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STORIA: I MAESTRI: L’invasione della Cecoslovacchia. Sette giorni

27 Ottobre 2013

di Carpendras (Manlio Cancogni)
[da “La fiera letteraria”, numero 36, giovedì, 5 settembre 1968]

« Se i russi dovessero ancora intervenire nelle faccende Interne della Cecoslovacchia per mutare il nuovo corso de­mocratico », mi diceva F. una sera giocando a scacchi, « mi dimetterei per la seconda volta dal PC ». Era la sera del 20 agosto. F. era tranquillo, preso dal gioco molto più che dal­la politica. E infatti che cosa c’era da temere? Non vi era già stato fra russi e cecoslovacchi un onorevole compro­messo?

L’indomani, al mattino, come sempre sono entrato nel caffè sotto casa, col giornale non ancora spiegato in mano. F. stava in un angolo, in piedi davanti al cappuccino, il giornale ancora piegato nella tasca della giacca. Vedendomi ha sorriso tristemente continuando a inzuppare la brioscia. Pensando che volesse restar solo con i suoi pensieri (m’era parso pallido) ho aperto il giornale.

Letto il titolo, « Truppe russe hanno invaso la Cecoslo­vacchia », ho alzato gli occhi su F. Mi ha fermato con un gesto della mano, ha scosso la testa. « Non mi parlare, non ho ancora voluto leggere…». Mi chiedo: si dimetterĂ ? Non credo. Quanti intellettuali comunisti o filocomunisti saran­no in questo momento, come F., un po’ pallidi e un po’ tri­sti, a cercare ispirazione dentro il caffè e latte della loro co­scienza!

Durante i colloqui di Cierna, la cittadina ai confini fra la Russia e la Cecoslovacchia, avevo detto a D.: « Vedrai che ora li arrestano tutti e se li portano in Russia ». D. s’era messo a ridere. « Impossibile! Assurdo! Sarebbe una creti­nata inaudita! ». Ne convenni; ora mi pento di non essermi fidato dell’istinto. Mai ragionare in politica. La politica è al disotto della ragione, dell’intelligenza, della fantasia e per­sino del buon senso.

PerchĂ© meravigliarsi? Si legga l’etĂ  di Breznev e dei suoi colleghi. Sono tutti piĂą o meno intorno ai sessant’anni. So­no cresciuti, si sono formati alla scuola di Stalin, in un’epo­ca, tutti ne convengono, poco propizia allo sviluppo intel­lettuale, al senso critico, all’immaginazione, almeno per i politici che iniziavano la loro carriera. Per trent’anni sono stati dei modesti, ottusi, servili burocrati. Se fossero stati diversi, liberi, vivi, immaginosi, non sarebbero al posto che occupano. E dunque, in che cosa si sperava?

« Non mi pare il caso di firmare », mi dice B., al quale ho sottoposto il testo di una protesta di intellettuali. « Per­ché?», chiedo. « Perché » mi spiega, « sarebbe pleonastico. Forse che potremmo approvare i russi? ». « Evidentemente no », balbettò, riponendo il foglio in tasca. Però B. non ha perso l’occasione per firmare, in passato, altri proclami, al­tri appelli, altre proteste: per esempio contro l’intervento americano nel Vietnam. Stando alla sua logica vorrà dire che quei fatti non erano altrettanto chiari, indiscutibili. Ho capito: si può firmare solo manifesti che denuncino o ap­provino situazioni incerte. Comunque B. e tanti altri come lui, non firmano. Colpa della pleonasticità.

Anni fa a Pietroburgo, conobbi uno scrittore, di quelli che poi furono arrestati nell’autunno scorso, che mi fece una diagnosi severa sulla situazione interna del Paese. « La nostra tragedia », mi disse, « è la stupiditĂ  della nostra classe dirigente. Dovunque, in qualsiasi settore della vita pubblica, politica, economica, culturale, regna la stupiditĂ . Il male è tutto qui. Stalin ha ridotto la Russia, per quel che riguarda l’intelligenza, un ospedale. Per guarire c’è bisogno di tempo, molto tempo. Bisognerebbe aprire le finestre, la­sciare entrare l’aria… » Come chiedere a un carceriere di lasciare aperte le porte.

Chiedo a G. un giovane della protesta globale rimasto, Dio sa perchĂ©, in cittĂ . « E allora, questo intervento non lo contestate? » Ride. « Forse che », mi risponde, « gli Stati Uniti non sono intervenuti nel Vietnam? ». E mi pianta. Non fac­cio in tempo a replicare: « GiĂ , ma per il Vietnam, voi pro­testate. PerchĂ© non scrivete, come per Johnson, che Hitler è vivo e sta al Cremlino? ». E’ incredibile come questi ra­gazzi, siano svelti a passare, dalle nobili invocazioni per un’umanitĂ  totalmente affrancata da ogni servitĂą, ai con­cetti piĂą classici e cinici della realpolitik. Quelli che si ha la ventura d’incontrare in cittĂ ; i piĂą sono ancora al mare, o ai monti, o in crociera, o in viaggio all’estero, molto lon­tani. Se l’occupazione della Cecoslovacchia fosse avvenuta a ottobre, in tempo d’esami, allora, forse…

Hanno firmato il compromesso. Svoboda è tornato a Pra­ga, la libertĂ  dei cecoslovacchi s’è persa per strada. « Che schifo! » mi fa R. pieno di nausea e di sdegno. Eroe della resistenza, democratico progressista, anglomane, non ho dubbi sulle sue intenzioni. Tuttavia, non si sa mai… « Chi? » chiedo. « Gli Stati Uniti », sbotta, « L’Inghilterra! ». Sono sorpreso, non trovo le parole. E lui: « Non hanno bat­tuto ciglio, hanno lasciato fare ai russi, consentendo… Che schifo! ». « E che cosa avrebbero potuto fare? ». « La guer­ra », risponde truce, guardandomi negli occhi. « Ma è assur­do, è impossibile… ». « E allora tacciano ». « Ma io penso che si abbia il diritto e il dovere di protestare ». « A che pro? La veritĂ  ormai è chiara. Su, su, confessalo anche tu ipo­crita: le piccole nazioni non hanno diritto di esistere. Ave­va ragione Hitler ».

Ma poi chi dice che siano stati così stupidi? Bestioni, co­noscono solo poche elementari eterne verità: che i morti non parlano più, che le malefatte, se riescono, col tempo si trasformano in nobili imprese, che la forza ha sempre un bel numero di ammiratori. Speriamo che i nostri politici non trovino un pretesto (con l’illusione di raccoglier più voti che in maggio) di sciogliere la camera e indire nuove elezioni: il PC, grazie all’intervento russo, farebbe un altro balzo in avanti.


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Invito tutti a non inviarmi più libri in lettura. Per mancanza di tempo, e dall'11 novembre 2013 anche di salute, non posso più accontentare nessuno. Così pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Chiedo scusa.
Bart