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STORIA: I MAESTRI: Plotone di esecuzione

20 Maggio 2014

di Carpendras (Manlio Cancogni)
[da “La fiera letteraria”, numero 46, giovedì, 14 novembre 1968]

Sta per uscire, o si trova già in libreria, un volume dal titolo suggestivo « Plotone di esecu­zione », edito da Laterza a cura di Alberto Monticone e Enzo Forcella, di cui raccomando a tutti la lettura. Raccoglie 106 sentenze di tri­bunali militari, durante la prima guerra mon­diale. 166 sentenze scelte su 100.000, che giace­vano da anni nei sotterranei degli archivi, di­menticate, e che costituiscono un documento fondamentale per la conoscenza di un fenome­no, la prima guerra mondiale, sul quale, anche mezzo secolo dopo, si preferisce non dire tutto. Tanto più fondamentale se aggiungiamo che queste 100.000 sentenze fra cui si è operata la scelta, costituiscono solo una parte di quelle emesse fra il 1915 e il 1919. Il totale fu di 350.000.

E’ opportuno, trovo, che questo libro esca quando si ha ancora negli orecchi l’eco delle ce­lebrazioni ufficiali per il cinquantesimo anni­versario della vittoria. Celebrazioni che si sono esaurite, mi pare, nei consueti e tradizionali ri­ti: le parate, le fanfare, le invocazioni, le lacri­me dei presenti. Troppo, mi pare, e troppo po­co, se si considera che sono trascorsi tanti anni, si è accumulata tanta esperienza, sono cadute, tante riserve, e quindi dovrebbe essere soprag­giunto il tempo della riflessione.

Chi scrive appartiene a una leva che è nata e cresciuta nel clima emotivo, morale e ideologi­co seguito alla grande guerra. Nessuno dei miei coetanei s’è sottratto al fascino di questo colos­sale avvenimento, il più grande del secolo, quello che ha determinato una svolta non solo nella storia, ma nella vita quotidiana. Io meno degli altri. La grande guerra, rimane per noi lo sfondo necessario su cui si muovono i nostri pensieri ogni volta che si fa un bilancio della nostra esistenza. A noi potrebbe bastare. Ma per gli altri? Per i più giovani?

Per loro vorremmo che la grande guerra non fosse soltanto uno sfondo generico e sentimen­tale; vorremmo che la verità su di essa non fos­se più riservata agli storici e agli specialisti, ma diventasse oggetto di pubblico dibattito; che si sapesse qualcosa di più sul modo in cui il Paese fu portato in quell’avventura; com’esso reagì; come fu trattato, come si comportò, du­rante il grande scempio. Le belle frasi sull’umi­le fante, eroico e paziente, sono ormai insop­portabili.

Su circa 5 milioni e 200.000 italiani che pre­starono servizio militare fra il ’15 e il ’18 ci fu­rono 870.000 denunzie all’autorità militare, rife­risce il libro curato da Monticone e Forcella. Di queste, 470.000 furono per renitenza alla chiamata. Sono cifre, dati indiscutibili. Dopo i quali riesce difficile credere alla leggenda del popolo accorso alle armi, « cosciente dei supe­riori destini della nazione ». Non si dimentichi che la maggioranza delle fanterie portate al massacro sull’Isonzo era composta di analfa­beti.

Quattro giovani aspiranti, a cena nelle retro­vie, discutono di Caporetto, bevono, litigano e uno di loro nel fuoco della polemica grida: « Ho piacere che abbiano sfondato le linee. Magari arrivassero a Milano! ». Denunciato dai colleghi va sotto processo, e di lì, davanti al plotone d’e­secuzione. E’ un episodio riportato dal libro. Il « reato » commesso dall’ufficiale è rubricato sot­to il titolo, disfattismo. Gli altri titoli sono di­serzione, ammutinamento, autolesionismo, ri­bellione, codardia ili faccia o in presenza al ne­mico. Quante furono le condanne a morte per simili « delitti »? Migliaia. Quelle a pene deten­tive, talvolta di vent’anni, superano le duecento­mila.

Queste cifre parlano chiaro sui metodi usati dalle autorità militari per tenere insieme un esercito che in occasione degli anniversari si continua a definire « stoico » se non « entusia­sta ». Furono metodi di una durezza, di una crudeltà efferate, paragonabili solo a quelle im­piegate (forse con maggiore giustificazione) sul fronte francese. Stato di necessità? Sia pure. Ma perché continuare a mentire sull’animo del­la truppa (e a partire dal ’17 non solo della truppa) oggetto di queste cure? Alcuni storici rinunciando all’entusiasmo, e allo stoicismo, definiscono pazienti i nostri soldati. Forse è una definizione più ipocrita anche se realistica. Cos’altro infatti avrebbero potuto fare quei di­sgraziati sapendo a quali pericoli andavano in­contro se avessero manifestato un po’ d’impa­zienza? Se avessero potuto parlare, da tutti i petti si sarebbe levato un poderoso: « No, basta con questa pazzesca strage! ».

Sappiamo come certi storici di parte inter­ventista giudicano simile rifiuto. Per tutti basti citare il caso di Adolfo Omodeo col suo celebra­tissimo (et pour cause) « Momenti della vita di guerra ». Egli Io considera privo di significato, di valore morale, e quindi storicamente nullo. Per lui, la « religione del dovere » che animò (e fu sincera) le migliaia di ufficiali di comple­mento sacrificatisi sull’Isonzo e sul Carso è suf­ficiente a garantire dell’esistenza di una « co­scienza nazionale popolare » favorevole all’in­tervento.

E’ naturale che Omodeo e gli altri interventi­sti democratici, Salvemini, Bissolati, Parri, Lussu, Rossi, ecc. ecc., insistano su questo te­ma. Essi portano infatti la più pesante respon­sabilità nell’aver spinto in guerra, senza vere ragioni, un Paese che aveva pubblicamente di­mostrato la sua ostilità ad essa. Nazionalisti, dannunziani, sono giustificati. La guerra « pa­triottica » era la loro fede. Ma quale argomento serio possono addurre gli « eredi del più puro spirito mazziniano », per giustificare il colpo di mano (con l’imposizione alla maggioranza par­lamentare) compiuto nel maggio del ’15 e che aprì la strada al fascismo? Ai loro appelli al Ri­sorgimento, all’unità, alla coscienza nazionale, e altri ideali retorici, il « no » che emerge dalle pagine del libro di Monticone e Forcella, è a suo modo una risposta legittima e civile. An­che se motivato dalla paura e dall’istinto di sopravvivere.


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Invito tutti a non inviarmi più libri in lettura. Per mancanza di tempo, e dall'11 novembre 2013 anche di salute, non posso più accontentare nessuno. Così pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Chiedo scusa.
Bart