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STORIA: I MAESTRI: Quelli della Comune

27 Aprile 2013

di Manlio Cancogni
[da “La fiera letteraria”, numero 26, giovedì, 23 giugno 1968]

«Gli insorti trionfanti sembrano prendere possesso di Parigi, le Guardie nazionali si moltiplicano e dovunque si alzano delle barricate, con una corona di monelli protervi. Le carrozze non possono piĂą circolare, i negozi si chiudo­no. La curiositĂ  mi porta all’Hotel de Ville, dove, sulla piazza, in mezzo a rari gruppi, ci sono alcuni che predica­no di mettere a morte i traditori ». Così scriveva nel suo diario, la sera del 18 marzo 1871, Edmond De Goncourt. Quella mattina era nata la Comune.

L’indomani lo scrittore tornò a curiosare nel centro. La sera annotò sul diario: « Le due grandi strade che portano all’Hotel de Ville sono chiuse da barricate, difese da cordo­ni della Guardia nazionale. Vi assale un profondo disgusto nel vedere le loro facce stupide e abbiette, dove il trionfo e le sbornie mettono un’aria raggiante e dissoluta… Sul campanile dell’Hotel de Ville c’è una bandiera rossa, sotto la quale brulica una plebe armata dietro tre cannoni. Tor­nando a casa trovo sulle facce una indifferenza stordita, a volte una triste ironia, piĂą spesso una grande costernazione accompagnata dai gesti disperati di vecchi signori che par­lano a voce bassa, lanciando intorno occhiate furtive. »

Conservatore, cinico, egoista, con una sola passione, la letteratura, Goncourt era abbastanza lucido per scorgere, dietro la confusione, ciò che si stava preparando. Il 28 marzo, quando, proclamata la Comune, l’ebollizione popo­lare non aveva ancora assunto una fisionomia precisa, an­notava: « In quello che sta succedendo i giornali non vedo­no che una decentralizzazione. Si tratta davvero di decen­tralizzazione! Quello che sta succedendo è soltanto la conquista della Francia da parte degli operai che vogliono as­servire al loro dispotismo, nobili, borghesi e contadini. Il governo passa dai proprietari ai nullatenenti, da quelli che hanno un interesse materiale alla conservazione della so­cietĂ  a quelli che sono completamente disinteressati per ogni forma di ordine, di stabilitĂ  e di conservazione… For­se, nella grande legge del mutamento che governa la terra, i proletari hanno la stessa funzione nei confronti delle so­cietĂ  moderne, che hanno avuto i barbari nei confronti di quelle antiche: la funzione di caotici agenti di dissoluzione e di rovina ».

La Comune era maturata nei lunghi mesi dell’assedio prussiano, fra l’ottobre del ’70 e il febbraio del ’71, quan­do, contrariamente all’immagine convenzionale, a uso per le scuole, che ci è stata tramandata (il popolo unito in un’epica difesa) Parigi si divise in due grandi partiti: quel­lo della capitolazione e quello della difesa a oltranza.

Al primo appartenevano tutti coloro che temevano la ri­voluzione (la vedevano profilarsi dietro le bandiere della Guardia nazionale) più dei prussiani. Erano gli stessi uo­mini a cui spettava ufficialmente il compito della difesa, i Favre, i Ferry, i Picard, i Simon, e i vecchi generali bona­partisti, come Trouchu e Vinoy che agli occhi del mondo passavano per gli eroici difensori di Parigi. Erano gli ab­bienti che sopra ogni altra cosa desideravano il ritorno alla pace e al godimento tranquillo dei loro beni.

Al secondo partito appartenevano tutti coloro che non avendo beni da conservare erano disposti a ogni rischio. Orgoglio, gusto del nuovo, odio per il vecchio ordine crol­lato a metà, speranza nell’avvenire ispiravano il loro atteg­giamento. Erano in primo luogo le Guardie nazionali, i vo­lontari accorsi alle armi dopò la caduta del Secondo Impe­ro e la proclamazione della repubblica, i loro ufficiali in gran parte improvvisati, tutto il popolo minuto, piccoli borghesi, artigiani, bottegai, operai, studenti, accesi da un’improvvisa fiammata di amor patrio, ora che la patria era la loro città.

Diffidenza reciproca, ostilità, rancore, avevano caratteriz­zato i rapporti fra i due partiti mentre gli obici prussiani piovevano sulla città stretta dalla fame e dal freddo. Alla fine il partito della capitolazione aveva prevalso. Il 28 gen­naio 1871 fu firmato l’armistizio. 11 partito della pace si senti tradito.

Così s’era creata un’atmosfera che ricordava sinistramen­te quella del ’48, dopo le giornate di febbraio che avevano portato alla caduta della monarchia di Luigi Filippo. Da una parte una cittĂ , Parigi, stipata di armi, affamata, turbo­lenta, accesa da speranze imprecisate ma violente, rivolu­zionaria; dall’altra un Paese, la Francia, con la sua stermi­nata provincia, sonnolento, soddisfatto, desideroso di quie­te e di ordine. I moderati, avevano la loro rappresentanza nel governo provvisorio, guidato da Thiers, che ora risie­deva a Bordeaux e che aveva concluso le trattative con la Prussia; i rivoluzionari (chiamiamoli così per quanto sia un termine improprio), facevano capo a un misterioso Co­mitato centrale, costituitosi a Parigi negli ultimi giorni del­l’assedio, composto dai delegati, finora ignoti, dai batta­glioni della Guardia nazionale. Ancora una volta Parigi si contrapponeva al resto del Paese. Parigi accusava la Fran­cia di viltĂ , egoismo, tradimento. La Francia accusava Pa­rigi di anarchismo, violenza, follia.

Le elezioni che il governo provvisorio s’era affrettato a indire, subito dopo l’armistizio, come nel ’48 dettero la vit­toria ai moderati, ai « rurali » come li chiamavano sprez­zantemente a Parigi. Su 750 eletti, 450 erano monarchici dichiarati. Ancora una volta la provincia aveva sconfitto la capitale, e questo, proprio mentre Parigi si sentiva come non mai all’avanguardia della democrazia, del progresso, della civiltà.

I risultati, conosciuti a Parigi, ebbero l’effetto di eccitare ancor più un ambiente surriscaldato in cui covavano i ger­mi della rivolta. In città si ebbe un mese convulso, di agita­zioni, convegni, proclami, violenze, da cui cominciarono a emergere i futuri capi del movimento rivoluzionario, repubblicani, blanquisti, internazionalisti. Parigi provocava la Francia. I « rurali » raccolsero la sfida. Il governo fu in­vitato a far valere la sua autorità sulla città riottosa che non intendeva sottomettersi alla legge comune. Thiers non si fece pregare e il 15 marzo apparve a Parigi, subito cir­condato dagli uomini d’ordine, in prima fila i rappresen­tanti della Borsa, che invocavano un rapido e deciso inter­vento, per farla finita con gli « scellerati » che ritardavano la ripresa degli affari.

Finirla: sì, ma come? Thiers non aveva forze sufficienti. Parigi pullulava di uomini armati, oltre centomila, e di cannoni (quelli dell’assedio che i parigini avevano messo in salvo, impedendo ai prussiani di impossessarsene) mentre le truppe fedeli (ma non troppo) al governo, non raggiun­gevano i ventimila. Bisognava esser cauti, guadagnar tem­po, e per prima cosa togliere ai parigini le armi più perico­lose, i cannoni, che erano stati nascosti in città, quali a Montmartre, quali a Chaumont, a Belleville, al Lussem­burgo.

Il 18 marzo, all’alba, le truppe regolari entrarono alla chetichella nella cittĂ  ancora addormentata, e dividendosi nei vari quartieri, raggiunsero i cannoni. Ma quando si trattò di portarli via, i parigini erano svegli e accorrevano da ogni parte per impedirlo. I reparti che si facevano fati­cosamente strada trainando i pezzi, vennero circondati dal­la folla. I soldati, quasi dovunque, abbandonarono le armi, svignandosela; chi tentò di resistere fu rapidamente som­merso; gli ufficiali e i generali che non riuscirono a metter­si in salvo, furono arrestati e chiusi nelle celle dei commis­sariati di polizia giĂ  in mano alle Guardie nazionali. Due generali, Lecomte e Thomas vennero uccisi. Al termine della giornata, i « federati » (così si chiameranno d’ora in poi le Guardie nazionali unite da un patto di fratellanza, la federazione) erano padroni della cittĂ . Sull’Hotel de Ville sventolava la bandiera rossa. Thiers e i suoi ministri, ave­vano avuto appena il tempo di fuggire da Parigi riparando a Versailles.

L’insurrezione del 18 marzo era esplosa spontaneamente, e quando i rappresentanti del Comitato centrale arrivarono sul posto, chi a Montmartre, chi al Lussemburgo o a Chau­mont, era già vittoriosa. In alcuni casi, riuscirono a salvare la vita agli ufficiali caduti in mano agli insorti, a mettere un certo ordine, a calmare gli animi. Non fecero di più. Un pazzo ubriacone, il tenente Lullier, s’era autonominato comandante della Guardia nazionale; nessuno fra i respon­sabili del Comitato centrale, fu in grado di contrastarlo. In preda all’alcool, credendosi un grande stratega, Lullier, la sera del 18 aveva già dimenticato di dar ordini; non fece nemmeno bloccare le porte della città impedendo l’esodo dei governativi, civili e militari, che andavano a raccoglier­si intorno a Thiers, a Versailles. Così la rottura fra Parigi e la Francia fu consumata.

Nei giorni che seguirono, i tentativi di conciliazione cui si adoperarono i deputati parigini, come Millière e Dele- scluze, e sindaci dei venti arrondissements, fra i quali Clemenceau, il futuro « Tigre », furono resi vani dall’intransi­genza di Thiers (« non si tratta con gli assassini », rispose Favre a Millière) e le due parti si disposero alla lotta. Il Comitato centrale, che non aveva voluto l’insurrezione e che ora si trovava all’improvviso con una città di oltre due milioni di abitanti sulle spalle, dovette provvedere al suo governo con gli uomini che aveva. Bergeret andò al coman­do della piazza; Assi all’Hotel de Ville; Rigault, uno stu­dente blanquista, alla polizia, insieme a Duval, un fondito­re; Varlin, un operaio internazionalista, alle finanze.

 

UN BEAT NELLA COMUNE

 

Furono indette le elezioni. Queste avvennero il 26 mar­zo, una domenica, liberamente e in ordine, e il 27, i novan­ta eletti, furono insediati solennemente all’Hotel de Ville. La maggioranza era formata da piccoli borghesi, impiegati, contabili, medici, maestri di scuola, giornalisti. Vi erano venticinque operai, di cui solo tredici, fra cui Varlin, ap­partenenti all’Internazionale. Politicamente andavano dal repubblicanesimo moderato al socialismo rivoluzionario. Il più celebre degli eletti era Blanqui, che però Thiers aveva già fatto arrestare a Marsiglia e che non potrà mai rag­giungere la capitale. Noti erano anche Delescluze, vecchio giacobino, veterano delle rivoluzioni del ’30 e del ’48; Pyat, repubblicano, esule per molti anni a Londra sotto Napo­leone III, vecchio chiacchierone che Lissagaray chiamerà « il genio malefico della Comune »; Vermorel, un ex prete; Tridon, un giovane ricco e malatissimo divenuto rivoluzio­nario; lo scrittore socialista Jules Vallès; il pittore Courbet; l’autore di musiche e canzoni popolari, Clément. La media dell’età era assai bassa; qualcuno degli eletti, come Rigault, il « beat » della Comune, aveva solo venticinque anni.

Considerando il 26 maggio ’71, come la data della sua morte, la Comune visse esattamente sessantatré giorni. In quel periodo governò la maggiore città d’Europa (primo tentativo al mondo di governo collettivo e anonimo, di de­mocrazia diretta senza partiti, di amministrazione senza burocrati) sostenendo nello stesso tempo la guerra contro i versagliesi. Il suo programma era abbastanza moderato e in pratica si riassumeva in una sola richiesta: l’autonomia municipale.

La Comune aveva una sola possibilità di sopravvivere; provocare in tutte le città della Francia un movimento ana­logo, trasformando la repubblica centralizzata di origine giacobina, in una federazione di municipalità a governo popolare. Avrebbe dovuto prendere l’iniziativa, attaccare Versailles non dando a Thiers il tempo di raccogliere for­ze. Preferì attendere, e nell’attesa lasciò che le Comuni di Lione, Narbonne, Marsiglia, Montpellier, Saint Etienne, pallide imitazioni di quella parigina, fossero soffocate. Così venne a trovarsi sola, di fronte alla Francia e all’Eu­ropa allarmate dalle descrizioni calunniose fatte dai suoi denigratori.

Per realizzare il suo programma, molto vago, la Comune avrebbe avuto bisogno di condizioni pacifiche. La guerra, col suo bisogno di autorità e disciplina, la costringeva a contraddirsi. Incapace di sacrificare i propri ideali alla ra­gion di Stato, e d’altra parte scossa continuamente da im­pulsi autoritari, finì nell’impotenza.

Il Comitato centrale che l’aveva fatto eleggere, avrebbe dovuto sciogliersi; nonostante le promesse, restò in funzio­ne, legiferando spesso in contrasto con essa. Impossibile sa­pere da chi venivano gli ordini. Da chi dipendeva ad esem­pio la direzione militare? Chi aveva diritto a nominare e a eliminare i comandanti? La Comune aveva nominato varie commissioni, alla guerra, all’interno, alle finanze, all’istru­zione, ma era poi incapace di risolvere il conflitto di com­petenza fra l’assemblea e i commissari. Dovunque sorgeva­no comitati e sottocomitati che si sovrapponevano, e in pratica si eliminavano. La Comune chiamata a risolvere mille conflitti decideva, e l’indomani ritornava sulla sua de­cisione.

Si parlava moltissimo, si discuteva, si litigava; ogni gior­no qualcuno si dimetteva e poi ritirava le dimissioni; intanto la guerra, priva di direzione, mal condotta, non face­va registrare che insuccessi. Si sentiva il bisogno di una personalitĂ  che s imponesse (Blanqui purtroppo era prigio­niero a Marsiglia e vani riuscirono i tentativi di riaverlo scambiandolo con l’arcivescovo Darboy preso in ostaggio) e nello stesso tempo si aveva paura della dittatura. Infine, il 28 aprile, al termine di una lunga seduta fu proposta la creazione di un Comitato di salute pubblica, organo esecu­tivo munito di autoritĂ  su tutte le commissioni e capace, come si espresse il proponente, Jules Miot, la barba piĂą bella della Comune. « di far cadere le teste dei traditori ».

La denominazione altisonante entusiasmò l’Assemblea. Se qualcuno non fosse insorto per chiedere un dibattito, i delegati, come tanti scimuniti avrebbero votato senz’altro la nomina del Comitato. Messa ai voti raccolse 45 sì contro 23 no. VentitrĂ© membri erano assenti. Abbiamo dimentica­to di dire che fin dal primo giorno, molti eletti, i piĂą mo­derati, avevano cominciato a disertare le riunioni, a squa­gliarsela.

Val la pena di citare la pagina di Lissagaray su questa votazione che ci illumina sugli umori di quell’assemblea. « Molti motivarono il loro voto. Gli uni pretendendo di obbedire al mandato imperativo dei propri elettori, voleva­no far “tremare i vili e i traditori”. Altri dichiararono semplicemente come Miot che si trattava di una “misura indispensabile”. Felix Pyat che aveva spinto Miot e che aveva sostenuto a fondo la proposta per conservare la stima di coloro che gridavano, avanzò questa potente argomentazione: “Voto a favore, perchĂ© le parole ‘salute pub­blica’ sono assolutamente della stessa epoca delle parole repubblica francese’ e ‘Comune di Parigi’ ». « Ma Tridon in­vece: “Voto contro perchĂ© non mi piacciono gli addobbi inutili e ridicoli” e Vermorel dal canto suo: “Voto contro; non si tratta che di parole e di parole il popolo ne ha avu­te abbastanza”. Analogamente Longuet: “Non credo alle parole salvatrici piĂą che ai talismani e agli amuleti; perciò voto contro”. Diciassette dichiararono collettivamente di votare contro un Comitato che avrebbe creato una dittatu­ra, e parecchi altri invocarono lo stesso motivo, assai pue­rile. La Comune infatti rimaneva sovrana tanto che otto giorni dopo rovesciò il Comitato ». In pratica il Comitato di salute pubblica cominciò a far sentire la sua autoritĂ  so­lo quando vi entrò una personalitĂ  energica come quella di Charles Delescluze, che non avendo alcuna simpatia per tutti quei comitati e sottocomitati, li tollerava per lealtĂ  verso la Comune. Si era alla fine e il suo intervento non potĂ© avere efficacia.

Ciò che avveniva nella massima assemblea e nelle com­missioni superiori, (finanze, guerra, polizia, ecc. ecc.) si ve­rificava a tutti i livelli, nelle centinaia di comitati che pul­lulavano per la cittĂ , e che invece di frazionare il potere, Io moltiplicavano in cento piccoli feudi gelosi l’uno degli al­tri. E purtroppo avveniva nell’esercito. In pochi giorni si succedettero tre comandanti; a Lullier subentrò Brunel, a questi Cluseret, un avventuriero che si vantava d’essere sta­to con Garibaldi nella spedizione dei Mille e con Lincoln nella guerra civile americana. Di sicuro si sapeva che nel ’48 era stato con Cavaignac nella repressione del movimen­to popolare del giugno.

All’impotenza del comando centrale corrispondeva la confusione nei comandi locali, delle legioni che difendeva­no la linea dei forti e che dopo la rovinosa offensiva del 3 aprile su Versailles, (conclusasi con una rotta precipitosa e la fucilazione di due capi coraggiosi come Duval e Flourens caduti prigionieri) subivano costantemente la pressione dei versagliesi, forti ormai di un vero esercito. Ogni legione si credeva autonoma, al punto di ritenersi autorizzata ad ab­bandonare trincee e posizioni senza ordini, ogni volta che lo ritenesse opportuno. I comandanti erano eletti e deposti, litigavano fra loro preoccupati piĂą degli amici che avevano ai fianchi e alle spalle che dei nemici che stavano di fronte.

 

SI SOSPETTANO I CORAGGIOSI

 

Le armi, le munizioni e i viveri arrivavano casualmente. Reparti che non erano mai stati in linea sfoggiavano bellis­sime carabine; soldati che combattevano duro, avevano fu­cili scarichi. In alcuni forti, dove sovrabbondavano i viveri e il vino, si gozzovigliava; legioni affamate, ciano costrette per nutrirsi a ricorrere al saccheggio. I comandanti erano nella maggior parte dei casi degli inetti, fanfaroni, che pre­ferivano pavoneggiarsi nelle retrovie, con grande tintinnio di sciabole e speroni; finché un consiglio di ufficiali li de­stituiva all’improvviso sostituendoli con altri ancora peg­giori. Quelli valorosi come Dombrowski, La Cecilia, Wrobleswski, che cercavano di porre rimedio al disordine e tempestavano la Comune di appelli disperati, erano guar­dati con sospetto. Dombrowski, che con la vittoria di Asnières aveva dimostrato grandi capacità strategiche, (aveva combattuto coraggiosamente in Polonia nel ’63 e con Garibaldi nel ’70) fu persino accusato di tradimento. Si giocava alla guerra e alla rivoluzione.

Lissagaray nella sua storia conclude: « Dentro la città degli uomini attivi e appassionati si sfibravano in lotte snervanti contro gli uffici, i comitati, i sottocomitati, le mille rotelle pretenziose di un’amministrazione divisa da rivalità, e perdevano una giornata per farsi consegnare un cannone. Sulle fortificazioni qualche artigliere batteva le li­nee dei versagliesi, e non chiedendo altro che del pane e del ferro, non abbandonava il pezzo che trascinato via dai colpi di cannone del nemico. I forti, con le casematte sfon­date e le feritoie polverizzate, rispondevano alla tempesta di colpi che pioveva dalle alture. I bravi tiragliatori allo scoperto, andavano a sorprendere i soldati di linea nei loro appostamenti. Tutta questa abnegazione, tutto questo eroi­smo si spegneva nel vuoto, come una caldaia di una mac­china il cui vapore fuggisse via da mille buchi. »

 

LA RIVOLUZIONE RISPETTA LA BANCA

 

Destituito Cluseret, di cui si chiese anche, vanamente, l’arresto, il comando venne affidato a Rossel, un capitano dell’esercito regolare, un bretone intelligente e valoroso, che per patriottismo s’era posto al servizio della Comune. Militare egli cercò di adottare criteri militari. Presto si re­se conto di essere a un bivio: o il colpo di Stato, con l’ine­vitabile dittatura, o le dimissioni. Preferì questa seconda via, con una lettera che fece pubblicare sui giornali e che cominciava così: «Cittadini membri della Comune. Incari­cato da voi, a titolo provvisorio della delegazione della guerra, mi sento incapace di portare piĂą a lungo la respon­sabilitĂ  di un comando dove ognuno delibera e nessuno ob­bedisce. » La Comune ne chiese l’arresto.

Dopo Rossel toccò a Delescluze. Il vecchio « barre de fer », affidò la difesa del fronte ai tre comandanti più capa­ci. Dombrowski, all’ala destra, La Cecilia, al centro, e Wroblewski alla sinistra. Era tardi. I versagliesi stavano per entrare dentro Parigi.

Se alle commissioni per la guerra regnava l’anarchia, alla polizia, non mancavano invece l’improvvisazione e l’inizia­tiva. Ciò fu dovuto alla bizzarra e molto discussa persona­litĂ  del delegato dalla Comune, lo studente blanquista Raoul Rigault, illustratosi negli ultimi tempi del regime bonapartista per la sua abilitĂ  nello scoprire e denunciare agli amici gli agenti del governo che si mescolavano alle riunioni del Quartier Latin. Piccolotto, capelluto, il viso circondato da un’enorme barba, il naso rotondo sormontato da un paio d’occhiali a pince-nez, egli si divertiva a spa­ventare i borghesi, i preti, i benpensanti con le sue dichia­razioni estremiste. Prima del ’70 aveva diretto un giornalet­to dal nome abbastanza significativo « Le Barbare ».

Entrato alla prefettura della polizia, vi portò una banda di amici, sventati quanto lui, che assolsero alle funzioni più delicate come se si trattasse di un gioco di ragazzi. Ri­gault faceva il tremendo; ben presto tutti si accorsero che si trattava soprattutto di una messa in scena e gli agenti provocatori, le spie, gli amici di Thiers, penetrarono in gran numero nei suoi uffici. Egli procedeva agli arresti dei « nemici del popolo » con gran pompa, guidando personal­mente il reparto per le vie di Parigi come un battaglione a una parata militare. Il più delle volte, il ricercato aveva tutto il tempo di scappare. In pratica Rigault e i suoi amici riuscirono soltanto ad acciuffare un certo numero di preti. Molti membri della Comune erano indignati di questi arre­sti fatti a casaccio, che Malon definì « libertinaggio polizie­sco », e alla fine Delescluze ottenne le dimissioni del « barbaro ». I metodi di Rigault furono sfruttati dalla stampa versagliese per diffondere in tutta la Francia il ter­rore del comunismo e cui s’associava l’immagine del terri­bile commissario. In realtà, in tutto il periodo della sua esistenza, la Comune non operò più di 1400 arresti, la mag­gior parte dei quali si risolsero in fermi di poche ore. Gli eccessi, con le fucilazioni degli ostaggi e gli incendi delle case dei sospetti, si ebbero solo negli ultimi giorni, quando i versagliesi erano già dentro la città e dettero l’esempio colpendo senza pietà gli avversari.

Se un difetto ebbe la Comune non fu certo la crudeltĂ , ma piuttosto la debolezza, l’incertezza davanti alle misure che avrebbero potuto garantire la sua vita. Il suo atteggia­mento nei confronti della Banca di Francia che Thiers non aveva fatto in tempo a sgomberare e che conteneva nelle sue casseforti, fra biglietti, valuta estera, lingotti e gioielli, circa tre miliardi di franchi è abbastanza sintomatico. Il de­legato della Comune, il vecchio Beslay, quando si presentò per prenderne possesso fu affrontato dal vice-governatore, De Ploeuc, che per l’occorrenza aveva armato di fucili tutti gli impiegati, con un discorso patetico e patriottico che commosse fino alle lacrime il canuto commando. « Suvvia, Beslay » concluse il vice-governatore « aiutatemi a salvare tutto questo: è il patrimonio de] vostro Paese, i] patrimo­nio della Francia ». Beslay tornò a riferire alla Comune, ri­petendo gli argomenti di De Ploeuc, in maniera così con­vincente che i suoi colleghi inteneriti, dimenticando che il loro maestro, Proudhon, aveva messo l’abolizione della Banca in testa al suo programma, si mossero in suo soccor­so e ne furono, fino alla fine, i vigili piĂą zelanti. Beslay venne nominato commissario, e De Ploeuc lo ospitò nei lo­cali della Banca giungendo al punto, per essere piĂą sicuro, di farlo dormire vicino alle casseforti.

Il 21 maggio, di domenica, i versagliesi entrarono in cit­tĂ , attraverso la Porte de Saint Cloud, sguarnita, senza com­battere dato che i difensori erano a sentire la musica in piazza. Da quella fessura l’invasione dilagò e con l’invasio­ne, la lotta s’accese per le strade, da un arrondissement all’altro, cominciando da quelli occidentali, il 16°, il 15°, l’8°, il 17°, procedendo a ventaglio come un incendio da ovest verso est.

I federati avevano finora combattuto con leggerezza, co­me se la guerra fosse piĂą che altro un’avventura, una para­ta, uno spettacolo cui si partecipava per far mostra della propria individuale bravura, e di una divisa sgargiante; con l’invasione si trasformarono in soldati valorosi, tanto piĂą valorosi quanto piĂą s’allontanava la possibilitĂ  di vit­toria. La cittĂ  si coprì di barricate; ogni quartiere diventò un campo trincerato difeso a oltranza dai suoi abitanti; Guardie nazionali, soldati di linea, marinai, cittadini ac­corsero alla difesa. La parola d’ordine era: Parigi sarĂ  la tomba dei versagliesi.

La Comune era stata finora la caricatura di quella che nella grande rivoluzione aveva in numerose occasioni mo­bilitato i parigini del faubourg Saint Antoine; con la lotta per le strade, scomparve quasi del tutto. I delegati si di­spersero nei quartieri da cui erano stati eletti. La lotta per­se ogni carattere unitario, si frantumò in centinaia di epi­sodi selvaggi agli angoli di ogni strada.

 

DA MONTMARTRE ALL’HOTEL DE VILLE

 

Raggiunta l’Etoile i versagliesi presero d’infilata gli Champs Elysées, fino alla Concorde e alle Tuileries; allun­gandosi verso nord attaccarono le alture di Montmartre da cui avrebbero dominato tutti i quartieri centrali. Contem­poraneamente, sull’ala destra, avanzavano verso il Pan­theon e il Lussemburgo, difesi dai reggimenti di Wroblewski. Ai piedi di Montmartre cadde Dombrowski; vicino al Lussemburgo fu catturato e immediatamente passato per le armi Rigault. Millière fu fucilato in ginocchio sui gradini del Pantheon.

De Goncourt era stato sorpreso dall’invasione mentre si trovava in casa di un amico, vicino all’Opera. « Saliamo sul belvedere di vetro che domina la casa. Una grande nu­vola di fumo bianco occupa tutto il cielo in direzione del Louvre. C’è qualcosa di terrificante e di misterioso in que­sta battaglia che ci circonda, in questa occupazione che si avvicina senza rumore e apparentemente senza battaglie. »

« Ben presto si sentono esplosioni da tutte le parti e an­che molto vicino. In rue Vivienne una casa, sull’altro lato della strada, ha la veranda distrutta. Davanti a noi va in pezzi un lampione. Durante il pranzo un proiettile esplode ai piedi della casa e fa tremare le nostre sedie…». «Al mo­mento attuale il grosso dell’azione sembra concentrarsi a Montmartre. In mezzo al rombo lontano di artiglierie e moschetti, i colpi di fucile, vicinissimi, ci fanno pensare che si stia combattendo in rue Lafayette, in rue Saint Lazare ».

«Le fucilate si avvicinano sempre piĂą: distinguiamo chiaramente quelle esplose in rue Drouot. In questo mo­mento arriva una squadra di operai che hanno ricevuto l’ordine di sbarrare la strada all’altezza della rue Vivienne, proprio sotto le nostre finestre… ».

« … Ecco una truppa numerosa di guardie nazionali che si ritirano con gli ufficiali, lentamente e in buon ordine. Poi ne arrivano altre con passo piĂą frettoloso. Alla fine al­tre ancora si urtano in uno sbandamento generale, in mez­zo a cui spicca un morto dalla testa insanguinata che quat­tro uomini sorreggono per le mani e per i piedi, come un pacco di biancheria sporca, portandolo di casa in casa nel­la vana speranza che qualche porta si apra ».

« Malgrado questa ritirata, queste defezioni, queste fu­ghe la resistenza alla barricata della rue Drouot è molto lunga. Il ritmo delle fucilate non accenna a smettere. A po­co a poco tuttavia il fuoco si fa meno intenso.

Ben presto non si sentono piĂą che colpi isolati. Poi due o tre scoppi finali. Quasi subito vediamo fuggire l’ultima squadra di di­fensori della barricata, quattro o cinque ragazzi, sui quat­tordici anni, uno dei quali grida: “Mi ritirerò tra gli ultimi. La nostra strada è finalmente in mano ai soldati di Versailles…” ».

La notte del 23 i versagliesi raggiunsero l’Hotel de Ville che i federati, prima di abbandonarlo, avevano dato alle fiamme. Si credeva che a questo punto la resistenza dei di­fensori si sarebbe spenta. Al contrario, si fece più accanita, selvaggia. I versagliesi fucilavano quanti cadevano nelle lo­ro mani, soldati o civili. I federati risposero fucilando gli ostaggi che avevano nelle loro mani.

Il 24, più di mezza città, da Montmartre alla place d’Ita- lie passando per l’Opera, l’Hotel de Ville, il Lussemburgo e il Pantheon era in mano ai versagliesi. La lotta continuava affondando nei quartieri più antichi e popolari, il X, l’XI, il IV, il III, oltre la Bastille e il faubourg Saint Antoine. I superstiti della Comune e del Comitato centrale ancora si riunivano, nelle sedi dei municipi, dovunque trovassero una stanza per accoglierli, ancora deliberavano. Era già il quarto giorno che non dormivano, che mangiavano come potevano.

Delescluze fu ucciso sulla barricata dello Chateau d’Eau (oggi Place della republique), la sera del 24. Era uno dei su­perstiti delle rivoluzioni del ’39 e del ’48, piĂą volte ar­restato, proscritto, irriducibile. Vecchio, malato, con un filo di voce, non aveva voluto sottrarsi a questa ultima battaglia di cui nel profondo del cuore non condivideva i fini e i metodi.

 

LA FINE DI DELESCLUZE

 

Ecco come Lissagaray descrive la sua fine: « Alle sette meno un quarto circa, vicino al municipio scorgemmo De­lescluze, Jourde e una cinquantina di federati che cammina­vano in direzione dello Chateau d’Eau. Delescluze vestito come al solito, con il cappello, in redingote e pantaloni ne­ri, la sciarpa rossa intorno alla cintura portata in modo po­co appariscente, senza armi, appoggiandosi al bastone… A cinquanta metri dalla barricata le poche guardie che hanno seguito Delescluze si eclissano davanti ai proiettili che oscurano l’imboccatura del boulevard… Il sole tramontava dietro la piazza. Delescluze, senza voltarsi a guardare se qualcuno lo seguiva, camminava con lo stesso passo, solo essere vivente sulla carreggiata del boulevard Voltaire. Ar­rivato alla barricata, piegò a sinistra e passò dall’altra par­te. Per l’ultima volta ci apparve il suo visto austero, incor­niciato dalla corta barba bianca, rivolto verso la morte. Improvvisamente Delescluze scomparve. Era caduto, fulmi­nato, sulla piazza du Chateau d’Eau ».

La resistenza si protrasse fino al 28 maggio. Si combatté fin dentro il Pére-Lachaise, fra le tombe. Dentro i sepolcri versagliesi e federati lottarono con i pugnali, le baionette, morirono rotolando nelle stesse fosse. L’ultima barricata a cadere fu quella di rue Ramponneau. Per un quarto d’ora fu difesa da un solo soldato. Un ultimo colpo di cannone. Era l’una; la Comune era finita.

La repressione fu atroce. Le cifre dei fucilati sono tutto­ra oggetto di discussione. Sedicimila sembra la più vicina al vero. Bisogna risalire ai massacri di Silla, dopo la batta­glia della porta Collina, per trovare un equivalente nelle lotte civili.

« Il suolo è disseminato dei loro cadaveri », telegrafò Thiers ai prefetti, « questo spettacolo spaventoso servirĂ  di lezione ». I massacri in massa durarono fino ai primi giorni di giugno e le esecuzioni sommarie fino alla metĂ  del mese. Si fucilava nei cortili delle caserme, nelle piazze, nei giar­dini, davanti ai muri delle chiese, dappertutto. Non si ba­dava all’etĂ , nĂ© al sesso. I vecchi erano uccisi perchĂ© « reci­divi »; i ragazzi perchĂ© non fossero tentati di ripetere la prova. Le donne, perchĂ© compagne dei ribelli. Gli ordini della strage venivano dall’alto; i subalterni li eseguivano con zelo; i soldati non davano segno di pietĂ . E tutto avve­niva sotto gli occhi di un pubblico in preda all’isterismo, emozionato, divertito, esultante, che andava alle fucilazio­ne come a uno spettacolo.

Ecco come De Goncourt ne descrive una, vicino allo Chatelet: « Appaiono dei cavalieri minacciosi, con la scia­bola in pugno che fanno impennare i cavalli per ricacciare sui marciapiedi tutti i passanti. In mezzo a loro avanza un gruppo di uomini, davanti ai quali c’è un tipo con la barba nera e la fronte attraversata da una benda. Mi colpisce un altro che i due vicini sostengono per le braccia, come se non avesse la forza di camminare. Tutti hanno un pallore strano e una vacuitĂ  nello sguardo che mi è rimasta nella memoria. Vicino a me un borghese conta tranquillamente: ”Uno, due tre…” Sono ventisei… La scorta li fa correre fino alla caserma Lobau, dove la porta si richiude alle loro spalle con una violenza e una precipitazione strane ».

 

I VINCITORI NON HAN PIETĂ€

 

« Non capivo ancora, ma c’era in me un’ansia indefinibi­le. Il borghese, che li aveva contati, disse allora a un vici­no: ”Non sarĂ  lungo, si sentirĂ  presto la prima scarica”. ”Che scarica?” “Ma sì! Li fucileranno!”. Quasi nello stesso istante esplode, come un violento rumore in un ambiente chiuso, una scarica che ha un po’ della meccanica regola­ritĂ  di una raffica di mitragliatrice. C’è un primo, un secon­do, un terzo, un quarto, un quinto rrarra di morte — poi un lungo intervallo — e ancora un sesto, e ancora due sca­riche precipitose, l’una dopo l’altra ».

« Questo rumore sembra che non debba finire mai. Fi­nalmente tace. Tutti provano un senso di sollievo e si rico­mincia a respirare, quando esplode un colpo lacerante che fa tremare sui cardini dissestati la porta sconnessa della ca­serma. E’ una guardia municipale, che sta dando il colpo di grazia a quelli che non sono ancora morti ».

« A questo punto esce dalla porta, come un gruppo di ubriachi, il plotone di esecuzione con qualche baionetta sporca di sangue. E mentre due furgoni chiusi entrano nel cortile, scivola fuori un prete di cui si vedono per parec­chio tempo, lungo il muro esterno della caserma, la schiena magra, l’ombrello, il passo molle ».

Dopo la prima settimana di giugno il ritmo delle fucila­zioni rallentò e cominciò la disinfezione. Veicoli di ogni genere, carri, carretti, vetture pubbliche raccoglievano i ca­daveri in tutti i quartieri. Dall’epoca delle grandi epidemie di peste non si erano piĂą visti simili carichi di carne umana.

« Ve n’erano in così avanzato stato di putrefazione», rac­conta Lissaganay, « che fu necessario trasportarli in furgoni chiusi e a gran velocità nelle fosse di calce viva. I cimiteri di Parigi furono presto al completo. Innumerevoli vittime, una vicino all’altra, scalze, riempivano immense fosse al Père-Lachaise, a Montmartre, a Montparnasse. Altre furo­no portate a Charonne, a Bagnolet, a Bicetre, a Bercy, dove furono utilizzate le trincee scavate durante l’assedio e per­fino i pozzi. Alcune donne in piedi sull’orlo delle fosse cer­cavano di riconoscere qualcuno nel cumulo di quei resti. Si udirono a lungo mugolare vicino a queste fosse i cani pri­vati del loro padrone » .

Cominciavano le denunce, i processi, le condanne (e an­cora esecuzioni, fino a dicembre quando furono fucilati in­sieme Rossel e Ferré) le deportazioni, gli esili. Si calcola che in tutto Parigi perse circa centomila uomini. Erano in gran parte operai, artigiani. L’industria ne restò paralizza­ta. Furono i proprietari che chiesero al governo di far ces­sare quella falcidia che, continuando, avrebbe messo a ter­ra l’economia della capitale.

La Comune spense per oltre un ventennio l’idea rivolu­zionaria in tutta la Francia; mise a terra, per un periodo anche piĂą lungo, il movimento operaio e con esso la demo­crazia, consegnò il Paese alle destre, ai militari e alla Chie­sa, scavò un solco incolmabile fra borghesia e proletariato. Fu una di quelle catastrofi che lasciano il segno nella vita di una generazione.

Rappresentò, nella storia del movimento rivoluzionario, una svolta decisiva, determinando la rottura, in seno all’In­ternazionale, fra gli antiautoritari (anarchici) e gli autorita­ri, i futuri bolscevichi. I secondi avranno buon gioco a di­mostrare che una rivoluzione se non è fortemente centraliz­zata, non ha speranze di successo. I primi replicheranno che la rivoluzione, una volta sottomessa a una direzione centralizzata e autoritaria, non sarĂ  piĂą tale. La disputa ha continuato per decenni e dura tuttora.

 


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Invito tutti a non inviarmi più libri in lettura. Per mancanza di tempo, e dall'11 novembre 2013 anche di salute, non posso più accontentare nessuno. Così pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Chiedo scusa.
Bart