Libri, leggende, informazioni sulla cittĂ  di LuccaBenvenutoWelcome
 
Rivista d'arte Parliamone

TUTTI I MIEI LIBRI SU AMAZON qui

La scampanata, il romanzo di Bartolomeo Di Monaco trasformato in testo teatrale, qui per chi volesse rappresentarlo.

Piante e fiori del mio giardino e altre bellezze: qui

STORIA: I MAESTRI: Carlo Marx. Non un filosofo, una bandiera

29 Ottobre 2014

di Giulio Preti
[da “La fiera letteraria”, numero 25, giovedì, 20 giugno 1968]

Nel 1867 fu pubblicato ad Amburgo il primo volume del Capitale di Karl Marx: gli altri due videro la luce, postumi, molti anni dopo, ad ope­ra di Friedrich Engels. Non è per niente esa­gerazione retorica il dire che poche opere della letteratura mondiale ebbero un’importanza e ri­sonanza storiche paragonabili a quella che ebbe quest’opera — e più ancora nel nostro secolo che in quello in cui vide la luce. E tuttavia, pro­cedendo nel tempo, direi che la valutazione del Capitale diviene più difficile, e che le perplessità aumentano. E questo è forse l’aspetto più singo­lare e paradossale del destino di questa grande opera.

E’ Il capitale un’opera di filosofia? Non più tardi di quarant’anni fa la maggior parte dei filo­sofi avrebbe risposto sdegnosamente « no », oggi parecchi risponderebbero di sì, e parecchi sareb­bero per lo meno perplessi. E non è una doman­da oziosa o accademica: è una domanda che im­plica non solo una risposta responsabile al quesi­to « cos’è la filosofia oggi », ma anche un’inter­pretazione complessiva del grande libro marxia­no, e del marxianesimo in genere. Das Kapital ha per sottotitolo Kritik der politischen Oekonomie, « critica dell’economia politica ». Marx lo scrisse molti anni dopo aver lasciati, incompiuti, « alla critica roditrice dei topi » i Manoscritti economico-filosofici, la sua opera filosofica più origi­nale e più importante, e dopo aver chiuso le Glosse a Feuerbach con quella famigerata XI Glossa (« i filosofi hanno finora variamente in­terpretato il mondo ecc. ») che ha tutta l’aria di una liquidazione della filosofia — o di un perso­nale addio all’attività filosofica. Dopo, Marx si occupò (più scarsamente di quanto si credereb­be) di politica, ma soprattutto, nei lunghi anni londinesi, rimase chiuso nella biblioteca del British Museum a leggere gli economisti classici e a comporre Il capitale, lasciando a Engels (ahimè, quanto a lui impari!) lo scrivere opere filosofiche (o quasi).

E di fatto la grande opera di Marx è proprio quello che dice il suo sottotitolo: una critica del­l’economia politica. Ma una critica, diciamo così, dall’« interno »: vuole essa stessa essere un’ope­ra scientifica di economia. Scientifica, non meta­fisica o ideologica: fondata proprio sui princìpi, postulati, categorie e leggi fondamentali dell’e­conomia classica, precisamente nella forma che aveva assunto per opera di David Ricardo. Marx critica l’economia borghese, capitalistica, me­diante le dottrine di quella stessa scienza econo­mica che ne aveva formulato in leggi scientifi­che le strutture pratiche fondamentali. Cioè: Marx ritiene che la scienza economica ricardiana rispecchi adeguatamente, sul piano teorico, la realtĂ  effettuale del mondo economico borghe­se-capitalistico; di conseguenza le contraddizioni che risultano dall’analisi scientifica sono l’espo­sizione teorica delle contraddizioni reali che mi­nano quell’economia reale. La critica dell’econo­mia politica è così l’autocritica del mondo capi­talistico.

strong>LE ERRATE PROFEZIE DEL «CAPITALE»

Non si sottolineerà mai abbastanza (nei con­fronti del marxismo odierno) questo punto: la « dialettica » che Marx dispiega nelle analisi del Capitale, anche se è una lontana eco della dia­lettica hegeliana, non è una dialettica filosofica, metafisica o ideologica: è una dialettica determinata, relativa a strutture economiche ben determinate; non si tratta della « potenza del negati­vo » o della « negazione della negazione » in uni­versale, bensì di contraddizioni reali e storica­mente determinate che la teoria scientifica met­te in luce in seno alla dinamica di una struttura economica reale e storicamente determinata: la struttura dell’economia capitalistica dell’Ottocento europeo (in genere), ma più specificamen­te inglese. Per esempio, le ricorrenti crisi econo­miche di sovrapproduzione dovute al bloccarsi della domanda non obbediscono a una generica e metafisica legge dialettica: avvengono, e si possono spiegare scientificamente a partire dalle stesse leggi (relative al mercato e alla distribu­zione dei redditi) dell’economia politica. E così, soprattutto, il proletariato: questo grande prota­gonista della storia futura non nasce qui come dramatis persona di una cosmica tragedia dialet­tica, ma come classe che è la stessa economia borghese a creare, e che è l’antitesi della società borghese proprio in conseguenza del modo in cui l’economia capitalistica la crea e della posi­zione in cui la colloca.

Però… Il capitale contiene delle « profezie » (che tuttavia volevano essere normali previsioni scientifiche ad ampio raggio), le quali, come da Bernstein in poi tutti sanno, non si sono avvera­te: o per lo meno si sono avverate solo in parte, mancando in punti essenziali. Per esempio, è ve­ro che i medi ceti, quali li concepiva Marx (pic­coli imprenditori, lavoratori indipendenti) sono praticamente scomparsi in tutti i Paesi ad alto livello industriale: ma sono nati nuovi « medi ceti » piccolo-borghesi, che non trovano posto negli schemi dell’economia classica (ricardiana-marxiana). Soprattutto è mancata la piĂą grande delle previsioni: quella della miseria crescente del proletariato.

Al suo posto abbiamo l’economia del benesse­re e dei consumi della societĂ  industriale avan­zata. Quegli operai che sarebbero dovuti morire di fame vanno a lavorare in lambretta quando non addirittura in automobile, e a casa hanno la televisione (e questo, naturalmente, cambia mol­te cose circa i loro comportamenti politico-socia­li). La rivoluzione socialista è avvenuta piutto­sto in aree economicamente arretrate che non in quelle di piĂą avanzata struttura capitalistica: e questo sconcerta tutta la « dialettica » della rivo­luzione…

Per un filosofo della scienza la cosa è abba­stanza facile da spiegare. In scienze umane co­me l’economia politica vige un fortissimo « prin­cipio di indeterminazione »: la previsione dei fatti futuri diventa una causa di mutamento dei fatti futuri stessi e perciò falsifica la previ­sione. (E’ come se prevedessi che domani andrò in automobile e morirò in uno scontro: sapendolo prima, domani non andrei in automobile e così non morirei). La lezione del Capitale non l’han­no appresa solo i proletari, ma anche i borghesi capitalisti, i quali (per esempio, con la politica coloniale di tipo inglese) hanno fatto in modo di impedire, o per lo meno spostare, le conseguen­ze previste. Ma l’essenziale è che, una volta con­statato il fallimento della profezia, il revisioni­smo, anche se sdegnosamente rifiutato a paro­le, nella praxis rivoluzionaria si è rivelato inevi­tabile.

Qui a me interessano soprattutto le conse­guenze filosofiche di questo fatto. Che sono state un rapido e violento trasformarsi della dottrina marxiana da teoria economica (scientifica) in filosofia e ideologia (la rivalutazione, peraltro giusta, degli scritti filosofici di Marx giovane è un significativo episodio di questo ricupero del marxismo come filosofia). La « filosofia » marxi­sta l’hanno creata, più o meno con riferimenti ai « sacri testi » del Maestro, Engels dapprima, ma poi soprattutto Plekhanov, Lenin e tutti quelli venuti dopo, fino a oggi, « ortodossi » e no. Il marxismo è venuto assumendo un aspetto sem­pre meno scientifico-economico e sempre più metafisico-ideologico. E così, con un’esaspera­zione delle eredità hegeliane di Marx (e soprat­tutto del giovane Marx), è stato sempre più ri­portato alle origini romantico-teologiche operan­ti nel pensiero hegeliano. Non per niente Hegel, come quasi tutti gli altri suoi amici-nemici idea­listi, veniva fuori da una Facoltà teologica (co­me del resto teologi erano per la maggior parte i giovani-hegeliani amici di Marx).

I FIGLI DEL PECCATO ORIGINALE

Il grande tema era stato quello cristologico, del « farsi carne » del Logos: l’incarnazione di Cristo era stata gnosticamente interpretata co­me l’autorivelazione del Logos nella natura e nella storia, come l’autoctisi dell’Assoluto. E poiché questo assoluto non poteva aver nulla fuori di sé (cristianamente, la creazione è un manifestarsi di Dio « dal nulla » — creatio ex nihilo), e d’altra parte coincideva con la totalità di tutte le sue manifestazioni, necessariamente questo processo doveva avere una struttura dia­lettica, essere un sistema di opposizioni poste e alla fine conciliate entro la sintesi totale. Ecco perché la Ragione si attuava nella natura e nel­la storia, e il metodo della comprensione razio­nale di questo attuarsi della Ragione doveva es­sere il metodo dialettico.

La sinistra « laica » e « materialistica » post­hegeliana conserva questo presupposto teologico di Hegel: solo che al posto del Logos mette l’Uomo — a parole l’uomo « in carne, ossa e san­gue », con la sua sensibilità (pratica), i suoi bi­sogni, il suo lavoro, ecc.: ma in realtà un Uomo generico che « si fa », secondo un ideale presup­posto al divenire storico, nell’operosa storia de­gli uomini. E la dialettica rimaneva come metodo razionale per la comprensione della natura e della storia, perché anche l’Uomo (generico) era un assoluto: l’assoluto che prendeva il posto del Logos hegeliano ereditandone però tutti i carat­teri metafisici e mistici.

Così anche Marx rischiava di cadere nell’erro­re che tanto acutamente e giustamente aveva rimproverato alla dialettica hegeliana: la mistifi­cazione, per cui tra le figure della dialettica e i corrispondenti contenuti reali, empirici, non c’è una vera corrispondenza; le figure della dialetti­ca vengono ipostatizzate, e i contenuti empirici schiacciati, stilizzati, resi astratti dentro di esse, con il totale oblio della reale dinamica empirica del loro essere e del loro muoversi.

Questo, che era stato il « peccato originale » della filosofia di Marx, è stato ereditato dal mar­xismo, e si è venuto accentuando nel neo-marxi­smo e nel marxismo « eretico » dei nostri giorni. Il discorso marxista si è fatto sempre più nebu­loso e non-sensatamente dialettico e mistificatorio. « Umanità », « Storia », « Proletariato », « Parti­to » sono divenute le figure ipostatizzate di una « dialettica » sempre più astratta, sempre più ac­cademica, sempre più verbalistica, nelle quali i fatti empirici della storia del mondo si identifi­cano in virtù di una specie di identificazione mi­stica, perdendo le loro fisionomie reali, empiri­che.

LACRIME E SPUTI SOPRA UNA TOMBA

Analisi economiche così radicali, robuste, nu­trite di solida scienza, fondate su una conoscen­za attenta e meditata delle realtà economiche e sociali del tempo, quali quelle che indubbiamen­te costituiscono uno dei grandi pregi del Capita­le, inutilmente si cercherebbero, dopo Lenin, nella letteratura marxista contemporanea. Lo stesso « capitalismo » è divenuto un’ipostasi del­la dialettica mistico-metafisica. Non c’è da stu­pirsi se negli scritti di alcuni « eretici » (che for­se sono tra i più intelligenti) la dialettica marxi­sta da un metodo di analisi socio-economica sta diventando sempre più un metodo di analisi esi­stenziale, o addirittura psicoanalitica. Si pensi, per esempio, all’importanza che il concetto (di origine rousseauiano-hegeliana) di « alienazio­ne » ha assunto nell’odierna letteratura rivolu­zionaria parallelamente allo scadimento di quel concetto di « sfruttamento » che era invece al centro della vecchia letteratura socialista.

Non ricordo quanti milioni di uomini hanno pianto sulla tomba di Marx. E non si sa quanti invece non abbiano sputato su quella medesima tomba. Questo rende difficile parlare di lui come di un qualunque altro filosofo: non è più un pensiero, è una bandiera. E nell’urto delle pas­sioni riesce persino difficoltoso isolare il suo ve­ro pensiero filosofico. Perciò è impossibile dire, oggi, che cos’è stato, che cos’è, per la filosofia contemporanea. Chiunque è passato attraverso un’esperienza marxista sente che è stato, che è, « molto »: chi è passato attraverso quell’espe­rienza sente che non può tornare indietro, sente come goffe e insulse le critiche che si muovono al marxismo in nome di non-sensi idealistici o spiritualistici — come, per esempio, « che sono le idee che fanno la storia ». Ma è difficile dire « quanto » del marxianesimo come filosofia si possa difendere.

Forse la sua maggiore lezione (che i neo-mar­xisti tendono troppo facilmente a dimenticare) consiste proprio nel senso del concreto storico, della determinatezza dei processi storici e della stessa dinamica che li governa. Nel senso che la storia è « fatta » dagli uomini: ma proprio per questo, se sono gli uomini e non Dio (o l’Uomo) a farla, ha un’ineliminabile contingenza e inde­terminazione, per cui non la si può interpretare come un fieri cosmico e metafisico. E soprattut­to Marx ci ha insegnato, con il suo stesso esem­pio, la estrema complessità del rapporto, della tensione, tra la sfera della praxis e quella della filosofia.


Letto 1367 volte.


Nessun commento

No comments yet.

RSS feed for comments on this post.

Sorry, the comment form is closed at this time.

A chi dovesse inviarmi propri libri, non ne assicuro la lettura e la recensione, anche per mancanza di tempo. Così pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Ho problemi di sordità. Chiedo scusa.
Bart