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STORIA: I MAESTRI: Caporetto. Ore 2, 24 ottobre 1917. Questi spari li conosco

2 Giugno 2013

di Manlio Cancogni
[da “La fiera letteraria”, numero 43, giovedì 26 ottobre 1967]

Kobarid, ottobre

A Caporetto gli unici resti della battaglia che vi fu combattuta il 24 ottobre del ’17, giusto cinquant’anni fa, sono le salme dei caduti ita­liani raccolte in un grande ossario sulla collina a ovest del paese, e due pezzi d’artiglieria ripescati dalle acque dell’Isonzo poco tempo fa. I morti di Caporetto sono in gran parte senza nome. E si spiega: quando gli italiani li raccol­sero, un anno dopo, erano quasi tutti irricono­scibili. I due cannoni o meglio il cannone e il traino di un altro pezzo d’artiglieria, recano ben visibile la marca. Sul cannone c’è segnato a sbalzo: Fried Krupp Essen Am Rhein; sul mo­tore del traino, Fiat. Facevano parte dell’arma­mento del IV corpo d’armata dell’esercito italia­no che su tre divisioni stava a difesa dell’alto corso dell’Isonzo. Nella rotta gli artiglieri che si ritiravano dalla riva sinistra sulla destra, li gettarono in acqua. Ora giacciono arrugginiti sul­l’erba di un prato in faccia al Matajur.

Caporetto oggi si chiama Kobarid. I suoi abi­tanti sono tutti sloveni. Ma i vecchi parlano abbastanza correntemente l’italiano. Alcuni di loro erano qui il giorno della battaglia e posso­no ancora raccontarla. Mirko Macera è un vec­chio di sessantotto anni, con pochi denti e gli occhi un po’ allungati che gli ridono nel viso rugoso. Quando le autorità austriache, nel mag­gio del ‘15, capirono che l’intervento italiano era questione di giorni, chiamarono alle armi tutti i ragazzi del paese non ancora mobilitati ma che prolungandosi la guerra, avrebbero po­tuto esserlo fra non molto. Alcuni avevano ap­pena diciassette anni.

Macera aveva solo sedici anni e rimase. Vide gli italiani che entravano senza combattere, ap­pena due giorni dopo la dichiarazione di guer­ra. Erano allegri, la guerra sembrava loro un’av­ventura facile. Avanzavano già da ventiquattro ore e non avevano ancora sparato un colpo. Attraversarono l’Isonzo che in questo tratto è di un verde smeraldo meraviglioso e comincia­rono a salire sulle pendici opposte, quelle del Monte Nero scure di boschi e molto ripide. Quando furono in mezzo agli alberi dall’altra parte del fiume, Macera sentì i primi colpi di mitragliatrice. Poi cominciarono a tuonare an­che le artiglierie.

A Caporetto, partiti gli uomini atti alle armi (combattevano sul fronte russo e più tardi su quello rumeno) c’erano rimaste circa quattro- cento persone. Continuarono a vivere più o me­no come prima; a lavorare i campi, tagliare il fieno, raccogliere patate e fagioli, mungere le bestie. Il fronte con gli italiani sul Monte Nero e più a nord a Plezzo, e più a sud davanti a Tolmino, era vicinissimo, quattro o cinque chi­lometri in linea d’aria, ma per la sua posizione ai piedi della montagna, alta e ripida, su cui si combatteva il paese era defilato ai colpi del­l’artiglieria. Anche quando la battaglia lo inve­stì, nell’ottobre del ‘17 vi caddero pochissime granate che danneggiarono solo tre case. E non furono i pezzi austriaci del Monte Nero a tirarli, ma quelli tedeschi della divisione slesiana che sfondato il fronte più a sud, a Tolmino, la mat­tina del 24 ottobre risaliva la valle sulle due ri­ve del fiume.

L’occupazione italiana in quei due anni, dal 25 maggio ’’15 al 24 ottobre del 17 fu mite. I soldati a riposo dalla prima linea erano molti e si comportavano da bravi ragazzi. C’era qual­che carabiniere, ma più per sorvegliare i nostri soldati impedendone la diserzione che gli abi­tanti del paese. Un ufficiale, il commissario, aveva preso il posto del sindaco.

Isidor Gruntar che avendo alla dichiarazione di guerra diciotto anni fu preso dalle autorità austriache e portato via, si ricorda dell’impres­sione che gli fece tornare a Caporetto nel no­vembre del ’17 pochi giorni dopo che v’erano tornati gli austriaci. « In paese la gente fino a quel giorno aveva mangiato mi dice. In Au­stria invece si soffriva già la fame ».

Nei giorni precedenti la battaglia cominciò a piovere. Su in alto, Sul Rombon e sul Canin che sovrastano la stretta valle dell’Isonzo era già caduta la neve. Fra poco sarebbe comincia­to l’inverno e ci sarebbero stati giorni tran­quilli, di silenzio, rotti appena dalle fucilate del­le pattuglie.

Ma gli italiani che scendevano in paese dalla montagna erano inquieti. A volte si lasciavano andare a qualche confidenza con gli abitanti. Dicevano che era imminente una grande offen­siva austriaca. Non sapevano dove, forse più a sud, verso la Bainsizza o Gorizia. Dicevano an­che che a dar una mano agli austriaci erano arrivate delle divisioni tedesche.

Scese la notte fra il 23 e il 24. La nebbia avvolgeva le montagne. I caporettani dormiva­no nel loro letto. Alle due li svegliò un rombo lontano dì artiglierie. Pochi minuti dopo udiro­no delle voci in strada e colpi alle porte. Era­no i carabinieri che ordinavano di vestirsi, scen­dere e sgomberare il paese.

Furono radunati in piazza, intorno al grande ippocastano che esiste ancora, enorme, in fac­cia al monumento a Simon Grigorcic, un prete sloveno poeta, che allora però non c’era. Il commissario e i carabinieri s’avviarono e la colonna si diresse verso il ponte sull’Isonzo, l’attraversò e prese a salire fra i boschi sulle pendici del Monte Nero. Si fermarono dopo pochi minuti sotto delle rocce che assicuravano una certa protezione. « Sembravamo delle pecore » m’ha detto Macera. Intanto il cannoneggiamen­to continuava, fitto, ininterrotto. « Era un rom­bo orribile » dice Massimilian Miklacic. Lui era fuggito alla leva austriaca perché alla vigilia dell’intervento dell’Italia si trovava a Gorizia dove era studente e membro di un’associazione irredentista slovena. La dichiarazione di guerra del 24 maggio lo sorprese in viaggio. Arrivò da sud in paese quasi contemporaneamente agli Italiani che vi entravano da ovest.

Un rombo orribile: era in realtà una delle più formidabili preparazioni d’artiglieria fatte dagli austriaci da quando era cominciata la guer­ra sul fronte italiano. Le due concentrazioni frano agli estremi del campo di battaglia, sopra Plezzo a nord, e davanti a Tolmino, a sud, col­legati dal corso dell’Isonzo, che nel mezzo, al­l’altezza di Saga, ha una profonda rientranza verso ovest, l’Italia. Nel centro del settore invece, sulla linea del Monte Nero, l’attacco non aveva forza, era puramente dimostrativo.

Le batterie che gli austriaci aveva concentra­to a nord, a monte di Plezzo erano scese nei giorni precedenti, lungo le vertiginose strade del passo della Mojstrovka e dal passo del Predil, in mezzo alla nebbia e alla pioggia. Ora C’erano trecento pezzi che sparavano, tutti insieme, su un fronte di tre chilometri sì e no. Sparavano granate a gas, il terribile gas bleu che i tedeschi avevano portato dalla Germania.

Ai lati della strada, scavate nella roccia ci sono ancora le gallerie dove stavano nascosti gli « schützen » del corpo d’armata Krauss pron­ti per partire all’assalto. L’imboccatura è mezza nascosta dai cespugli. Non c’è traccia di vita, nessuno viene fin quassù: la gola, sopra Plezzo è lugubre, poco adatta alle gite. Cinquant’anni fa, queste tane, formicolavano di gente che at­tendeva piena d’ansia l’ora X.

« Un quarto alle 2. Batteria! Batteria pronti! Caricate! Sembra che le lancette non girino più. Il tempo non vuole passare. Soltanto il sangue pulsa nelle vene e affluisce febbrilmen­te al cuore. Ancora tre minuti… due… uno… Adesso la lancetta è verticale, ma io non sono in grado di pronunciare la parola che deve squar­ciare il silenzio. Nessuno è in grado di farlo. La valle tace, le montagne tacciono… per una eternità ». Così scriveva sul suo diario, il te­nente d’artiglieria dell’esercito austriaco, Fritz Weber. Poi il silenzio fu squarciato da un rombo fragoroso.

« Quassù non udiamo gli spari della nostra batteria » prosegue Weber « ma solo un fragore infernale che rompe i timpani. Alcuni riflettori si accendono, facendo vagare di qua e di là i loro fasci. Nella loro luce si vedono dozzine di “fontane” di terra volare in aria ».

« Gli italiani si sono rimessi dalla sorpresa e rispondono con un rabbioso fuoco di controbat­teria. Nutriamo però la speranza che il gas deb­ba rapidamente far tacere i loro pezzi. In prin­cipio abbiamo l’impressione di sparare nel vuo­to e nel nulla, in quanto il fuoco degl’italiani si fa sempre più violento. Ma a poco a poco esso diminuisce, fino a cessare del tutto. Il gas “Cro­ce azzurra” comincia dunque ad agire. La valle, fino alla stretta di Saga, nuota nelle sue nubi mortali. Anche le tanto temute batterie delle caverne tacciono. Una fitta nebbia avvolge i monti e la pioggia ricomincia a cadere. Solo il fondo valle è sgombro ».

A Caporetto, nei boschi sotto le pendici del Monte Nero, dov’era riunita la popolazione del paese, sotto la custodia del commissario e di due carabinieri, cominciava ad albeggiare. Nes­suno si rendeva ancora conto di ciò che stava succedendo. Poi, a valle, a monte del fiume si udirono i colpi secchi della fucileria. Miklacic si ricorda che a quei rumori un vecchio che gli stava seduto accanto disse: « Questi non sono fu­cili italiani, sono austriaci ».

Da quel momento diventarono tutti molto at­tenti. Gli spari s’avvicinavano e intanto il com­missario e i due carabinieri diventavano sempre più inquieti. Erano ore ormai che mancavano di notizie. E anche loro pensavano che stesse suc­cedendo qualcosa di nuovo. Ora era giorno pie­no, aveva smesso di piovere e la visibilità del­la valle era nitida. Il paese ai loro piedi sem­brava morto. Ma dalla parte di Plezzo a nord e specialmente dalla parte di Tolmino a sud la fucileria si faceva più fitta. E il vecchio che aveva fatto il servizio militare nell’esercito del- l’Imperial regio governo continuava a ripetere: « Li riconosco, sono fucili austriaci ».

« Era mezzogiorno » mi racconta Macera « quando si videro alcuni camion che uscivano da Caporetto verso Staro Selo, sembrava per imboccare la valle che porta a Cividale, in Ita­lia. Nello stesso momento si videro avanzare sull’altra sponda del fiume dei soldati. Non si poteva distinguere né il colore delle divise, né la forma degli elmetti. Avanzavano in maniera curiosa, come avevamo visto varie volte fare agli italiani durante le esercitazioni nelle retro­vie: facevano una ventina di passi e poi si but­tavano in terra. Si rialzavano, facevano un al­tro pezzo quasi di corsa, e poi di nuovo a terra. E’ strano, pensai, che gli italiani facciano le esercitazioni proprio ora. A questo punto i ca­mion stavano imboccando la strada per diriger­si a Staro Selo, perpendicolarmente al sentiero lungo il quale venivano i soldati. Udimmo degli spari. Non c’era dubbio: quei soldati stavano ti­rando sui camion italiani. Erano austriaci. Il commissario e i due carabinieri se n’erano an­dati, così scendemmo anche noi ».

Dall’ossario dove sono sepolti i caduti italiani, caduti a Plezzo, caduti a Tolmino, non a Ca­poretto dove praticamente non vi fu battaglia, si vede benissimo come si svolse la manovra che portò alla caduta del fronte. Il bombarda­mento sia a nord che a sud era stato micidia­le. In molti punti i gas avevano sorpreso gli italiani nel sonno. Telefonisti, serventi, non ave­vano fatto in tempo a prendere posto in batte­ria che erano caduti giù, fulminati, nei loro rifugi. Molti furono colti dalla morte mentre cercavano di mettersi la maschera antigas. Que­sto spiega perché il fuoco di controbatteria che secondo gli ordini di Cadorna avrebbe dovuto fermare gli austriaci nel momento stesso in cui uscivano dalle loro trincee, fu così ineffica­ce. Quando gli « schützen » piombarono a nord e a sud sulle prime linee non trovarono resisten­za. I pochi ancora in vita furono sopraffatti.

Lasciamo parlare il tenente Weber: « All’alba ci mettiamo in marcia per raggiungere Plez­zo. Ai miei occhi si presentano quadri di indi­cibile orrore. Le trincee, i ricoveri, i reticolati sono un solo groviglio di rovine. Cadaveri giac­ciono qua e là in mezzo a traverse, sacchetti a terra, blocchi di cemento; molti di essi sono as­solutamente irriconoscibili… Ci arrampichiamo sopra le macerie di una posizione e la esami­niamo. La mitragliatrice spunta ancora dalla feritoia e un caricatore a metà sparato esce da un lato dell’arma. Ci caliamo nella trincea. Si svela ai nostri occhi il muto dramma di due uomini, che hanno servito la loro arma fino all’ultimo: essi furono uccisi da bombe a mano lanciate alle spalle. Uno dei due sta seduto e ha il cranio scoperchiato; l’altro è inginocchia­to, con una mano ancora aggrappata alla mi­tragliatrice. Ha la schiena lacerata. Lo gua­do in volto. E’ un uomo ancora giovane, con una peluria sottile che gli adombra il viso. Goc­ce d’acqua cadono dal manicotto dell’arma squar­ciata e corrono sulle sue guance come se pian­gesse ».

Rotte e conquistate le prime due linee, tede­schi e austriaci si gettarono sulla terra, quella di resistenza, sull’altra riva dell’Isonzo, che com­prendeva una lunga e imponente linea di mon­ti, il Kolovrat, il Matajur, lo Stol. C’erano le trincee e le postazioni per le armi, ma non le truppe per presidiarle. Il grande errore di Ca­dorna e dei comandi della lì armata, di tenere le truppe tutte proiettate in avanti (stavano an­cora sul Monte Nero) lasciando il vuoto alle spalle, si rivelava fatale. Anche la terza linea fu conquistata nel corso della giornata. Il mon­te Stol fu preso dall’allora capitano Rommel.

Mentre le avanguardie dei vincitori già af­frontavano la terza linea di resistenza italiana, nella valle, slesiani da sud, che avevano sfon­dato a Tolmino e austriaci da nord, che avevano sfondato a Plezzo, marciavano sulle due rive del fiume per ricongiungersi a Caporetto. Così le divisioni italiane ancora schierate sul Monte Nero sarebbero rimaste prese in trappola.

Arrivarono prima i tedeschi che risalivano da Tolmino. Miklacic fece in tempo a entrare in paese prima che saltasse il ponte. Arrivò a casa e vide che c’erano già cinque soldati tedeschi che non lo lasciarono entrare.

« I tedeschi rubavano tutto, mi racconta Mi­klacic, come se fossero arrivati in un paese nemico. Era inutile dirgli che eravamo degli alleati; nemmeno ci guardavano ».

« Del resto », mi dice Macera, « facevano così anche con i compagni d’arme austriachi, unghe­resi, croati. I tedeschi avevano tutto e gli altri morivano di fame. Ma quando andavano a chie­dergli qualcosa, li cacciavano in malo modo. Ho visto io due soldati rumeni avvicinarsi ai ser­venti di una batteria tedesca che avevano finito di consumare il rancio, è chiedere quello che avanzava. Niente da fare. I tedeschi vuotarono le gavette per terra senza nemmeno ascoltarli ».

Dal Monte Nero dalle altre cime dove prima passava la linea avanzata del fronte scende­vano a migliaia gli italiani rimasti nella sacca di Caporetto. Alla rinfusa: fanti, bersaglieri, al­pini. Non avevano più armi. Si consideravano già prigionieri e non sapevano ancora come fosse accaduto. La battaglia continuava verso ovest, già lontano, verso Cividale e la pianura dove le divisioni del basso Isonzo si ritiravano in fretta verso il Tagliamento e il Piave.


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Invito tutti a non inviarmi più libri in lettura. Per mancanza di tempo, e dall'11 novembre 2013 anche di salute, non posso più accontentare nessuno. Così pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Chiedo scusa.
Bart