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STORIA: I MAESTRI: Napoleone pubblicitario di se stesso

19 Maggio 2015

di Lorenzo Bocchi
[dal ‚ÄúCorriere della Sera‚ÄĚ, luned√¨ 23 giugno 1969]

Parigi, giugno.

L’editore Robert Laffont ha pubblicato la traduzione del fortunato libro di Dino Biondi La fabbrica del Duce. Era dif¬≠ficile trovare un equivalente francese di questo titolo che riassume i cent’anni impiegati dalla propaganda per ¬ę costrui¬≠re ¬Ľ Mussolini. L’ostacolo √® sta¬≠to superato con disinvoltura. ¬ę Viva il Duce! Comment se fait un dictateur ¬Ľ si legge sulla copertina del nuovo volume. Jean-Francois Revel, l’autore del tanto discusso Pour l’Italie, ha scritto al riguardo: ¬ęNon avevo mai letto un libro che ricostruisse a tal punto l’atmo¬≠sfera eroicomica, un po’ folle, misteriosamente buffa e nello stesso tempo grandiosa dell’era mussoliniana. Ci√≤ che colpisce nel libro di Biondi √® l’abbon¬≠danza di documenti, di citazio¬≠ni, di discorsi, di articoli: c’√® da chiedersi come tutto un popolo abbia potuto farsi stre¬≠gare e considerare sempre su¬≠blimi anche le manifestazioni pi√Ļ grottesche¬Ľ.

La mostra allestita ora alla Biblioteca Nazionale di Parigi sulla leggenda napoleonica avrebbe potuto benissimo inti¬≠tolarsi ‚ÄĒ fatte le debite distin¬≠zioni tra i due personaggi ‚ÄĒ La fabbrica di Napoleone. La leggenda del petit caporal, qua¬≠le Napoleone stesso la concep√¨ e la organizz√≤ e quale fu per¬≠petuata dai suoi ammiratori, √® infatti ricostituita attraverso documenti di ogni genere, stam¬≠pe, cimeli, quadri, manoscritti, libri, oggetti.

I pi√Ļ ne fanno risalire l’origine alla partenza dell’imperatore per Sant‚ÄôElena o alla pubblicazione del Memoriale di Las Cases. Ma essa cominci√≤ a prendere forma sin da quando Bonaparte era impegnato nella campagna d‚ÄôItalia. Precisamente dal 15 novembre 1796, data della battaglia d’Arcole. Fu Angereau a racco¬≠gliere la bandiera e a piantarla all’altra estremit√† del ponte. Ma Bonaparte fece eliminare Angereau da tutte le stampe concernenti quell’episodio e fin√¨ per considerare Arcole una del¬≠le sue pi√Ļ grandi vittorie, ¬ę un canto dell’Iliade ¬Ľ.

Il grande stratega e l’irresi¬≠stibile trascinatore di uomini era anche un abile regista. Ad Aiaccio i compagni lo avevano soprannominato Rabulione, cio√® ¬ę quello che si immischia di tutto ¬Ľ. Il difetto doveva diven¬≠tare una straordinaria qualit√†. Seppe sfruttare in pieno tutti gli strumenti d’informazione. A poco a poco si assicur√≤ il con¬≠trollo quasi totale della stam¬≠pa francese, ridotta nel 1800 a tredici giornali che prende¬≠vano tutti il ¬ę l√† ¬Ľ dall’ufficio¬≠so Moniteur Universal. Orga¬≠nizz√≤ una rigorosa censura sui libri e sul teatro. Non amava i giornalisti ma era cosciente della loro irresistibile potenza. In Italia, in Egitto, e pi√Ļ tardi in Germania e in Austria cre√≤, non appena arrivato, dei gior¬≠nali di cui faceva spedire co¬≠pia in Francia, per sostenere il morale dei francesi, a volte per ingannare i nemici, ma soprattutto al fine di plasmare, per il presente e per l’avvenire, l’immagine che la gente doveva farsi di lui.

Il grande regista si rese su¬≠bito conto anche dell’importan¬≠za dell’immagine. Sin dalla campagna d’Italia diede un nuo¬≠vo impulso al servizio del D√©p√≤t de la Guerre che riuniva tutti i documenti e le testimo¬≠nianze, e che impartiva preci¬≠se istruzioni, persino agli acquarellisti circa il numero di centimetri da riservare, nelle loro opere, ad ogni personag¬≠gio. Dal 1800 G. P. Bagetti era incaricato di disegnare sul po¬≠sto le battaglie del Primo Con¬≠sole e poi Imperatore. I nume¬≠rosissimi ritratti di Napoleone (soltanto dal 1800 al 1812 ne furono esposti pi√Ļ di ottanta al Salon) vennero tutti esegui¬≠ti secondo precise disposizioni. Nella prima sala dell’esposizio¬≠ne c‚Äô√® quello dipinto nel 1797 dal milanese Appiani che sar√† poi chiamato a Parigi, nomi¬≠nato peintre de l’Empereur e ricordato nel testamento di Sant’Elena.

Napoleone comprese l’impor¬≠tanza della rapidit√† dell’infor¬≠mazione. Ordin√≤ la stampa e la pubblicazione delle incisioni immediatamente dopo la divulgazione della notizia. Alla mostra parigina vediamo una in¬≠cisione che rappresenta il re di Roma vegliato da un’aquila. Fu messa in circolazione a Pa¬≠rigi il 23 marzo 1811, tre giorni dopo la nascita dell’Aiglon. L’in¬≠cisore evidentemente l’aveva gi√† preparata in attesa del fausto evento. Fu terminata, per√≤, completamente il matti¬≠no del 20, quando si seppe che l’imperatrice Maria Luisa ave¬≠va dato alla luce un maschio (se fosse stata una femmina al posto del re di Roma avrem¬≠mo avuto la principessa di Ve¬≠nezia). A volte la propaganda precedeva l’avvenimento, come √® dimostrato dalla stampa che rappresenta l’ingresso di Na¬≠poleone a Mosca. Fu messa in circolazione due giorni dopo la conquista della citt√†. Quel 16 settembre 1812 Parigi non po¬≠teva ancora conoscere la gran¬≠de notizia.

Le stampe popolari celebra¬≠vano le grandi manifestazioni imperiali ma erano soprattutto destinate a consolidare la leggenda del conquistatore, del¬≠l’uomo di Stato, del riforma¬≠tore, del sovrano semplice, de¬≠mocratico, adorato dai pi√Ļ umi¬≠li, dotato di una prodigiosa po¬≠tenza di lavoro: Napoleone e la madre del granatiere, Na¬≠poleone e la sentinella addor¬≠mentata, Napoleone che ha il diritto di fermare il sole, la festa di San Napoleone istituita nel 1805, un Saint N√©apoljs trovato nei martirologio…

Dopo Waterloo, e una volta conosciuta la notizia della par¬≠tenza dell’imperatore, la leg¬≠genda, radicata nel cuore dei francesi, diede i suoi frutti. Cominciarono a circolare, spe¬≠cialmente nelle campagne, le voci pi√Ļ sorprendenti. Napoleo¬≠ne non √® partito. Aspetta la sua ora. E’ riuscito ad evadere. Sta per tornare. Viene dagli Stati Uniti con una flotta ame¬≠ricana. Arriva dal Piemonte con il principe Eugenio. Gli alleati che avevano occupato la Fran¬≠cia e i governi francesi che fra¬≠ternizzavano con loro contribui¬≠rono senza volerlo alla diffusio¬≠ne della nuova religione. L’ese¬≠cuzione di Ney, gli assassini di Brune e di La B√©doy√®re le procurarono i suoi martiri. Le rivincite che si presero i monarchici provocarono amari risentimenti. Il patriottismo de¬≠luso si nutriva sempre pi√Ļ di ricordi napoleonici. Gli oggetti ¬ę sediziosi ¬Ľ ‚ÄĒ stampe, busti, medaglioni, aquilotti, pipe, bic¬≠chieri, piatti di ispirazione na¬≠poleonica ‚ÄĒ pullulavano anche se i mercanti e i loro clienti rischiavano la prigione. La no¬≠tizia della morte di Napoleone nel 1821 (in una bacheca c’√® la traduzione dell’ode manzonia¬≠na Cinque maggio pubblicata in quello stesso anno a Parigi) non cambi√≤ nulla. ¬ęDopo il despotismo della sua persona ‚Äď si lament√≤ il solito Chateaubriand ‚Äď dobbiamo subire ancora il dispotismo della sua memoria¬Ľ. Il culto divent√≤ delirio, facendo di Napoleone l’e¬≠rede della rivoluzione, colui che ne aveva salvaguardato i prin¬≠cipi, aveva diffuso in tutta l’Eu¬≠ropa l’idea della libert√†, aveva spezzato le barriere sociali, ave¬≠va riportato la concordia tra i francesi.

Tutti i poeti romantici, ec¬≠cettuato Lamartine, furono sen¬≠sibili al mito, al quale i versi di B√©ranger avevano dato nuovo vigore in occasione della morte del re di Roma, dell’inaugura¬≠zione dell’Arco di Trionfo, del ritorno delle ceneri da Sant’Ele¬≠na, dell’avvento del secondo im¬≠pero e del risveglio nazionali¬≠sta della fine del XIX secolo. L’esposizione arriva fino alle ombre cinesi sull’epopea napo¬≠leonica presentate da Caran d’Ache nel 1888 allo Chat Noir, al manifesto inviato nel 1895 da Toulouse-Lautrec al concor¬≠so di Nuova York per il lancio del ¬ę Napoleone ¬Ľ di W. Milligan Sloane, al trionfo di Sarah Bernhardt ne L’Aiglon di Rostand, nel 1900. Avrebbe potuto benissimo concludersi con la fo¬≠tografia scattata l’altra domeni¬≠ca a Epernay, con la folla in coda per ammirare il cappello di Napoleone acquistato da una marca di champagne alla ven¬≠dita all’asta di cimeli svoltasi il mese scorso sul France du¬≠rante la ¬ę crociera imperiale ¬Ľ, una coda simile a quella che ogni mattina si forma sulla Piazza Rossa di Mosca, davanti al mausoleo di Lenin.


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