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STORIA: I MAESTRI: L’armistizio del 4 novembre 1918 raccontato da Solmi, Montale e Bacchelli. Bello sì ma dopo?

26 Settembre 2012

di Manlio Cancogni
[da “La fiera letteraria”, numero 45, giovedì, 7 novembre 1968]

• Sergio Solmi come quasi tutti quelli della sua classe, il ’99, era stato richiamato nella primavera del ’17. Poiché era stu­dente venne mandato alla scuola allievi ufficiali di fanteria, a Parma. Erano mi­gliaia, destinati a colmare le enormi per­dite provocate nei complementi dalle ul­time terribili battaglie dell’Isonzo. Ma in­tanto le sorti della guerra mutavano; quando Solmi ebbe la nomina ad aspi­rante, c’era già stato Caporetto. Dov’era Solmi il giorno dell’armistizio? Che cosa faceva? Quali furono i suoi pensieri?

Sergio Solmi – E’ strano, ero proprio a Vittorio Veneto, in paese. Ero sottotenente, il mio reggi­mento di fanteria, non ne ricordo il nome, faceva parte dell’Ottava armata, quella di Caviglia, che aveva passato il Piave davanti a Sernaglia. Avevo diciannove anni, ero un ragazzo. Ma già, tutti gli ufficiali subalterni erano come me, dei ragazzi. Eravamo molto allegri, non si pensava.

Al fronte c’ero già dal marzo, prima sul Monfenera, nel 149° reggimento fanteria, poi sul Montello. Si cambiava spesso di reparto, era un vai e vie­ni di ufficiali, una confusione. Anche al fronte ci arrivai per sbaglio, così. Finito il corso allievi uffi­ciali, a Parma, ci mandarono per un breve periodo a casa; era la fine del 1917, c’era già stato Caporet­to, ora la guerra era sul Piave e sul Grappa. Poi fummo richiamati, ci dissero che si partiva. Non so come, arrivai tardi alla stazione, i miei compagni erano già partiti. Presi il treno dopo. I miei colleghi furono bloccati a una stazione e avviati a non ricordo quale centro, per un corso di perfezionamento. Me, nessuno mi fermò. Arrivai diritto in prima linea, sul Monfenera, tra il Grappa e il Montello. Pioveva, la neve si stava sciogliendo, si sguazzava nel fango. E tuttavia ero contento. Raf­faello Franchi, il primo a vedermi sbucare dal cam­minamento che portava in prima linea disse che « apparvi rotondetto e sorridente ».

Ero eccitato pieno di curiosità

Non ero stato interventista. Quando scoppiò la guerra avevo sedici anni, non sapevo nulla. Ero or­fano di padre, quindi in famiglia nessuno parlava di politica, mia madre era una donna di casa. Face­vo il liceo, badavo a studiare, mi piaceva la lettera­tura.

Non ero nemmeno contro. Quando fui richiama­to partii volentieri, ero eccitato, sentivo di entrare nella vita, e la vita in quel momento era la guerra. Non pensavo che avrei potuto morire. Il rischio m’attirava, accresceva quell’eccitazione. Eravamo più o meno tutti in quello stato d’animo, parlo di noi giovani ufficiali del ’99, non si pensava ad al­tro.

La linea che si occupava sul Monfenera era stata tenuta, prima di noi, dai francesi. Le trincee aveva­no nomi francesi. Mi parve una grande cosa. Il capitano era neutralista, aveva già qualche anno di guerra sulle spalle. Appena presentato mi disse: « Studente? Lei è dunque di quelli che hanno grida­to, ’’viva la guerra”. Benissimo; andrà subito d’i­spezione ai piccoli posti e domani in pattuglia ». Anche questo mi sembrò straordinario.

Fra gli ufficiali che conobbi sul Monfenera Raf­faello Franchi, fu il primo a darmi il benvenuto. Lo rivedo mentre recita in un gruppetto dei versi di Savinio. Dicevano: « Bocca tappata / di resina amara / mirai pacobotto / che va all’Asmara… ». Franchi, là in mezzo s’atteggiava a poète maudit. Voleva sempre épater le bourgeois, cioè i colleghi. Nel suo baracchino aveva attaccato alle pareti dei disegni di Carrà che facevano scandalo per la loro audacia. Carrà in quel tempo era internato in una clinica, si faceva passare per matto.

Di grandi episodi di guerra, sul Monfenera, in quel periodo, non ce ne furono. Una piccola scheg­gia in una spalla avendomi procurato un’infenzione, fui mandato all’ospedale. Quando in giugno ci fu la battaglia del Piave ero sempre laggiù. Feci in tempo a vedere la fine dell’offensiva austriaca sul Montello, anche questa volta per una mia sbada­taggine. In ospedale non ci davano molto da man­giare, la sera scavalcavo la finestra e me ne anda­vo a cena in una trattoria vicino. Un ufficiale mi ri­conobbe e per punizione fui rispedito al fronte. Quando arrivai in linea si stava ancora combatten­do. C’era un gran crepitio di fucili e di mitragliatri­ci. S’avanzava in un bosco, io e un ufficiale di car­riera, che mi precedeva sul sentiero per raggiunge­re il nostro reparto. Era un uomo coraggioso. Non piegava nemmeno la testa al fischio delle pallotto­le. Io vedevo, con una certa apprensione, i rametti degli alberi che si staccavano, recisi da un colpo, sopra di lui.

Ho divagato, volevo spiegare il mio stato d’ani­mo nei giorni conclusivi della guerra. Non ero cambiato. Quando cominciò la battaglia per il pas­saggio del Piave ero come nei primi giorni eccita­to, pieno di curiosità… M’avevano nominato uffi­ciale di collegamento, così avevo un’abbondante dotazione di razzi, pistole Very, bandiere a lampi di colore. I razzi erano bagnati, pioveva ininterrot­tamente, e si accendevano in ritardo o per niente, le segnalazioni riuscivano falsate. Il comandante del battaglione era un tenente colonnello venuto in quei giorni dall’Eritrea dove aveva vissuto anni in un forte nel deserto. Non sapeva nulla delle nuove armi. Dovevo spiegargli io come funzionava­no le bombe a mano Sipe e i petardi Thévenot. Aveva un curioso pizzetto, era magro, somigliava a Don Chisciotte

Ufficiali subalterni un po’ esperti non ce n’erano più. I superstiti, che avevano già qualche anno di guerra, marcavano visita; non se la sentivano di morire proprio alla fine. Il battaglione era in mano a noi ultimi arrivati, tutti ragazzi come me, si può immaginare la confusione.

Pioveva a dirotto, il Piave era in piena, non si riusciva a passare. Era notte. Stavamo ammassati in un camminamento perpendicolare alla riva del fiume aspettando. Io avevo voglia di vedere, cerca­vo di spingermi avanti nel camminamento. Non riuscendo a passare per via della gran ressa, uscii fuori col rischio di farmi ammazzare dal fuoco de­gli austriaci che sparavano dalla riva opposta. Stri­sciando nel fango, fra i cespugli, sbucai in vista del Piave.

I fuochi di bengala degli austriaci che calavano dal cielo attaccati a piccoli paracadute lo illumina­vano a giorno. Si vedevano i rami e le foglie tra­sportati dalla corrente, gli alberi e i cespugli delle due rive, e più su i nostri genieri che lavoravano per gettare un ponte. Non poteva esserci niente di più bello. E io c’ero.

Tornai al mio posto. Gli austriaci facevano un fuoco infernale, le granate cadevano dappertutto, ma io ero felice per quello che avevo visto. Le gra­nate del resto non facevano un gran danno perché cadevano nel fango senza scoppiare. Trascorsero in quel modo molte ore, non ricordo quante. Infine riuscimmo anche noi a passare, più a valle, a sini­stra del ponte della Priula. Erano le prime luci del­l’alba. Il Piave correva gonfio e livido. Prima di noi era passato un reparto d’assalto. Sull’altra riva non c’era nessuno, il fuoco era finito, faceva un gran si­lenzio. Avanzammo fra i cespugli, fra i campi intri­si d’acqua. Qua e là si scorgevano dei fagotti grigi abbandonati nell’erba, o sulla terra scura i primi ca­duti austriaci. Erano gli Honved che in giugno ave­vano passato il Piave preceduti da una fama terri­bile. E quel silenzio continuava. Il cannoneggia­mento era molto più lontano, come il brontolìo di un tuono e non metteva paura.

Continuava a piovere, faceva freddo, e noi si an­dava avanti. S’incontrava qualche sbandato che si dava prigioniero senza reagire. Io avevo un asces­so a un dente che mi procurava un gran dolore.

Avevamo fame. Non avevamo niente da mangia­re oltre alle gallette, umide, e qualche scatoletta Si carne. Quando si attraversava un paese le finestre s’aprivano, la gente s’affacciava: « S’è i nostri, gri­davano, siete tornati, benedetti ». Ma non ci dava­no nulla. Un mio sergente ammazzò un ungherese che s’era arreso. Io non vidi, lo seppi dai miei sol­dati mentre sgranocchiavano le gallette, seduti in­torno.

Arrivammo in un grosso paese fra le colline, Vit­torio Veneto. Il comandante di reggimento mi chiamò e mi disse di comunicare ai soldati che era stato firmato l’armistizio, raccomandandomi la cautela, perché la notizia non era sicura e sarebbe stato pericoloso illuderli.

Radunai il battaglione in uno spiazzo fuori del paese. Dissi: « Sono lieto di darvi una bella notizia; ma badate non è la pace, è solo un armistizio… ». Non mi lasciarono finire. Si sfecero sotto i miei oc­chi. Urlavano, si buttavano in terra, facevano le capriole, s’abbracciavano, piangevano. Li lasciai in quello stato e me ne andai a dormire. Tutta la not­te continuarono a far baccano, gridavano, spara­vano, illuminando il buio con i razzi e le pistole Very. Mi svegliavo, mi riaddormentavo, e anche in sonno continuava quel brusìo.

Al mattino, riprendemmo la marcia fra i monti. Si doveva raggiungere la linea d’armistizio nell’al­to Comelico. Attraversammo Belluno, Longarone, Pieve di Cadore. Continuava a piovere. A Santo Stefano nevicava.

Tutto m’era parso bello, naturale

Cosa pensavo? Non lo so, non ricordo. Ero trop­po giovane, non avevo orizzonte oltre la guerra. Credevo che non sarebbe mai finita; ora rivedevo apparire la vita quotidiana, l’Università, lo studio, gli esami…

Finora non avevo mai riflettuto; tutto m’era par­so bello, naturale. Fossi stato più anziano chissà quante cose avrei capito.

C’erano delle cose che non mi piacevano: per esempio il modo con cui i nostri ufficiali trattavano le popolazioni, con tracotanza, disprezzo, come se fossimo una razza privilegiata.

Noi ufficiali di complemento, ho detto, eravamo tutti dei ragazzi. I soldati no, molti di loro erano degli anziani, fra i trenta e i quarant’anni, con fa­miglia. Il mio attendente per esempio. Si chiamava Vignaroli, era dell’Appennino modenese e avrebbe potuto essere mio padre. Era stato ferito più d’una volta. Era molto bravo, anche se non sapeva né leggere né scrivere e firmava con la croce. La sera prima del passaggio del Piave me ne aveva fatta una grossa. Gli avevo affidato l’anice che ci davano prima delle azioni per stordirci, e lui se lo bevve

tutto. Lo trovai steso sull’argine del Piave sotto la pioggia, incosciente, il viso rugoso, gli occhi chiu­si, illuminati dai bengala che calavano dal cielo. Povero Vignaroli, non so che fine abbia fatto; fu lui, a pensarci, che mi fece capire che c’era qualco­s’altro, nella vita, oltre la spensieratezza di noialtri figli di famiglia.

Ogni tanto mi veniva a mente l’ungherese ucciso dal mio sergente, prima di arrivare a Vittorio Ve­neto. Anche quella era una storia che non mi pia­ceva. Il sergente me l’aveva raccontata gongolante, dicendo che l’aveva fatto per vendicare la sorella, violentata durante l’occupazione. Lui era di quei posti. Pensava forse che gli avrei detto, bravo, e invece rimasi zitto.

Arrivammo in un paese che si chiamava Padola di Comelico, sotto il passo di Monte Croce. Oggi credo che abbia un altro nome. Era venuto l’inverno. Noi ufficiali c’incanaglivamo a giocare a carte tutto il giorno, a fumare, a bere. Tutti sembravano fieri di quella vitaccia; io no, in certi momenti mi vergognavo. Mi feci mandare da casa i miei libri, quando era possibile me ne stavo chiuso in camera a leggere. Gli altri m’accusarono di non essere un buon collega.

Avevo imparato a sciare. Nelle giornate serene uscivo chiotto chiotto di casa, calzavo gli sci e m’allontanavo dal paese. Quando ero solo sulla ne­ve, respiravo. Facevo delle gite sempre più lunghe, restando fuori tutto il giorno. Una volta salii fino al passo di monte Croce. Lassù passava il vecchio confine; c’era una casa diroccata; sulla sinistra si alzavano le rocce rosse a guglie, a campanili, delle Dolomiti orientali dove gli alpini avevano combat­tuto nei primi anni di guerra; più oltre, verso l’o­rizzonte, era un accavallarsi di dossi nevosi, di bo­schi scuri. Laggiù un tempo era Austria, un mondo diverso.

Mi abbandonai alla discesa in quel mondo che non conoscevo. I miei sci tagliavano una neve im­macolata. La guerra, alle mie spalle, era un ricordo confuso. Arrivai a un paese, Sesto di Pusteria. Le case avevano il tetto spiovente, balconcini, e scale in legno, le facciate dipinte. Vidi l’insegna di una birreria. Mi tolsi gli sci, spinsi la porta, entrai: l’a­ria era piena di fumo, sapeva di paglia bagnata; se­duti ai tavoli c’erano degli uomini anziani, di pelo rossiccio, con baffi e barbe. Fumavano in pipe di terracotta davanti a grandi bicchieri di coccio, col coperchio, e mi guardarono appena, quando entrai, in silenzio.

Anche Eugenio Montale fu richiamato nel 1917, in ritardo rispetto alla sua clas­se. Fece il corso a Parma, in fanteria, do­ve conobbe fra gli altri Sergio Solmi. Ave­va già la passione della poesia, aveva già scritto Meriggiare pallido e assorto… An­che Solmi amava la letteratura, e i due amici, insieme a Francesco Merlano e al­tri, progettarono persino di fare una rivi­sta. Ma non ne ebbero il tempo.

Eugenio Montale – Dopo il corso fui assegnato al 158° fanteria, che aveva il deposito a Schio, vicino a Vicenza. Il reggimento faceva parte della brigata Liguria, ma di liguri si era in pochi. Il servizio in caserma era noioso, insopportabile. Noi comple­menti si aspettava quasi con ansia di essere man­dati al fronte. Un giorno quando ci dissero che si chiedevano due volontari, io e un certo Cevasco ci presentammo. Non fu per patriottismo, solo per bi­sogno di cambiare, di andarsene. Tanto, un giorno o l’altro ci avrebbero mandato in linea lo stesso. Io non ero interventista; avrei potuto restare a casa perché alla prima visita ero stato fatto rivedibile. Se non fossi andato, però, mi pareva che gli amici, le donne, mi avrebbero guardato con disprezzo. In- somma bisognava farlo. Penso che allora si fosse meno problematici di oggi.

Il mio reparto si trovava sul fronte Trentino, in Vallarsa, sotto il monte Corno, dove nel ’16 aveva­no fatto prigioniero Battisti. Prima armata, genera­le Pecori-Giraldi. Non potrei precisare meglio. In basso c’era un fiume, il Leno, la valle si chiamava Valmorbia, noi però si stava a mezza costa, fra le rocce, perché il fondo era inabitabile, vi si rove­sciava un po’ di tutto, rocce, sassi, fango, schegge, bombe, cadaveri, muli.

Era difficile orientarsi, in montagna la guerra è una faccenda strana, non si sa mai dove stanno i tuoi e dove i nemici, anche quando si era di pattu­glia si andava alla cieca. Il nostro comandante di compagnia, non dico il nome, potrebbe offendersi se fosse ancora vivo, si teneva molto indietro dalla prima linea, stava tutto il giorno in caverna. C’era­no anche degli inglesi, nelle vicinanze, li vedevamo a distanza con i loro elmetti piatti, ma non aveva­mo rapporti con loro. Non avevamo rapporti con nessuno, si era come abbandonati a noi stessi. Spa­ravano? Sì, a tutte le ore anzi, cannoni, bombarde, fucili, mitragliatrici, non si sapeva mai bene per­ché.

La cosa più rischiosa era il servizio ai piccoli po­sti. Lì si era vicinissimi agli austriaci, anche due­cento metri. Gli austriaci prelevavano spesso quei piccoli posti. Prelevare era il termine in uso. An­ch’io mi aspettavo di essere prelevato una volta o l’altra, ma non mi accadde mai nulla. Una volta sonnecchiavo, fui svegliato da un rumore strano. Sporsi la testa fuori del ricovero: a un centinaio di metri c’era un avamposto austriaco e le due senti­nelle, per passare il tempo avevano azionato un vecchio grammofono a tromba.

Divago, ma sono passati tanti anni e i ricordi si confondono. Mi torna alla mente la bontà del ran­cio. La pagnotta era ottima; niente, però, mi sem­bra possa uguagliare quel brodo, abbondante, gras­so, squisito. Dentro ci nuotavano dei bei pezzi di manzo; ora un cimalino, ora un muscolo, ora uno spicchio di petto, dei pezzi saldi, che s’addentavano con gioia. E che sapore. Sembrava che in quel bro­do ci avessero bollito dentro un bove intero, anco­ra vivo. Il caffè invece era una sbroscia, pessimo, roba da cani.

Ora dovrei parlare della battaglia finale, di Vit­torio Veneto, ma per me i ricordi più indimentica­bili sono quelli di certe notti, nella buona stagione, che passavo sdraiato sull’ingresso della mia grotta. Con la luna sembrava che la valle salpasse. In bas­so sentivo il Leno che mormorava, roco. Sbocciava un razzo, lacrimava nell’aria. Udivo un trepestio insolito, un odore acre mi pizzicava il naso: erano delle volpi venute a farci visita; così, senza accor­gersene, si arrivava all’alba.

Ricevetti un biglietto del comandante di compa­gnia, quel tale che non si faceva mai vedere. Dice­va: « A mezzanotte vostra signoria dovrà scendere in basso col suo plotone, dopodiché volgendo a nord ovest, proseguire; indi poscia, retrocedendo a est, per duecento metri e ripiegando a nord, ripren­dere la marcia in direzione nord nord ovest… », e così via. Non era molto chiaro. Lo feci vedere al mio sergente che rimase dubitoso. Quella notte per giunta pioveva, c’era nebbia e non si vedeva quasi nulla. All’ora indicata cominciammo a scendere. Incespicavo, scivolavo, cadevo e l’attendente, un certo Pastorelli di Perugia, doveva sostenermi. Alla fine mi prese in spalla e così arrivammo in fondo, sulla riva del Leno. Sarò sempre grato a Pastorelli per l’aiuto che mi diede. Era balbuziente, analfabe­ta, ma in quell’occasione si mostrò prezioso, senza di lui non sarei riuscito a cavarmela.

Quelle fasce che tormento!

Continuammo ad avanzare, nel buio, alternando il cammino con lunghe soste, fino all’alba. Un altro problema per me erano le fasce mollettiere; non riuscivo mai ad avvolgermele correttamente intor­no ai polpacci, camminando si sfacevano, me le trascinavo dietro nel fango come code. Ero l’ufficiale peggio vestito del reggimento, la giacca mi cadeva dalle spalle, il berretto, tutto schiacciato pareva una frittata. Giustifico quel tale capitano della caverna per avermi fatto un brutto rapporto, motivandolo con un: non possiede alcuna attitudine militare. E’ anche vero perché il suo successore più tardi, un certo Mantero mi pare, un siciliano, corresse quel giudizio con un altro rapporto, favo­revolissimo.

Ho ancora divagato, ma le fasce erano proprio un tormento, specie in quell’occasione, e anche un disonore, perché, essendo all’offensiva, avremmo dovuto far bella figura, e io invece… Dunque era arrivata l’alba. Apparvero davanti a noi degli sco­nosciuti, con le braccia alzate, « Bitte, bitte », gri­davano. Avevamo fatto dei prigionieri. Li mandai indietro, noi proseguimmo ancora per poco, poi ci fermammo definitivamente. L’azione era finita. Ar­rivò un ufficiale che si guardò intorno, e si congra­tulò con me, dicendomi che gli arditi avevano con­quistato il Pozzacchio.

Continuo a far confusione, il Pozzacchio fu con­quistato in giugno, del resto credo che gli austriaci lo abbiano ripreso subito dopo. L’avanzata decisi­va, contemporanea alla battaglia di Vittorio Vene­to fu in ottobre, quattro mesi più tardi. Sul nostro fronte gli austriaci sembrava avessero rinunciato a una resistenza organizzata. Fui uno dei primi a en­trare a Rovereto, subito dopo gli arditi.

Non credo di aver mai visto un caos come quel­lo. Porte sfondate, mucchi di spazzatura dappertut­to, bombe che scoppiavano, incendi e ora qua, ora là, i colpi dei cecchini che gli austriaci avevano la­sciato indietro per ostacolare l’avanzata. C’erano anche molti prigionieri, magri, grigi; soprattutto colpiva quell’abbondanza di spazzatura. Non capi­sco di dove l’avessero tirata fuori.

Andammo avanti, sulla strada di Trento. In un paese, non saprei più dirne il nome, assistetti alla fucilazione di un nostro soldato, colpevole di sac­cheggio, credo che avesse rubato un orologio. Alla scarica vidi chiaramente una cosa bianca che salta­va in aria il cervello, mentre il corpo s’afflosciava giù. No, non mi fece un grande effetto. Ma che co­sa poteva fare effetto in tali circostanze? Era come un sogno, un grande sogno in cui tutto poteva ac­cadere. Io avanzavo come un sonnambulo. Subito dopo ci dissero che avevamo vinto la guerra.

Anche quella notizia non mi procurò una grande emozione; certo ero soddisfatto d’essere ancora vi­vo, però non provai nulla di ciò che si potrebbe im­maginare. Pensavo che fra poco avrebbe ripreso quell’odiosa vita di caserma, già ricordavola Val­morbia come un luogo dove si potevano trovare dei momenti di pace, idillici.

Ci mandarono in zona liberata, od occupata, a seconda di come si giudica, oltre Trento, oltre Bol­zano, a presidiare uno di quei paesi dal nome tede­sco che il nostro governo si sarebbe affrettato a italianizzare. Mi pare si chiamasse Kienz, non ne sono sicuro. Era nel fondo valle, una valle larga come una pianura, forsela Val Venosta, forsela Pusteria, un bel posto. Anche una gran noia però. Mi consolavo col vestire più accuratamente. Porta­vo un bel colletto blu fuori ordinanza, sul quale le mostrine arancione del reggimento facevano un bellissimo effetto. Ritrovai nella cassetta~Tm-pam di guanti di canguro gialli, scamosciati, anch’essi proibitissimi, per colpa dei quali ero già stato mes­so agli arresti quando ero di guarnigione a Schio.

Qui m’accadde una cosa che non so ancora spie­garmi. Voglio dire che non sono in grado di stabili­re con sicurezza se si sia trattato di una cosa vera o di un sogno. Una sera fui invitato a pranzo da un signore del luogo, un patrizio asburgico, non ricor­do se conte o barone, che aveva una villa, un ca­stello, vicino al paese. Ci sono di questi nobili, in Alto Adige, d’origine antichissima, i Volkenstein, i Vogelweide, eredi dei Minnesanger medievali, e ci sono anche i loro castelli; resta da vedere se quello in cui entrai quella sera era vero, o frutto della mia fantasia. Ricordo ch’era molto bello, belle sale, bei mobili, bel vasellame.

L’ospite, un signore anziano, molto distinto, si disse onoratissimo di ricevere un ufficiale del valo­roso esercito italiano; anch’io mi dissi molto ono­rato. Cenammo a un tavolo lungo, lui da un capo io dall’altro. Non ricordo che cosa ci dicemmo, né che cosa mangiammo. I servitori erano anziani, in livrea, anch’essi molto distinti. Poi il buio. Non ri­cordo d’aver più rivisto né il castello, né il signore, né i suoi servi. Più niente. Eppure non credo di avere sognato. Io non ricordo nulla di quello che sogno. Questa stona invece l’hochiarissima nella mente, in tutti i particolari, il vasellame, le calze dei servitori, i baffi del padrone di casa.

Dall’Alto Adige ci rimandarono in Italia, fui asse­gnato a un campo di prigionieri austriaci a Lanzo Torinese. Ero tenente, l’Ufficiale più alto in grado, comandavo io. I miei prigionieri erano dei bravissi­mi giovani. Andavamo molto d’accordo, io parlavo un poco il tedesco, loro un po’ italiano. Qualcuno di loro mi scrisse dopo la guerra. Di uno ricordo il nome, Franz Birgel, mi pare.

La sera andavamo a Torino, all’Opera. Sì a volte me ne portavo con me uno o due, fra quelli che avevano passione per la musica e il bel canto. Era una cosa proibitissima, come i guanti di canguro scamosciati e quel collettone azzurro del resto. Me ne infischiavo. Avevo dato un ritocco alla mia ele­ganza: un bastoncino di bambù, col pomo d’avorio, al posto della sciabola.

Riccardo Bacchelli, al tempo dì Vittorio Veneto era ormai un veterano. Subito al­l’inizio della guerra era andato sotto le armi, nell’artiglieria da fortezza. Prima lo mandarono in conca di Plezzo, dove nel­l’ottobre del ’17 ci sarebbe stato lo sfon­damento di Caporetto, più tardi sul basso Isonzo, Fece la ritirata di Caporetto, e dopo un breve periodo, speso a riordinare gli sbandati, tornò al fronte sul Grappa. Nell’ultima fase della guerra, avendone abbastanza, approfittò della disposizione ministeriale che permetteva agli ufficiali che avessero servito al fronte per oltre due anni, di restare nelle retrovie, e se ne tornò a Bologna, al deposito del suo reg­gimento. Lì lo colse la notizia dell’armi­stizio e della fine della guerra.

Riccardo Bacchelli – La prima volta fu una noti­zia falsa, che si propalò in città verso la fine dell’e­state. Ero al caffè Medica, in libera uscita, ed ecco che cominciò ad arrivare della strana gente, vestita in maniera stravagante, chi con dei braconi legati alle caviglie, chi dentro certi camicioni che pareva­no sacchi, in ciabatte, col cappuccio bianco e la faccia scimunita di chi è uscito da una lunga ma­lattia. E tutti facevano dei gran gesti e gridavano come pazzi: « Han fatto la pace, è venuta la pace ». Erano gli ospiti degli ospedali che ricevuto chissà come quella notizia, magari da un malato uscito di senno (era cominciata la spagnola che a molti dava alla testa) l’avevano subito creduta (e a che cosa non si crede in tempi calamitosi come quelli!) e ora portavano la buona novella in città. Erano centi­naia e centinaia, sparsi nelle vie del centro, a gri­dare a smaniare. E molti, naturalmente, gli andaro­no dietro, finché a poco a poco l’agitazione si calmò e quei citrulli, poveretti, se ne tornarono ai loro ospedali.

Quest’episodio mi pare sufficiente per far capire quali fossero gli umori della gente in quell’epoca che i comunicati ufficiali si sforzavano ancora di far apparire eroica. Non se ne poteva più; non era la vittoria che si desiderava, ma la pace.

Una verità che in fondo credo d’aver sempre sa­puto; infatti se io nel ’15 quando scoppiò la guerra, pur avendo il diritto di restare a casa, chiesi ugual­mente di andare al fronte, e venni contentato, non fu per interventismo. Avevo sin da allora un certo qual sospetto che si stesse perpetrando un grande misfatto, che quella guerra, avrebbe significato la fine dell’Europa, della nostra civiltà, e tuttavia sen­tivo che non avrei potuto sottrarmi. Restare a casa mentre, bene o male si decidevano le sorti del mondo? Nemmeno pensarci. Cosi partii, non felice, né entusiasta, con un certo qual sentimento di fa­talità, quasi sicuro che non ne sarei tornato. Al punto che per almeno due anni dimenticai comple­tamente la letteratura, alla quale pur mi dedicavo già da molti anni, e non scrissi un rigo, benché avessi nella mia cassetta di ufficiale un manoscrit­to incominciato.

« Prosegua la battaglia »

Ma al quarto anno di guerra il pessimismo e la stanchezza erano generali; se s’incontravano degli infatuati, voleva dire che non erano mai stati al fronte. Questo era il caso del tenente colonnello che comandava il deposito, di cui non dico il nome, benché quasi sicuramente non sia più di questo mondo, per rispetto ai suoi discendenti, se mai ne ebbe. Parlava molto di fiumi sacri, Isonzo, Tagliamento, Piave, Brenta, ma lui, per quel che mi risul­ta, non s’era mai spinto oltre il Reno; il Reno che scorre nel Bolognese ben inteso. Era un ridicolo, piccolo, nervoso e fanatico. S’era assunto l’incarico di correggere le anomalie delle divise, facendo dei gran cicchetti, anche fuori di caserma, a chi con­travveniva al regolamento. Anche quello, per pa­triottismo.

Girava per la città accompagnato da un suo tira­piedi fermando quanti incontrava per ispezionarne la tenuta. Una sera, davanti al cinema Impero, nei pressi del palazzo di re Enzo affrontò un ufficiale che gli era apparso male in arnese, e dall’aspetto titubante, lo investì rinfacciandogli a una a una le irregolarità dell’uniforme. Era così infatuato che non s’accorgeva dei colpetti che il suo accompa­gnatore gli dava rispettosamente sul braccio, di­cendo. « Signor colonnello, guardi che…». Infine l’accompagnatore si fece coraggio: « Guardi che l’ufficiale è cieco ». Intanto s’era radunata una folla mormorante.

Fu proprio un tale imbecille a darci la notizia, questa volta vera dell’armistizio. Entrò in caserma più esaltato del solito, ci radunò in cortile, ci an­nunciò che la guerra era vinta e poi volle illustrar­ci come era avvenuta la firma dell’armistizio. De­scrisse Villa Giusti, la sala, l’arrivo dei plenipoten­ziari austriaci, la tavola a cui sedevano i rappre­sentanti delle due parti. Sembrava che egli fosse stato presente. Disse: « … Ed ecco Badoglio si alza e dichiara: ”Le condizioni sono queste”; dopodiché legge il primo articolo. Allora uno degli austriaci alza timidamente la mano, fa l’atto di parlare: ’’Vorrei dire”, sussurra. Badoglio non gli risponde. Suona il campanello, e all’aiutante che accorre di­ce: ’’Prosegua la battaglia”. Gli austriaci si spaven­tano: ’’Per carità”, implorano, ’’accettiamo”. Allora Badoglio prosegue la lettura delle condizioni: ’’Se­condo articolo…” Un altro austriaco si leva, accen­na a parlare: ”Mi pare…”, mormora. Badoglio non gli risponde. Suona il campanello, e all’aiutante che accorre dice: ’’Prosegua la battaglia” ». C’era chi, per piaggeria, sorrideva soddisfatto a queste sciocchezze, ma gli altri credo che, come me, le sopportassero a fatica. Non ci pareva tempo di vanterie; nessuno di noi credeva, come quell’im­becille, che l’Italia avesse vinto la guerra, voglio dire che fosse stata l’Italia a vincerla per tutti.

Si sentiva un’uggia, una noia

Ho dimenticato di dire che in quel deposito ave­vo soprattutto un incarico, quello di redigere una cronistoria del nostro reggimento, l’8° da fortezza, durante la guerra. Non era facile perché, sotto le sue insegne, erano passati non meno di cinquanta­mila soldati e batterie di vario tipo. Passavo gran parte del mio tempo a interrogare i reduci dal fronte, gli ammalati, i convalescenti che si appre­stavano a tornarvi, e attraverso le loro testimo­nianze ricostruivo almeno in parte le azioni. Ad al­cune, come la undicesima battaglia dell’Isonzo, avevo partecipato io stesso. Scrivevo in una stan­zetta, una fureria, accumulando con pazienza fogli su fogli. Quando venne l’armistizio ero andato già molto avanti.

Di colpo la voglia di continuare se ne andò, quel­la sequela di dati, battaglioni, batterie, pezzi, cali­bri, località eccetera mi parve inattuale, che non dovesse più interessare nessuno. L’ambiente non era propizio; fuori, in città, si avvertivano già i pri­mi segni di una reazione antimilitarista.

Sì, la notizia dell’armistizio, sia pure accompa­gnata dalla farsa che ho descritta, mi fece piacere, ma non mi dette né entusiasmo, né orgoglio. Ero partito credendo di scrivere la parola fine, che la mia vicenda personale avesse scarso peso in un’a­pocalisse del genere. Mi ritrovavo vivo, non per questo allegro. Faceva freddo. L’aria era nebbiosa e malsana. C’era la spagnola che mieteva vittime quanto la guerra, si sentiva un’uggia, una noia.

Non vorrei che si traesse da tutto ciò un’impres­sione puramente negativa. Qualcosa di buono, di utile forse, la guerra me l’aveva pur insegnato. Mi lasciò un senso di rispetto per la plebe italiana. Es­sa aveva mostrato una capacità di sopportazione veramente eccezionale, e non passiva, rassegnata, consapevole anzi, lucida. Dei miei soldati non po­trei dire che bene, di tutti. E da loro, non ebbi al­tro che bene.

La mia cronistoria del reggimento? Non so che fine abbia fatto. Non vi aggiunsi più una parola. Avevo voglia di altre parole, delle mie, che mi at­tendevano da anni.


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Invito tutti a non inviarmi più libri in lettura. Per mancanza di tempo, e dall'11 novembre 2013 anche di salute, non posso più accontentare nessuno. Così pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Chiedo scusa.
Bart