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STORIA: I MAESTRI: Gaetano Salvemini. Alle prese col «Paese cretino»

26 Marzo 2016

di Brunello Vigezzi
[da “La fiera letteraria”, numero 35, giovedì, 29 agosto 1968]

GAETANO SALVEMINI
Carteggi I (1895-1911) a cura di E. Gencarelli
Feltrinelli, pagine 568, lire 5500.

Ha appena ventisei anni, ha già ot­tenuto stima e attenzione, è fervido, « bollente » come non mai, ha l’animo pieno di propositi; ma l’immagine gli viene ugualmente sotto la penna: « Noi abbiamo sulle spalle la condan­na dell’ebreo errante; muoverci sem­pre e forse inutilmente. Un bel giorno creperemo consumati dalla fatica e di noi resterà appena il ricordo fra pochi amici condannati a fare la stessa no­stra fine ». Il bello è che il giovane Salvemini non ha nessuna tendenza all’autocommiserazione. Anzi, diffida sempre un poco dell’introspezione. Mette al bando gli sfoghi e le « gere­miadi »; sta in guardia contro il pecca­to « dannunziano » di por se stesso al c entro dell’universo; mette piuttosto a carico del suo « caratteraccio » gli umori, i malumori, le crisi morali; e insegue « la verità delle cose ». Non serve a niente: il contrasto, il dissidio permangono. Il pessimismo, forse fa parte della verità delle cose.

Se fossi un uomo equilibrato

Forse… Ma, allora, lo scontro è più che mai violento, la lotta ininterrotta. Salvemini, comunque, non è uomo da abbandonare il campo. Lo dice e ridi­ce, mille volte, e poi persiste. Nell’Ita­lia di Crispi e di Pelloux, come in quella di Giolitti, la sua iniziativa sembra sempre sul punto di disperdersi. Occorre reagire o, quanto meno, si possono e debbono prendere le giuste vendette. Il pessimismo, naturalmen­te. si rovescia; diviene metro di giudi­zio sul Paese, gli uomini, i partiti. Sal­vemini agisce e reagisce così, con pas­sone e generosità, con rigore e imma­ginazione. Più ci si avvicina al perso­naggio, più lo si vede. Ma forse mai lo si è visto con tanta evidenza e imme­diatezza come in questo primo, atteso volume dei Carteggi, che disegna l’iti­nerario di Salvemini dal 1895 al 1911, e offre a un tempo, stretti e fusi insie­me, continui scorci sulla storia dell’I­talia contemporanea.

Il punto di vista, certo, è quanto mai particolare, e non è nemmeno fa­cilissimo da cogliere. Dal 1895 al 1911 Salvemini, formalmente, è uomo del PSI (anche se, all’ultimo, ne è « del tutto diviso »…). Ma, imperterrito, pas­sa oltre teorie, formule, tendenze; e lo fa con ritmo che toglie un poco il re­spiro e induce nella tentazione (cui la Gencarelli, nell’accurata introduzione, non sa sottrarsi del tutto) di coglierlo infine in difetto. Su « razza » e « am­biente » imposta discussioni abbastan­za peregrine; pone tranquillamente a braccetto Taine, Zola e Marx; colora il socialismo d’intransigenza e l’annac­qua nell’evoluzionismo. A stare alle denominazioni correnti, è insieme pos­sibilista e rivoluzionario. Condanna protezionismo e liberismo, ma, in ulti­ma analisi, trova magari che « fra libe­rismo e socialismo non c’è opposizio­ne ». Inneggia senz’altro alla « crisi del marxismo », e la identifica, un po’ troppo fiduciosamente, con il libero sviluppo del PSI, con la capacità della critica « in piena luce » e senza auto­rità consacrate. Difende il Parlamento e, poco dopo, vanta la mancanza d’au­tonomia dei deputati, esalta la discipli­na, il vigore del « partito ». Ma, in bre­ve volgere di tempo, contrappone « masse » e « Paese » ai partiti che son tutti « palloni sospesi per aria », salvo a gridare sul « popolo fiacco e vigliac­co » e sul « Paese cretino ». Tutto que­sto, già nei primi anni d’attività.

E’ troppo appassionato, mobile, im­paziente? Lo dirà più tardi: « Se fossi un uomo equilibrato… capace di una linea di condotta sempre ferma e sicu­ra, io certo varrei assai di più… » Ma il fatto essenziale è che segue una lo­gica e un’ispirazione diverse. Per que­sto trova tanto naturale triturare « pa­role », formule, ideologie. A suo modo, Salvemini si trova alle prese con il problema centrale. Vuole un sociali­smo che sia nelle « cose » e viva nelle « coscienze ». Si muove, insomma, tra struttura e sovrastruttura, o come al­trimenti si voglia dire. Ma non s’appa­ga dei palliativi, delle apparenze, delle « mistificazioni ».

L’avvenire non è dei critici

Lavora, si sfibra; ma vuol vedere la situazione consistente, gli uomini for­mati, la prospettiva sicura. Si volge intorno, non ha dubbi. In Italia, or­mai, socialisti si nasce o si diventa. Le condizioni economiche, sociali, politi­che, offrono tutti i presupposti per l’affermarsi del movimento. La costru­zione unitaria è fragile, il malcontento è diffuso, il distacco dalle classi diri­genti cresce, la strada è aperta. « Com­pilerò un “Manuale del propagandista perfetto; ovvero il modo per fare che la gente diventi socialista senza saper­lo”… ». Sono le lettere più impegnative e commoventi, che svelano l’origine e a volte il senso delle prese di posizio­ne pubbliche e note: su di sé — come pratico esempio della formazione di un socialista — la famiglia, gli operai di Moffetta, le zolfare di Sicilia, i colle­ghi insegnanti. Ma la trama si fa e si disfa. Nell’Italia del tempo, malgrado tutto, è maledettamente difficile ritro­vare le basi del socialismo.

Da un lato, la coerenza è ammirevo­le, granitica. Nelle oltre 300 lettere della raccolta (di e a Salvemini, con moltissimi inediti importanti), alle prese coi corrispondenti più vari, Sal­vemini, senza eccezione, rimane fede­lissimo a se stesso. Con il maestro Pa­squale Villari, con l’amico Placci incli­ne in politica e velleità reazionarie, con Papafava radicale e liberista in­transigente, con Arcangelo Ghisleri, con Turati, la Kuliscioff, Lazzari o Morgari, con Giustino Fortunato, con i colleghi con cui costruisce la Federa­zione degli insegnanti (Kirner, Ugo Guido Mondolfo, Gentile, Lombardo Radice), con Prezzolini, Amendola e i collaboratori della Voce, Salvemini non si sogna mai di compiacere l’in­terlocutore, d’attenuare diplomaticamente gli argomenti. Ironico e uma­nissimo, vigile e partecipe, difende e discute a oltranza le sue ragioni. Ma, d’altro lato, la coerenza implica un fa­ticosissimo, continuo mutamento, un riadattamento che è senza tregua.

Dapprima, su per giù dal 1895 al 1901, è rivoluzionario, rivoluzionario autentico. Stende piani in piena regola per l’instaurazione della repubblica, la presidenza del governo provvisorio, i provvedimenti immediati, la condotta dei comitati rivoluzionari locali. E’ ar­ciconvinto che l’Italia dei liberali-massoni-savoiardi non può reggere. Elabo­ra anche uno schema di sviluppo, sep­pur grezzo, approssimativo, un poco visionario. A contatto con la realtà quotidiana, misura la grande forza dei clericali. L’esercito lascerà perdere i Savoia, i moderati si rifugeranno tra i cattolici… Prevede una repubblica cle­ricale, cui i socialisti, intanto, daran via libera, salvo a raccogliere più tar­di la successione. Durante i fatti del ’98, impreca contro Turati e il PSI che non ha saputo credere nella rivolta delle masse. S’attende però un nuovo scoppio entro tre-quattro anni, e lavo­ra a preparare l’ambiente, tra sociali­sti e repubblicani, dentro e fuori il partito. « L’avvenire è degli audaci e dei risoluti, non dei critici… ».

Ma, in fondo, tra i critici c’è anche lui. E’ un rivoluzionario troppo sui ge­neris, con lo scrupolo nel valutare i fatti, il senso delle proporzioni, il ter­rore d’ingannare sé e gli altri. E, del resto, è vero anche il contrario. E’ un riformista molto sui generis. Quando nel 1901 (l’anno che fa da ideale spar­tiacque nel carteggio) si giunge al go­verno Zanardelli-Giolitti, Salvemini fa ancora fuoco e fiamme contro Turati e il suo ministerialismo. Poi, certo, si ri­concilia con Turati, intravede altri sbocchi, ma le sue grandi « riforme », su cui insiste, che studia e propone (la scuola, la questione meridionale, le riforme doganali, tributarie, ammini­strative) serbano l’aspetto di muta­menti radicali. Salvemini, tra l’altro, vuol mobilitare forze larghe e nuove; in questo o in quel campo vuol compie­re una «vera rivoluzione». E’ pro e an­che contro Turati. Serba un’ostilità profonda contro i partiti democratici italiani, pronti solo a recitare « la com­media della libertà ».

Mantenere l’equilibrio fra le « cose » e le « coscienze », davvero, risulta quanto mai arduo. E se allarga lo sguardo, coglie altri problemi che si impongono — sul terreno della politi­ca estera o a proposito del suffragio universale — Salvemini rischia solo d’accrescere le distanze. Lo fa, ma l’impresa è sempre più logorante. S’interroga, si ricrede, spera e di­spera, tenta vie diverse. I risultati immediati sono il progressivo distac­co dal PSI e le grandi attese delu­se degli anni della Voce. Come al so­lito, questo si traduce in analisi acute e impietose della situazione. Tuttavia qualcosa vien meno, e le lettere, me­glio d’altri scritti, lo rivelano con estrema crudezza. I criteri con cui agi­re si fanno più incerti, provvisori. Sal­vemini misura « l’abisso »; e la man­canza di una vera democrazia in Italia gli dà « un senso di terrore ». Ha lavo­rato anche per il futuro, ma la pro­spettiva. a questa stregua, è troppo va­ga. Piuttosto prepara la nuova rivista, l’Unità, spera in un ennesimo « nuovo partito »; offre la conferma delle sue inesauste capacità d’iniziativa, nella ricerca di una politica a misura del­l’uomo. « L’anima nostra è fatta per lottare… ». Ma la guerra di Libia, per lui, ha anche rappresentato un intimo crollo. « Io sono annientato… ». Invece, è solo un inizio. Giacché — ma già lo si coglie da mille segni — tra le con­seguenze del suffragio universale e le contese per la neutralità o l’interven­to, una crisi infinitamente più grave, in Italia, è ormai alle porte.

 


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Bart