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STORIA: I MAESTRI: Churchill. Spendaccioni, spensierati e stravaganti

20 Luglio 2014

di Umberto Morra
[da “La Fiera Letteraria”, numero 35, giovedì 31 agosto 1967]

RANDOLPH S. CHURCHILL
Winston S. Churchill
Heinemann: London. Pagg. XXVI-608
Vol. I, 63 scellini.

Questo libro si può leggere in due modi diversi. Si può leggerlo per l’interesse del racconto. E’ il primo volume della biografia di Churchill, curata dal figlio Randolph, e giunge appena al suo ingresso in parlamento quand’era solo ventiseienne, coinci­dendo la data con la morte della re­gina Vittoria e l’ascesa al trono di Eduardo VII. Per compiere l’opera, con un lavoro che durerà un decen­nio, Randolph Churchill dovrà sfor­nare per lo meno altri cinque volu­mi, che saranno accompagnati o se­guiti da altrettanti volumi di docu­menti, e ne è già uscito infatti il primo. Dal racconto per ora esula ogni interesse polemico o politico; non manca invece l’interesse, diciamo av­venturoso, poiché il giovane Chur­chill fece una collezione di guerriglie e guerre, ai quattro confini del mon­do anglossassone, e ci mise di suo, oltre lo spirito errabondo e l’ardire, una solitaria fuga dalla prigione dei Boeri che lo rese famoso di punto in bianco per tutto l’impero britannico. Ma sono fatti ben noti, raccontati dal­lo stesso Churchill con molto estro.

Ma si può leggere il libro anche per trasparenza; e questa mi sembra la lettura più redditizia, in vista del­la quale varrebbe la pena che venis­se tradotto. Cioè: sarebbe una lettura redditizia per poco che vi corrispon­desse una giustificata e, secondo me, auspicabile curiosità. Se in Italia fos­simo curiosi di conoscere come è for­mata e come funziona la società inglese nelle sue sfere più altolocate e privilegiate; e come in quella zona di privilegio (non disgiunto da un sentimento acuto del « servizio » che i privilegiati devono rendere al pub­blico) si sia temprato un carattere e si sia allenata una volontà che poi hanno rifulso ai fastigi del potere, con effetti forse più tempestosi e immedia­ti che duraturi sulle sorti del mondo.

Credo che in realtà nel nostro Pae­se una curiosità di questa fatta sia del tutto carente, perché siamo trop­po riguardosi o impacciati per am­mettere il travaso dai fatti privati ai fatti pubblici e custodiamo una fi­ducia retorica e insieme burocratica in una « dimensione » politica a sé stante; o, ed è l’altra faccia della me­desima posizione mentale, cerchiamo senz’altro in quelle inframmettenze lo scandalo. Non abbiamo d’altro canto (anche per la mancanza di un vero e proprio centro propulsore unico in Italia) nessuna misura comune e ac­cettabile per giudicare ed equilibrare il comportamento delle persone « re­sponsabili » al di fuori del gergo, ab­bastanza fittizio, della loro responsa­bilità.

Ora, in Inghilterra, e per l’esempio dell’Inghilterra anche nel resto del mondo anglosassone, questo senti­mento di responsabilità solidale è ac­cetto e diviene norma comune; ne so­no organi tanto la famiglia e la scuo­la, con la fitta rete dei nessi sociali che posseggono svariatissimi centri di attrazione e di funzionamento, quan­to i poteri pubblici fino ai più alti gradi. Avverto però che se dico « ne sono » commetto un errore; più cor­rettamente, e più diffusamente, oggi si preferisce dire « ne erano ». La po­lemica contro « le cose com’erano », contro le « dignità stabilite », contro l’establishmentè ormai un affare di tutti i giorni e di tutte le ore. La stessa polemica peraltro prova la for­za dell’ordine contro cui si polemiz­za; e se ci si accosta dall’esterno a quella posizione polemica, converreb­be avere cura di conoscerne l’ogget­to, che ha ben altre profondità e dira­mazioni di quelle che appaiono sot­to lo slogan. Né la polemica vale a distruggere la realtà; gli stessi pole­misti in gran parte, magari inconscia­mente, la rispettano. Dal tempo della gioventù di Churchill sono passati settant’anni; ma non tutto in Inghil­terra è morto di quello che allora lui visse. Né gl’inglesi considerano quel costume di allora come una curiosi­tà da museo. Facciamo più presto noi a relegare in soffitta fatti e modi che furono molto più effetti di imitazio­ne che non di convinzione; e a vantar­ci d’essere moderni perché siamo, eti­mologicamente, spiantati.

Che cosa « traspare » dunque dalle tante pagine di questo volume? La vita dei più alti strati della società inglese in presa diretta, senza nes­sun infingimento, nessuna scusante, nessun tentativo di giustificazione. Una vita che tocca da un lato il li­vello massimo della politica, da un altro s’ingrana nel sistema scolasti­co, ma ha il suo centro massimo nel­la casa, non luogo familiare, ma luo­go di raccolta, di raduni mondani e di esercizi sportivi; e difatti la casa di città non predomina mai, non è un palazzo, ma è soltanto una appendice, una dependance della casa palla diana di campagna. (Gli albori del­la vita di Churchill sono ancora più grandiosi, ma per puro caso: settimino, nacque a Blenheim, sede di suo nonno il duca di Marlborough, ma quegli splendori li dovè subito abban­donare, relegato in molto più mode­ste stanze come figlio di un figlio secondogenito).

A quelle consuetudini di high-life di alta vita, non fa da contrappeso il danaro: i Churchill vivono di espe­dienti, ma non se ne danno veramente alcun pensiero. E’ significativa una lettera di Winston alla madre, del 1898, quando lei, giovane vedova, era ingolfata in tali pasticci finanziari che aveva dovuto ricorrere a un pre­stito di 17.000 sterline con malleve­ria su un’assicurazione sulla vita con­tratta dal figlio, e non s’era nemme­no curata di informarlo direttamente.

Senza rancore le scrive: « Non c’è dubbio che siamo tutti e due io e te. ugualmente spensierati, spendaccioni e stravaganti; conosciamo quel che eccellente, e ci piace di possederlo. Lasciamo che il futuro s’incarichi di insegnarci il modo di pagare. Le mie stravaganze sono peraltro su scala mi­nore delle tue; ma non me ne vanto poichĂ© sei tu che mantieni la casa e hai da sostenere la tua posizione a Londra… Le tue stravaganze mi van­no a genio… non di meno mi sem­bra un atto suicida quando tu spendi duecento sterline per un abito da bal­lo, così come ti sembra suicida che !? ne spenda cento per il mio nuove pony da polo. Eppure mi dico che siamo degni tutti e due, tu del vestito e io del pony, e che è giusto che ce li procuriamo; il guaio è che sia­mo tremendamente poveri ». Il che nemmeno era esatto; e alla relativa povertĂ  Winston per conto suo andava poi subito rimediando, mettendo a frutto la sua esperienza militare sul vari fronti delle piccole ricorrenti guerre dell’impero con servizi giornalistici non proprio in armonia col re­golamento. Anche in ciò beneficiava del privilegio di essere cresciuto, per così dire, alle soglie del potere.

Una variante nel quadro della vita inglese d’alto bordo l’aveva recata sua madre, ch’era americana. Non tanto come si potrebbe supporre, nel senso della spregiudicatezza: un’americana del suo tipo, sposata al figlio, seppur minore, del duca di Marlborough sa­rebbe stata se mai più delle emuli inglesi, ossequiente alle regole del gioco. Le caratteristiche delle donne ame­ricane, specialmente in quel tempo e in quelle condizioni, sono se mai una energia senza limiti, che è come cor­roborata dalla bellezza. Lady Randolph Churchill era stata una ragaz­za bellissima, una tra quattro bellis­sime sorelle; tutto un mazzo, trapian­tato insieme di qua dall’Atlantico. Con quell’energia visse giovanissima mo­glie di un giovanissimo ministro, in­ventore e capo di un giovanissimo partito, i tory democratici, promesso alle massime fortune politiche, ma stroncato a quarant’anni da un male che gli attaccò col corpo anche il cer­vello; probabilmente la sifilide. (Né il figlio Winston né il nipote Randolph lo riconoscono per tale).

L’energia si manifestava fra l’altro nel non curarsi affatto del figlio edu­cando; anche in ciò strafaceva il co­stume inglese delle classi alte, che affida i bambini ottenni alle scuole « preparatorie » per poi passarli al­le famose « scuole pubbliche », da Eton in giù. E’ un sistema che, fra l’altro, insegna ai piccoli a valersi del­la corrispondenza, e qui ne abbiamo la conferma poiché ci sono conser­vati i documenti di quelle prime sue richieste che non poteva fare a voce, patetici quanto più grammaticalmen­te incerti. Chiedeva soprattutto che lo venissero a trovare a scuola, ma i genitori, duri, non si muovevano. La autoeducazione (o i maestri?) insegna­no peraltro presto al ragazzo a forti­ficarsi, i suoi accenti sono tutt’altro che queruli, e non pare che le ripul­se dei genitori abbiano veramente la­sciato traccia nella sua indole. E la vita dei genitori, il « quadro » in cui si muovevano e da cui era escluso, come ogni altro suo compagno, lo at­trae potentemente. Sa che vi sarà am­messo per diritto di nascita appena si conviene; e per conto suo vi si prepara.

Col vento in poppa

Non vi si prepara con lo studio; lo studio, onorato come curriculum, tra quei magnati non serve sostan­zialmente a nulla. Vi si prepara « ac­quistando le grazie » che sono indi­spensabili per far figura e per essere benevolmente accetti, la disinvoltura, l’audacia sportiva, la disponibilità al­le avventure, il disprezzo della fati­ca e dei comodi, modi gentili ma non frivoli: il contrario dell’ideale sette­centesco quale lo caricatura Parini nel « giovin signore ».

Quel tanto di americano che ha nel sangue non fa che esaltare le sue pre­disposizioni, e vi aggiunge qualche sprezzatura che gli antichi lignaggi inglesi avevano dimenticato affievo­lendosi col tempo; ma direi che gli « americanismi » segnano di più il Churchill maturo e politico, direi che il Churchill giovane è tutto in­tento a osservare e imparare la schiet­ta vita inglese, forse mostrandovi un interesse un po’ più precipitato e bramoso, mosso da una spinta un po­co più rude. Si può dire comunque che è un giovane che non commet­te spropositi; e perciò giunge alle so­glie della maturità con una bella schie­ra di « fatti » a suo credito, e col ven­to in poppa.

La lotta del ragazzo che si fa uomo, mirando in alto con un senso straor­dinariamente definito delle proprie ambizioni (quante volte dichiara ven­tenne di voler diventare uomo di Sta­to e Primo Ministro!) trova nelle sue lettere, riprodotte nel volume in gran quantità ma non mai superflue, una espressione diretta ed eccezionalmen­te efficace. E’ vero che l’aspirare al­ia vita pubblica inglese era nel desti­no di un Churchill (benché la casata dei Churchill, dopo l’affermarsi del grande uomo di guerra che fu il pri­mo duca di Marlborough, subisse una eclisse fino al padre di Winston Lord Randolph); ed è vero che la lettera­tura privata, l’attitudine alla corri­spondenza e l’abbondanza e la viva­cità delle lettere familiari sono, o era­no, in Inghilterra, un requisito del­la gente « educata » su cui non si transige.

Un grande oratore

Ciò non di meno, Churchill alle pri­me armi, come scrittore di lettere al­la madre, ai familiari, agli amici, ri­fulge; e un’altra « trasparenza » di questo primo volume della biografia consiste appunto nei testi presentati, dove si segue la formazione di uno scrittore. Churchill fu un grande ora­tore (impedito da una difficoltà di pronuncia, ma che si sapeva valere del difetto, di certe esitazioni, per dar peso e veemenza alle sue frasi di maggiore efficacia). E fu, sulla scia della sua oratoria, ma il processo può ben essere stato il contrario, soprat­tutto un grande scrittore.

Fu uno scrittore che disdice una parte della tradizione britannica nel suo aspetto empirico-saggistico (un portato del suo americanismo?); che si rifà a una robustezza classica, al­la poesia di Milton se vogliamo, alle figurazioni storiche di Gibbon, al gran­de afflato di Burke. E infatti gli auto­ri che nomina, di cui chiede i libri alla madre, che studia negli ozi della vita militare di colonia, sono Burke, Gibbon e Macaulay, con excursus nel­la letteratura francese, le Memorie del duca di Saint-Simon e le Provin­ciali di Pascal, che gli raccomandano, del resto, sempre i suoi Macaulay e Gibbon.

Si vede dalle lettere che i risultati sono ottimi, quasi portentosi; e i li­bri che vien pubblicando, resoconti di azioni di guerra a cui ha parteci­pato, superano subito il giornalismo e attingono a un equilibrio storico; an­che per virtù della scrittura, che è ampia, che avvolge e involge pensieri distanti, che tende ai vasti sfondi e alla grandezza, e perciò non è esente talvolta dal creare cavità di rimbom­bo, dal costruirsi compiaciuta la pro­pria eco. Ma ancora il meglio, forse, è nelle lettere, dove i periodi non pos­sono agevolmente espandersi, e per­ciò si fanno pregnanti, e si avviano verso l’isolata grandezza dei detti e delle massime. A conforto e a invi­to del lettore mi piace di riferirne una, tratta da una lettera dall’india, quand’era ventiduenne: « Perfino in dosi omeopatiche, la Responsabilità è una bevanda esilarante ».


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Bart