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STORIA: I MAESTRI: Luigi Federzoni. Era pronto a sostituire Mussolini

7 Marzo 2015

di Furio Sampoli
[da “La Fiera “Letteraria”, numero 21, giovedì 25 maggio 1967]

In un saggio sull’avanguar­dia letteraria, uno dei suoi maggiori teorici giustifi­ca il « fenomeno », basandosi su due punti: l’impossibilitĂ  della storia di spiegare la vi­cenda umana (« la storia or­mai è un valore perduto… non è piĂą un significato, ma solo un accadimento » ) e la crisi delle ideologie («nessuna ideo­logia oggi è in grado di offri­re una interpretazione esau­riente del mondo»). S’inten­de, siamo nel campo lettera­rio. e può essere questo un avvio non assolutamente per­tinente a parlare di storia. E’, però, un sintomo non trascu­rabile. Qualche anno fa uno studioso svizzero J. Meynaud, pubblicava un libro sul Desti­no delle ideologie, indicando­ne appunto i limiti in una so­cietĂ  sempre piĂą industrializ­zata e quindi tendente alla tecnocrazia.

Meynaud, tuttavia, pur ridi­mensionando l’apporto ideolo­gico nel nostro mondo con­temporaneo, affermava altre­sì che questo non comporta la liquidazione sic et simpliciter delle ideologie intese co­me proiezioni ideali a carat­tere universale di interessi e prese di posizione nella real­tà particolare. La storia è in­terpretazione, non un seguito di accadimenti più o meno lo­gicamente legati fra loro. Se il contributo specifico dello storico, come è stato notato, consiste nel mettere in luce la preminenza di fattori po­tenzialmente importanti e di correlazioni potenzialmente si­gnificative, nessuna ricerca storica, pur accurata che sia, solleva ogni generazione dal compito creativo di scoprire le proprie risposte e quindi la propria storia. La quale di­venta tale nella misura che è rivissuta da una data angola­zione politica, economica e so­ciale. Questo, che rimane ac­quisito per ogni periodo sto­rico, a maggior ragione ci sembra valido per il fascismo. Giudizi, ricostruzioni e confu­tazioni sono cambiati non sol­tanto in rapporto al reperi­mento di nuove fonti, che hanno allargato l’orizzonte co­noscitivo, ma al clima partico­lare appunto ideologico e sto­rico, nel quale lo studioso di storia si è trovato a operare e che ha condizionato il suo angolo interpretativo.

Sul fascismo la storiografia italiana, in questi ultimi an­ni, ha offerto una serie di con­tributi validissimi. A una fa­se polemica-politica, inevita­bile ancora nel caldo del se­condo dopoguerra, ne è suben­trata a poco a poco una nuo­va, di ricerca, di ricostruzio­ne approfondita e spesso mi­nuta delle varie componenti del fascismo. Di tale « sensibi­le » spostamento il risultato più importante doveva essere proprio l’animus con il quale è stato affrontato il fenomeno fascista anche « sotto il profi­lo         dei criteri di fondo ». Accan­to a libri che hanno centrato un determinato aspetto o pe­riodo o ad altri di ampio re­spiro storico (valga per tutti, la biografia di Mussolini del De Felice) si è poi comincia­to a ripubblicare scritti, usciti negli anni dell’avvento al po­tere del fascismo, di uomini « impegnati », ma di diversa posizione politica e di diversa formazione culturale.

Risalire alle opinioni e alle valutazioni degli anni crucia­li, nei quali il fascismo si svi­luppa e si afferma, riconside­rare quale era allora o appa­riva ai suoi contemporanei e « che idee essi ne avessero o dove credessero che sarebbe sboccato » è non solo deside­rio di approfondimento, ma in­sieme il rovescio della meda­glia della fase polemica politi­ca del secondo dopoguerra. E il         quadro si è maggiormente ampliato con lo spoglio siste­matico dei maggiori quotidia­ni d’informazione, della stam­pa dei partiti e gruppi politi­ci, compresa quella fascista nelle sue varie estrinsecazio­ni temporali. Anche qui l’in­tento era di indagare, in con­nessione con il sorgere e l’af­fermarsi del fascismo, la tra­sformazione degli ideali etici e politici nella classe dirigen­te e nel Paese e di seguire, nel graduale o improvviso cam­biamento dell’opinione pub­blica, il maturarsi degli even­ti e come si giungesse a quel­lo risolutivo e determinante.

Di contro a un tale severo e acuto impegno storiografico con il quale si è cercato e si cerca di rispondere alla do­manda di come sia stato pos­sibile l’instaurarsi del fasci­smo e che significato esso ab­bia nella storia italiana, ecco un libro di un responsabile di­retto del fascismo, di uno cioè per il quale quarant’anni di storia sono passati come il malinconico rimpianto di ciò che poteva essere e non è sta­to, non quindi la condanna del sistema, ma le recriminazio­ni di errori commessi nel si­stema: Italia di ieri per la sto­ria di domani di Luigi Federzoni (ed. Mondadori, 1967, pagg. 318, L. 3000). L’autore fu ministro degli Interni dopo il delitto Matteotti fino al 1925, presidente del Senato e dell’Accademia d’Italia e mem­bro del Gran Consiglio del Fa­scismo. Essendo morto il 24 gennaio di quest’anno, il libro esce postumo. Nel risvolto edi­toriale è scritto che per co­glierne il rilievo storiografico non è necessario « condivide­re il sistema di valori che lo sottendono »; né si deve limi­tare la sua « portata » a quello di un documento.

A noi sembra, invece, che il principale contributo del li­bro sia proprio nella sua natu­ra di documento — documen­to della mentalità di una ge­nerazione, di una classe diri­gente che portò l’Italia a due guerre mondiali e fu incapace di capire la realtà italiana, maturata e poi esplosa nel tra­vaglio della prima guerra « suicida » e altresì incapace di vedere poi la spaccatura av­venuta fra lo Stato e le mas­so che aspiravano a un effet­tivo potere politico. « La tiran­nide sovversiva », scrive Federzoni, « fatta di criminalità e di pusillanimità aveva sve­lato insieme la sua impoten­za e la sua ambizione, senza trovare freni legali». Per Federzoni il fascismo doveva quindi essere una necessaria conseguenza — ma una ugua­le necessaria conseguenza, pos­siamo aggiungere, doveva poi essere anche l’avventura etio­pica, l’alleanza con Hitler e la tragedia del secondo conflitto mondiale. La postuma autodi­fesa contro il dispotismo mussoliniano, anche se culminò nel gesto di ribellione del 25 luglio, quando cioè la guerra era perduta, non ha giustifica­zioni morali, né tanto meno politiche.

In effetti, la storia di Federzoni è la storia di una contro- figura: il risvolto della situa­zione mussoliniana. Naziona­lista, monarchico costituzio­nale, come si definiva, rappre­sentò in tre momenti chiave del processo storico italiano l’alternativa a Mussolini: du­rante la marcia su Roma, nel­la crisi del ’24 dopo il defitto Matteotti, e in misura molto minore il 25 luglio. Nei riguar­di di Mussolini c’è in Federzoni un atteggiamento di co­stante ambiguità. « Mussoli­ni », scrive, « avrebbe possedu­to portentose qualità dialetti­che e tattiche di parlamenta­re: avrebbe potuto essere, per venti o forse trent’anni, un altro Giolitti più brillante e più sensibile ai grandi mo­vimenti della politica mondia­le; ma difettava della qualità che era stata la forza princi­pale del massiccio piemonte­se: il carattere ». Insofferente di contraddizioni, si affi­dava al suo « istinto » e per la sua natura romagnola era piuttosto un capo di fazione e un condottiero di ventura, portato a imporre la sua vo­lontà e a compiacersi di im­porla come segno di potenza.

Quest’ultimo giudizio è tri­to e ricalcato su un vecchio cliché. E tuttavia il primo at­to politico del « Duce » era sta­to, per Federzoni, pieno di sag­gezza e di opportunità: il vo­lere la restaurazione della di­sciplina, il ripristino dell’or­dine legale, il rinvigorimento delle istituzioni, lo Stato al di sopra dei partiti, compreso il « suo ». L’impero fu il penul­timo successo politico; l’ulti­mo, « più apparente che rea­le » il Convegno di Monaco. Ma fu proprio l’Etiopia — co­me ammette implicitamente anche il Federzoni — il più grave errore mussoliniano, quello che determinò la rottu­ra del patto di Stresa e, inde­bolendo il fronte antigermani­co, indusse Hitler alla occupa­zione della Renania. Lo spar­tiacque fra le due guerre mon­diali, il periodo di sospensio­ne non ebbe, come afferma il Taylor, che questo tempo limi­tato: 7 marzo 1936, rioccupa­zione della Renania e 12 marzo 1938, annessione del­l’Austria al Terzo Reich. Ma l’Austria era già condannata dall’avventura etiopica. E fu sempre l’impresa d’Etiopia che legò i due dittatori, e che li portò a combattere in Spagna con Franco. Accettare Mussolini nel ’22 e nel ’24, si­gnificava seguirlo nella sua ma­nia di potere « fino in fondo ».

Ma il punto principale di Federzoni è quello di scinde­re il nazionalismo dal fasci­smo, sostenendo l’autonomia del primo dal secondo. Inol­tre il fascismo non aveva una dottrina, né una classe diri­gente; con la fusione del ’23 il nazionalismo « prestò » al fa­scismo l’una e l’altra. In real­tà gli studi sul fascismo han­no portato a riconoscere in esso diversi momenti e cor­renti: « contro una sinistra violenta e rivoluzionaria, capeg­giata fino al 25 luglio da Fari­nacci, c’era l’ala dei revisioni­sti, dei normalizzatori e c’era l’estrema destra nazionalista. A questa apparteneva Feder­zoni, che nel nazionalismo ve­deva l’erede dello spirito ri­sorgimentale e della grandez­za della patria. Finché Mus­solini parve interpretare i « grandi ideali » della patria, il suo prestigio fu indiscusso; accentuato il suo potere per­sonale e sull’orlo della rovi­na dopo la disfatta in Grecia, in Africa e in Sicilia, divenne il solo responsabile della tra­gedia nazionale. « L’incanto era rotto ». La notte del 25 lu­glio, egli apparve agli occhi di Federzoni « il grande at­tore invecchiato che per la prima volta nella sua lunga trionfale carriera non sapeva la parte e s’impennava ». Co­me congedo era. abbastanza triste. Per contro il Gran Con­siglio che « per vent’anni era vissuto male, aveva saputo morire bene ». E’ un’opinione discutibile. Come è discutibile l’isolamento del Re, che Fe­derzoni tenta di difendere.

Abbiamo scritto sopra che il libro può valere come do­cumento della mentalità di un gruppo politico, di una ge­nerazione. Aggiungiamo che le pagine sul giorno che pre­cedette la marcia su Roma, sui contatti che lo stesso Fe­derzoni ebbe con Mussolini e il quartiere generale dei qua­drunviri stabilito a Perugia, insomma su tutto il retrosce­na del 28 ottobre possono for­nire notizie non ancora cono­sciute o poco note. Ma oltre questo, tutto il volume è un tentativo sconcertante di giu­stificazioni. Recensendo Italia di ieri per la storia di domani ne La Stampa del 22 marzo, Gorresio scriveva: « La spie­gazione e l’interpretazione dei fatti sono puerili, a dir poco, come del resto appare da tut­to il libro la personalità di Fe­derzoni, superficiale e incon­sistente ». Un giudizio che mol­ti, crediamo, possono condivi­dere senza riserva.


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Bart