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STORIA: I MAESTRI: Occasioni perdute

1 Giugno 2012

di Carpendras (Manlio Cancogni)
[da “La fiera letteraria”, numero 38, giovedì, 19 settembre 1968]

Il venticinquesimo anniversario dell’8 settembre è stato celebrato nei consueti e antichi modi. I rappresentanti del governo e dei partiti, deputati e senatori, non hanno dimen­ticato di ricordarci che quella data è all’origine dell’attuale ordinamento dello Stato, della nostra convivenza civile. Un impegno a promuovere una società più giusta, più libera, più moderna eccetera. Tutte cose risapute e che si ascolta­no ormai con rassegnazione se non con ironia.

Con questo non voglio dire che l’8 settembre, con quel che segue (due anni di guerra civile) non segni una svolta decisiva nella nostra storia. Mi sembra, però, che la sua ce­lebrazione quest’anno, dopo eventi tanto drammatici, si sa­rebbe prestata a riflessioni più mature e meno convenziona­li di quelle che ci hanno propinato i nostri rappresentanti ufficiali, la stampa, la radio e la televisione.

Venticinque anni fa, quando cominciòla Resistenza, l’o­biettivo immediato era. non c’è dubbio, la liberazione del Paese dai tedeschi e dai loro servi. Questo obiettivo però non sarebbe stato sufficiente a suscitare tanto fervore, se non l’avesse accompagnato un’idea, un sentimento ben più profondo. Il sentimento cioè che, dopo, si avrebbe avuto un’Italia diversa, una nuova società, un nuovo modo di vi­vere e di intendere i rapporti fra i cittadini e il potere.

Solo pochi anziani pensavano a una restaurazione, sia pure riveduta, della democrazia parlamentare prefascista. Non ricordo che una simile eventualità fosse presa seria­mente in considerazione dai partigiani di montagna e di città, anche da quelli appartenenti ai gruppi più moderati, eccettuati forse i monarchici. L’idea che alcuni partiti, una votazione ogni quattro o cinque anni, un’assemblea con qualche centinaio di deputati, fossero sufficienti a soddisfa­re le esigenze politiche di un Paese che pretendeva rinno­varsi, faceva sorridere quei giovani che stavano mettendo a repentaglio la vita.

Neanche la prospettiva di una rivoluzione economica, con un mutamento nei rapporti di proprietà, sembrava suf­ficiente. Più importante di tutto pareva il problema del­la democrazia. Si voleva che non fosse apparente, sim­bolica, ma reale. Si pensava ai modi in cui avrebbe po­tuto esercitarsi, fuori degli schemi abituali e logori. E’ allora che divennero per la prima volta attuali termini come autogoverno, autogestione, autonomia, democrazia di­retta, federalismo. Si prospettava, sia pure ingenuamente, l’immagine di un’Italia non più centralizzata, di una fede­razione di cellule autonome in cui, come nell’antica « po­lis », tutti i cittadini avrebbero partecipato direttamente, non per delega, alla gestione del potere.

Finitala Resistenza, questa attesa di novitĂ , questo fervo­re, si spensero. Dopo pochi mesi, un’estate, la piena rientrò nell’alveo. Furono i partiti a dare l’esempio, compresi quel­li rivoluzionari. L’Italia, piĂą che desiderosa di accogliere una nuova democrazia, sembrava appena adatta a restaura­re quella antica, la democrazia prefascista, articolata sui partiti, il Parlamento, la votazione periodica.

E i giovani? Non facevano eccezione. Per chi scrive è tri­ste ricordare come essi accettarono passivamente l’ingres­so dei tradizionali partiti e delle loro procedure nell’UniversitĂ , proprio in quel mondo cioè che pareva piĂą di ogni altro adatto a sperimentare le nuove concezioni di autogo­verno. Una volta che in una riunione nella FacoltĂ  di Ar­chitettura a Firenze un oratore improvvisato accennò al problema (con un po’ di demagogia disse esplicitamente agli studenti: « L’UniversitĂ  è vostra, governatela voi senza la mediazione dei partiti ») fu accolto piĂą che con freddez­za, con diffidenza. Gli studenti pareva avessero fretta di imitare la societĂ  politica degli adulti, dominata dal gioco dei partiti intorno al potere.

Ed ecco che venticinque anni dopo l’8 settembre, sono lo­ro a riproporre il problema, facendo proprie, con aggiorna­menti culturali (più che altro di linguaggio) quelle esigen­ze che alimentarono vanamentela Resistenza. C’è una stra­na coincidenza in queste date. L’8 settembre del ’43, l’ordi­namento militare, amministrativo dell’Italia monarchica fece naufragio davanti alla realtà; oggi appare evidente a tutti come non solo le istituzioni ottocentesche della demo­crazia parlamentare siano in ritardo davanti allo svilup­po industriale e tecnologico del Paese, ma anche le propo­ste rivoluzionarie dei giovani.

Così la storia si ripete: come sempre l’Italia arriva in ri­tardo agli appuntamenti. In questi venticinque anni la sfasatura fra mondo politico e mondo economico è diventa­ta enorme, quasi incolmabile. L’Italia economicamente, tec­nologicamente è un Paese moderno, proiettato in avanti, con tutto il bene e il male. Ma politicamente? Ci vogliono altri rimedi che l’autogestione, oggi!

Oggi la cosiddetta societĂ  affluente ci sta proponendo l’i­potesi di un governo tecnocratico, concentrato in pochissi­me mani, in cui non ci sarĂ  nemmeno piĂą la delega della democrazia parlamentare. La scienza, infatti, bisogna con­venirne, non è elettiva. In questo caso la democrazia, giĂ  problematica venticinque anni or sono, minaccia di diven­tare una pura formula. E’ su questa prospettiva che si do­vrebbe riflettere e agire, se non si vuole, come l’8 settem­bre del ’43, perdere di nuovo l’occasione.


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Invito tutti a non inviarmi più libri in lettura. Per mancanza di tempo, e dall'11 novembre 2013 anche di salute, non posso più accontentare nessuno. Così pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Chiedo scusa.
Bart