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STORIA: I MAESTRI: Gli otto giorni della Banda del Matese

21 Settembre 2014

di Ivan Palermo
[da “La fiera letteraria”, numero 28, giovedì, 11 luglio 1968]

“Giunto al luogo dello sbarco, che sarĂ  Sapri nel principato citeriore, per me è la vittoria: dovessi anche perire sul patibolo”. Pochi giorni prima di partire per la sfortunata spedizione di Sapri, Carlo Pisacane dettò il suo testamento politico, forse una delle pagine piĂą lucide e appassionate della sua vita di intellettuale risorgimentale ai confini fra l’utopia, il mazzinianesimo, il socialismo e l’anarchia, ma fermamente convinto che l’idea rivoluzionaria si dovesse propagandare solo con i fatti: anche a costo della propria vita o di una momentanea sconfitta. PerchĂ© l’esempio avrebbe risvegliato le coscienze e il seme gettato, prima o poi, avrebbe dato i suoi frutti.

Era il 24 giugno del 1857 quando Carlo Pisacane scrisse queste parole. Pochi giorni dopo, come egli stesso aveva previsto, per sfuggire al patibolo dei Borboni si uccideva pagando il prezzo della sua sconfitta e della mancata rivolta dei contadini meridionali: nel sud, come nelle altre regioni d’Italia, la rivoluzione non si fece; ma la lezione di Carlo Pisacane non rimase inascoltata. Anzi, proprio nel sud, venti anni dopo, venne raccolta da un gruppo di anarchici che tentarono anche essi come Carlo Pisacane di chiamare alla rivolta i contadini campani, con un’impresa generosa ma disperata, destinata a concludersi in un nuovo fallimento.

 

NON PRETENDEVANO DI VINCERE

 

Nonostante la diversa risonanza che ebbero in seguito i due avvenimenti (il primo esaltato, anche se svuotato del suo vero contenuto, dall’agiografia ufficiale; il secondo dimenticato e ignorato, come accadde a tutte le imprese che ebbero per protagonisti anarchici dichiarati), entrambe le azioni hanno numerosi punti di contatto: gli stessi ideali sociali, l’esiguo numero dei partecipanti, la regione in cui si combatté la sfortunata conclusione e soprattutto la funzione rivoluzionaria attribuita alle masse contadine del Mezzogiorno. Come la spedizione di Pisacane, anche quella degli anarchici si svolse in Campania, a pochi chilometri da Napoli, ai confini con le province di Benevento e Campobasso: nel massiccio del Matese appena ripulito dalle bande di Fra Diavolo, Michele Caruso e di altri briganti meno celebri e di recente “pacificato” dalla spietata repressione del generale Pinelli.

In questa zona, secondo le previsioni di Carlo Cafiero, Errico Malatesta e Cesare Ceccarelli, i promotori, cioè, della “Banda del Matese” gli anarchici avrebbero dovuto scatenare la rivoluzione. Nessuno di loro si faceva troppe illusioni sull’esito finale dell’impresa, ma speravano nel suo valore propagandistico e nella forza di attrazione che avrebbe esercitato sulle masse contadine. “Noi non pretendevamo di vincere, poichĂ© sapevamo che alcune decine di individui armati di fucili quasi inservibili non possono vincere delle battaglie contro reggimenti armati di Vatterly”, scrisse qualche anno piĂą tardi Cesare Ceccarelli, spiegando il significato dell’impresa. “Partigiani della propaganda coi fatti, noi volevamo far atto di propaganda. Persuasi che la rivoluzione bisogna provocarla, noi facemmo atto di provocazione. Non dico che in fondo ai nostri cuori non si annidasse la speranza di cose maggiori (…) ma la banda aveva la sua ragion d’essere, il suo scopo determinato al di fuori di queste speranze. Ogni banda è come un tizzo ardente gittato in un ammasso piĂą o meno combustibile: se il fuoco piglia allora è l’incendio, e se no il tizzo si spegne, ma il combustibile sarĂ  divenuto un po’ piĂą atto all’incendio di prima”.

Forti di queste convinzioni gli anarchici si mossero, senza esitazioni, nella primavera del 1877, decisi a suscitare l’incendio rivoluzionario nel Mezzogiorno d’Italia, facendo leva sui contadini che, in quel momento apparivano ai loro occhi come la sola classe capace di condurre una rivoluzione nel Paese. La preparazione era stata meticolosa, tanto sul piano organizzativo che su quello ideologico, e Carlo Cafiero ne era stato il principale animatore.

Alto, distinto, i capelli lunghi e una folta barba bionda che gli incorniciava l’ovale del viso sul quale spiccavano due occhi scuri e scintillanti dietro i sottili occhiali d’argento, Cafiero già da alcuni anni era l’ideologo della federazione italiana e con Costa e Malatesta il leader di maggiore prestigio internazionale. La sua teoria della “propaganda dei fatti” era stata accolta da tutti gli anarchici europei e lo stesso Bakunin che, sul piano ideologico l’aveva sempre tenacemente avversata, aveva finito per aderirvi materialmente quando nell’estate del 1874 aveva partecipato alla “Comune di Bologna”. Erano anni di grande speranza e gli internazionalisti erano convinti che l’ora della liberazione sociale fosse vicina: sotto la spinta di Cafiero e Malatesta nei primi mesi del ’74 era stato creato, nella clandestinità, un Comitato italiano per la rivoluzione sociale, con il compito di provocare contemporaneamente numerose insurrezioni locali, e la speranza di mettere in moto una reazione a catena che facesse divampare la rivoluzione prima regionale e poi tutto il Paese.

La prima azione era prevista per l’estate del ’74. Il moto doveva partire da Bologna e da qui propagarsi a Roma, Firenze, Livorno e Palermo e quindi dilagare in tutta la penisola. Il progetto era ambizioso, ma la realizzazione fu deludente. Prima ancora che i congiurati si muovessero la polizia era stata già informata da una spia e alla vigilia dell’azione arrestò Andrea Costa che aveva il compito di dirigere personalmente l’insurrezione di Bologna. Ma nonostante ciò venne deciso di proseguire nell’azione. Il piano prevedeva che nella notte fra il 7 e l’8 agosto gli anarchici bolognesi si sarebbero raccolti in due punti all’estrema periferia, dove sarebbero stati raggiunti da tremila compagni romagnoli. Le forze, divise su due colonne, avrebbero marciato su Bologna, per unirsi a un terzo gruppo, guidato da Bakunin, che attendeva in città. Qui, con l’aiuto di alcuni militari che avevano promesso di aprire le porte, sarebbe stato preso d’assalto l’arsenale, le armi sequestrate e distribuite al popolo.

 

ERANO SEI INVECE DI CENTO

 

Mancando la sorpresa, però, il piano era destinato a fallire e infatti la polizia riuscì presto ad aver ragione dei ribelli, che dopo uno scontro alle porte di Bologna furono costretti a disperdersi sui monti e a fuggire all’estero per sottrarsi alla cattura. Anche nelle altre città l’insurrezione fallì miseramente e soltanto in Puglia, dove il moto era guidato da Enrico Malatesta, venne accesa una scintilla rivoluzionaria che nel giro di pochi giorni si esaurì, nonostante i tenaci sforzi di quel pugno di congiurati.

“Centinaia di congiurati avevano promesso di trovarsi a Castel del Monte” scrisse in seguito Malatesta, ricordando la fallita rivoluzione; “ma al luogo dell’appuntamento, di centinaia che avevano giurato, ci troviamo in sei. Non importa si apre la cassa delle armi… è piena di vecchi fucili ad avancarica, a pistone; non fa niente, ci armiamo e dichiariamo guerra all’esercito italiano. Battiamo la campagna per diversi giorni, cercando di trascinare i contadini, ma senza trovare eco. Il secondo giorno abbiamo uno scontro con otto carabinieri che ci fanno fuoco addosso, credendoci moltissimi: tre giorni dopo ci accorgiamo di essere circondati dai soldati. Non c’è altro da fare: si seppelliscono i fucili e si decide di disperderci; io mi nascondo in un carro di fieno e così riesco ad uscire dalla zona pericolosa”.

Sul piano militare l’insuccesso era stato totale, ma propagandisticamente gli anarchici riuscirono a ottenere un indiscutibile successo, trasformando le aule dei Tribunali in cui successivamente vennero celebrati i processi per cospirazione contro lo Stato, in altrettante tribune dalle quali divulgare il verbo e le idee libertarie, sollevando una tale ondata di simpatia intorno agli imputati che tutte le giurie li giudicarono “non colpevoli” e li assolsero nonostante l’evidenza dei loro reati. L’insperato esito dei processi fornì nuovi argomenti alla teoria della “propaganda dei fatti” di Cafiero che, con l’appoggio di Malatesta, cominciò a preparare il terreno per la spedizione del Matese e la sollevazione dei contadini campani. Al contrario dei moti di Bologna, questa volta la partecipazione degli anarchici sarebbe stata limitata a un centinaio di persone, condotta in assoluta segretezza, addirittura in contrasto con alcuni dirigenti della federazione italiana che temevano i rischi di una nuova impresa. Ma soprattutto questa volta sarebbe stata una rivoluzione a carattere contadino, che avrebbe dovuto trovare slancio e vigore nelle campagne e poi, sull’onda del successo, si sarebbe propagata alle città. “Contro i contadini, o anche solamente senza i contadini è possibile un cambiamento politico, ma non una rivoluzione sociale”, scrisse Cesare Ceccarelli; “massima di un Paese come l’Italia, in cui l’elemento rurale è in grande maggioranza, e in cui non esistono ancora che allo stato d’eccezione la grande industria e le grandi agglomerazioni operaie”.

 

UNA ZONA IDEALE PER LA GUERRIGLIA

 

Sotto la spinta di Cafiero i preparativi furono effettuati con cura meticolosa, cercando di non lasciare nulla al caso e di preparare una spedizione che avesse la possibilitĂ  di restare all’opera per alcuni mesi. Per le operazioni militari venne scelta la tecnica della guerriglia, l’unica che consentisse a un piccolo pugno di uomini di sfidare un esercito di 300 mila soldati. La direzione e l’istruzione militare venne affidata a Sergio Michajlovic Kravcinskij, un anarchico russo di grande esperienza che, dopo aver abbandonato la scuola d’artiglieria per allievi ufficiali a Pietroburgo, era diventato l’animatore del movimento populista russo e si era dimostrato un guerrigliero di grandissime qualitĂ  durante la lotta contro i turchi in Erzegovina. Gli altri uomini vennero scelti con attenzione, un centinaio in tutto, tutti esperti di guerra e combattenti, per lo piĂą ex-garibaldini convertiti al verbo libertario. Di questi circa cinquanta provenivano da ogni parte d’Italia, gli altri erano del posto. Per rinforzare la schiera dei congiurati era stata prevista anche una ribellione nei penitenziari di Ischia e Procida per dar modo ai numerosi anarchici detenuti di fuggire con le barche, raggiungere la terraferma e unirsi alla spedizione. Come zona d’operazioni venne scelto il massiccio del Matese, un altipiano calcareo circondato per tre lati dalle valli del Tammaro, del Calore e del Volturno e sul quarto lato unito ai contrafforti dell’Appennino molisano, in cui i pascoli si alternano agli acquitrini e a fitti boschi di faggio, in una suggestiva visione di strette gole montane, improvvisi dirupi, rocce e petraie carsiche. Ai margini dell’altipiano, fra i 500 e i mille metri d’altezza, sono appollaiati un’infinitĂ  di piccoli paesi, abitati esclusivamente da contadini e pastori. Agli anarchici si presentava come una zona ideale per un’azione di guerriglia. “Scegliemmo il Matese”, spiegò Ceccarelli, “perchĂ© è una giogaia che si trova al centro di un sistema di monti del Mezzogiorno, atta per la sua natura alla guerra di bande, abitata da una popolazione battagliera che dette un contingente fortissimo al brigantaggio e che credevamo e crediamo disposta a ricominciare. Scegliemmo il Matese perchĂ© non si trovava molto lontano da Napoli, da dove organizzavamo altri tentativi, venuti meno poscia per lo scoraggiamento prodotto dall’arresto della banda. Scegliemmo il Matese infine perchĂ© contavamo sopra uomini molto conosciuti in quei siti e praticissimi di luoghi per aver fatto chi il brigante, chi il milite contro il brigante, chi per esercitare la professione di cacciatore fra quei monti”.

Per la raccolta dei fondi provvidero un po’ tutti, ciascuno secondo le proprie possibilità: tutti gli internazionalisti si tassarono con una quota straordinaria di 50 centesimi mensili; Cafiero, ricorrendo alle esauste finanze del patrimonio familiare, raccolse circa sei mila lire; dalla Svizzera la signora Smetskaia, un’anarchica russa, mandò cinque mila lire; mentre Ceccarelli riuscì a convincere una sua amica napoletana, la contessa Cigala Caracciolo, a versare qualche migliaio di lire. Complessivamente vennero raccolte circa 10-15 mila lire, equivalenti a una ventina di milioni di oggi, con le quali vennero comprate armi, munizioni, medicinali.

In un primo momento venne deciso di dare il via all’operazione il 18 marzo, anniversario della Comune di Parigi. Ma poi Cafiero fissò la data dell’insurrezione per la fine di aprile, in un periodo dell’anno più favorevole, all’inizio della primavera quando le condizioni climatiche avrebbero consentito alla banda di operare al riparo dal freddo e dalla neve. Come centro di raccolta venne scelto il paese di San Lupo, un desolato villaggio a 500 metri d’altezza e a un’ora di cammino dalla stazione ferroviaria di Solopaca, sulla linea Napoli-Benevento-Foggia. Qui venne fittato un appartamento che i paesani chiamavano “Taverna Jacobelli”, dal nome del suo proprietario e dalla destinazione che per molti anni aveva avuto. Era la prima casa del paese, isolata dalle altre, colla facciata sulla strada e il retro sulle pendici della montagna. Un posto ideale per sfuggire a eventuali sorprese della polizia e agire lontano da sguardi indiscreti.

Il mattino del 3 aprile 1877 Cafiero e Malatesta effettuano una ricognizione sul posto. Arrivano in treno a Solopaca in compagnia di una giovane donna dai capelli biondi e gli occhi verdi: fingono di essere stranieri, inglesi, in cerca di riposo e solitudine. Cafiero presenta la donna come sua cognata (che ha bisogno di aria di montagna per rimettersi da una grave malattia) e Malatesta come suo segretario. In carrozza raggiungono San Lupo, visitano la “Taverna Jacobelli” che hanno fittato attraverso un intermediario napoletano, compiono una breve escursione nei dintorni e nel primo pomeriggio vengono raggiunti da un gruppetto di altre persone, cariche di bagagli, che Cafiero presenta come i domestici della famiglia. Ė invece il primo scaglione di congiurati con fucili e munizioni.

A sera, Cafiero, la cognata e il segretario ripartono per Napoli, annunciando che l’indomani arriveranno altri camerieri e il guardaroba della signora. Da Napoli, infatti, la mattina del tre era partito tutto il materiale della spedizione: Ceccarelli aveva affittato un carretto e caricato le casse di armi, medicinali, viveri e coperte. Il trasporto avviene senza incidenti: il carrettiere si ferma a dormire la notte a Maddaloni e la mattina del 4 è a San Lupo. L’arrivo degli anarchici è imminente. Per non mettere in allarme la polizia arriveranno alla spicciolata, parte alla stazione di Benevento, altri a Telese, o a Solopaca e altri ancora a piedi per i campi. Nel giro di pochi giorni dovranno concentrarsi a San Lupo circa 100 persone: sei verranno dalla Toscana, due dalle Marche, tre dall’Umbria, nove da Roma, quattordici dall’Emilia-Romagna, otto da Napoli, quattro dal Beneventano, un gruppo di coatti romagnoli dai penitenziari di Ischia e Procida, e circa una cinquantina dalle varie localitĂ  del Matese, senza contare naturalmente, Cafiero, Malatesta, Ceccarelli e il russo Kravcinskij.

 

LA POLIZIA SAPEVA GIĂ€ TUTTO

 

Ma fra i congiurati c’era una spia: il molisano Salvatore Farina, un ex-garibaldino che si era arruolato come guida della banda per la perfetta conoscenza della zona del Matese, in cui pochi anni prima aveva operato per le azioni di repressione del brigantaggio. Sin dall’inizio, Farina era stato uno dei più intimi collaboratori di Malatesta e con lui si era recato nei vari paesi dell’altopiano per reclutare gli anarchici locali, indispensabili in un’impresa del genere. E naturalmente era venuto a conoscenza dei nomi di tutti i congiurati. Farina, che già da tempo era in buoni rapporti con il barone Nicotera, si mise in contatto con il ministro degli Interni e gli svelò il piano degli anarchici, dandogli l’elenco di tutti i partecipanti.

Dunque, prima ancora che l’insurrezione avesse inizio la polizia già da alcune settimane sorvegliava giorno e notte i congiurati, aspettando il momento opportuno per arrestarli: cioè quando si fossero radunati a San Lupo. Ma per la imprevidenza di una pattuglia di carabinieri, il piano di Nicotera in parte fallì.

Dalla questura di Napoli la mattina del 3 aprile, dopo che Ceccarelli ha spedito le casse di armi e vettovaglie, viene inviato un telegramma alla prefettura di Benevento con l’ordine di tenersi pronti a entrare in azione per la notte del 4. Il prefetto, a sua volta, ordina alla polizia di presidiare le stazioni ferroviarie della zona e di arrestare gli anarchici. A San Lupo manda in avanscoperta una pattuglia di quattro uomini per sorvegliare la “Taverna Jacobelli” e dare l’allarme quando si saranno raccolti i congiurati. Frattanto a Napoli vengono arrestati nelle loro case gli otto internazionalisti indicati da Farina, mentre a Roma con una retata improvvisa vengono presi i nove anarchici che si erano dati convegno a Ponte Milvio per mettersi in viaggio alla volta della Campania. Alla stazione di Solopaca cade nella rete della polizia il russo Kravcinskij, l’esperto militare della spedizione, insieme a tre compagni; a Pontelandolfo altri quattro; nei vari paesi del Matese gli anarchici locali. Soltanto 26 riescono a raggiungere San Lupo. Farina, la spia, naturalmente non si presenta al convegno: ormai il suo compito è finito. Gli anarchici, ignari della trappola in cui sono stati tirati, sono raccolti in un campo alle spalle della casa, in attesa dei compagni. Ascoltano Cafiero che sta illustrando il piano di operazioni della banda. La prima azione si deve svolgere sul posto le altre nei paesi vicini.

“Contavamo di occupare San Lupo”, racconterĂ  in seguito Ceccarelli, “bruciare gli archivi municipali, prendere e distribuire al popolo i denari delle casse pubbliche, aprire i magazzini di grano e spingere il popolo ad attaccare i signori ed impadronirsi della proprietĂ  privata (…) Non saremmo restati sempre lĂ  ma saremmo andati altrove a ripetere le stesse cose raccogliendo i contadini per le campagne e cercando di portarli con noi ad occupare i loro paesi. Fortificarci in un paesello sarebbe stato mancare allo scopo che ci proponevamo. Noi dovevamo innanzitutto restare in campagna il piĂą lungo tempo possibile per dar tempo ai contadini di comprendere il nostro moto e di seguirlo: fermarci in un comune sarebbe stato condannarci ad essere disfatti dopo qualche giorno”.

La notte è fredda, una coltre di nuvole copre la luna; gli anarchici sono raccolti intorno a un focherello. Dall’altro versante del paese, intanto, è arrivata la pattuglia di quattro carabinieri. Nell’oscuritĂ  gli uomini non riescono a orientarsi, in lontananza scorgono il bagliore di una fiamma e avanzano in quella direzione. Prima che abbiano il tempo di rendersi conto dell’equivoco si trovano in mezzo al campo degli anarchici. Qualcuno intima l’alto lĂ , i carabinieri impugnando le armi cercano di fuggire: si accende una sparatoria e due militi — Antonio Santamaria e Pasquale Asciano — cadono feriti (il primo morirĂ  dopo qualche settimana per un’infezione) mentre gli altri due riescono a sfuggire. La sorpresa della polizia è fallita. Gli anarchici comprendono di essere stati scoperti ma decidono di cominciare la loro spedizione. In fretta si caricano sulle spalle i fucili, poche munizioni, delle vettovaglie e si mettono in marcia. La rivoluzione del Matese è cominciata. Ä– il 5 Aprile 1877.

 

LE LACRIME DI UN PASTORELLO

 

Il piano di attaccare San Lupo viene abbandonato e la banda si dirige verso nord. Secondo la tradizione anarchica non ci sono capi, o meglio il comando passa di giorno in giorno a ciascun guerrigliero che si avvolge intorno alla vita una fascia rossa. Ma i dirigenti di maggior prestigio sono Carlo Cafiero, Enrico Malatesta e Cesare Ceccarelli. Cafiero ha 31 anni, proviene da un’agiata famiglia di Barletta ed è uno degli esponenti di primo piano dell’internazionale dove ha lavorato fianco a fianco con Engels e Bakunin. Ä– un uomo di limpida intelligenza, di raffinata cultura, sensibile, incline alla malinconia. La polizia, in seguito, lo qualificherĂ  “l’anima del complotto”. Malatesta, nonostante la giovanissima etĂ  — ha appena 23 anni — ha giĂ  una notevole esperienza di insurrezioni per aver partecipato ai moti di Castel del Monte e alla lotta contro i turchi in Erzegovina. Ä– l’unico napoletano della banda. Ceccarelli, 35 anni, romagnolo di nascita, era stato ufficiale dell’esercito ma aveva disertato per non sparare su Garibaldi ad Aspromonte e successivamente si era arruolato nelle file garibaldine, combattendo a Bezzecca, Mentana e Digione. Ä– il cervello militare della banda.

La banda si addentra nel Matese e deve affrontare i primi grossi problemi della sua esistenza: le guide e i viveri. Le guide sono state tutte arrestate dalla polizia e i viveri sono sufficienti per due o tre giorni. E soprattutto il freddo, perché nel mese di aprile sul Matese nevica ancora. Ma i congiurati vanno avanti anche se, venuti a mancare gli anarchici locali, le possibilità di contatto con i contadini sono ridotte al minimo e la stessa possibilità di comunicare sarebbe difficile per questi settentrionali alle prese con il difficile dialetto napoletano, se nella banda non ci fossero Malatesta e Cafiero. Per procurarsi i viveri si decide di ricorrere alle requisizioni: ma gli internazionalisti non hanno l’animo degli espropriatori e facilmente si lasciano commuovere, così accade che dopo aver sequestrato una pecora al pastore Antonio Purchia gliela restituiscono per calmare il figlio che era scoppiato in pianto.

Dopo tre giorni di marcia sfibrante, la banda del Matese, dopo aver lasciato alle sue spalle la provincia di Benevento ed essere entrata nel napoletano, decide di compiere la sua prima azione. Obiettivo è Letino, un paesino a circa mille metri d’altezza, lontano molte decine di chilometri dalla zona di partenza, dove presumibilmente non ci sono forze di polizia o soldati. Ė la mattina di domenica 8 aprile quando la banda entra nel paese, sventolando una grande bandiera rossa e nera. Fra lo stupore della folla, gli anarchici attraversano l’abitato e si dirigono verso il Municipio. Trovano il consiglio comunale riunito per decidere a chi affidare alcuni vecchi fucili sequestrati ai bracconieri. Con le armi in pugno gli anarchici entrano nella sala del consiglio e annunciano la decadenza di Vittorio Emanuele II e di casa Savoia e la nascita della Repubblica. Nessuno osa ribattere. Lo stemma sabaudo, il ritratto del re e tutti i fascicoli dell’archivio comunale, specie quelli che attestano la proprietà della terra e delle case, vengono gettati sulla piazza e dati alle fiamme, mentre Cafiero, salito su un muretto, spiega che cosa è la rivoluzione sociale, quali sono i suoi fini e i suoi metodi: è finita l’epoca dei proprietari, dei prefetti e dei soldati. Ora non più servi né padroni: ma tutti uguali, la terra a tutti, il potere al popolo. I contadini applaudono alle sue parole e sul campanile del palazzo municipale viene issata la bandiera anarchica che si spiega al vento fra grida di “Viva l’Internazionale”, “Viva la repubblica comunista di Letino».

Anche il parroco della chiesa, don Raffaele Fortini, applaude agli anarchici. Anzi, appena finisce di parlare Cafiero, fa lui stesso un discorso per spiegare che il vangelo e il socialismo sono la stessa cosa, che gli internazionalisti sono “i veri mandati dal Signore per predicare le sue leggi divine”. Le casse comunali vengono aperte e i soldi distribuiti ai contadini, i contatori dei mulini sono spaccati: finalmente la popolazione è stata liberata dall’odiosa tassa sul macinato. L’entusiasmo è alle stelle: gli unici preoccupati sono l’oste che ha dato da mangiare alla banda, e il segretario comunale che teme di poter aver delle noie con il ritorno alla normalitĂ . Ma sia l’uno che l’altro vengono rassicurati: al primo viene rilasciata una ricevuta in cui si ordina al sindaco del paese di pagare “lire 28 a Ferdinando Orsi per viveri forniti alla banda che entrò in Letino il dì 8 aprile 1877″; e al secondo una dichiarazione scritta che lo mette al riparo di eventuali accuse: “Noi sottoscritti dichiariamo di aver occupato il municipio di Letino armata mano in nome della Rivoluzione Sociale, oggi 8 aprile 1877. Carlo Cafiero, Enrico Malatesta, Pietro Cesare Ceccarelli”.

 

MORTI DI FAME E DI FREDDO

 

Verso l’una la banda, salutata da una folla entusiasta e riconoscente, lascia Letino per compiere la sua seconda impresa, il paese di Gallo a cinque chilometri di distanza. La fama della loro azione, questa volta li precede e gli internazionalisti vengono accolti alle porte del paese dal parroco, don Vincenzo Tamburi, e da lui accompagnati sulla piazza. Ä– lo stesso sacerdote che annuncia alla folla: “Non temete, non c’è da preoccuparsi: vengono solo a cambiare il governo e a bruciare le carte”. Da ogni parte si alza il grido di “Viva la rivoluzione sociale”. La porta del municipio viene abbattuta a colpi di scure, le carte degli archivi gettate dalla finestra, il ritratto del re tagliato a pezzi, le ricevute dell’esattoria comunale ammucchiate al centro della piazza e tutto dato alle fiamme. Cinquanta lire contenute nella cassa comunale distribuite ai contadini, i contatori per la macina distrutti e le armi della guardia nazionale consegnate al popolo: la repubblica di Gallo è nata.

Ma intanto Nicotera ha mobilitato l’esercito e la polizia; la zona del Matese viene invasa dalle truppe regie: da sud salgono tre compagnie di bersaglieri, da nord il 56° reggimento di fanteria, da Campobasso, Isernia, Caserta e Napoli convergono altre forze. In totale 12 mila uomini agli ordini del generale De Saugent contro 26 anarchici male armati, intirizziti dal freddo e a scarso di viveri. La lotta è impari e destinata a concludersi entro pochi giorni. Dopo aver lasciato Gallo, la banda viene investita da una tormenta di neve e il giorno dopo da un violento acquazzone; trovare riparo in qualche masseria o avvicinarsi ad altri paesi è impossibile perchĂ© le truppe li hanno circondati. Dopo due giorni di marcia, Ceccarelli per rompere l’accerchiamento propone di passare a guado il Volturno e di raggiungere la Ciociaria o l’Abruzzo. L’operazione riesce, ma sull’altra sponda del fiume ci sono i soldati e gli anarchici sono costretti a tornare indietro.

“Eravamo tutti in uno stato deplorevole” racconta Malatesta; “morti di fame e di freddo, sotto l’acqua da 48 ore, le munizioni liquefatte dalla pioggia e i fucili diventati inservibili (…) Tentammo di passare un’altra montagna, il monte Casamara, se non mi sbaglio, e se fossimo riusciti ci saremmo trovati fuori del Cerchio dei soldati che si stringevano intorno a noi, e forse avremmo potuto rifarci e tenere la campagna”. La banda era allo stremo: il giovane Francesco Ginnasi (aveva appena 18 anni), supplicava i compagni di tirargli un colpo di pistola, altri sei chiedevano di essere abbandonati nella neve. Ma Cafiero, Malatesta e gli altri piĂą validi se li caricarono sulle spalle e continuarono ad andare avanti: avevano cominciato insieme e nessuno sarebbe stato abbandonato per strada. Finalmente la notte dell’11 aprile, dopo aver vagato per i monti piĂą di tre giorni, trovarono rifugio nella masseria Coccetta, a pochi chilometri di distanza da Letino.

Ma il mattino successivo, mentre molti erano ancora immersi nel sonno, la casa venne circondata da un reparto di artiglieri comandati dal capitano Ugo De Notter. Tentare una resistenza sarebbe stato inutile, e gli anarchici si arresero. Era la mattina del 12 aprile 1877: dopo otto giorni di attivitĂ  la banda del Matese aveva cessato di esistere.

 


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Bart