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STORIA: I MAESTRI: I “Mille” più un inglese

29 Marzo 2012

di Leonardo Vergani
[dal “Corriere della Sera”, lunedì 20 aprile 1970]

Se c’è una categoria di per­sone per la quale il telefono rappresenta una vera jattura, questa è quella degli storici. Nessun studioso si illude. Per loro Bell o Meucci l’hanno fat­ta veramente grossa. Passi per chi, ingolfandosi in epoche re­mote, può non tenerne conto. Ma coloro che esplorano il lim­bo degli avvenimenti non trop­po distanti da noi, si trovano molto spesso con un pugno di mosche, i fatti e i colloqui sva­niti dentro una cornetta, la de­cisione chiave sussurrata da orecchio ad orecchio, nemmeno un testimone oculare, ma solo un centralino che ingoia e tra­smette, impassibile. Non un pezzetto di carta, una nota ma­noscritta, un ordine consegnato ad una staffetta. Chi fa la sto­ria non lascia più in giro do­cumenti compromettenti o rivelatori del suo genio. Tutto sva­nisce nell’aria.

Per la storia d’Italia il giro di boa — ci dice Denis Mack Smith — avviene pressappoco attorno agli anni della morte di Garibaldi. Prima una valanga di telegrammi, una ghiotta de­lizia per ricostruire ciò che è avvenuto. Poi, poco a poco, il fiume diventa torrente e riga­gnolo. Chi dovrà rimettere in­sieme i tasselli di quanto suc­cede oggi, sarà spesso costretto ad andare a lume di naso. Lo « Obbedisco » di Garibaldi, ai giorni nostri, verrebbe bofon­chiato in un ricevitore, com­plice magari la teleselezione. Perché recarsi a Teano? Oggi sarebbe sufficiente un colpo di telefono. E così via. C’è da mettersi le mani nei capelli.

Denis Mack Smith, colui che con Deakin e Seaton Watson ha aiutato ad illuminare le più complesse vicende del nostro paese, è professore all’All Souls di Oxford. Lavora in un college che ha ancora gli stalli di le­gno scolpito, un’atmosfera di sacrestia, mura patinate dal tempo e questo forse contri­buisce a purificare la visione del mondo, a depurare le in­terpretazioni. Il mondo è distan­te. Denis Mack Smith è no­tissimo non soltanto in Inghil­terra, ma anche nella nostra affannata penisola, fatto questo eccezionale per uno storico, vi­sto che uno dei nostri difetti nazionali è proprio quello di tener in pochissimo conto la memoria. La fama di Mack Smith in casa nostra è soprat­tutto affidata a quella sua « Sto­ria d’Italia dal 1861 al 1958 » (aggiornata fino all’anno scor­so da Laterza) che probabil­mente con sorpresa dello stes­so autore è diventata un gran­de successo editoriale con set­te edizioni più quattro in ve­ste economica. La sua fatica più recente è quella storia del­la Siciliaancora fresca di stam­pa, un’opera monumentale che abbraccia un periodo profondo come una voragine, dal medio­evo all’età moderna, scandaglia­to con grande cura e compe­tenza e con una pazientissima ricerca negli archivi.

Eppure con gli archivi, con il primo importante archivio che volle scandagliare, lo sto­rico non ha mai avuto la vita facile. Denis Mack Smith, con una borsa di studio di trecen­to sterline, arriva in Italia fre­sco di studi. Vuole consultare il fondo di Cavour, ma si im­batte con un bibliotecario ar­cigno che gli sbarra la strada. Non valgono suppliche e blan­dizie. Il meccanismo è incep­pato e quella miniera di do­cumenti è invisibile. Per dare una mano al giovane inglese intervengono addirittura Croce e Bonomi. Nulla da fare. Oc­correrà attendere con pazienza, per motivi quasi inspiegabili, davanti ad una porta chiusa. Mack Smith impara a proprie spese che in Italia anche le co­se più ragionevoli dipendono spesso dall’irragionevolezza al­trui. S’arma di flemma, e at­tende. Qualche anno dopo usci­rà la sua Storia d’Italia, scritta dapprima per una casa editri­ce americana che va in falli­mento. Mack Smith ha inviato imprudentemente l’unica copia del suo lavoro e non riesce più a ricuperarla. Nessuno sa dove sia finita nello scompiglio del­la bancarotta. Poi un piccolo miracolo. Le edizioni dell’uni­versità del Michigan inviano a Oxford una lettera. Hanno ri­levato quanto l’infelice stampa­tore s’era lasciato dietro e han­no trovato un fascio di car­telle. Chi le ha scorse per cu­riosità professionale s’è accorto che si trattava di un’opera di alto livello. Il professore s’era già messo il cuore in pace. Ac­cetta la proposta d’essere pub­blicato con un entusiasmo fa­cile da immaginare. Da quel momento comincia la meritatissima fama.

Denis Mack Smith parla del Risorgimento e dei suoi perso­naggi come se il tempo non fosse passato. Durante la guer­ra, in Inghilterra, il giovane studioso seguiva le fasi del conflitto sulle vecchie carte mi­litari di Garibaldi. E da quei lontani giorni il suo amore e la sua adesione per le nostre vicende, mai osservate con il distacco sterilizzato e asettico di altri suoi colleghi, ma rivis­sute e capite con una paca­ta passione, s’è ingigantito. Compra per settecento lire, ad un’asta di Oxford, una lettera del Generale che diventerà il suo primo tesoro. Viaggia in Italia con la tenacia di Law­rence e di Norman Douglas, con un impegno intellettuale che lascia per strada ogni mo­tivo romantico. Ne usciranno opere illuminanti come quella che prende in esame Cavour e la spedizione di Garibaldi in Sicilia, dove Mack Smith rico­struisce una serie di possibili ipotesi sul famoso colloquio tra Cavour e Sirtori che permette, se non di dissipare ogni dub­bio, almeno di chiarire non po­che circostanze intorno all’at­teggiamento dello statista pie­montese verso l’impresa dei Mille.

A cent’anni da Roma Capi­tale, proprio nel momento in cui dovremo sciogliere il nodo delle regioni — quanto influì sul « tessitore » la guerra ci­vile americana del ’60 e l’at­teggiamento di Abramo Lin­coln? — quali e quanti proble­mi ci attendono. Denis Mack Smith, come ogni storico, pre­ferisce rivolgersi al passato piuttosto che scandagliare un avvenire incerto. Da venticin­que anni a questa parte l’Ita­lia — dice — ha fatto passi da gigante. E ritorna a parlare di Garibaldi, di Crispi, di Salandra e di Rudinì. Che ci sia forse da imparare guardandosi indietro?


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Invito tutti a non inviarmi più libri in lettura. Per mancanza di tempo, e dall'11 novembre 2013 anche di salute, non posso più accontentare nessuno. Così pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Chiedo scusa.
Bart