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STORIA: Il PCI e la Resistenza

27 Dicembre 2019

di Bartolomeo Di Monaco

Ho già accennato in un precedente articolo, alla dovizia di particolari contenuti nel libro di Giorgio Petracchi: “Al tempo che Berta filava. Una storia italiana. 1943-1948”.

Vi troviamo anche il riscontro di quanto si cerca di nascondere o di vanificare, ossia che la Resistenza fu intesa da parte del PCI non tanto come liberazione dell’Italia dal nazifascismo (fu anche questo, ma in subordine), piuttosto come occasione per portare il nostro Paese a gravitare nell’orbita del comunismo rappresentato dall’URSS (notevole il capitolo sesto, dedicato all’immediato dopoguerra).

Crediamo che l’autore non se ne dorrà se pubblichiamo qui un estratto di quanto accadeva sui monti intorno a Lucca, Pistoia e Modena dove operava il Battaglione autonomo dell’XI Zona Patrioti “Pippo”:

“Gli ufficiali dell’OSS [struttura di collegamento degli Alleati] furono implicati nel problema politico legato all’atteggiamento delle formazioni comuniste da alcuni comandanti partigiani nella zona delle Apuane e della Lunigiana. Ai primi di novembre del 1944, i comandanti partigiani vicini al PdA [Partito d’Azione], Vero del Carpio («Boia» della colonna «Giustizia e Libertà») e Paolo Pagani («Falco» della II brigata «Carrara»), avevano passato le linee per prendere contatto con l’OSS. A Lucca avevano parlato (sarebbe meglio dire si erano sfogati) con il ten. Formichelli al quale denunciarono la difficile convivenza, ai limiti dello scontro aperto, con le formazioni partigiane di ispirazione comunista nel settore La Spezia-Alpi Apuane-Garfagnana, tra Massa e Aulla. Formichelli li invitò a metter per iscritto le loro accuse, di cui il 6 novembre fu compilato un Memorandum. In questo modo e da fonte diretta, gli americani presero coscienza delle due concezioni completamente antitetiche, e in antagonismo tra loro, della lotta di liberazione nel loro settore: quella azionista, fondata su criteri di reclutamento selettivi con scopi militari, quella comunista tendente ad armare il più alto numero di partigiani con scopi partitici.
La denuncia dei due comandanti partigiani riguardava aspetti fondamentali della guerra di liberazione: quali il costo umano, il valore esemplare della disciplina, il rispetto delle popolazioni, aspetti che la campagna di arruolamenti indiscriminata lasciava in subordine:

‘Accogliere tali elementi – specificò «Falco» – significa mettere in pericolo il disinteressato spirito di combattimento del vero patriota, che dopo mesi di clandestinità si ritrova circondato da un sempre numero di tirapiedi (ward heelers) e di politici di poco conto. Questi ultimi, ritenendo troppo pericoloso esibire il loro talento oratorio nelle piazze e nelle strade delle città, si tengono in esercizio arringando chiunque trovino, con il solo proposito di gettarsi in carriera, e tutto questo nella pomposa veste di «commissari».
Questo è quanto fa il Partito comunista o perlomeno coloro che sostengono di rappresentarlo; essi tentano di ingrossare le loro fila accettando chiunque voglia arruolarsi, senza sottoporlo ad alcun vaglio, interessati alla quantità piuttosto che alla qualità, e cercano di disorganizzare le poche formazioni apolitiche che continuano a invocare una lotta incessante contro i tedeschi e i fascisti.’.

Il Memorandum circostanziava poi gli addebiti materiali contro le formazioni comuniste della zona, elencando i furti di lanci perpetrati contro le formazioni del PdA, le intese velate con il nemico, scarsa combattività, l’occultamento delle armi «per la rivoluzione di domani». E conteneva anche l’accusa, che «Boia» si diceva in grado di provare al momento opportuno, di infiltrazione di elementi comunisti a scopo di sabotare e disgregare la sua formazione «Giustizia e Libertà».
Anche sul versante bolognese della Linea Gotica, il magg. Rossetti andava raccogliendo da varie fonti una serie di informazioni sulle origini della divisione «Modena», che gettavano un’ombra sulla figura di «Armando» e sulla sua parte nella battaglia di Montefiorino. Molte dichiarazioni (several statements), lasciate cadere senza secondi fini dai partigiani della divisione «Modena» (unintentionally dropped by partisans of the Modena Division), raccolte da Rossetti, sollevarono il velo sulle morti sospette di alcuni ufficiali, eliminati in realtà per infrangere l’influenza esercitata sui partigiani; altre biasimavano il fatto che «Armando» anteponeva agli aspetti militari la politica propagandistica, rivolta ad accrescere il numero della formazione per scopi partitici. Al momento di passare le linee, la propaganda politica era cessata, ma in realtà si trattava di un camuffamento, che nascondeva appena le vere intenzioni partitiche.
Il problema politico della Resistenza che l’OSS andava delineando, in modo assai empirico e frammentario, agli Alti Comandi della 5a Armata, era stato già avvertito da tempo dall’omologo servizio segreto britannico. Le missioni britanniche a contatto con le bande partigiane nell’Italia del Nord, avevano cominciato almeno dal mese di novembre a inviare al QG dello Special Force n. 1 rapporti sempre più allarmati sulla politica comunista. Il QG dello Special Force n. 1 aveva preparato un dossier, che ai primi di gennaio fu inviato direttamente al G-3 del 15° gruppo d’armata, saltando tutte le gerarchie intermedie. Il documento informava dell’esistenza di un collegamento diretto tra le formazioni comuniste e i partigiani jugoslavi; affermava che i comunisti inseguivano propri fini, al di fuori di ogni reale politica unitaria in seno al CLNAI, al quale pagavano un lip service, ma che sostanzialmente il CLN veniva usato come copertura. E a questo proposito, il dossier citava l’autorevole parere del gen. Raffaele Cadorna.
La preoccupazione del colpo di mano comunista era particolarmente sentita dagli inglesi, davanti ai quali si stagliava il precedente creato dall’ELAS, l’Esercito Popolare del Fronte di Liberazione Nazionale Greco, controllato dai comunisti. Come è noto, nel dicembre del 1944, cioè ancora prima della liberazione del Paese dai tedeschi, l’ELAS aveva tentato il colpo di forza per contrastare il quale gli inglesi dovettero ritirare due divisioni dall’Italia.60 Ma nonostante l’accordo di Varkiza del febbraio del 1945, quel conflitto si sarebbe prolungato ancora fino a diventare uno dei focolai della guerra fredda. Gli inglesi temettero la ripetizione in Italia del precedente greco. Nella lettera che accompagnava il dossier, il ten. col. Richard Hewit, comandante dei reparti operativi dello Special Force n. 1, emetteva la diagnosi perentoria che i comunisti si apprestassero a prendere il potere con la forza appena gli Alleati avessero cacciato i tedeschi dall’Italia. Il documento contiene anche un’appendice «A», con molti riferimenti alla Linea Gotica, che ribadisce quanto già sappiamo.
Il quadro delineato trova una sua specificazione anche nell’area dell’XI Zona. Il primo ingresso della politica nella formazione fu la visita di Giorgio Braccialarghe. «Pippo» riuscì a stento a impedire la liquidazione dell’XI Zona, grazie alla combinazione brasiliani della FEB-OSS. Ma la politica tenuta ancora lontana dalla zona del fronte cominciò a imperversare nelle retrovie appena liberate. A Pescia, il 15 ottobre 1944, furono affissi una serie di manifestini del seguente tenore: «Prefetto attenzione: Non vogliamo Benedetti, Morte a Philipson, Viva il CLN, viva gli Alleati». Le stesse scritte comparvero anche a Montecatini. Qualche giorno dopo, il predetto Philipson, mentre si recava in bicicletta a Cantagrillo fu fatto oggetto da un gruppo di giovani di una dimostrazione ostile, accompagnata da un colpo di rivoltella esploso a scopo intimidatorio. Negli stessi giorni, nel comune di Borgo a Buggiano vennero affissi manifestini a stampa di color bianco rosso e verde con frasi ostili rivolte agli «avventurieri» onorevoli Benedetti e Philipson.
Il ripetersi di queste manifestazioni di ostilità a Pescia, Montecatini, Borgo a Buggiano e Pistoia contro due personaggi di spicco, provocò l’intervento delle autorità militari americane. Un agente del CIC redasse un diligente rapporto, trascrivendo le scritte apparse a Borgo a Buggiano in modo più completo di quanto riportato dai Reali Carabinieri. Il testo dei manifestini nella traduzione inglese è il seguente: «Attention! English and Americans! Friendship of our country does not pass trough thè hands of Benedetti and Philipson. Leave us to govern ourselves.» L’ufficiale completava l’inchiesta, addebitando ai comunisti, che controllavano l’amministrazione di Borgo a Buggiano, l’uso di questi strumenti denigratori per discreditare Benedetti di fronte all’opinione pubblica.”.


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Bart