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STORIA: Il campo di concentramento di Mechra-Benabbou

26 Febbraio 2020

di Bartolomeo Di Monaco

La testimonianza che in parte riporto del sergente maggiore Ernesto Buttura, prigioniero nel terribile campo di concentramento marocchino di Mechra-Benabbou, me la rende in qualche modo visibile, dopo che in questi giorni ho provato sulla mia pelle, pur essendo in inverno, il gran caldo di quella regione, che in estate deve essere invivibile per un europeo (più ancora se un europeo del Nord) a causa delle alte temperature che vi si raggiungono.
Facile immaginare il disagio provato anche per questo motivo dagli italiani, da aggiungersi, oltre che alla mancanza di acqua potabile, alle sofferenze patite per la ferocia dei loro aguzzini.
Il 24 febbraio, poi, insieme con mia moglie ed altri amici, abbiamo fatto un percorso attraverso la catena montuosa dell’Atlante, dove s’incontrano suggestivi panorami composti di arida terra e di massi che paiono cadere da quelle alture da un momento all’altro sulla strada. Nessun prato, nessun albero, nessuna oasi, ma solo qualche rado cespuglio di erba secca.
Immagini somiglianti devono aver accompagnato la visione dei nostri prigionieri, privi dunque del conforto della stessa natura, quasi del tutto abbandonati alla sofferenza e allo sconforto.

La testimonianza è tratta dal libro “I militari italiani nei campi di prigionia francesi” di Andrea Giannasi, editore Tra le righe libri.

“Entrammo nel campo per centurie, immatricolati con numeri che partivano dal cinquantamila circa.
Ogni centuria che si costituiva doveva disporsi in doppia fila entro quelle linee bianche di cui non avevamo compreso prima la funzione.
“Sarà il vostro posto al sole” – ghignò un vecchio ‘adjudant’ legionario abbrutito dall’alcool. “Un magnifico posto al sole per voi e per il vostro Mussolini”.
E cominciò a distribuire colpi di nervo a qualcuno che gli aveva risposto salacemente.
La lunga operazione dell’immatricolazione e dello spoglio si prolungò quasi per l’intera giornata: e noi là, seduti per terra, sotto il sole implacabile, senza acqua, senza cibo, con il cuore colmo di tristi presagi.
Poco prima del tramonto venne finalmente effettuata la distribuzione dell’acqua. Del rancio non si parlò nemmeno. L’acqua! Cinquanta litri per ogni centuria e con l’avvertimento che non era acqua da bere, perché inquinata. Doveva servire esclusivamente per la pulizia personale.
Poteva sembrare un cattivo scherzo, ma i nostri compagni comandati per la distribuzione dell’acqua ci confermarono che la stessa veniva attinta da un pozzo in fondo al quale erano ben visibili le carogne di due pecore. Pecore che sarebbero state estratte soltanto l’indomani: tali erano gli ordini.
Avevamo trascorsa l’intera giornata sotto il solleone di fine giugno, in una zona ove i sessanta gradi vengono facilmente raggiunti, senza cibo e senza una goccia d’acqua.
Non ci si deve meravigliare se quella sera non tutti seppero rinunciare a quel liquido putrido che venne posto alla portata delle gole riarse.
Non ci voleva molto per rendersi conto della situazione gravissima che si andava delineando ed è facilmente intuibile stato d’animo di quegli uomini asserragliati come animali destinati al macello, circondati dalle più feroci truppe coloniali al servizio della Francia, comandate da un pugno di legionari per lo più alcoolizzati, carichi di odio nei confronti dell’intera umanità.
Il nostro destino pareva segnato. Isolati in un’impervia regione, a decine e decine di chilometri da un centro importante, non era certo facile prevedere in quale modo avremmo potuto cavarcela, né si poteva sperare nell’ipotetico intervento di qualche autorità disposta ad aiutarci.
Vero è che poco lontano dal campo passava una camionabile, ma il traffico su di essa era limitato a qualche macchina militare che passava veloce per i fatti suoi.

***

Quella prima sera accadde un fatto che a parer mio contribuì molto ad aggravare ancor più la già critica situazione, in quanto provocò un’ondata di risentimento dei soldati nei confronti di noi sottufficiali. Risentimento che ci doveva ben presto porre nella materiale impossibilità di mantenere sulla massa quella sia pur ridotta forma di disciplina che sola avrebbe potuto darci ancora una parvenza di forza morale e di dignità nei confronti della canea che si apprestava a sacrificarci sull’altare di un feroce odio inconsulto.
Non si pensi ad un concetto avventato o comunque ad un’esagerazione. Posso affermare, senza tema di essere smentito da chicchessia, che il campo P.G. italiano di Mechra-Benabbou, nelle intenzioni di chi ne era praticamente al comando nei mesi dal giugno al settembre 1943, era destinato alla distruzione.
Preciserò subito che il comandante dell’allora “Dépót XXVI” di Mechra-Benabbou, era un colonnello di cui non conosco il nome. Un vecchio rimbambito, ubriaco in via continuativa, che ben pochi di noi ebbero occasione di intravedere qualche volta. In effetti chi comandava il campo era un tenente francese della Legione Straniera di nome Mezier (ammesso che si trattasse del suo vero nome), che io non esito a definire la peggior canaglia ed il più grande criminale di guerra da me personalmente conosciuto.
Ad illustrarne la figura e le intenzioni, oltre ai fatti che andrò esponendo, sarà sufficiente la dichiarazione da lui fatta ad un gruppo di sottufficiali italiani, fra i quali ero anch’io, in occasione di un rapporto da lui tenutoci non ricordo bene in seguito a quale circostanza:
“Ricordatevi bene, e ditelo pure chiaramente ai vostri soldati, che nessuno di voi tornerà vivo in Italia e che in ogni modo, se pure qualcuno la scamperà, in Italia ci ritornerà rovinato per sempre.”
Tornando al fatto cui ho accennato prima, premetto che tacerò il nome del maresciallo italiano che ne fu protagonista, solamente perché ritengo che, malgrado possa apparire abbastanza grave il suo operato, sia da escludere a priori un’eventuale malafede. D’altronde, quanti fra coloro che condannarono aspramente il gesto del maresciallo, portando nel campo una ventata di rivolta e di sdegno contro tutti i superiori, non avrebbero forse fatto altrettanto al suo posto? Del resto vedremo quanto risultò nefasta questa loro levata di scudi.
Ecco, comunque, il fatto nei suoi particolari.
Come ho detto, nel campo non vi erano né capanne né tende (non posso precisare se al bordo del campo già esistesse la tenda dell’infermeria o se la stessa sia stata eretta alcuni giorni dopo). In ogni modo è palese che tutto quanto accadeva nel recinto era praticamente sotto lo sguardo di tutti.
Ho pure detto dell’intuibile stato di impotente eccitazione in cui già si trovavano i prigionieri allorché, dopo quella giornata di estenuante attesa, venne effettuata la prima distribuzione di acqua nelle condizioni già descritte.
I Francesi, non so se per particolare riconoscimento al grado o più presumibilmente per un gesto calcolato, consegnarono al maresciallo più anziano del campo, oltre alla razione fissata per tutti, un bidoncino d’acqua di venti litri per suo uso personale.
II maresciallo, evidentemente considerando che l’acqua non era bevibile, si spogliò e provvide, con l’aiuto di un soldato che gli stava vicino, ad un’accurata pulizia della propria persona usando il prezioso liquido a mo’ di doccia ed offrendo, con eccessiva leggerezza invero, un ben odioso spettacolo alla turba di assetati costretti ad assistere a quelle private abluzioni.
L’indignazione nel campo fu istantanea e raggiunse il diapason allorché si sparse la voce che, addirittura, quell’acqua non proveniva dal pozzo inquinato, ma che si trattava d’acqua perfettamente potabile.
Ritengo personalmente assurda questa eventualità. Ma tant’è. Il guaio era fatto e da quel momento tutti i sottufficiali e graduati nel campo persero ogni autorità.
Si coniò lo slogan “Qui siamo tutti uguali e moriremo tutti allo stesso modo. Se qualcuno potrà salvarsi non è detto che dobbiate essere voialtri. ”
I sottufficiali (ma non tutti) riuscirono ad evitare il lavoro alla cava per la frantumazione ed il trasporto delle pietre, di cui parlerò in seguito; ma è indiscutibile che ogniqualvolta veniva indetta un’adunata di uomini per i lavori, occorreva l’intervento dei Francesi a colpi di “nervo”, o peggio, la carica dei Marocchini con tutte le tragiche conseguenze che ne seguivano.
L’anarchia completa dominò nel campo, che rimase totalmente in balìa del feroce Mezier e dei suoi accoliti: essi null’altro di meglio desideravano, per poter sfogare con maggior asprezza i loro brutali istinti.
È ovvio che in tali condizioni nulla fece il comando francese per reintegrare la nostra autorità, non solo, ma ne ostacolò con tutti i mezzi i vani tentativi da parte nostra, fino a giungere talvolta ad ignorare il nostro grado.

***

Che il Mezier non avesse parlato a vanvera fu presto dimostrato dalle condizioni di vitto, di alloggio e di trattamento che vennero da lui instaurate nel campo XXVI di Mechra-Benabbou.
Per quel che riguarda l’alloggio ho già chiarito che non potevamo godere di nulla, all’infuori di quelle beffarde linee bianche segnate al suolo ad indicarci uno spazio oltre il quale era vietato muoversi, salvo la sera verso il tramonto, e per breve tempo.
Accovacciati durante il giorno sotto il sole infuocato (alcuni tentativi di costruire dei ripari, utilizzando qualche coperta, vennero immediatamente stroncati di forza), stesi di notte sulla nuda terra con il solo riparo del logoro pastrano o dell’unica copertina da campo che ci avevano lasciato.
Tutto ciò in una zona climatica malsana, ove il fortissimo sbalzo di temperatura dal giorno alla notte è sufficiente a danneggiare anche un organismo in normali condizioni di esistenza e di nutrimento.
Vitto! Al mattino, sveglia alle ore sei e distribuzione di un intruglio denominato caffè; in realtà acqua d’orzo dolcificata con melassa e resa salmastra da qualche grano di sale. Pane, niente.
Mezzogiorno, rancio. Un mestolino, della capacità di un comune bicchiere da tavola, di brodaglia di fave o ceci o piselli, assolutamente priva di condimento, nella quale navigavano da sei a dieci dei sullodati cereali che nella distribuzione dovevano essere rigorosamente contati, ad evitare furibondi litigi. Una pagnotta militare francese ogni sei persone.
Non ricordo precisamente il peso di quelle pagnotte, ma per comprendere di quale interesse vitale fosse considerata quella misera razione, basterà sapere che i prigionieri, utilizzando alcuni sterpi, si erano costruite delle ingegnose bilancine rudimentali con le quali veniva controllata l’uguaglianza delle lette: giacché la perfezione non poteva essere garantita del tutto, una volta fatte le parti con quella scrupolosa meticolosità, si doveva procedere alla distribuzione per sorteggio. Quindi, a turni regolari, ognuno aveva diritto una volta ogni sei giorni di godere delle briciole rimaste sulla coperta ove era avvenuta la divisione.
Acqua! Mezzo litro al giorno “pro capite”. Essa doveva servire: 1° per la pulizia giornaliera della persona (e chi si lavava?); 2° per lavare la gavetta (e chi la lavava?): 3° anche per bere.
Si noti fra l’altro che poiché ci avevano privati delle nostre borracce, si presentava anche il problema della conservazione. Ricordo che per lo più ci si accordava in due per porre la preziosa bevanda in un unico recipiente e, fatta una buca per terra, si poneva il medesimo al riparo, per quanto possibile, dai raggi solari. Quindi ne facevamo parsimonioso uso nel corso della giornata senza mai perderla di vista, nel timore che qualcuno se ne impadronisse. Naturalmente anche nella buchetta l’acqua raggiungeva una temperatura tale da renderla simile al… brodo che ci veniva ammannito. Tale impressione era accentuata dal fatto che per far durare il più possibile la bevanda, la sorbivamo a cucchiaiate (anche per controllare vicendevolmente la quantità).
Alle sedici circa ci distribuivano la… merenda. Consisteva in una sardina sotto sale che, ovviamente, ci veniva elargita per puro sadismo. Infatti, privi come eravamo di acqui! indispensabile per liberarla completamente dal sale, era in effetti impossibile mangiarla malgrado tutti gli accorgimenti dettati dalla fame, senza mettersi nelle condizioni di morire di sete. Ne feci esperienza una sola volta e poi, nonostante gli stimoli della fame rabbiosa, rinunciai a quel cibo che finiva inesorabilmente per procurare il peggior tormento che si possa immaginare.
Alla sera bis del rancio di mezzogiorno, senza il pane.
Ricordo ancora che, nei primi giorni per taluni, il “menu” fu completato da una certa quantità di lumachelle bianche abbarbicate ad una siepe ai bordi del campo: lumachelle che vennero subitamente assalite e trangugiate in gran parte crude.
Penso non occorrano specialisti in materia per valutare che, con un simile tenore di vita, la nostra esistenza non si sarebbe protratta a lungo.
La reazione, bisogna convenire, non fu identica in tutti i soggetti. Parte di noi cercò di adattarsi imponendo la forza dello spirito sulla materia, per non degradarsi al livello dell’animale famelico e mostrare al nemico crudele che avremmo saputo morire da uomini. Altri invece cedettero, e scene pietose e man mano sempre più meschine e ributtanti ebbero luogo nel campo, che veramente nient’altro era se non uno spaventoso cimitero di vivi.
Mi capitò un giorno di vedere un uomo, che ormai non era più tale, frugare fra le feci alla ricerca di qualcosa da ingoiare. Caso limite senza dubbio, ma dimostrazione lampante delle condizioni tragiche in cui ci avevano ridotti.
Il Mezier faceva sul serio. Quanto tempo avrebbero potuto resistere i nostri fisici?
E ancora non ho detto del lavoro alla cava dei sassi.

***

Nel frattempo era arrivato un altro contingente di prigionieri, un migliaio circa, presto seguito da un terzo gruppo quasi uguale. In tal modo, oltre tremila persone furono poste alla mercè di un criminale pazzo di odio, e di una accolta di lupi Inferociti.
Ho scritto che noi del primo gruppo eravamo giunti a Mechra-Benabbou fisicamente ancora in forze malgrado il viaggio disastroso. Ma che dire degli altri duemila, tutti reduci dalla spaventosa marcia da Pont-du-Fahs a Costantina? Molti di essi erano inoltre passati attraverso l’avventura dello scoppio di Algeri.
I componenti degli ultimi due gruppi giunsero al campo maledetto che già erano scheletri vaganti, per la maggior parte bisognosi di cure e di medicinali. Quanto tempo avrebbero potuto resistere? Specialmente i più giovani (classi dal 1919 al ’23) erano praticamente già segnati.
Sembrava che al Mezier ed alla sua banda non bastasse l’idea di farci morire di consunzione. Alla mancanza di vitto, di vestiario e di riparo dagli agenti atmosferici, si aggiunsero i più inauditi atti di violenza: dalle staffilate e colpi di “nervo” al lavoro forzato; dal “tombeau” alla sventagliata di mitraglia nel campo.
Debbo nuovamente confermare che, purtroppo, l’anarchia creatasi fra i prigionieri contribuì grandemente a metterci in completa balìa dei nostri aguzzini. Nessuno voleva, in quelle condizioni, sobbarcarsi il benché minimo lavoro, rifiutandosi anche ai più indispensabili servizi del campo.
Le esortazioni e le minacce dei sottufficiali cadevano nel vuoto ed erano quasi sempre qualche caporale legionario ed una squadra di marocchini ad entrare nel campo per costringere al lavoro i primi malcapitati che riuscivano ad afferrare. Si trattava sempre naturalmente dei più deboli e mal ridotti.
In tal modo volavano colpi di frustino e bastonate; i calci dei fucili si abbattevano facilmente sulla schiena di qualche disgraziato; chi accennava a rivoltarsi veniva sequestrato e trattenuto dai marocchini che se lo portavano nel loro corpo di guardia, situato fuori campo, per meglio sfogare su di lui i loro istinti feroci e brutali.
Questa era la vita dei prigionieri italiani a Mechra-Benabbou, alla fine del giugno 1943.

***

Ben presto ebbero inizio le “processioni” alla cava dei sassi. Si trattava di preparare la massicciata per una strada in costruzione nei pressi del nostro campo, ove avrebbe dovuto sorgere una caserma destinata alle truppe marocchine. Ogni giorno mille e più uomini, racimolati indiscriminatamente e con la forza, dovevano essere inquadrati e condotti alla cava, dalla quale tornavano carichi ciascuno di un macigno più o meno grosso che doveva essere portato sul luogo dell’impiego, ove altri prigionieri erano addetti a frantumarli per il successivo utilizzo.
La scena di quelle “processioni”, chiaramente visibile dal campo, era tra le più strazianti che si possano immaginare.
Una colonna di poveri esseri coperti di pochi stracci, per lo più a torso nudo, a piedi scalzi, scheletrici, capelli e barba incolta, si snodava interminabile sotto la scorta armata dei Marocchini, ripetendo innumerevoli volte il viaggio su e giù per quella montagnola, a passo funebre, sotto il peso dei sassi. Mancavano solamente le catene ai piedi per completare la visione di un penitenziario di ergastolani, nel più barbaro e retrogrado paese.
I. di tanto in tanto la tragedia. Qualcuno non ce la faceva più, gettava il masso e si rifiutava di proseguire.
Allora interveniva il marocchino imbestialito, pronto a colpire alla cieca.
Mi trovavo un giorno presso il reticolato ad osservare il passaggio della colonna, quando vidi un soldato cadere esausto a terra sotto il sasso che portava sulle spalle. Rimase immobile al suolo, probabilmente svenuto. Ma una guardia gli si avventò sopra come una furia e cominciò a martellarlo di colpi col calcio del fucile. Quel misero non si mosse nemmeno.
Nessuno osò reagire a quella scena selvaggia: a tal punto eravamo ridotti.
Intervenne un soldato francese a far cessare lo scempio e fece portare il corpo dello sventurato in infermeria. Ne intravidi il viso sfigurato in un orrendo impasto di sangue.
Piansi amaramente, aggrappato al filo spinato.”.


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Bart