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STORIA: I MAESTRI: Il delitto Matteotti tra Viminale e Aventino

13 Settembre 2012

di Renzo De Felice
[da “La FieraLetteraria, numero 1, giovedì 5 gennaio 1967]

L’11 febbraio 1947, mentre il rinnovato pro­cesso per l’uccisione di Giacomo Matteotti si trascinava stancamente in Corte d’Assise, Pie­tro Nenni scriveva sull ‘Avanti! che, nonostante i nuovi elementi emersi, gli pareva proprio che ormai «sul delitto Matteotti non ci sarà più niente da dire ». A

prima vista potrebbe sembrare una boutade con la quale respingere in tronco il problema deH’attendibilità o meno delle « rivelazioni » che era venuto in quei giorni facendo Carlo Silvestri (nel 1924-25 uno dei più in­transigenti animatori dell’Aventino, ora difensore di Mussolini) e stroncare sul nascere ogni sorta di possibili speculazioni politiche. A ben vedere, a vent’anni di di­stanza, l’affermazione del leader socialista non pare aver perso nulla della sua validità. Non l’ha persa in sede morale e politica, ché nessuna prova documenta­ria sulla responsabilità prima del delitto — se mai si avrà — potrà scagionare il fascismo e Mussolini. E, in definitiva, non l’ha persa neppure in sede storica.

In vent’anni hanno visto la luce vari scritti di pro­tagonisti del delitto e delle vicende politico-giudiziarie ad esso connesse ; in realtà essi non hanno però mu­tato pressoché in nulla la nostra conoscenza dei fatti in questione (per i quali il quadro più esauriente resta sempre quello tracciato da Salvemini nel 1928) e — fatto non certo privo d’indicatività -— sono tutti pas­sati (anche il libro di Cesare Rossi di un anno e mezzo fa) tra il più generale disinteresse del grande pubblico. Contemporaneamente le nuove possibilità di ricerca aperte dalla caduta del fascismo e dalla intelligente li­beralità dell’amministrazione archivistica dello Stato, concedendo la possibilità agli studiosi di accedere a nuove fonti documentarie sin qui sconosciute, hanno permesso di stabilire che, per quello che riguarda la vi­cenda specifica del delitto Matteotti, i nuovi apporti documentari che queste fonti permettono sono del tutto secondari e che gli unici documenti che — forse — avrebbero potuto portare nuova luce (ci riferiamo in particolare a due fascicoli della segreteria di Mussoli­ni) sono quasi certamente andati perduti nelle dram­matiche vicende del 1945.

STORIA DEL DELITTO

Si deve, dunque, concludere che gli studiosi debbo­no, giocoforza, considerare impossibile ogni nuovo ulteriore approfondimento della storia del delitto Mat­teotti, di uno dei momenti nodali cioè della nostra storia più recente? Una simile conclusione sarebbe a nostro avviso del tutto sbagliata. Senza voler assoluta- mente negare l’importanza della vicenda particolare del rapimento e dell’uccisione di Matteotti e della que­stione — al di là degli esecutori materiali — delle re­sponsabilità di averle concepite e ordinate, è un fatto che il delitto Matteotti ha tutta una serie di addentel­lati. di precedenti, di conseguenze che vanno molto al di là — per tragica che essa sia stata — della pura soppressione del leader socialista; addentellati, prece­denti, conseguenze che non solo permettono di capire perché l’uccisione di Matteotti (certo non il primo de­litto del genere commesso dai fascisti dopo l’andata al potere) suscitò tanta impressione nell’opinione pub­blica e mise in moto un così decisivo processo di rea­zioni politiche a catena, ma permettono anche — in una prospettiva come è quella nella quale sempre più nettamente si muovono oggi gli studi di storia del fa­scismo, non più cioè di una moralistica visione dicoto­mica della lotta politica, ma di una reale comprensione delle ragioni soggettive ed oggettive del comportamento delle forze politiche presenti sulla scena — di supplire — almeno parzialmente — alla mancanza di documenti diretti sul delitto stesso e, se non proprio a ricostruirne la storia interna e le motivazioni, a valutare per lo meno meglio le varie interpretazioni che ne furono da­te in sede più or meno immediatamente politica.

Se questa è la strada da percorrere (e in questo senso ci pare traggano non solo le esigenze della ricerca sto­rica pura, specialistica, ma anche l’esigenza sempre più viva e trasparente delle giovani generazioni di una co­noscenza delle nostre recenti vicende nazionali meno legata alle interpretazioni dei protagonisti), la miglior conferma della sua validità ci pare sia offerta dalla re­centissima pubblicazione, presso le edizioni bolognesi de « il Mulino » e a cura di Giuseppe Rossini, degli atti, sin qui inediti, del processo intentato. nel 1924-25 da Giuseppe Donati contro il gen. Emilio De Bono per il suo operato come capo della polizia in occasione del delitto Matteotti e celebrato (essendo il De Bono se­natore) presso l’Alta Corte di giustizia del Senato (Il delitto Matteotti tra Viminale e Aventino, pp.1039, L. 6.000).

Sulla importanza di questa documentazione è inutile soffermarsi; basterà ricordare che se nel 1928 Salvemini poté pubblicare il suo già menzionato saggio The fascist Dictatorship in ltaly e tracciarvi con tan­ta sicurezza le vicende del delitto Matteotti, ciò fu in buona parte dovuto proprio al fatto di essere potuto venire in possesso non solo di alcuni dei verbali della istruttoria « ordinaria » del processo, ma anche della requisitoria « senatoriale » del pubblico ministero San­toro. Potere ora disporre non solo della requisitoria Santoro ma di tutti gli atti del processo costituisce — è chiaro — un apporto documentario di grandissima importanza e il cui interesse va ben oltre il fatto spe­cifico dell’assassinio di Matteotti e degli espedienti messi in atto dal fascismo e da Mussolini per cercare di ridurne le conseguenze politiche negative per essi (e in qualche caso anche penali) e investe, direttamente ed indirettamente, tutta una serie di problemi inerenti la storia del fascismo nel primo anno e mezzo dopo l’andata al potere; problemi per lo studio dei quali la documentazione pubblicata da Rossini costituirà a lungo una fonte essenziale.

UNA MINIERA DI NOTIZIE

Premesso questo, va però altresì detto che il contri­buto maggiore offerto da Rossini non è tanto quello documentario quanto quello interpretativo. Le circa duecento pagine del saggio introduttivo premesso alla raccolta degli atti costituiscono infatti a nostro avviso ciò che di più illuminante e convincente sino a oggi, in Italia e all’estero, è stato pubblicato sulla situazio­ne politica italiana nel 1923-24-25 e in particolare sul fascismo e su quella parte dell’opposizione « costitu­zionale » che diede vita all’Aventino (la posizione dell’« opposizione in aula » e quella dell’estrema sinistra esulano in parte dal discorso di Rossini e vi restano pertanto sullo sfondo). Sotto questo profilo il saggio di Rossini è una vera miniera di notizie, di integrazio­ni, di precisazioni grazie alle quali si può dire che per la prima volta è possibile capire veramente la realtà politica italiana di quel tempo; ed è possibile capirla anche in quei particolari, in quelle sfumature (fatte spesso anche solo di « voci » e di « stati d’animo », di notizie parzialmente o interamente false) senza i quali risulta difficile, per non dire impossibile, capire tutta una serie di atteggiamenti che si colgono e hanno sen­so solo se — superando una visione dicotomica che tutto appiattisce e genericizza — sono visti come altrettante tessere, di quel grande mosaico che è sem­pre la realtà di un Paese e che, a maggior ragione, era la realtà italiana nel 1923-25, inun momento cioè in cui veramente si giocavano per molti anni le sorti del Paese. E dovevano essere giocate nelle condizioni peg­giori: con un Paese stanco e disilluso, desideroso so­prattutto di pace, con una classe dirigente in larga parte screditata, una opposizione sparuta e arroccata, sia all’estrema sinistra sia tra i gruppi intellettualmen­te più vivaci, su posizioni di rifiuto o dello stesso siste­ma liberaldemocratico o della sua classe dirigente e un « fascismo » che non si sapeva ancora bene cos’era e dove andava.

Perché uno dei grandi pregi della fatica di Rossini è proprio questo: aver dimostrato che se, contro i so­stenitori, di varia epoca e di vario colore, della fatalità della vittoria fascista, hanno avuto pienamente ragione i Tasca e gli Chabod quando hanno sostenuto che sino alla fine l’andata al potere del fascismo non era inevi­tabile (e le lettere di Donati alla moglie dei giorni del­la « marcia su Roma » dimostrano che anche il futuro accusatore di De Bono non solo era consapevole di ciò, ma si rendeva addirittura conto che, contrariamente alle apparenze, il fascismo non aveva menomamente in tasca la vittoria ed era costretto a giocare il tutto per tutto proprio per non lasciarsi sfuggire una occa­sione che non sarebbe tornata più), il loro discorso può essere proiettato senza forzature ancora più in là nel tempo. Ancora dopo l’andata di Mussolini al gover­no, la vittoria del fascismo non fu per due anni buoni definitiva e fu tutt’altro che fatale.

Senza avventurarsi sul campo minato delle illazioni intorno ai propositi mussoliniani (impresa estremamen­te ardua, specie trattandosi di un uomo per il quale la politica si riduceva all’espediente tattico pressoché gior­naliero), Rossini dimostra bene come dopo la « marcia su Roma » il fascismo fu a lungo travagliato da una crisi gravissima e dilacerato da una serie di contrasti, personali ma anche politici, che gli resero estremamente precaria la vita e — quel che più conta — che prospet­tavano tutta una serie di soluzioni politiche, che — a loro volta — spiegano bene come le altre forze politi­che poterono sinceramente ritenere di avere ancora delle chances per indurre Mussolini ad una politica piuttosto che ad un’altra, sino a subire atti che repu­gnavano loro, ma che ritenevano di dover accettare pur di non provocare, con una opposizione intransi­gente, una reazione che avrebbe interrotto il processo di disgregazione interna del fascismo stesso. E’ sinto­matico a questo proposito che nel gennaio 1923 lo stes­so Donati ritenesse di poter tentare la carta di un ac­cordo diretto Mussolini-Sturzo.

Allo stesso modo, molto convincente è la spiegazione che Rossini dà del come e del perché fu proprio il delitto Matteotti ad aprire la strada al « congelamen­to » di questa situazione, sino allora in larga misura ancora aperta. In un certo senso è proprio a questo punto che il saggio di Rossini entra nel vivo del pro­prio assunto: quando, dopo aver esaminato la realtà del fascismo pre-delitto, passa ad esaminare l’atteggiamen­to delle opposizioni dopo il 10 giugno 1924. Di questo atteggiamento la denuncia di De Bono da parte di Donati (di cui una decina di anni or sono Rossini ave­va già studiato la personalità e l’azione politica e pub­blicati gli Scritti politici) e il successivo procedimento in Alta Corte non furono che un aspetto, ricostruirne le vicende permette però a Rossini di affrontare dall’interno, per problemi concreti, senza cadere in facili condanne o in altrettanto facili generalizzazioni, la complessa realtà dell’Aventino e di darne un quadro ricco e convincente.

Un quadro estremamente complesso, ma che acquista valore proprio da questa sua complessità che testimo­nia non solo le difficoltà insite in un accordo fra forze politiche così diverse, ma anche gli sforzi che la parte più consapevole dell’opposizione fece — almeno nei primi mesi dopo il delitto — per impedire che questo congelasse la crisi del fascismo e per cercare invece di farla giungere a maturazione. In questa prospettiva l’« errore » dell’Aventino non fu quello di avere solle­vato la « questione morale », maneggiata del resto, al­meno in un primo momento, con accortezza politica: ne è prova, ai primi di settembre, l’atteggiamento as­sunto rispetto al caso Gobetti-Delcroix, nel quale non vedremmo tanto il riflesso di una sostanziale diversità di posizioni tra Gobetti da una parte e gli aventiniani dall’altra, ma solo una diversa valutazione del partico­lare momento politico, caratterizzato per Il Mondo e per gli aventiniani dalla concreta possibilità di stac­care dal fascismo i combattenti e i mutilati, dei quali, appunto, Delcroix era uno dei maggiori esponenti. Più che di « errore » (e, in ogni caso, questo fu se mai commesso solo in un secondo tempo, quando l’Aventi­no si arroccò sulla sola « questione morale » e in no­me di questa rifiutò il collegamento con F« opposizio­ne in aula », manifesta e potenziale), dall’analisi di Rossini appare chiaro che si deve parlare di difficoltà, concrete e non sottovalutabili in sede di giudizio sto­rico, di trovare un punto di accordo positivo (per quel­lo negativo, antifascista, tutti erano d’accordo) per l’a­zione futura. Da qui scaturì l’immobilismo dell’Aventino e il suo perdere i contatti con la crisi fascista, che poté così essere definitivamente congelata proprio mentre stava per scoppiare più clamorosa.

LA VIA PIÙ FACILE

In questa situazione il gran merito di Donati fu quel­lo di aver tentato, con la sua denuncia di De Bono, di ridare vigore alla « questione morale » ormai in via di esaurimento e, al tempo stesso, di scongiurare il pericolo che l’immobilismo aventiniano si trasformas­se in crisi. Tutto ciò Rossini mette molto bene in rilie­vo e segue passo passo dandoci — lo abbiamo detto — la prima, sia pure necessariamente schematica talvolta, concreta analisi dell’Aventino, non visto più in termi­ni moralistici o di facile polemica, ma storicamente. E — fatto pure molto importante e nuovo — fornen­do al lettore una ricchissima documentazione che, se a nostro avviso suffraga le sue conclusioni, mette anche in grado chi voglia dissentire da lui di avere tutti gli elementi per cercare di motivare il proprio dissenso. Il che non è certo merito di poco, in un periodo come l’attuale in cui troppi preferiscono ancora la via più facile delle ricostruzioni monolitiche, da prendersi in blocco e di fronte alle quali il lettore non specializzato si trova disarmato, mancandogli la possibilità di fon­dare nei fatti il proprio eventuale dissenso.


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Invito tutti a non inviarmi più libri in lettura. Per mancanza di tempo, e dall'11 novembre 2013 anche di salute, non posso più accontentare nessuno. Così pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Chiedo scusa.
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