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STORIA: I MAESTRI: L’assassinio di Martin Luther King. Vedremo la Terra Promessa

24 Giugno 2014

di Romano Giachetti
[da “La Fiera Letteraria”, numero 17, giovedì 25 aprile 1968]

New York, aprile

“Il nostro re non morirà mai”, diceva una larga iscrizione stampata portata all’occhiello da migliaia di negri, domenica 7 aprile al Central Park di New York, durante la cerimonia commemorativa per l’uccisione di Martin Luther King. Avevano messo i vestiti della domenica, quei negri, e le donne cappelli neri con veletta; alcune erano venute indossando le toghe di stile accademico che portano nelle loro chiese, quando cantano; altre cantavano davvero, tra un discorso ufficiale e l’altro, e cantavano nenie accorate e commosse, ma sostenute da un ritmo vigoroso, mentre solo qua e là i seguaci di Rap

Brown urlavano, subito zittiti, imprecazioni e incitazioni alla rivolta. Tra loro, parecchi bianchi si unirono al coro; c’erano anche bambini, bianchi e negri, tenuti per mano, e non facevano parola.

Nello stesso momento, parecchie miglia più a sud, nell’ormai famosa Memphis, si stava svolgendo un’altra cerimonia, non meno commossa, e forse anche più significativa. Al campo sportivo, dove la partita di foot-ball era stata rimandata per rispetto alla memoria dell’ucciso, migliaia di persone si davano convegno, ma qui, non c’erano oratori ufficiali, non c’erano dichiarazioni commemorative: non si aspettava nulla e nulla accadeva. La gente arrivava e si sedeva sulle tribune di legno, sotto un sole sbiadito ma già caldo: una folla silenziosa, vestita di scuro, con fasce di lutto al braccio, che si dava spontaneamente convegno in una dimostrazione di solidarietà che forse, tra tutti gli avvenimenti dei giorni seguiti alla morte di Martin Luther King, ha costituito quello di maggior rilievo, fedele com’è stato agli insegnamenti del predicatore della non violenza: perché questa folla era composta di bianchi e negri, ed era lì al solo scopo di mostrare che bianchi e negri possono anche ritrovarsi insieme, pacificamente, ed essere bianchi e negri e americani allo stesso tempo, in una imprevedibile affermazione di rara maturità.

Dopo i violenti disordini dei primi giorni, che avevano fatto temere il peggio, sono forse questi i due avvenimenti che meglio delineano la reazione generale del popolo negro americano all’uccisione del loro leader. Certo, gli animi non sono ancora calmi, c’è un’enorme tensione nei quartieri negri delle grandi città, altre cose possono accadere specialmente ora che, al dolore si è sostituito un senso come di repressione forzata, di impotenza; ma ogni negro, e molti bianchi, capisce che quello che gli si chiede in questo momento è una risposta della massima gravità: gli si chiede di dimostrare il suo attaccamento alle idee di Martin Luther King portando avanti la sua opera di “non violenza attiva”, o di scartare quelle stesse idee come distrutte dalla violenza che combattevano e di ricorrere quindi ai mezzi estremi.

Abbiamo creduto opportuno avvicinare, qui, il vero protagonista della cronaca di questi giorni: l’uomo, l’uomo negro della strada, quello che ha dato fuoco alle case di Washington, di Baltimora, di Chicago, che ha sparato sulla polizia di Detroit, quello che ha saccheggiato e distrutto in una furia incontrollata per pochi giorni ma con conseguenze gravissime in vite umane e beni materiali; ma anche quello che si è trovato schiacciato dal peso degli avvenimenti, che ha reagito col silenzio nel dolore, che ha saputo trovare un equilibrio civile in un momento dei più difficili; e quello, infine, che ha indicato a se stesso e agli altri che la vita di una grande società moderna è fatta, al di là della retorica delle parole, proprio di quella dignità che Martin L. King cercava per la sua gente.

“Brucia, ragazzo, brucia!” Queste parole correvano sulla bocca di parecchi giovani, la notte dell’assassinio.

“Non sapevamo che fare, dovevamo pur fare qualcosa. Perché ingoiare anche questa passivamente?” dice, oggi, uno dei saccheggiatori dei negozi della 116a Strada di New York. Si erano ritrovati nelle strade come per caso, dopo aver fatto tacere la radio che aveva confermato per la decima volta la notizia della morte di Martin Luther King. Harlem, quando è in agitazione, è un quartiere pauroso: la paura si sente nell’aria, si vede sui visi di tutti, e cova sempre la ribellione. Fu una ribellione inconsulta, disordinata, priva di un vero fine, se non quello di esplodere. Saccheggi, incendi. La gente si riversava nelle strade da alcune case a cui avevano appiccato il fuoco. “Ma erano le nostre case”, dice un giornalaio di Lenox Avenue. “Non c’è nemmeno un bianco tra noi, viviamo l’uno sull’altro come formiche. Che senso c’era?”

Già, che senso c’era? Ė quello che andava ripetendo, quella notte, il sindaco Lindsay, venuto apposta a Harlem, lui l’unico bianco in vista, in mezzo alla folla negra. Cercò di organizzare una marcia nelle strade di Harlem. “Seguitemi, state calmi, io vengo con voi”. Lo seguirono, ma per poco. Alcuni dirigenti negri lo portarono via: era pericoloso. Eppure Lindsay è stato l’unico sindaco che abbia avuto il coraggio, in quell’ora di panico, di scendere nelle strade del quartiere negro della sua città. Non lo hanno fatto i sindaci di Chicago, di Detroit, di Jackson, di Pittsburgh, di Memphis: in queste e in una quarantina di altre città le notti del 4 e del 5 aprile furono sanguinose, violente. I settecento incendi di Washington parlano chiaro. Il numero dei morti, che continua a salire, parla chiaro. I soldati della riserva chiamati a pattugliare i grandi centri con le baionette innestate parlano chiaro. E parlano chiaro i molti senzatetto, le centinaia di negozi distrutti, i bambini feriti, i malati lasciati senza cura in momenti estremi.

 

Se io fossi un negro

 

Di una di queste contraddizioni si fece portavoce, in una drammatica trasmissione alla televisione, una delle personalità più in vista del mondo dello spettacolo, il comico Joey Bishop, la sera stessa dell’assassinio. Quella sera, come di consueto, il suo programma doveva essere trasmesso, da Los Angeles, alle dieci. Ma anche Bishop, come altri attori, era stato raggiunto verso le nove da una telefonata del Vice Presidente Humphrey: “Joey, cancella il programma, o fai qualcos’altro, il Paese ha bisogno di essere tenuto in mano”. Joey Bishop non se lo fece ripetere due volte: riunì una mezza dozzina di grossi nomi tra attori, scrittori, autorità cittadine. Alcuni erano negri, altri bianchi. C’era anche il sindaco di Los Angeles, Samuel W. Yorty, e fu proprio con quest’ultimo che Bishop ebbe una concitata discussione, nel corso del programma improvvisato, sul significato di essere negro, oggi, in America.

“Se io fossi negro”, disse Joey Bishop, “e stessi combattendo in Vietnam, mi domanderei: ma quale libertà sto portando a questa gente, quando la mia gente non sa nemmeno cosa sia questa libertà, a Memphis come a Los Angeles, a Detroit come a Cleveland, nell’Ohio come nell’Idaho?” Il sindaco Yorty reagì con rabbia e abbandonò clamorosamente lo spettacolo, ma quella sera sembrava che Bishop stesse interpretando, con inconsueta serietà, i sentimenti di tutti. “La televisione è un mezzo tremendo”, dichiarava più tardi il Presidente del quartiere di Manhattan, Percy Sutton, “e Lindsay fece molto bene a proibire che i teleoperatori circolassero in Harlem la sera di giovedì”.

Ma altrove, la televisione documentava l’ondata di risentimento che stava montando: quelle immagini rimbalzavano sulle famiglie negre dell’America, e il sangue cominciava a bollire. “Era il momento della rivolta”, dice un membro del partito politico più estremista degli Stati Uniti, il Progressive Labor Party, di carattere filocinese. “Come avevano risposto alla dottrina della non violenza di King? Col sangue. Che c’era, e che c’è tutt’oggi, da aspettarsi da quella dottrina? I bianchi dell’establishment non molleranno mai il potere; bisogna prenderglielo con la forza. Purtroppo manca un’organizzazione capillare”.

Gli fa eco un dirigente dei Black Muslims, i nazionalisti musulmani negri, di Harlem, che chi scrive ha potuto avvicinare, in uno dei momenti più drammatici, solo rischiando una colluttazione (il particolare viene riferito qui per esemplificare in modo diretto l’umore collettivo che pervadeva le strade di quel quartiere il giorno dopo l’uccisione di King) : “Non c’è altra soluzione, dobbiamo uccidere, uccidere. Non può esserci pace tra noi e voi.

Noi siamo una minoranza ma abbiamo la paura e la forza della rivolta dalla nostra parte. Voi finirete con l’essere impotenti proprio per il senso di colpa che vi portate dentro. Eppoi, noi non abbiamo nulla da perdere: voi ne avete anche troppo. Vi uccideremo tutti”.

 

Non ci fermeranno sempre

 

I Black Muslims sono scesi nelle strade, ma non hanno trovato pronti a seguirli che poche migliaia di giovani (non dimentichiamo che Harlem ha circa 350 mila abitanti): i giovani, per esempio, che fanno certo parte di quel 33 per cento di disoccupati negri che non trovano modo di inserirsi nella società. Per tre giorni si sono riuniti in gruppi di cinquanta o cento, su a Harlem; hanno preso la metropolitana, dopo aver saccheggiato i negozi della 135“ Strada e dell’Ottava Avenue (meno quelli che recavano la scritta: “Soul Brother”, proprietario negro), e sono scesi a Times Square, dove hanno tentato di ripetere gli atti di violenza. Un imponente schieramento di polizia li ha poi fermati. «Ma non ci fermeranno sempre” dice un giovane disoccupato che a volte fa le pulizie nella Chiesa del Divin Salvatore di Amsterdam Avenue. “Martin Luther King è morto e questo dimostra che le sue idee non andavano bene per la nostra nazione. Non lo hanno fatto fuori con le parole, che erano la sua arma, ma con una pallottola”.

La cronaca ha registrato centinaia di episodi: le strade ne erano piene, ogni persona aveva una storia. Ma che ne è delle mille storie che non verranno mai raccontate, quelle che hanno fatto accelerare i battiti del cuore di Harlem o di Watts prima di arrivare al sangue? Nella 113a Strada di Harlem c’è una scuola pubblica. Sembra una prigione, da com’è brutta; eppure è una delle migliori scuole elementari di New York. Il direttore è un bianco, un ebreo che cerca di dirigerla con i sistemi delle public relations, col sorriso e il braccio fermo. Ha anche fatto cose notevoli, per la sua scuola: ha organizzato, per esempio, un impiego fisso di alcune madri del quartiere che, in classe, aiutano per alcune ore al giorno le insegnanti (quasi tutte bianche), il che facilita l’educazione dei bambini negri. Ma anche in questa scuola, venerdì 5 aprile, c’era un senso di sfacelo, come se anni di lavoro fossero finiti nel nulla.

Le “madri” si presentarono puntuali, ma perplesse. Le insegnanti bianche erano impaurite, quelle negre le guardavano con freddezza. Molti bambini erano rimasti a casa. Quelli che erano andati a scuola guardavano le loro insegnanti con occhi sbarrati: “Miss Jenkins, ma com’è che ha tanto coraggio?” Oppure: “Miss O’Brien, non ha paura che la linciamo?” O ancora: “Maestra, ci lasci andare via prima, oggi, ho visto una televisione portatile in un negozio della 125a Strada che ci farebbe comodo a casa. Voglio andare a prenderla”. Bambini di sei-sette anni. Un altro, un alunno di quinta, si vantava: “Io e mio fratello ne abbiamo presa una ieri sera. Ė a colori”.

 

A pezzi le vetrine di Fulton Street

 

Dice Jerry S. White, un assistente sociale negro sulla trentina che la notte del giovedì era nelle strade come tutti, ma per frenare la rivolta: “Molti non aspettano altro che l’occasione. Hanno alle spalle anni e anni di privazioni, di miseria, di desideri. I bambini ripetono quello che sentono dire dagli adulti. Ma come li cureremo, poi, questi bambini?” Nel quartiere negro di Brooklyn, Bedford-Stuyvesant (400 mila abitanti), i ragazzi di un’altra scuola pubblica, venerdì mattina, rovesciarono non si sa come un autobus, e disertarono in massa la scuola per andare a spaccare vetrine in Fulton Street.

Sulle loro facce, l’odio, la ribellione, i mille soprusi che trovavano una rivendicazione improvvisa. Un bambino di nove anni dichiara serio serio: “I bianchi ci fregano sempre, perché non dovremmo fregarli una volta noi?”. E torna, oggi, a giocare a pallone.

“Se la polizia si fosse comportata come al solito”, dice un portalettere negro, sempre a Brooklyn, “ci sarebbero scappati parecchi morti. Per fortuna dovevano avere avuto ordini precisi: si limitavano a parlare, a dirci di star calmi, e i bastoni volarono solo in un paio d’occasioni”. Una donna di Harlem, incontrata in un supermercato che ha riaperto nonostante che due sere prima fosse stato quasi compietamente svaligiato, dice: “Non si può capire, se non si è negri, cosa significhi la morte di Martin Luther King. Era stato a mangiare da me un mese fa, voleva vedere come vive la gente povera davvero. Io non so ancora credere che sia morto. Ma perché il mondo è tanto ingiusto?”. Un’altra donna ha perduto la casa in uno dei rari incendi. Dice: “Per fortuna io e le mie creature avevamo dove andare, dai miei. Altrimenti, dove saremmo a quest’ora?” Sembra aver visto l’inferno, ha i capelli scomposti e una bambina in braccio, che stranamente, dorme.

“Ma dobbiamo capire che Martin Luther King è morto”, dice Roy Wilkinson, capo dell’organizzazione negra NAACP di New York, “e fare che non sia morto invano. Predicava la non violenza: perché dovremmo reagire alla sua morte con la stessa violenza che l’ha ucciso?” Ad Atlanta, nella Georgia, migliaia di persone sono sfilate, domenica 7 aprile, di fronte alla bara di Martin Luther King: una processione silenziosa che ha rievocato il paralizzante stupore che colse la nazione all’indomani dell’assassinio del Presidente Kennedy. “In momenti come questi”, dice Janet Brown, una ragazza che lavora per la campagna elettorale di McCarthy a Harlem, “conta poco essere bianco o essere negro. Kennedy e King sono stati uccisi dalla stessa forza reazionaria che sta dilaniando il nostro Paese da anni. Io sono fiera di essere negra, oggi, perché Martin Luther King era negro, ma ieri ero fiera di essere americana perché Kennedy lo era. Forse, da tanta tragedia, verrà fuori qualcosa di buono; forse la gente imparerà a dimenticare il colore, la razza, la religione. Se non lo faremo, sarà la fine”.

 

Perché deluderlo da morto?

 

Il parere di un uomo politico della Contea di Nassau, un negro che curiosamente desidera di non essere identificato, è ottimista: “Ci stiamo avvicinando a una presa di coscienza definitiva. Il Vietnam e il problema razziale non fanno più parte di quel corso di gradualismo che tipicizzava la nostra società fino all’avvento di Kennedy: sono sintomi violenti di una rapida maturazione. Non potrà che conseguirne un miglioramento generale, anzi una soluzione quasi completa”. Meno positiva è l’opinione, raccolta ancora a Harlem, di un religioso, il reverendo John Forsythe: “Martin Luther King aveva visto, dalla cima della montagna, la terra promessa. E senza dubbio quella terra promessa esiste. Ma ci vorranno ancora molte generazioni prima che il sangue venga lavato con la parola. Oggi, ed è già un progresso, non lo laviamo più col sangue, ma col fuoco. Domani chissà? Gli uomini non hanno ancora imparato a rispettare il loro essere uomini”

“Martin Luther King” dice un insegnante negro che la notte del 5 aprile si trovò per caso nei disordini della 135a Strada, “predicava la disobbedienza civile alle ingiuste leggi segregazioniste: è questa la lotta che dobbiamo continuare. Gli incendi e il saccheggio non ci porteranno da nessuna parte”. Un membro del movimento politico delle Black Panthers aggiunge: “In un certo senso sono d’accordo, perché non è con la delinquenza giovanile che rivendicheremo i nostri diritti: è con una rivoluzione organizzata. Quando l’avremo organizzata davvero, ben altri incendi e ben altri saccheggi cambieranno fisionomia a questo Paese”.

E una donna, probabilmente una domestica, fa eco a quelle cupe parole:

“Non ne possiamo più. Ora hanno ucciso anche il migliore dei nostri. Perché dobbiamo aspettare per avere ciò che ci spetta? Io ho quattro figli, tutti maschi. Cosa diventeranno da grandi? Teppisti o fattorini mal pagati in qualche ufficio del centro. Vi pare una prospettiva lieta?”. Come lei, milioni di altre madri, in ogni parte dell’America, guardano al futuro con pessimismo. “Ma l’opera di Martin Luther King», dice un’altra donna, Jacqueline Phillips, una cantante di Harlem, “non può essere interrotta. La sua Southern Christian Leadership Conference ha ramificazioni anche qui al nord. E soprattutto, la sua opera di pace arriva a tutti noi: aveva trionfato da vivo, perché dovremmo deluderlo da morto?”

 


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A chi dovesse inviarmi propri libri, non ne assicuro la lettura e la recensione, anche per mancanza di tempo. Così pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Ho problemi di sordità. Chiedo scusa.
Bart