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STORIA: I MAESTRI: LA VITA DI GESÙ ATTRAVERSO LE FONTI CRISTIANE

25 Dicembre 2012

[Tratto dall’Universale Garzanti: “Religioni”]

La nascita e l’adolescenza

Le fonti cristiane sulla vita e l’opera di Gesù partono dalla convinzione di fede che Gesù sia il Cristo-messia promesso, il Figlio di Dio.

Gesù (7/4 a.C. – 30 d.C), nato da una famiglia ebraica discendente dal re Da­vide (albero genealogico: Mt 1,6; Le 3,31), era figlio putativo di Giuseppe, il falegname, e Maria. Dalla località di Nazaret, dove trascorse la prima parte della sua vita (Mc 1,9), venne anche chiamato «l’uomo di Nazaret» (Mt 21, 11) o il «Nazareno» (Mc 14, 67; Mt 2, 23; At 26,9).

L’evento della sua nascita soprannaturale, a opera dello Spirito Santo, fu an­nunciata alla vergine Maria, da un mes­saggero celeste (Lu 1,26-38): l’angelo Gabriele, mandato da Dio nella città di Nazaret, dove viveva la coppia di fidan­zati Maria e Giuseppe. Dall’angelo Maria apprese che lo Spiri­to Santo sarebbe sceso su di lei ed ella avrebbe concepito un bambino, cui do­veva dare il nome di Gesù perché que­sti, come figlio di Dio, avrebbe salvato l’umanità.

La nascita di Gesù a Betlemme, secon­do la predizione di Michea (5,1), è rac­contata da Luca nel cosiddetto Vangelo dell’infanzia (2,1-19): i genitori di Gesù, il padre putativo Giuseppe e la sposa incinta Maria, a causa del censimento ordinato dall’imperatore romano Augu­sto, si misero in viaggio verso la Giu­dea, e a Betlemme, in un’umile grotta, Maria partorì.

«Diede alla luce il suo figlio primogeni­to, lo avvolse in fasce e lo adagiò in una mangiatoia, perché all’albergo per loro non c’era posto» (Lu 2,7). Messaggeri celesti annunciarono l’evento straordi­nario, la nascita del salvatore, agli umili pastori del circondario, intenti a sorve­gliare le greggi.

In seguito, secondo l’usanza ebraica, Gesù venne condotto dai genitori al tempio di Gerusalemme e profetizzato salvatore di tutti i popoli dal vecchio Simeone: illuminato dallo Spirito Santo circa la natura divina del Nazareno, Simeone poté riconoscere in lui il messia tanto atteso.

Secondo Luca (2,1), Gesù nacque du­rante il regno dell’imperatore romano Augusto (31 a.C.-14 d.C.) negli anni del governo del re Erode (40/37- 4 a.C), (Lc l,5;cfr. Mt 2,1). L’anno di nascita di Gesù oscilla proba­bilmente tra il 7 e il 4 prima di Cristo, cosicché l’inizio dell’odierna cronologia cristiana è in realtà posticipato. I mar­gini di incertezza cronologica derivano dalla non provata identificazione dell’u­nico censimento storicamente accerta­to, tra il 6 e il 7 d.C, con quello bandito dal governatore romano in Siria Quirino. Matteo (2,1-12) ha messo in relazione la nascita di Gesù con un dato di difficile decifrazione, l’apparizione della stella ai Magi; un fenomeno straordinario, ta­le da condurre i Magi dall’oriente fino a Betlemme: qui, seguendo la scia lumi­nosa della stella, trovarono il bambino Gesù in una grotta e gli resero omaggio come nuovo re dei Giudei con offerte augurali.

Il re Erode, che regnava in quel periodo a Gerusalemme, informato dai Magi della nascita di un nuovo re dei Giudei, intrvvide nel bimbo appena nato un concorrente per il suo trono; stabilì, perciò, che fossero uccisi tutti i bambini (fino a due anni di età) nati a Betlemme. Giuseppe, avvisato da un angelo dei progetti di Erode, riparò in Egitto con Maria e Gesù, sottraendo il bambino all’eccidio.

 

Il Battesimo e il dono dello spirito

Nel Vangelo di Luca la storia dell’infan­zia di Gesù viene raccontata in paralle­lo con quella di Giovanni il Battista: annunciazione della nascita del Battista e di Gesù, incontro fra le rispettive ma­dri Elisabetta e Maria, nascita e circoncisione di entrambi.

La comparsa del Battista è collegata al movimento «battesimale» messianico, databile probabilmente agli anni 27-29.

Stretti furono pure i contatti, almeno all’inizio, con il gruppo giudaico di Qumrah, presso il mar Morto animato da forti tensioni messianiche: l’attesa di un messia-re si associava, in questo gruppo, alla fiducia nell’avvento di un messia sacerdote.

La parola di Dio raggiunse Giovanni nel deserto (Lc 3,1-18; Mt 3,1-12): spo­statosi sulle rive del Giordano, egli an­nunciava l’imminente giudizio di Dio, esortando le genti al Battesimo. Il rito, che comportava per il fedele l’immer­sione nelle acque del Giordano, si ac­compagnava alla confessione dei propri peccati nel nome di una fratellanza uni­versale tra tutti gli uomini: «Chi ha due vesti — raccomanda Giovanni — le di­vida con chi non ne ha e lo stesso vale per il cibo». Secondo il Vangelo di Mar­co, Gesù si sottopose al Battesimo di Giovanni.

Finito il rito, Gesù ebbe la conferma della sua missione da parte del Padre: «E, uscendo dall’acqua, vide aprirsi i cieli e lo Spirito discendere su di lui co­me una colomba. E si sentì una voce dal cielo: «Tu sei il Figlio mio prediletto (Sal 2,7). In te mi sono compiaciuto (Is 42,1)» (Me 1,9).

Marco (1,11) e Luca (3,22) esprimono la filiazione divina di Gesù attraverso una formula classica: «Mio figlio tu sei»; era la formula liturgica con la qua­le il sacerdote, in nome di Dio, salutava il neoeletto re d’Israele (Sai 2,7). Il significato di questo racconto battesi­male, in cui si possono riconoscere i tratti propri di una vocazione profetica, è da cogliersi nel forte accento conferito al riconoscimento della figliolanza divi­na di Gesù da parte di Dio. È quanto viene espresso in particolare dall’agget­tivo «prediletto» in associazione al so­stantivo «figlio».

Il Battesimo di Gesù, da cui prende l’avvio il Vangelo più antico, quello di Marco, è posto su un più alto piano escatologico, in parallelo all’ascesa al trono dei re d’Israele. Luca esprime la convinzione che Gesù sia figlio di Dio, del Padre celeste, già nell’episodio in cui Maria e Giuseppe ritrovano il figlio dodicenne intento a discutere coi dottori del Tempio e Gesù pone ai genitori la domanda dal senso per loro incomprensibile: «Non sapete voi che io mi devo occupare di quanto riguarda mio Padre?» (Lc 2,41-52). Il fatto, che Dio fosse padre di Gesù e si­multaneamente padre di tutti gli uomi­ni, lascerà un’impronta decisiva sulla futura attività pubblica di Gesù. Dopo l’esperienza della vocazione manifestatasi durante il Battesimo, densa di forti parallelismi con quella dei pro­feti dell’Antico Testamento (Is 11,2; 61,1; 63,11.14.19; Ez 1,1.4), dove l’aper­tura del cielo, la venuta dello Spirito e l’eco della voce di Dio sono segni degli ultimi tempi, Gesù abbandonò Giovan­ni il Battista.

Ritiratosi nella solitudine del deserto, s’impose un digiuno di quaranta giorni e quaranta notti nel corso dei quali subì l’assalto del tentatore. Con l’accenno, ripetuto per due volte, «Se tu sei figlio di Dio…» il tentatore suggerì subdolamente a Gesù tre espe­dienti per vincere gli uomini con il pa­ne, il miracolo e il possesso. Ma Gesù, proprio in qualità di «figlio di Dio», lo respinse (Mt 4,1-12).

L’opera di Cristo e l’annuncio del regno di Dio

Quando Giovanni Battista venne impri­gionato, Gesù, che all’epoca aveva circa trent’anni, percepì l’evento come un chiaro avviso perché intraprendesse pubblicamente la sua missione profeti­ca in Galilea. Come i rabbini ebrei rac­colse attorno a sé un gruppo di discepo­li (anche di donne), impegnandosi a in­segnare le Scritture nelle sinagoghe con discorsi e dispute sulla validità della legge antico-testamentaria.

Seguito dai suoi discepoli, percorse l’in­tera Galilea diffondendo la parola di Dio; in particolare operò a Cafarnao e nella regione attorno al lago di Gennesaret, donde proveniva la maggior parte dei suoi discepoli.

Fulcro del suo messaggio profetico è il lieto annuncio del prossimo avvento del regno di Dio e la conseguente esortazio­ne a cambiare modo di pensare (la conversione), come viene riassunto da Mar­co (1,15):

«Il tempo è compiuto e vicino è il regno di Dio. Cambiate la vostra mente (cioè convertitevi) e credete al Vangelo».

Il regno di Dio è in contrapposizione al potere dell’anti-Cristo (Belzebub, de­moni, morte, malattia, sofferenza, odio ecc.).

Lieta novella (greco: euangelion) di sal­vezza per gli uomini, il messaggio di Gesù si rivolge a tutti, Ebrei e non (pagani), adulti e bambini, uomini e donne, giusti e ingiusti (peccatori, pro­stitute, gabellieri), agli oppressi, ai di­sprezzati, ai perseguitati, che Gesù loda e chiama «beati» (Mt 5,3-10) nel cele­bre testo delle «beatitudini»:

« Beati i poveri di spirito, perché di essi è il regno dei cieli! Beati gli afflitti, perché saranno consolati! Beati i miti, perché erediteranno la terra! (cfr. Sal 37,11). Beati quelli che hanno fame e sete di giu­stizia, perché saranno saziati! Beati i mi­sericordiosi perché otterranno misericor­dia! Beati i puri di cuore, perché vedran­no Dio! Beati i pacificatori, perché saran­no chiamati figli di Dio! Beati quelli che sono perseguitati per causa della giustizia, perché di essi è il regno dei cieli!»

La salvezza annunciata da Gesù è un dono di Dio, non un merito dell’uomo. La salvezza ha inizio con Gesù (Mc 1,15) ma non è acquisita, è perciò pre­sente (Lc 17,21) e contemporaneamente futura (Mt 6,10). In parole e opere Gesù mostra che con lui ha avuto origine il regno di Dio e fa percepire agli uomini, attraverso la sua persona, la forza di questo regno. Che cosa significhi il regno di Dio per gli uomini e che cosa ci aspetti da loro, lo testimoniano soprattutto le parabole.

La risposta adeguata dell’uomo al dono della grazia di Dio è l’agire con la coscienza di appartenere al Signore. Nella «regola d’oro» (Mt 7,12) l’appello a questo nuovo agire cristiano trova matura espressione: «Tutto quanto desiderate che gli uomini facciano a voi, fatelo voi pure a loro».

L’amore del Padre celeste, che abbraccia tutti e tutto, esorta all’amore reci­proco, cosicché amore di Dio e amore per il prossimo sono indissolubilmente legati tra di loro (Mc 12, 29-31). L’amo­re per il prossimo riguarda chiunque abbia bisogno di aiuto. Nessuno è escluso, nemmeno il nemico (Lc 6,27 segg).

«Amate i vostri nemici; fate del bene a quelli che vi odiano; benedite quelli che vi maledicono; pregate per i vostri calun­niatori».

La raccolta di tali detti di Cristo, cono­sciuta come il Discorso della montagna, è da considerare la sintesi della dottrina di Gesù. Vale per tutti coloro che se­guono l’insegnamento di Gesù e mostra «l’essere cristiano» nel mondo attraver­so numerosi esempi di vita. L’«insegnare» (greco: didaskein) e l’«annunziare» (greco: keryssein), da parte di Gesù, la venuta del regno di Dio trova riscontro anche nei suoi mi­racoli.

Entrambe le parole usate nel Nuovo Te­stamento per esprimere queste «azioni» prodigiose (dynameis, «azioni potenti», semeia, «segni») richiamano l’attenzio­ne sull’efficacia della forza divina, che è testimoniata dall’operare di Gesù. Egli spiega queste forze misteriose quali se­gni del regno di Dio ormai inaugurato, da cui promana appunto il potere salvi­fico. Esse sono presenti nelle parole e nelle azioni di Gesù e sono pure alla ba­se del movimento escatologico-messianico che si sviluppa attorno a Gesù. Di­scordanze si riscontrano a proposito dell’arco temporale lungo cui si dispie­ga l’attività pubblica di Gesù: per i Vangeli sinottici (Matteo-Marco-Luca) un anno, mentre il Vangelo di Giovanni parla di tre feste di Pasqua a cui Gesù avrebbe partecipato (2,13/23; 6,4; 11, 55; 13,1).

La morte sulla croce e la risurrezione

L’opera di Gesù suscitò forti ostilità presso i contemporanei (Mc 3,31) e so­prattutto presso il mondo ufficiale giu­daico (Mc 3,22), scandalizzato dalle posizioni assunte da Gesù nei confronti dei precetti tradizionali ebraici (in par­ticolare le norme di purità e il coman­damento del sabato). Agli occhi dei Ro­mani egli apparve poi come un perico­loso messia politico (Lc 23,2; Gv 19, 12.15).

Così, in occasione di un viaggio a Geru­salemme per la Pasqua, Gesù, inizial­mente osannato come messia da uomini giubilanti, venne arrestato e condanna­to.

Il racconto dei momenti che precedette­ro e poi seguirono l’arresto viene ripor­tato da tutti gli Evangelisti: l’Ultima Cena insieme ai discepoli la sera prima della sua morte (cena eucaristica), l’ar­resto nel Getsemani, l’interrogatorio davanti al Sinedrio giudaico, la flagella­zione, l’incoronazione di spine, la con­danna a morte sulla croce emessa dal romano Ponzio Pilato, infine la via cru­cis, la morte e la sepoltura. Gesù condannato come agitatore politi­co venne crocifisso, secondo l’usanza romana, in mezzo a due malfattori. La crocifissione era la pena capitale inflitta nell’antichità a delinquenti, schiavi, ri­voltosi e criminali di guerra.

Sulla tavola inchiodata alla croce, era riportato il motivo ufficiale della con­danna a morte: «Gesù di Nazaret, re dei Giudei», abbreviato tradizional­mente nella sigla «inri» (Gv 19,19). L’anno della morte di Gesù cadde nel periodo in cui era procuratore romano della Giudea Ponzio Pilato (26-36 d.C.) e il giorno della sua esecuzione capitale fu un venerdì prima di Pasqua (vigilia della Pasqua ebraica: Mt 27,62; Mc 15. 42; Lc 23,54; Gv 19,14). Secondo il Vangelo di Giovanni questo venerdì cor­rispondeva al 14 del mese di nisan (18. 28; 19,14 e 31) mentre in quelli sinottici (Matteo, Marco, Luca) al 15 dello stes­so mese (marzo-aprile). Secondo il Van­gelo di Giovanni la data di morte di Gesù potrebbe essere dunque stata il 7 aprile dell’anno 30 d.C. Per gli Apostoli e anche per i discepoli successivi di Gesù (per esempio Paolo) questi era il Cristo (messia): nel «Van­gelo di Gesù Cristo» secondo Marco (1,1), tale convinzione viene confermata dalla professione di fede di Pietro nei confronti del messia (Mc 8,27-30), nel racconto dell’ingresso trionfale di Gesù a Gerusalemme (Mc 11,1-10), e ancor più, nelle apparizioni di Pasqua (Prima lettera di Paolo ai Corinti 15,3-8; Mt 28; Lc 24; Gv 20): Dio non abbandona in­fatti nel sepolcro il suo messia dopo la morte in croce, ma lo resuscita, l’umiliato in croce è innalzato da Dio nella gloria, come vien detto nel raccon­to dell’ascensione di Cristo (Lc 24,51 e Atti degli Apostoli 1,9). Gli altri appellativi di Gesù — come rabbi, profeta, messia (Cristo), figlio di Davide, figlio dell’Uomo, figlio di Dio, Signore, salvatore e Logos — sono le definizioni impiegate dalle diverse co­munità palestinesi ed ellenistiche nella lingua della loro fede per esprimere ciò che Cristo significa per loro nel presen­te e nella parusia, cioè nella sua venuta ultima e definitiva alla fine dei tempi.


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Invito tutti a non inviarmi più libri in lettura. Per mancanza di tempo, e dall'11 novembre 2013 anche di salute, non posso più accontentare nessuno. Così pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Chiedo scusa.
Bart