ripetiamo, gli altri capi del regio esercito) non sia in effetti mai riuscito a comprendere tutto ciò. Basti, per esempio, l’asserzione ripetu­ta circa la minore intensità della pre­parazione di artiglieria austriaca a Ca­poretto: il che documenta in modo lampante che il Capello non era riu­scito a comprendere che proprio nella brevità micidiale della preparazione di artiglieria stava la novità tattica che aveva consentito al nemico il suc­cesso iniziale.

In effetti, il Capello appare ancora del tutto ancorato ai vecchi schemi tattici. Attaccare è il suo assillo, ed egli vanta la sua concezione secondo cui il miglior modo di difendersi a Ca­poretto avrebbe dovuto consistere in una controffensiva immediata (il che, in astratto, può anche esser vero: ma occorreva che il contrattacco fosse predisposto da lunga pezza, e che a Caporetto non ci fosse stata, nei no­stri confronti, la sorpresa tattica, la quale, invece, ci fu, e come!). Quindi, attaccare. E sia. Ma come? Qui sta il punto: e qui il Capello diventa di una nebulosità e di una genericità estre­me. Né c’è da stupirsene.

Non era lui l’uomo che avrebbe ela­borato i nuovi criteri tattici capaci di « perforare » il dispositivo fortificato. Tali criteri, ahimè, li stava studiando lo Stato Maggiore tedesco e, per ora, li aveva applicati vittoriosamente con­tro di noi a Caporetto in attesa di pro­varli, in più grande stile, nel 1918 sul Fronte occidentale da Amiens a Soissons. Naturale quindi che al Capello sia sfuggita del tutto la vera spiega­zione delle cause che generarono la di­sfatta di Caporetto, e che egli finisca per fare spesso e volentieri ricorso a una spiegazione « demonologica »: cioè alla famigerata leggenda del cedimen­to « morale » determinato dalla « pro­paganda disfattista », ecc. Senza ren­dersi conto che, semmai, la propagan­da « disfattista » fa presa solo quando i soldati siano stati precedentemente demoralizzati da una condotta di guer­ra assurda, inutilmente dispendiosa di vite umane.

L’editore ha scelto per il libro il ti­tolo: Caporetto, perché?. Già, perché. Finché ci si limiterà a questo memo­riale Capello, la domanda sarà desti­nata a rimanere senza risposta.


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Bart