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STORIA: I MAESTRI: I parenti prossimi del fascismo. I padri all’assalto

6 Maggio 2012

di Franco Gaeta
[da “La fiera letteraria”, numero 42, giovedì 19 ottobre 1967]

RAFFAELE MOLINELLI
Per una storia del nazionalismo ita­liano
Argalìa editore, 1966 pagine 207, lire 1800

Dialogo a cinque voci sul futurismo italiano
in « Il Contemporaneo », 28 luglio 1967 (n. 30 di Rinascita)

La storiografia italiana del secon­do dopoguerra è stata impegnata, per quanto riguarda l’età contemporanea, soprattutto dalla discussione sulla crisi dello Stato liberale e sul conse­guente avvento dello Stato totalitario. Rifiutata per motivi storiografici e politici la tesi crociana del fascismo come « parentesi », cominciò la cac­cia al precursore.

In verità, l’appropriazione indebita di alcune illustri glorie patrie era co­minciata per tempo e l’annoveramento tra la schiera dei Giovanni Batti­sta del fascismo di personaggi quali Crispi, Cavour, Mazzini e Oriani non fu invenzione di stranieri un po’ preda di esperienze singolari e con­vinti che il Passo di Calais o il ben più vasto Oceano Atlantico fossero le colonne d’Ercole dell’unica civiltà po­litica degna di questo nome.

I primi a segnalare l’itinerario Mazzini (Cavour)-Crispi-Mussolini fu­rono quanti a una reale, ma piuttosto opaca e modesta, origine provinciale del fascismo (da registrare nella co­lonna dei figli d’una società, tutto sommato, politicamente ed economi­camente quasi sottosviluppata) in­tesero sostituire una più nobilitante filiazione e trasformare il figlio della colpa nel legittimo erede di una fa­miglia per bene, che per alcuni arri­vava sino ad annoverare tra i suoi membri il massimo poeta nazionale. Il vetro, in altri tempi, era stato indi­viduato in personaggi della regnante dinastia e non ci si peritò di estende­re la prefigurazione a chi — almeno fisicamente — sembrava più adatto a incarnare il simbolo d’uno che met­teva in fuga la lupa sempre affamata della plebaglia.

A dire il vero, non furono soltanto gli « intellettuali del regime » a com­piere l’operazione. Con segno inverti­to, anche gli oppositori diedero a ciò man forte mediante la tesi del fasci­smo non rivoluzione, ma « rivelazio­ne»; tesi che ancor oggi miete vitti­me e successi non solo nella pubblici­stica, ma in più delicati settori, addot­trinando magari i giovani sulla pa­ternità giolittiana del fenomeno fa­scista: il quale discenderebbe dalla so­cietà civile e dallo Stato risorgimen­tale, realizzato quest’ultimo dalla classe borghese, che avrebbe avuto il grande torto di non compiere ciò che nessuno Stato né al di qua né al di là del Passo di Calais e dell’Atlantico aveva compiuto.

Ripetere che le malattie hanno tut­te la loro incubazione e che si tratta di vedere —- per entrare nello specifi­co — se l’ammalato è tale per tara ereditaria o per sopravvenuto malore, è ormai discorso stucchevole e c’è so­lo     da sperare che l’anamnesi diventi in questo caso piĂą precisa di quanto non sia stata finora e che gli alberi genealogici comincino a costruirsi con piĂą stretto rigore.

Due recenti pubblicazioni servono indubbiamente (e in misura diversa) a questa bisogna perché prendono in esame due parenti prossimi del fa­scismo, quali furono il movimento na­zionalista e il movimento futurista. Il discorso sul nazionalismo è un di­scorso in apparenza piano. Gli stessi fatti sembrano indicare la via da se­guire, dal momento che, fondendosi nel 1923, i due movimenti mostrava­no di possedere per lo meno un’affini­tà elettiva; ma il difficile è cogliere il nesso non tanto tra queste due forze politiche, quanto tra la più vecchia di queste forze e le correnti di opi­nioni che fiorirono nell’Italia postuni­taria almeno dal1876 inpoi. Quan­do il nazionalismo mosse i suoi primi passi, si era all’inizio dell’età giolittia­na: non occorse molto perché la vo­ce di Giolitti si trovasse inserita nel contrappunto; lo fu sin dall’inizio.

Alla prosaicità della politica di Gio­litti fu subito opposto l’eroicismo del nazionalismo corradiniano: ma occorre porre in rilievo che se le pa­role d’ordine più rotonde e altiso­nanti furono quelle della guerra e dell’espansione coloniale, altre e non meno interessanti e importanti for­mulazioni dell’ideologia nazionalista furono quelle che costituirono la ve­ra ossatura del movimento. In un’epo­ca d’imperialismi dirompenti, indica­re le reali o pretese necessità d’una conquista coloniale poteva anche non essere un sintomo preoccupante; ma la gravità della posizione nazionalista era piuttosto rappresentata da altri fattori, destinati a più tenace for­tuna che non l’esplosivo « irraziona­lismo » guerrafondaio estetizzante di Enrico Corradini.

A parte il continuo ditirambo spie­gato nei discorsi, nei romanzi e nel­le corrispondenze da Corradini, a par­te la « resurrezione del patriottismo », il nazionalismo si sostanziava di più seri ingredienti, che si potevano rias­sumere nell’antisocialismo di base che ne costituiva la più coerente e meno « irrazionale » caratteristica. Se si guarda alle costanti nazionalisti­che dall’inizio del secolo sino al 1922 e oltre, si può ben cogliere la funzio­ne critica che esso esercitò nei con­fronti della politica giolittiana che rappresentava l’unico serio tentativo d’una modernizzazione e d’un am­pliamento della vita democratica ita­liana.

Quando Corradini proclamava che « sono cronaca che passa, le agitazio­ni dei cittadini dentro il confine; so­no storia gli atti della nazione in co­spetto delle altre nazioni », egli non operava soltanto una « svalutazione della politica interna… in funzione di pungolo per spingere la classe diri­gente a operare una diversa politica estera », ma assumeva una precisa posizione proprio su quella politica interna che da una diversa politica’ estera avrebbe potuto (come in buo­na parte fu) esser messa in crisi o addirittura liquidata.

La riprova di questo paradosso, per cui, nonostante l’apparentemente van­tato primato della politica estera, la vera preminenza per il nazionali­smo nel suo sviluppo politico era in realtà detenuta dalla politica interna, si può cogliere ripercorrendo atten­tamente la storia del movimento e notando come al congresso fiorentino del 1910 i « padri fondatori » potes­sero mettersi d’accordo a mala pena sulla base della « comune convinzio­ne della mancanza d’una attiva politi­ca estera italiana », ma che ben pre­sto si mise in moto un processo di decantazione e di chiarificazione, al termine del quale l’ideologia e la pras­si nazionaliste acquistarono un’abbastanza organica fisionomia, proprio sulla base d’una presa di posizione sui più importanti problemi di politi­ca economico-sociale, di strategia e di tattica elettorale, di strutturazione dello Stato. In questo quadro trovano più che logica spiegazione episodi co­me la campagna anti-massonica del 1913 e l’alleanza elettorale con i clerico-moderati in funzione antibloccarda, e diventano del tutto chiare le connivenze naturali con i gruppi più conservatori del mondo industriale.

L’operazione politica di fondo era sostanzialmente individuabile nel­l’obiettivo di far saltare la cerniera che collegava, nel sistema politico giolittiano, la « sinistra » liberale alle for­ze popolari, e che era rappresentata dalle posizioni radicali, per costruire, sulla destra, un’altra cerniera che po­tesse operare un collegamento con le forze cattoliche su posizioni conser­vatrici. In questo gioco — che non fu dei soli nazionalisti, ma altresì della destra liberale (Salandra) — stava d’altra parte l’elemento che innesta­va il nazionalismo nella realtà politi­ca italiana e ne faceva la coscienza critica del conservatorismo.

Funzione, dunque — quella nazio­nalista — di netta rottura dell’equi­librio pazientemente costruito da Giolitti, al cui assalto, con diverse mo­venze, si accinse, in diverso ambito, anche il movimento futurista, del quale una valutazione in termini po­litici sembra essere piuttosto com­plessa. Lasciando da parte la funzio­ne di rottura in campo artistico, rie­sce piuttosto difficile condividere il giudizio che del futurismo dava Gramsci verso l’inizio del 1922. Che l’azione dirompente condotta nei con­fronti della tradizione letteraria cul­turale e accademica potesse « obietti­vamente coincidere » con la lotta del movimento operaio « per rompere le vecchie strutture economiche e poli­tiche » è un fatto più asserito che di­mostrato — a meno che non si voglia­no creare giudizi di tipo « milazziano » avanti lettera.

A Gramsci, formulare quel giudi­zio poteva indubbiamente giovare, ma occorre non scambiare l’interesse dell’uomo politico con la realtà e non confondere le posizioni strumentalistiche con il giudizio storiografico. In verità, al movimento operaio interes­sava o sarebbe dovuto interessare pa­recchio non solo la rottura (ammesso che essa rappresentasse un fatto « obiettivamente » positivo), ma an­che (forse soprattutto) il modo e la direzione in cui la rottura avveniva.

Né a questa considerazione pare possibile sfuggire allegando un’artifi­ciosa tripartizione cronologica della storia del futurismo politico. Dimo­strare un’estrazione democratica del futurismo ante-guerra mondiale è im­presa un po’ complicata: bisogna far sparire Mafarka, Le monoplan du Pape e Roi Bombance (che è un ro­manzo a chiave) e scambiare per ri­voluzionari dei semplici sovversivi.


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1 commento

  1. Comment di Carlo Capone — 6 Maggio 2012 @ 19:30

    Articolo interesante ancorchè dallo stile un po’ involuto.

    L’idrogeno e l’ossigeno sono i precursori dell’acqua, senza di essi non si forma. Occorre però che   subiscano una forte scarica elettrica affinchè diano luogo a quel liquido.
    Ugualmente,  il nazionalismo, il futurismo e un generico revanscismo senza reali punti di appoggio, furono i precursori del fascismo. ma se non ci fosse stata la scarica  violenta  della guerra 15-18 non credo che esso si sarebbe affermato.

    E comunque, volendo analizzare le cause per cui il movimento dei fasci  alla fine si impose, a parer mio non vanno sottovalutati gli avvenimenti internazionali di quel biennio di sangue e rivolgimenti sociali che fu il 19 -20, con la rivoluzione di ottobre in primo piano. Da qui lo spavento di una classe agraria e imprenditoriale piĂą miopi di talpe ( d’altro canto gli agrari e gli industriali non hanno come fine l’apostolato laico, nè alcun obbligo di esercitarlo), al quale spavento si aggiungero i pavori  di una Corona mai del tutto convertita alla legittima costituzionale, e le meschine fobie di un piccolo ceto tra i piĂą meschini d’Europa. Insomma, come se ossigeno e idrogeno avessero bisogno di scarica doppia per formare l’acqua.   

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