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STORIA: I MAESTRI: Guglielmo II. Povero Guglielmone

5 Novembre 2015

di Ferdinando Vegas
[da “La fiera letteraria”, numero 32, giovedì, 8 agosto 1968]

MICHAEL BALFOUR
Guglielmo II e i suoi tempi
Il Saggiatore, pagine 600, lire 3000.

A cinquant’anni dall’abdicazione di Guglielmo II (9 novembre 1918) ormai passioni e polemiche si sono spente: il personaggio e l’epoca che da lui prese nome (l’« età guglielmina ») sono stati inghiottiti dalla storia, sembrano im­mensamente remoti. Questa è la prima impressione che si ricava leggendo l’o­pera dello storico inglese Balfour su Guglielmo II e i suoi tempi: merito non ultimo dell’autore, il quale riesce a far rivivere plasticamente il mondo della cosiddetta belle époque, i sovrani e le loro famiglie, le corti, i generali e i diplomatici, insomma quella élite che prima del 1914, non solo in Germania, stava ancora al vertice della società e nei grandi imperi autoritari deteneva realmente il potere. Il Kaiser dalla faccia feroce in pubblico, in privato era semplicemente Willy per i suoi augusti parenti: la nonna materna (la regina Vittoria d’Inghilterra), lo zio Bertie (Edoardo VII) e il cugino Gior­gio (Giorgio V), il cugino Nicky (lo zar Nicola II) e così via, con un in­treccio di rapporti familiari, che inter­ferivano con quelli politici. Così si di­ce che, allo scoppio della prima guerra mondiale, Guglielmo II abbia osserva­to: « E pensare che sono stati Giorgio e Nicky a tradirmi! Se mia nonna fos­se stata viva, questo non l’avrebbe mai permesso ».

Il corso della storia, naturalmente, non è stato dettato dagli atteggiamenti personali o dai nessi familiari dei so­vrani, neppure nel caso d’un Gugliel­mo II, con tutta « la sua mistica fede nella provvidenza divina al servizio delle teste coronate ». In base a questa fede, perfettamente coerente con la tradizione prussiano-luterana, ma del tutto anacronistica al tempo del regno di Guglielmo (1888-1918), il Kaiser si arrogò il diritto (da lui sentito altret­tanto come dovere) di condurre perso­nalmente gli affari dello Stato: donde la convinzione, diffusa nei popoli del­l’Intesa, della sua personale e premi­nente colpa nello scatenamento del primo conflitto mondiale e la conse­guente richiesta, sancita a Versailles dai vincitori, di tradurlo in giudizio. Solo il rifiuto dell’Olanda, dove Gu­glielmo si era rifugiato, evitò al Kai­ser di anticipare d’un quarto di secolo la sorte dei nazisti a Norimberga.

Un’ottima memoria

Oggi, appunto dopo l’esperienza del­la barbarie nazista, noi sappiamo che il paragone non regge fra un sovrano autocratico quale Guglielmo II, pur sempre inserito in un certo ordine di civiltà, e un dittatore sanguinario qua­le Hitler, irriducibile a dimensioni ci­vili. Resta tuttavia che il Kaiser non può andare assolto dalle sue responsa­bilità, che sono gravissime, non tanto forse per lo scoppio della guerra quan­to per avere contribuito validamente, in prima persona, a mettere la Germa­nia nella situazione che condusse alla guerra. Perciò ci sembra confacente, oltre che ottimamente impiegato, il metodo del Balfour, il quale fonde la trattazione biografica, soggettiva, con quella delle forze oggettive operanti nella vita politica, economica, sociale della Germania guglielmina.

Abbiamo così, da un lato, un ritrat­to vivissimo del Kaiser, la sua educa­zione, il carattere, i gusti: insomma, la sua personalitĂ . Guglielmo II non ri­sulta diverso da quello che giĂ  si cono­sceva: non un malvagio, ma un uomo che possedeva alcune doti positive (« un’ottima memoria e una mente molto agile », la « rapiditĂ  d’intuizio­ne » ), rovinate però da altre negative, purtroppo predominanti. Guglielmo aveva sostanzialmente i difetti dell’incoerenza, della mancanza di tatto, del­la irrequietezza ( « dalla quale deriva­va il suo perpetuo desiderio di viaggi e di novitĂ  »); viveva in un « continuo stato di tensione », cercando di ma­scherare dietro al suo « atteggiamento preferito, …quello dell’uomo dalle fer­ree decisioni, …una profonda insicu­rezza, che si accompagnava all’ostina­ta volontĂ  di fare tutto da sĂ© ». Si ca­pisce quindi che « i numerosi errori da lui commessi » derivassero da « im­pulsivitĂ  e faciloneria », sicchĂ©, « per usare le stesse parole che egli espres­se nei confronti dello zar, Guglielmo non era tanto falso quanto debole ».

Nuovo lustro al trono

A un uomo così fragile psichicamen­te toccò di recitare il ruolo di protago­nista (la qualità di teatrante, come ri­pete il Balfour, era spiccatissima in Guglielmo, stimolata dalla sua immen­sa vanità) in una Germania che stava attraversando un periodo storico quanto mai delicato. Unificata da nep­pure vent’anni, ascesa da Paese agri­colo a grande potenza industriale, for­tissima militarmente, all’avanguardia in diversi campi della cultura, la Ger­mania restava socialmente arretrata: il feudalismo agrario prussiano si era trasferito, per così dire, nella struttu­ra industriale, realizzandosi così uno Stato gerarchico, autoritario, domina­to da una ristretta élite di aristocrati­ci, militari, burocrati e industriali, i quali tutti pretendevano di imporre il proprio angusto fine, di mera potenza.

Come nota il Balfour, « le istituzio­ni, i rapporti sociali dovevano restare gli stessi, indipendentemente dalla tra­sformazione della Germania e del mondo; gli unici mutamenti erano ri­volti ad applicare i metodi tedeschi su scala mondiale e a dare così nuovo lu­stro al trono imperiale ». La colpa di Guglielmo e della Germania non sta quindi nell’aver perseguito una politi­ca di potenza, cosa che facevano an­che gli altri Stati e che è connaturata allo Stato sovrano, bensì nell’averla perseguita con « disprezzo per gli ef­fetti pratici dei valori morali », a cau­sa di una « insensibilitĂ  …legata all’e­saltazione della forza caratteristica della societĂ  tedesca, e in particolare di quella prussiana ».


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