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STORIA: Il processo a Galileo Galilei (Pisa, 15 febbraio 1564 – Arcetri, 8 gennaio 1642)

4 Maggio 2019

(da “I grandi processi della storia” – edizioni di Crémille – Ginevra 1971)

« Noi Gaspare del titolo di S. Croce in Gerusalemme Borgia; Frate Felice Centino del titolo di S. Ana­stasia detto d’Ascoli; Guido del titolo di S. Maria del Popolo Bentivoglio; Frate Desiderio Scaglia del titolo di S. Carlo detto di Cremona; Frate Antonio Barberino detto di S. Onofrio…

 

(22 giugno 1633 : siamo nella grande sala del convento domenicano di Santa Maria sopra Minerva, nel centro di Roma, davanti ai giudici del Sant’Ufflzio, riuniti in congre­gazione plenaria, dove sta per concludersi il processo del secolo…)

… per la misericordia di Dio, cardinali della Santa Romana Chiesa,* in tutta la Repubblica Christiana contro l’heretica pravità Inquisitori generali…

 

(il giudice legge il testo della sentenza)

… Essendo che tu, Galileo figlio di Vincenzo Galilei, Fiorentino dell’età tua d’anni 70, fosti denuntiato del 1615 in questo Sant’Uffizio, che tenevi come vera la falsa dottrina, da alcuni insegnata, ch’il Sole sia il centro del mondo et immobile, e che la Terra si muova…

 

(una vecchia storia…)

… ch’avevi discepoli, ai quali insegnavi la mede­sima dottrina, che circa l’istessa tenevi corrispon­denza con alcuni matematici di Germania, che tu avevi dato alle stampe alcune lettere intitolate Delle macchie solari, nelle quali spiegavi l’istessa dottrina come vera; che all’obbiettioni che alle volte ti veni­vano fatte, tolte dalla Sacra Scrittura, rispondevi glosando detta Scrittura conforme al tuo senso, …

 

(sì, è vero, tra il 1610 e il 1615 era accaduto proprio cosi, ma…)

… Volendo per ciò questo Sacro Tribunale provve­dere al disordine et al danno che di qui proveniva et andava crescendosi con pregiuditio della Santa Fede…

 

(Inginocchiato davanti ai giudici, rivestito del camice bianco dei penitenti, l’imputato ascolta immobile, senza battere ciglio il lungo atto d’accusa, letto con voce sten­torea…)

… Et essendo ultimamente comparso qua un libro, stampato in Fiorenza l’anno passato, la cui iscrittione mostrava che tu ne fossi l’autore, dicendo il titolo Dialogo di Galileo Galilei delli due Massimi Sistemi del mondo, Tolemaico et Copernicano; et informata appresso la Sacra Congregazione che con l’impres­sione di detto libro ogni giorno più prendeva piede e si disseminava la falsa opinione del moto della Terra e stabilità del Sole…

 

(sì, anche questo era vero, ma non era una « falsa » opinione…)

… Che perciò d’ordine nostro fosti chiamato a questo Sant’Uffizio…

 

(Più che chiamato, sollecitato a più riprese : non voleva venire a Roma…)

… Confessasti parimenti che la scrittura di detto libro…

 

(« Il Dialogo dei due Massimi Sistemi del mondo », appunto : e lo aveva rinnegato…)

… E parendo a noi che tu non havessi detto la verità circa la tua intentione, giudicassimo esser necessario venir contro di te al rigoroso esame…

… Pertanto, visti e maturamente considerati i meriti di questa tua causa, con le suddette tue confes­sioni e scuse…

Invocato dunque il Santissimo Nome di Nostro Signore Gesù Christo e della sua gloriosissima Madre sempre Vergine Maria…

Diciamo, pronuntiamo, sententiamo e dichiariamo che tu, Galileo sudetto, per le cose dedotte in processo e da te confessate come sopra, ti sei reso a questo Sant’Uffizio vehementemente sospetto d’heresia, cioè d’haver tenuto e creduto dottrina falsa e contraria alle Sacre e divine Scritture, ch’il Sole sia il centro… e che la Terra si muova… e conseguentemente sei incorso in tutte le censure e pene dai sacri canoni et altre constitutioni generali e particolari contro simili delinquenti imposte e promulgate, dalle quali pene siamo contenti sii assolto, pur che prima, con cuor sincero e fede non finta, avanti di noi abiuri, maledichi e detesti li sudetti errori et heresie et qualunque altro errore et heresia contraria alla Cattolica et Apostolica Chiesa,…

Et acciocché questo tuo grave e pernicioso errore e trasgressione non resti del tutto impunito, et sii più cauto nell’avvenire et essempio all’altri che si astenghino da simili delitti, ordiniamo che per pubblico editto sia prohibito il libro de’ Dialoghi di Galileo Galilei. »

Il lungo dispositivo di sentenza sta per concludersi. Il giudice legge la condanna.

« Ti condanniamo al carcere formale in questo Sant’Uffizio ad arbitrio nostro, e per penitenze salutari t’imponiamo che per tre anni a venire dichi una volta la settimana li sette Salmi penitentiali, riservando a noi la facoltà di moderare, mutare, o levar in tutto o parte le sudette pene e penitenze. Et così diciamo, pronuntiamo, sententiamo, dichiariamo, ordiniamo… »

Segue, scandita, la lettura di sette nomi : le firme di sette cardinali. Tre giudici non hanno firmato : sono i cardinali Borgia, Zacchia e Barberini; quest’ul­timo, nipote del Papa.

Dopo la lettura della sentenza, è presentata al penitente la formula dell’abiura. L’uomo s’ingi­nocchia di nuovo, e legge :

« Io Galileo, figlio di Vincenzo Galilei di Fiorenza, dell’età mia d’anni 70, costituito personalmente in giuditio, et inginocchiato avanti di voi Eminentissimi et Beverendissimi Cardinali,…

 

(È un lungo umiliante formulario in cui sono espressa- mente dichiarati, confessati, e ammessi gli errori.)

… sono stato giudicato vehementemente sospetto d’heresia, cioè d’haver tenuto e creduto che il Sole sia il centro del mondo et immobile e che la Terra non sia il centro e che si muova;… abiuro, maledico e detesto li sudetti errori et heresie,… e giuro che per l’avvenire non dirò mai più nè asserirò, in voce o per scritto, cose tali per le quali si possa haver di me simil sospitione; ma se conoscerò alcun heretico o che sia sospetto d’heresia, lo denontiarò a questo Sant’Uf­fizio…

Giuro anco e prometto d’adempiere et osservare intieramente tutte le penitenze… »

Recitata la formula, il penitente si fa il segno della croce, si alza. Resta da compiere l’ultima formalità : la firma del documento. Essa dovrà essere apposta in calce a una postilla :

« Io Galileo Galilei ho abiurato, giurato, promesso e mi sono obbligato come sopra, et in fede del vero, di mia propria mano ho sottoscritta la presente cedola di mia abiuratione et recitatala di parola in parola… »

Firmato : Galileo Galilei.

Era il 22 giugno 1633, anno del Signore — un mercoledì.

(omissis)

Per decenni il verdetto « assassino » del 1633 è stato il cavallo di battaglia del cosiddetto libero pensiero contro l’oscurantismo. Da una parte, a terra, in ginocchio, la vittima : Galileo, simbolo della ragione e del progresso. Dall’altra, solenni e ieratici, i carne­fici : sette cardinali del Sant’Uffizio, simboli di quella che Galileo chiamava « l’ignoranza invincibile » di « menti immobili e impersuasibili ». Il martire e i persecutori. Il progresso e la reazione. L’intelligenza e l’ottusità.

E’ questo il quadro cui ci ha abituato una lettera­tura un po’ troppo semplicistica.

Ma il fatto è meno semplice di quanto si creda. In questa lunga polemica, ormai secolare, pro’ e contro Galileo, la verità è stata scorticata da entrambe le parti. E con la verità sono stati maltrattati e defor­mati i protagonisti della drammatica vicenda. « Non è bene fabbricar mausolei al cadavere di chi è morto penitenziario del Sant’Uffizio », esortava il 25 gen­naio 1642 — a nove anni dalla condanna — l’amba­sciatore del Granduca di Toscana a Roma, Niccolini. Raccomandazione inutile. Gli uomini hanno fretta nell’amore e nell’odio. Sul cadavere i posteri hanno eletto un mausoleo, mausoleo che altri hanno pro­fanato. Processo Galileo : un affare che va sdramma­tizzato, scriveva non molto tempo fa un teologo francese. Voleva dire : bisogna togliere questo « incidente » dalle fauci di una facile polemica in cui è stato gettato in pasto, e restituirlo alle sue dimen­sioni storiche. E’ ciò che, per esempio, si è proposto di fare, ed ha fatto, Giorgio de Santillana : è ora di sbarazzarsi — dice — di quel cumulo di pregiudizi che gravano sul famoso « affare ». Poiché non si trattò di un conflitto tra scienza e religione, tra ragione e fede, come una certa letteratura laica, forse troppo interessata, ci ha fatto finora credere; ma « di una crisi all’interno dell’organismo ecclesiastico, dove l’elemento curialesco che deteneva il comando non volle credere ai propri esperti scientifici ». E infatti paradossalmente vediamo uomini che nella Gerarchia occupavano cariche di alta responsabilità stare col cuore dalla parte di Galileo. Non si può negare : nessuno, come questo presunto perseguitato, contava maggiori aderenze e protezioni proprio nelle fde della Chiesa. Protetto e benvoluto da Paolo V, ossequiato in più d’una occasione dal Cardinal Maffeo Barberini che diventerà poi Urbano Vili, Galileo ebbe estima­tori sinceri e collaboratori fedeli tra il clero. Padre Castelli, uno dei suoi più affezionati discepoli, era un monaco benedettino. Ad assisterlo nei pericoli e a difenderlo contro l’opposizione, che non viene dalla Chiesa, si badi, ma dai circoli universitari, sono dei prelati quali il Dini e il Piccolomini. I suoi più assidui corrispondenti — Sarpi, Micanzio, Maraflì, Gualdo, Aggiunti, Peri, Michelini, Renieri ed altri ancora — sono membri del clero. Lo stesso commissario dell’Inqui­sizione, Padre Fiorenzuola, è decisamente dalla sua parte. Dalla sua parte, monsignor Ciampoli, Maestro del Sacro Palazzo. « A me non pare possibile averla praticata e non amarla », gli scriverà l’intimo collabo­ratore di Urbano Vili. E aggiungerà : « Persino gli avversari hanno detto che Lei incanta : e certo in un cuor nobile non credo che possa adoprarsi più efficace magia quanto la bellezza della virtù e la forza dell’eloquenza. »

E tuttavia da questo « cuor nobile » escono espres­sioni che poco s’addicono alla « magia » e alla « forza dell’eloquenza ». L’uomo Galileo è impulsivo, e nella polemica non sempre sa contenersi. Talora è anche grossolano. Non esita a tacciare un suo avversario, che aveva il torto di non essere d’accordo con lui, di « bue », « balordone », « animale ».

Tutto fa credere che Galileo avesse il suo bel caratterino.

Bisogna dunque ridimensionare i termini del conflitto e con i termini del conflitto la personalità dei protagonisti. E da questa revisione, non sempre la critica è stata generosa con Galileo. Chi è dunque Galileo? Quale fu il suo ruolo nella penosa vicenda?

Un martire, — si continua a dire da una parte — un martire della scienza. E un apostolo. Voleva — si dice — convertire la Chiesa al progresso e diffondere il verbo scientifico tra le masse.

Questo martire — si risponde dall’altra parte — era un « irresponsabile ». Arthur Koestler va oltre e lo chiama « sonnambulo »; un imprudente che è anche impudente. Non solo : « arrogante e sfrontato imbro­glione », sempre pronto all’adulazione dei potenti, avido di onori, in più vanitoso e permaloso; e ancora : sleale. Galileo — dice Koestler — pensava di « poter impunemente raggirare e mettere in ridicolo lo stesso Pontefice che l’aveva protetto ».

La sentenza in effetti parlava chiaro : « Non ti giova la licenza da te artificiosamente e callidamente estorta, non avendo tu notificato il precetto che avevi. » Era il precetto del 1616 : una specie di benevola ammonizione.

Bertolt Brecht, nel suo dramma, vede in Galileo il vigliacco che si lascia ricattare dalla Chiesa e che, per amore di quieto vivere, rinnega le sue idee, abiura. Ciò che egli supplica durante la sua detenzione — detenzione per modo di dire — non è tanto la sua riabilitazione, quanto certe comodità : poter bere, mangiare, ricevere, andare a spasso quando voleva. Quest’uomo — dice Brecht — avrebbe potuto pren dere la testa di un grande movimento laico, ma evidentemente non c’era in lui la stoffa del martire. Galileo aveva mentito nell’interrogatorio : dunque, spergiuro, dal momento che egli rimase in cuor suo, anche dopo la sentenza, di fede copernicana; messo alle strette, tra la verità e il rogo, egli rinnega la verità. Come chiamare un uomo del genere? Ipocrita — risponde un critico.

Il guaio è che l’ « ipocrita » aveva visto giusto ed aveva ragione. Un’obiezione di fondo grava pertanto sulla controversia. Si chiedeva non molto tempo fa uno storico, il Timpanaro : « Lo Spirito Santo sapeva o no tutte queste posteriori scoperte ? E se lo sapeva, perché gli uomini santi ispirati da lui ci hanno detto ottanta e più volte che il Sole si muove senza dirci una volta sola che è immobile e fermo? »

Obiezione tremenda : alla quale, per la verità, aveva già risposto lo stesso Galileo. E’ soltanto un problema di linguaggio, dice. Dio, e cioè lo Spirito Santo, quando dettò le Sacre Scritture, sapeva bene che per farsi comprendere dagli uomini, degli uomini doveva accettare il linguaggio e le credenze. E poi, che c’entra? Lo Spirito Santo, attraverso le Sacre Scritture, « non ci insegna come è fatto il cielo, ma come andarci ».

Galileo Galilei, matematico, fisico, filosofo e astronomo. Nato a Pisa nel 1564. Morto ad Arcetri (Firenze) nel 1642. Vero fondatore della scienza sperimentale. Scoprì le leggi dell’isocronismo delle piccole oscillazioni del pendolo, che utilizzò per la regolarizzazione degli orologi. Inventò il termometro e la bilancia idrostatica, scoprì le leggi della pesan­tezza, pose i principi della dinamica moderna e costruì nel 1609 il primo cannocchiale astronomico.

Grazie a questo strumento, scoprì la montuosità della luna, l’anello di Saturno, i pianeti di Giove, le fasi di Venere, le macchie solari. Tali scoperte lo portarono ad abbracciare la teoria di Copernico, astronomo polacco, e a proclamare, contrariamente a quanto allora si credeva, che il Sole, e non la Terra, è il centro del mondo planetario, e che la Terra gira intorno al Sole come gli altri pianeti. La professione di questa verità sollevò contro di lui l’ostilità degli universitari e dei domenicani. Fu denunciato al Sant’UfTìzio, e ammonito a non seguire e insegnare la teoria copernicana, considerata come eretica. E’ questo un primo processo; esso ha luogo dietro le quinte dell’Inquisizione tra il 1615 e il 1616, e si conclude col decreto del 26 febbraio 1616.

Galileo promette ubbidienza, ma, ritornato a Firenze, scrive e fa pubblicare un libro (1632) nel quale raccoglie tutte le prove del sistema copernicano (Dialogo dei Massimi Sistemi).

Deferito al Tribunale del Sant’Uffizio, è processato nel 1633.

(omissis)

L’umiliato di Santa Maria sopra Minerva, il settantenne che la mattina del 22 giugno 1633, rivestito del camice bianco dei penitenti e inginoc­chiato ai piedi dei giudici dell’Inquisizione nella grande sala del convento domenicano, ha subito la più grande umiliazione della sua vita, è lo scienziato più conteso d’Europa : quello che oggi si chiama un « cervellone ». Matematico e filosofo del Granduca, del quale gode la personale amicizia e protezione, l’uomo ha un passato prestigioso alle spalle. Ma il « cervellone » che passerà per un martire della scienza, decisamente non ha la stoffa del santo. L’umiltà, la pazienza, la modestia — queste piccole virtù che fanno veramente grandi gli uomini — non sono il suo forte. Ambizioso nello stendere progetti, caparbio nel perseguirli, intollerante nella polemica (non soppor­tava d’essere contraddetto), Galileo è un uomo dall’umore instabile, coi nervi a fior di pelle. Per un niente scatta. Lo ammette anche il suo primo biografo, Vincenzo Viviani, che gli fu amico devoto e « ultimo discepolo », come lui stesso dice : « Muovevasi facilmente all’ira, ma più facilmente si placava. » E’, come tutti i grandi geni, un uomo difficile, rude, talora scostante. E tuttavia ama la conversazione nella quale però gli piace tener banco; ha la sentenza facile, l’arguzia pronta, la stoccata fulminea e qualche volta velenosa. E’ modesto, di una modestia ambigua : che suppone in chi lo ascolta il riconoscimento della sua superiorità. Tanto per intendersi, non è la modestia dei santi. Di media statura, piuttosto tarchiato, sanguigno, è un professore con il fisico da contadino (la campagna, l’aria aperta, il passeggiare lungo i filari, la passione per il vigneto e per i vini : saranno i suoi hobbies). Ma la vita sedentaria cui lo costringe il suo lavoro, le lunghe veglie nell’osserva­zione del cielo nelle quali perde notti intere, l’ipocrisia dell’ambiente che lo circonda e con il quale deve giornalmente fare i conti, l’assillo economico (un pesante carico di famiglia sulle spalle) tutto questo ha finito per logorarlo nei nervi e per deformargli il carattere. Che in fondo, forse, era sempliciotto : quello di chi ama indugiare sotto il pergolato davanti a un buon bicchiere di vino, e dare qualche pizzicotto alle contadinotte che passano accanto.

Soffriva della malattia degli intellettuali : depres­sione e ipocondria, le due affezioni professionali di chi commercia con le idee. A queste, si sono aggiunti dolori reumatici ed artritici di cui si lamenterà per tutta la sua vita, specialmente nei passaggi di sta­gione. Pare che gli acciacchi li avesse contratti in seguito a un banale incidente occorsogli quando era insegnante a Padova.

« Probabilmente in seguito a una sbornia. Si era trovato — racconta il biografo — insieme con due nobili amici suoi, nei caldi ardentissimi d’una estate, in una villa del contado di Padova, dove postisi a riposo in una stanza assai fresca, per fuggir l’ore più noiose del giorno, e quivi addor­mentatisi tutti, fu inavvertitamente da un servo aperta una finestra, per la quale solevasi, sol per delizia, sprigionare un perpetuo venticello artificioso, generato da moti e cadute d’acque che quivi appresso scorrevano. Questo vento, per esser fresco e umido di soverchio, trovando i corpi loro assai alleggeriti nei vestimenti, nel tempo di due ore che riposavano, introdusse pian piano in loro cosi male qualità… » che, svegliandosi, l’allegra brigata si trovò ben conciata : chi accusò dolori alla testa, chi per il corpo : tutti si ammala­rono, uno di loro morirà… « e il signor Galileo ne cavò la sopraddetta indisposizione, della quale mai poté liberarsi ».

Esordio negli studi del futuro grande matematico ed astronomo : piuttosto deludente. Non meraviglia : il genio difficilmente comincia a brillare sui banchi di scuola.

(omissis)

7 dicembre 1592 : Galileo tiene a Padova la prolu­sione al corso di matematica davanti a un pubblico numeroso e d’eccezione. 11 figlio del musicista fioren­tino è già un nome affermato nel mondo della scienza. I suoi corsi sono affollatissimi. Tiene lezioni sull’Almagesto di Tolomeo e sugli Elementi di Euclide. Ma nel quadro della sua attività di professore, egli svolge una silenziosa, ostinata attività di ricerca. Scrive La Breve instruzione sull’architettura militare e il Trattato di fortificazione, letti e seguiti con interesse dal Senato veneziano; pubblica Le Meccaniche ; inventa un « edificio da alzar acque e adacquar terreni, facilissimo, di poca spesa e molto comodo, che col moto di un solo cavallo vinti bocche di acqua, che si ritrovano in esso, gettaranno tutte continuamente »; e per esso chiede un « privilegio », e cioè un brevetto d’invenzione, al Doge : e gli viene concesso.

Nel 1587 scrive il Trattato della sfera, ovvero Cosmo­grafia, nel quale è esposto il sistema tolemaico dei cieli (la Terra è immobile, centro dell’universo), benché la tentazione copernicana (la Terra non è il centro dell’universo, ma si muove), come risulta da una lettera in data 4 agosto 1597 a Giovanni Keplero, professore di matematica a Gratz, sia già presente nel suo animo. E’ a questa epoca infatti che Galileo s’interessa dei fondamentali problemi cosmologici. Tenendo lezioni ai suoi studenti, egli è ancora sì attaccato ai principi fondamentali di Tolomeo, ma non è insensibile alle tesi di Copernico.

In effetti, egli era copernicano prima ancora di Copernico. La lettura del trattato del canonico polacco, De revolutionibus orbium celestium, gli aveva dato coscienza di un qualcosa che già esisteva in lui sia pure allo stato larvale. Sì, forse era giusto, come diceva quel polacco, che « il centro del tempio del mondo sia occupato dal luminare che lo illumina tutto intero », e cioè il Sole. Ma le prove? Dove trovarle? Come trovarle?

Nel frattempo le tesi copernicane già erano nell’aria e circolavano pressoché indisturbate. Le aveva riprese e divulgate Keplero in un libro quasi illeggi­bile : Il mistero cosmico. L’astronomo tedesco aveva creduto opportuno inviarne un esemplare in omaggio al collega di Padova. Ringraziandolo, Galileo gli promette di leggere il suo libro « a testa riposata », sicuro di trovarvi e godervi le cose più ammirabili, tanto più — dice — che si sentiva già da tempo copernicano. La lettera è calorosa nei confronti di Keplero, ma è prudente nei confronti di Copernico : « Non ho ancora osato pubblicare le mie idee coper­nicane sull’argomento — scrive — perché franca­mente non vorrei finire come Copernico, il quale, se è assurto a una gloria immortale presso pochi, resta tuttavia per una multitudine infinita (tale è il numero degli sciocchi) oggetto di riso e derisione. »

Galileo è esplicito : oserò pubblicare le mie rifles­sioni soltanto a una condizione : che trovino un grosso pubblico di persone come voi; se no, niente da fare. La lettera non è certo un modello di coraggio.

Del resto il suo autore non poteva nemmeno permettersi il lusso di sfoggiarne. L’ambiente universitario di Padova, pur rispettando e temendo il suo genio, gli era fondamentalmente ostile. Esso era inoltre nella sua stragrande maggioranza tradiziona­lista : Aristotile è Allah, e Tolomeo il suo profeta. Due tabù : non si toccavano e non si discutevano. C’era dunque un problema di coabitazione e di buon vicinato, perché c’era un problema di carriera; e all’uno e all’altra, Galileo si mostra particolarmente sensibile. Decisamente l’uomo non è un eroe e, a quanto pare, non vuole nemmeno esserlo. Tutt’al più è disposto a scendere a compromessi. Un occhio alla scienza e l’altro alla carriera. Un occhio lassù negli spazi siderali, l’altro quaggiù.

D’altra parte gli era giocoforza tenerlo ben fissato qui in terra, un occhio. La ricerca aveva le sue esigenze, ma anche il bilancio familiare aveva le sue.

I primi dieci anni di lettorato a Padova non sono certo i più felici dal punto di vista economico e familiare. Con la morte del padre il giovane professore era stato costretto ad accollarsi l’intero carico di famiglia : madre, fratello, sorelle. Doveva provvedere al loro sostentamento attingendo all’unica fonte d’entrata che era lo stipendio : iniziali, come noto, centottanta fiorini. Non c’era da illudersi. Ad appe­santire la già grave situazione, ecco che a pochi mesi dalla morte del padre, la sorella Virginia decide di unirsi in matrimonio con tale Benedetto Landucci. Sorge il problema della dote, e naturalmente è Galileo che deve provvedervi : impegno non indiffe­rente, dato che la sorella aveva il suo prestigio e non badava a spese.

1601 : è la volta della sorella Livia; si accaserà con tale Taddeo Galletti; e ancora questa volta Galileo è costretto a versare al cognato la solita forte dote. Per farvi fronte, il professore si rivolge direttamente al Senato della Repubblica di Venezia, che pratica­ mente finanziava l’Università di Padova, ed ottiene un anticipo. Ma a gravare su quelle povere spalle era anche il fratello Michelangelo, un geniaccio di musicista, ma disordinato e inconcludente. Aveva sempre bisogno di soldi. Con un po’ di quattrini raggranellati e con molte illusioni, Michelangelo si reca in Polonia e in Germania; ritorna senza illusioni e più spiantato di prima. In Italia, vuole sposarsi; ed è ancora una volta il buon Galileo che deve provvedere.

Tutti avevano fondato una loro famiglia. Non doveva passar molto tempo : anche il giovane profes­sore decideva di fondarne una propria. Strano : cattolico come si professerà sempre, non sentirà mai il bisogno di costruirla sulle fondamenta del matri­monio religioso. La fortunata, o l’infelice, è una veneziana : Marina Gamba. La donna gli darà tre figli, due femmine e un maschio.

Il 13 agosto 1600 gli nascerà « di fornificazione », come dirà l’atto di battesimo, la primogenita, Virginia, che diventerà la dolce suor Celeste. Poi Livia (1601), infine Vincenzo (1606).

Quando nel 1610, chiamato a Firenze, lascerà l’Università di Padova, Galileo si separerà dalla madre dei propri figli senza rimpianto e senza scenate. Separazione à l’amiable: lei resterà a Padova (di li a poco si unirà in matrimonio regolare con tale Giovanni Bartoluzzi che le darà poca gloria, ma in compenso molta sicurezza affettiva ed economica : ragion di più per non far drammi. Anzi : è noto che alla partenza per Firenze, Galileo lascerà alla donna il piccolo Vincenzo particolarmente bisognoso di cure materne : ne uscirà poi un viziato, un buono a nulla. Col Bartoluzzi pare che Galileo intrattenesse rapporti cordiali per diversi anni).

(omissis)

Tutto era cominciato nel 1609, probabilmente nel mese di luglio, quando Galileo era riuscito a costruire una lente a oculare divergente colla quale « le cose lontane si vedevano cosi perfettamente come se fussero state molte vicine ». Forse Galileo commette un piccolo peccato di presunzione quando si arroga il merito di essere stato lui ad inventare le lenti. Il peccato, veramente, glielo fa commettere il suo biografo.

Già prima della fine del XVI secolo, alcuni artigiani olandesi avevano messo in commercio degli oculari a lenti divergenti; per la verità i risultati non erano stati molto incoraggianti. Ecco la versione data dal Viviani : « Intorno all’aprile o al maggio del 1609 si sparse la voce in Venezia, dove allora trovavasi il Galileo, che da parte di un tale olan­dese fusse stato presentato al signor Conte Maurizio di Nassau un certo occhiale, col quale gli oggetti lontani appa­rivano come se fusser vicini; né più oltre fu detto. Con questa sola relazione, tornando subito il signor Galileo a Padova, si pose a specularne la fabbrica, quale immediatamente ritrovò la seguente notte : poiché il giorno appresso, compo­nendo lo strumento nel modo che se lo aveva immaginato, nonostante l’imperfezione dei vetri che poté avere, non vide l’effetto desiderato, e subito ne diede conto a Venezia ai suoi amici; e fabbricandosene un altro di maggior bontà, sei giorni dopo lo portò quivi, dove sopra le maggiori altezze della città fece vedere e osservare gli oggetti in varie lonta nanze ai primi senatori di quella Repubblica, con infinita loro meraviglia… »

La realtà è un po’ meno interessante e curiosa. Piccoli e imperfetti cannocchiali, poco più che giocattoli, venivano da tempo costruiti da certi Sacharias Janssen e Giovanni Lipperhey, occhialai a Middleburg. Lo strumento era nato sul modello di uno simile italiano, costruito, a quanto pare, nel 1590. Veramente, nella ricerca del primo apparecchio biso­gnerebbe spingersi ancora più indietro. Tracce risulterebbero nel filosofo inglese Bacone, e anche in Leonardo da Vinci che parla di « ochiali » che fanno « vedere la luna grande ». Gerolamo Fracastoro (1478-1553) nel suo « Homocentri- corum », aveva parlato di accoppiamenti di lenti, e G. B. deila Porta (1535-1615), nel suo « Magia naturalis », scendeva in dettagli : specificava che le lenti dovevano essere l’una convessa, l’altra concava; e seguendo tali indicazioni, un primo cannocchiale, così sembra, era stato costruito verso la fine del XVI secolo.

Il merito di Galileo — questo per la precisione storica — non è dunque di aver inventato il cannocchiale, ma di aver trasformato quel giocattolo chiamato cannocchiale in uno strumento scientifico, e soprattutto di averlo rivolto al cielo. Del resto lo stesso Della Porta, che non aveva peli sulla lingua, uso a dire pane al pane, s’era espresso chiaramente (in una lettera al Cesi, un amico di Galileo) : il segreto del cannocchiale… « una coglioneria »; ma con altrettanta franchezza aggiungeva allo stesso Cesi, in una lettera suc­cessiva, che ai signor Galilei spettava il merito di « haverlo accomodato », e con lo stesso di aver trovato « quattro altri pianeti in cielo, e numero di migliaia di stelle fisse, e nel circolo latteo altrettante non viste ancora, e gran cose nel globo della luna, ch’empiscono il mondo di stupore ».

Dei modelli dovettero passare per le mani di Galileo. Ed il suo merito indubbiamente sta qui : pur non avendo alcuna conoscenza di ottica, seguendo una stretta logica meccanica e avvalendosi della sua abilità di sperimentatore, egli riesce a costruire l’apparecchio destinato a rivoluzionare la scienza, a minacciare la Bibbia e a mettere in crisi le coscienze. Con­sacra ore e ore a perfezionare la « macchina ». Intuisce ciò che oggi è ovvio : quando la scienza si serve di strumenti meccanici per la ricerca, essa diventa un fatto di tecnica degli strumenti. Indispensabile perciò curarne la precisione e la perfezione fino all’ossessione. E lo dice : « Occorre preparare con molta cura una lente esattissima, che mostri gli oggetti chiari, nitidi e non oscurati da una specie di nebbia; occorre che gli oggetti siano ingranditi almeno quattrocento volte, ciò che li renderà almeno venti volte più vicini; poiché, se

lo       strumento non è cosi, si cercherà invano di guardare tutte le cose che abbiamo visto in cielo. »

La « veracità » dell’immagine, punto fondamentale della ricerca : problema tecnico, innanzi tutto. Ma il lato tecnico, anche se fondamentale, non era tutto. Non era sufficiente costruire un apparecchio : occorreva rivolgerlo al cielo e scoprirvi novità. Non solo : non era sufficiente scoprire : occorreva saper divulgare e reclamizzare al massimo le proprie scoperte. In questo Galileo si rivelerà un maestro. « Agente pubblicitario » di se stesso — dirà di lui qualcuno, che evidentemente non gli era molto amico.

Innanzi tutto la scoperta del cannocchiale.

Si era affrettato a comunicarla subito al Doge con una lettera umilissima, forse un po’ viscida. Gli descrive prima di tutto lo strumento (come « un nuovo artifizio di un occhiale cavato dalle più recondite speculazioni di prospettiva »), ne rileva le qualità (esso — dice — « conduce gli oggetti visibili così vicini all’occhio, e cosi grandi e distinti li rappresenta, che quello che è distante nove miglia, ci apparisce come se fusse lontano un miglio solo ») ; ne sottolinea infine i vantaggi commerciali e soprattutto militari, cosa che ovviamente doveva interessare molto il Doge. Questo strumento — scrive Galileo — « per ogni negozio e impresa marittima e terrestre può essere di giovamento inestimabile »; primo — dice — permetterà « in mare in assai maggior lontananza del con­sueto scoprir legni e vele dell’inimico, sì che per due ore e più di tempo possiamo prima scoprir lui che egli scuopra noi, e distinguendo il numero e la qualità dei vasselli, giudi­care le sue forze, per allestirsi alla caccia, al combattimento o alla fuga ». Secondo : lo stesso strumento potrà essere utilizzato anche nelle operazioni di terra : esso infatti per­mette di spingere lo sguardo nelle piazzaforti e negli allog­giamenti del nemico, prevenendo così le sue mosse.

Galileo termina la lettera chiedendo di essere ricevuto e di avere così l’onore di prensentarglielo di persona : lo stru­mento — gli fa capire — potrebbe essere un’arma segreta : considerasse dunque il signor Doge l’opportunità o meno di prenderlo in considerazione.

E come no? Complimenti. Incoraggiamenti : continuasse nei suoi studi. Dopo la scoperta del cannocchiale, vengono le scoperte che il cannocchiale scopriva, se ci è permesso il bisticcio.

Cominciavano però i guai. Aveva squarciato il cielo : ecco la colpa. Lo aveva sfacciatamente, ostinatamente divulgato – ecco il delitto.

Rivediamo le scoperte. Fine 1609 : scopre le montuosità della luna.

Apparentemente, la scoperta sembrava innocua. In realtà essa faceva cadere i primi calcinacci dell’edificio aristotelico. Oggi, i calcinacci; domani, i pilastri. Il fatto che il nostro satellite naturale fosse sferico o montuoso, non era in sé importante. Ciò che importava, era che per la prima volta padre Aristotele veniva sorpreso in errore e smentito (la Luna è sferica — aveva detto). Se si era sba­gliato su di un punto, perché escludere che si fosse sbagliato anche su altri, come per esempio sull’immobilità della Terra? La teologia ufficiale sente il pericolo e accorre con tutte le sue batterie in soccorso del filosofo greco. Occorreva difenderlo, sostenerlo a tutti i costi. Crollando, Aristotele avrebbe trascinato nella polvere le impalcature su cui la Chiesa aveva costruito la propria teologia.

I « mastini » dell’ortodossia — i domenicani — sono tra i primi. La Luna — dicono — è sferica, di una sfericità assoluta. No, — dice il cannocchiale — è montuosa. Era intervenuto padre Clavio della Compagnia di Gesù — un’au­torità in materia. Cerca di salvare il salvabile. L’evidenza è là, ma come conciliarla con la tradizione, con la teologia, con Aristotele? Si — dice — la Luna è montuosa, ma gli avallamenti sono ricoperti da una sostanza cristallina assolutamente trasparente che dà all’astro una forma perfet­tamente liscia.

La risposta di Galileo è sarcastica : « Veramente — escla­ma — l’immaginazione è bella …» E avrebbe potuto aggiun­gere : c’è un non so che di eroico e di patetico nella vostra buona volontà : peccato che la realtà sia diversa.

Gennaio 1610 : Galileo scopre i satelliti di Giove (i « pia­neti medicei »). Comunicando la notizia — 13 febbraio 1610 – al segretario del Granduca, Galileo mostra qualche per­plessità : « Solo mi resta un poco di ambiguità — dice — se io deva consacrarli tutti quattro al Granduca solo, denomi­nandoli « Cosmici » dal nome suo (si chiamava infatti Cosimo), oppure, già che sono appunto quattro in numero, dedicarli alla fraterna con nome di « Medicea Sydera ».

Il segretario non ha dubbi : « Medicea Sydera ». « Cosmici » è parola d’origine greca, potrebbe sembrare una derivazione da « cosmo », e la gente non capirebbe che sono invece desti­nati alla gloria di Cosimo II di Casa Medici. La posterità sarà d’altro avviso : i nomi infatti dati da Galileo ai satelliti di Giove saranno mutati : Io, Europa, Ganimede, Callisto.

Ma che cosa usciva intanto da questa scoperta? Un ridi­mensionamento della cosmogonia tradizionale. Innanzi tutto uno choc psichico con i suoi contraccolpi inevitabili nella morale : non si scopre l’infinito dei cieli, non si esce idealmente dal pianeta, senza accusare al rientro alcune distorsioni nell’anima. L’uomo non era solo nel creato e s’affacciavano dei dubbi che la Terra fosse veramente il centro di un universo che si annunciava smisurato, disse­ minato di mondi. Osservando Giove, si poteva avere la dimostrazione di un sistema solare in miniatura.

La Luna, la bella, la romantica Luna, su cui da secoli erano andati ad infrangersi i sogni e i sospiri degli innamo­rati, usciva dal telescopio come un piccolo pianeta, simile alla Terra colle sue montagne e i suoi anfratti : tra Terra e Luna che differenza c’era? La distinzione, perno su cui si fondava la cosmologia tradizionale, crollava.

25 luglio 1610 : scoperta degli anelli, o « compagni di Saturno ». Il cannocchiale, che non era stato perfezionato, non ingrandiva più di trenta diametri. L’anello gli era apparso al massimo della sua inclinazione, sotto una forma incerta, simile ad un asse, che in un primo tempo Galileo aveva preso per quella di due globi assai ravvicinati, ai due lati del pianeta.

Successivamente, verso la fine dell’anno, arriva la sco­perta delle fasi di Venere. Scoperta decisiva, questa; essa portava a una conferma : quella del moto dei pianeti. Galileo la comunica, trepidante, il 1° gennaio 1611, a Giuliano de’ Medici, ambasciatore di Firenze a Praga. « Abbiamo sensata e certa dimostrazione di due grandi questioni, state sin qui dubbie tra i maggiori ingegni del mondo. L’una è che i pianeti tutti sono di loro natura tenebrosi; l’altra, che Venere si volge necessarissimamente intorno al Sole, come anche tutti gli altri pianeti, cosa ben creduta da i Pitagorici, Copernico, Keplero et me, ma non sensatamente provata, come ora in Venere e Mercurio. » E conclude : « Avranno dunque il Sig. Keplero e gli altri copernicani da gloriarsi di avere creduto et filosofato bene, sebbene ci è toccato, e ci è per toccare ancora, ad essere reputati dall’universalità dei filosofi « in libris » per poco intendenti e poco meno che stolti. »

L’ambasciatore trasmette la lettera a Keplero. Risposta esultante di quest’ultimo : « E ora, come descrivere il nostro cannocchiale? Come la verga magica di Mercurio, che ci permetterà di attraversare l’etere? o come la freccia di Cupido che, attraverso il nostro sguardo, è penetrato fin nelle latebre degli animi nostri e ci ha infiammati dell’amore di Venere? » Ed esclama con enfasi : « 0 sapientissimo per­spicuo, tu sei più prezioso di qualunque scettro. Chi ti porta nella sua destra è un vero re, l’imperatore del mondo. »

Indubbiamente la scoperta colpiva le intelligenze più sensibili.

« E chi — esclama un professore di filosofia, Giulio Cesare La Galla — chi, anche se immerso nel più profondo sonno non si risveglierebbe al rumore di questo nuovo miracolo che ha raggiunto il mondo intero? »

Per la verità non tutti si risveglieranno. C’è chi come abbiamo visto, rifiuta ostinatamente di guardare nel can­nocchiale; c’è chi si tappa le orecchie e non vuole assolutamente sentir parlare di queste nuove « meraviglie », c’è ehi chiude gli occhi per non leggere ciò che il « Sidereus Nuncius » dice. Nel dar notizia della « stravangatissima meraviglia » di Saturno al Segretario di Stato del Granduca di Toscana, Galileo scrive : « Desidero che sia saputa da loro Altezze e da Vossignoria, tenendola però occulta, sin che nell’opera che ristamperò [una nuova edizione del « Sidereus Nuncius », che però non sarà mai fatta] sia da me pubblicata, ma ne ho voluto dar conto a loro Altezze Sere­nissime, acciò se altri l’incontrasse, sappino che niuno l’ha osservata avanti di me… »

(omissis)

21 dicembre 1613 : Galileo scrive a padre Benedetto Castelli, già suo discepolo e in quel momento lettore all’Università di Pisa, la famosa lettera sull’interpre­tazione della Bibbia, in cui sono posti i limiti tra scienza e fede. La lettera, diffusa manoscritta in diverse copie, costituirà la pezza giustificativa per la denuncia al Sant’Uffizio.

Qui Galileo s’inoltra nel campo minato dell’inter­pretazione dei Sacri Testi : finora — dice — la Scrittura si era sempre posta come depositaria di una verità assoluta, inviolabile ed inalterabile; essa è opera della mano di Dio, e Dio, è ovvio, non può incorrere in errore, ed è ciò che bisogna ammettere e concedere senza discutere da buoni credenti, da buoni cristiani. Dunque è giusto : « Non poter mai la Scrit­tura Sacra mentire o errare, ma esser i suoi decreti d’assoluta ed inviolabile verità. » Ma, aggiunge subito, nostro dovere è di non insistere su interpreta­zioni letterali. Come Giordano Bruno trent’anni prima, Galileo pone la sottile distinzione della doppia verità : una, consegnata nei Libri Sacri, l’altra, razionale. La prima, dominio della religione, non è da interpretarsi nel significato letterale; la seconda, dominio della scienza, è scritta in linguaggio mate­matico nel « gran libro della natura ». Con ciò si pone il problema dell’indipendenza della scienza dalla religione. Trascriviamo alcuni pezzi, leggermente modificati nell’ortografia, lasciando al periodare il suo affanno, diremmo, asmatico : che è, non dimenti­chiamolo, quello del tempo.

« Solo avrei aggiunto, che, se bene la Scrittura non può errare, possono non di meno errare i suoi inter­preti e espositori, in varii modi: tra i quali uno sarebbe gravissimo et frequentissimo, quando voles­sero fermarsi sempre sul puro senso letterale, perché così v’apparirebbero non solo diverse contraddizioni, ma gravi eresie e bestemmie ancora; poiché sarebbe necessario dar a Iddio e piedi e mani e occhi, e non meno affetti corporei e umani, come d’ira, penti­ mento, odio, e anche tal volta obblivione delle cose passate e l’ignoranza delle future. Onde, siccome nella Scrittura si trovano molte proposizioni false, quanto al nudo senso delle parole, ma poste in cotal guisa per accomodarsi all’incapacità del numeroso volgo, così per quei pochi che meritano di esser separati dalla stolida plebe è necessario che i saggi espositori produchino i veri sensi, e ne additino le ragioni particolari perché essi siano sotto cotali parole stati proferiti. » Così, dal problema dell’indipendenza della scienza dalla religione esce un diritto : il diritto della libera ricerca scientifica. Perché aver paura di scrutare il mistero di Dio ? Perché non indagare nella sua opera, e cioè nella creazione? Non v’è certo da temere che Dio possa arrossire nel vedersi scoperto. D’altra parte : perché porre un termine « agli umani ingegni? Chi vorrà asserire già essersi saputo tutto quello che è al mondo di scibile? »

E rivolgendosi direttamente a padre Castelli : « Veda adunque la Paternità Vostra » come « disordi­natamente procedono » coloro che pretendono dispu­tare su fatti naturali che non sono affatto articoli di fede, che assolutamente non devono esserlo, ma che si comportano nelle loro sentenze come se lo fossero. « Ma se questi tali veramente credono di aver il vero senso di quello luogo particolare della Scrittura, e in conseguenza si tengono sicuri di avere in mano l’assoluta verità delle questioni che intendono di disputare », mi si dica francamente — scrive Galileo — « se loro stimano gran vantaggio » il dover sostenere tesi false, destinate a crollare sotto il peso dell’evi­denza. « So che mi risponderanno di sì, e che quello che sostiene la parte vera, potrà avere mille esperienze e mille dimostrazioni necessarie per la parte sua, e che l’altro non può avere se non sofismi paralogismi e fallacie. Ma se loro, contenendosi dentro ai termini naturali né producendo altre armi che le filosofiche, sanno d’esser tanto superiori all’avversario, perché nel venir poi al congresso pongono subito mano a un’arma inevitabile e tremenda, che con la sola vista atterrisce ogni più destro ed esperto campione? Ma, se io devo dire il vero, credo che essi siano i primi atterriti, e che, sentendosi inabili a potere star forti contro gli assalti dell’avversario, tentino di trovar modo di non se lo lasciar accostare. »

E veniamo ora, dice Galileo, al testo di Giosuè. A questo punto il filosofo prende decisamente l’offen­siva. Su che cosa si fonda la principale obiezione anti-copernicana ? Su un passo della Scrittura, là dove Giosuè, sentendosi sopraffatto dalle tenebre, ed avendo bisogno di luce per sconfiggere gli Amorrei, ordina : « Sole, fermati. » E dice il passo : « Il sole si fermò nel mezzo del cielo, e non si affrettò verso il tramonto per lo spazio di quasi un giorno intero. » Bene : se volessimo ora interpretare il miracolo in base alla dottrina tolemaica, accettata dalla Chiesa, all’ordine : « Fermati, sole », l’effetto avrebbe dovuto essere esattamente contrario a quello richiesto : il giorno non si sarebbe allungato, ma accorciato di quattro minuti. Caso mai, Giosuè, proprio in omaggio al sistema tolemaico, avrebbe dovuto dire : « Fermati, Primo Mobile », perché è questo nono cielo che col suo rapidissimo giro trasmette il moto da levante a ponente al Sole e a tutti gli altri. » Dicendo : « Fermati, sole », Giosuè ha commesso un errore, proprio — è il caso di ripeterlo — secondo il sistema tolemaico. Perché? Ma perché secondo quel sistema non si può fermare il Sole, trascinato nel moto dal Primo Mobile, senza disorganizzare e rompere l’equilibrio dei cieli, e provocare un disastro cosmico. Vedete, dunque, dice Galileo, come non si possa accettare il senso letterale delle Sacre Scritture. Provate adesso a interpretare le parole di Giosuè secondo il sistema copernicano : ammettiamo per un momento che il Sole sia al centro del mondo, e supponiamo che ruoti su se stesso (come Galileo aveva dimostrato nelle Lettere sulle macchie solari), e che con questa sua rotazione esso regoli il moto dei pianeti : allora si le parole del capo ebraico hanno un senso : « Fermati, o        sole », e con esso l’intera macchina dei pianeti si sarebbe fermata, il tempo si sarebbe arrestato e Giosuè avrebbe potuto guadagnare effettivamente alcune ore di luce e portare a termine la battaglia. Per curiosa ironia della sorte, proprio il passo di Giosuè mostra « la falsità e impossibilità del sistema aristotelico e tolemaico, e all’incontro benissimo si accomoda col copernicano. »

Come si vede, Galileo rivela una grande abilità dialettica in questa lettera : la quale può senz’altro considerarsi un modello di sottigliezza. Insomma, non è « credibile che Dio fermasse il Sole solamente, lasciando scorrer le altre sfere », perché, così facendo, avrebbe « alterato e permutato tutto l’ordine » celeste, e provocato un vero e proprio disastro cosmico. Mettiamoci ora — dice Galileo — dal punto di vista di Copernico, e mio : allora anche le parole di Giosuè possono avere un senso scientifico. « Avend’io scoperto e necessariamente dimostrato » che il Sole compie un giro di conversione su se stesso, « per quel verso appunto che si fanno tutte le altre conversioni celesti », ed essendo « di più molto probabile e ragione­vole che il Sole, come strumento e ministro massimo della natura, quasi cuor del mondo, dia non solamente, come esso chiaramente dà, luce, ma il moto ancora a tutti i pianeti,… chi non vede che per fermar tutto il sistema, onde, senza punto alterare il restante delle scambievoli relazioni dei pianeti, solo si prolungasse lo spazio e il tempo della diurna illuminazione, bastò che fosse fermato il Sole, come appunto suonano le parole del sacro testo ? Ecco dunque il modo secondo il quale, senza introdurre confusione alcuna tra le parti del mondo e senza alterazione delle parole della Scrittura, si può, con il fermare il Sole, allungare il giorno in terra ».

E conclude : « Ho scritto più assai che non compor­tino le mie indisposizioni,… e le bacio le mani… »

Certo che aveva scritto « più assai » : di troppo, anzi. Basti pensare che è sul testo di questa lettera che i giudici del Sant’Uffizio formuleranno un giorno la loro sentenza di condanna del sistema copernicano.

Così un altro vespaio era stato sollevato.

La lettera, diffusa manoscritta in numerose copie, susciterà scandalo e scalpore nel clero fiorentino.

Com’era nata? Il testo gli era uscito dal cuore, si può dire sfuggito di mano. Ecco come. Padre Castelli era stato un giorno trattenuto alla tavola granducale. C’erano tutti : il Granduca Cosimo II, la Granduchessa madre, Cristina di Lorena, il peripatetico Cosimo Boscaglia, lettore all’Univer­sità di Pisa, ed altri. Ci si era trattenuti oltre il previsto in innocui conversari, quando a un certo punto, per quelle esplosioni dialettiche inspiegabili che avvengono a tavola dopo un’abbondante libagione, la discussione si era improvvisamente accesa sui satelliti di Giove — i satelliti medicei, che Galileo aveva idealmente offerto a Casa Medici — e si era concluso che effettivamente essi erano « reali e non in­ganni dell’istrumento ». Soltanto il Boscaglia, da buon ari­stotelico, e poco amico delle scoperte di Galileo, sembrava un po’ perplesso. La Granduchessa, che amava il contraddit­torio, lo aveva pregato di pronunciarsi al riguardo e di espri­mere la sua opinione. Il Boscaglia, colla solennità dell’ac­cademico iniziato ai grandi misteri della scienza che nulla concede gratuitamente alla platea, si avvicina alla granduchessa, e le sussurra all’orecchio la sua opinione : certo che dovevano considerarsi per vere tutte « le novità celesti » galileiane, meno una : « il moto della Terra ». Ciò aveva dell’incredibile e « non poteva essere, massime che la Sacra Scrittura era manifestamente contraria a questa sentenza ».

Era un modo per portare il discorso sulla scottante que­stione copernicana, attaccare Galileo e scuotere il suo pre­stigio a Corte, specialmente presso la Granduchessa Madre, la devota, la colta, la bigotta, la lunatica Maria Cristina di Lorena che alle spalle del Aglio Cosimo deteneva pratica- mente il potere. Screditare Galileo presso questa eminenza grigia : faceva parte di un piano nel quale già cominciavano a delinearsi i contorni di un’opposizione. Padre Castelli, da fedele e leale discepolo, aveva difeso il Maestro, ascoltato con compiacenza dai commensali; ma poi, finita la tavola, egli si era alzato per andarsene, e già stava per lasciare il palazzo, quando era stato raggiunto dal portiere : la Granduchessa lo attendeva in camera sua, dov’erano radunati altri ospiti e i Granduchi. Sta bene : dietro front. Qui Madama comincia ad « argomentargli contro » in nome della Sacra Scrittura; ma il Castelli non si lascia sorprendere né intimi­dire; alle argomentazioni aristoteliche e tolemaiche della Granduchessa, spalleggiata dal Boscaglia e dal confessore granducale, il Castelli contrattacca con decisione. Un suc­cesso. Il Castelli si affretta pertanto a dare un resoconto scritto a Galileo di quella battaglia verbale : « Cominciai a far da teologo con tanta reputazione — scrive — che Vossi­gnoria avrebbe avuto gusto singolare di sentire… e quantun­que la maestà delle Altezze Serenissime fosse bastante a sbigottirmi, mi diportai da palatino — conclude con fie­rezza — riuscendo a convincere gli ospiti augusti. » A con­traddirlo restava soltanto Madama Serenissima, è vero, ma essa lo faceva con tale maniera che si aveva l’impressione che ciò facesse soltanto per provocarlo ed avere il piacere di sentirlo. E il signor Boscaglia? Silenzio : « si restava senza dir altro », commenta il Castelli. E’ cosi che al resoconto­ del Castelli, Galileo aveva risposto con la famosa lettera del 21 dicembre 1613.

(omissis)

« Parlai con l’Ill.mo sig. cardinale Aracoeli d’alcune cose occorse in Firenze…

(è in corso la deposizione di padre Caccini)

ed egli mi disse che dovessi venire qua da V. R. a dirle tutto; e perché lei mi ha detto che bisogna deponerle giudizialmente, sono qua a questo effetto. Dico dunque che, leggendo io nella quarta domenica dell’Avvento di quest’anno passato nella chiesa di Santa Maria Novella di Firenze, dove dall’obbedienza ero stato quest’anno destinato lettore di Sacra Scrit­tura, seguii l’incominciata da me istoria di Iosuè; ed appunto nella stessa domenica mi toccò a leggere quel passo del X capitolo di quel libro, dove il sacro scrittore riferisce il gran miracolo che alle preghiere di Iosuè fece Iddio fermando il sole, cioè : sol, ne movearis conira Gabaon eie. Presi per tanto occasione da questo luogo, da me prima in senso letterale e poi in sentimento spirituale, per salute delle anime, inter­pretato, di riprovare, con quella modestia che conviene all’officio che tenevo, una certa opinione già di Nicolò Copernico, et in questi tempi, per quel che è pubblichissima fama nella città di Firenze, tenuta e insegnata, per quanto dicono, dal signor Galileo Galilei matematico, cioè che il sole, essendo, secondo lui, centro del mondo, per conseguenza è immobile di moto locale progressivo, cioè da un termine all’altro; e dissi somigliante opinione da gravissimi scrittori era tenuta dalla Fede Cattolica dissonante, perché contradiceva a molti luoghi della divina Scrittura, i quali in senso letterale, dai Santi Padri concordevol- mente datogli, suonano et significano il contrario, come il luogo del Salmo XVIII, dell’Ecclesiaste, primo capitolo, di Esaia XXXVIII, oltre al luogo di Iosuè citato : e perché restassero più gli audienti capaci che tal mio insegnamento non procedeva da mio capriccio, lessi loro la dottrina di Nicolò Serraio, questione 14“ sopra il X capitolo di Iosuè, il quale, dopo l’aver detto che tal posizione di Copernico è contraria alla comune sentenza di tutti quasi i filosofi, di tutti i teologi scolastici e di tutti i Santi Padri, soggiungeva che non sapeva vedere come tal dottrina non fosse quasi che eretica, per i luoghi sopra accen­nati della Scrittura. Dopo il qual discorso avvertii che non era lecito a nessuno interpretare le divine Scritture contro quel senso nel quale tutti i Santi Padri concorrono, perché ciò era vietato e dal Concilio Lateranense sotto Leone X e dal Concilio Tridentino.

« Questa mia caritativa ammonizione, quantunque a molti gentiluomini letterati e devoti grandemente piacesse, oltre modo dispiacque a certi discepoli del predetto Galilei, sì che andarono alcuni di loro a ritrovare il P. predicatore del Duomo, acciò in questa materia predicasse contro la data da me dottrina, sì che avendo io sentito tanti rumori, per zelo della verità detti conto al molto R. P. Inquisitore di Firenze di quanto m’era parso, per termine di con­scienza, di trattare sopra il predetto luogo di Iosuè, avvisandolo ch’era bene il por freno a certi petulanti ingegni, discepoli del suddetto Galilei, dei quali m’era stato detto dal R. P. Fra Ferdinando Ximenes, Reggente di Santa Maria Novella, che da alcuni di loro aveva sentite queste tre proposizioni, cioè : Iddio non è altrimente sustanza ma accidente : Iddio è sensi­tivo, perché in lui sono sensi divinali; veramente che i miracoli che si dicono esser fatti dai Santi, non sono veri miracoli.

« Dopo questi successi, dal P. Maestro Fra Niccolò Lorini mi fu mostrata una copia d’una lettera scritta dal predetto Sig. Galileo Galilei al Padre Don Bene­detto Castelli, Monaco Benedettino et pubblico Mate­matico di Pisa, nella quale m’è parso contenersi non buona dottrina in materia di teologia; e per che la copia di quella è stata mandata al Sig. Cardinale… però non ho che aggiungere altro. Dunque depongo a questo Sant’Uffizio, come pubblica fama è che il predetto Galilei tenga queste due proposizioni : la Terra secondo sé tutta si muove, edam di moto diurno; il Sole è immobile : proposizioni, che, secondo la mia coscienza et intelligenza, repugnano alle divine Scritture, esposte dai Santi Padri, et conse­guentemente repugnano alla Fede, che c’insegna dover credere per vero ciò che nella Scrittura si contiene. Et per adesso non mi occorre di dire altro. » La lunga deposizione è raccolta e verbalizzata. Si passa all’interrogatorio. Gli si chiede « quomodo sciat quod Galileus doceat et teneat, solem esse immobilem terramque moveri… » : come è venuto a sapere che Galileo insegni e creda che il Sole sia immobile e che la Terra giri.

Risposta : « Oltre la pubblica fama, come ho detto, ho anco inteso da Mons. Filippo de’ Bardi, vescovo di Cortona, nel tempo che stetti là, e poi in Firenze, che il Galilei tiene le predette proposizioni per vere, aggiungendomi che ciò gli pareva molto strano, per non consonare alle Scritture. L’ho di più inteso da un certo gentiluomo fiorentino degl’Attavanti, settatore del medesimo Galilei, dicendomi che il predetto Galilei interpretava le Scritture in modo che non repugnas­sero alla sua opinione : e di questo gentiluomo non mi ricordo il nome, né so dove la casa sua sia in Fiorenza; so bene che pratica spesso in Santa Maria Novella di Firenze, ma va in abito di prete, e può essere di età di 28 in 30 anni, di carnagione olivastra, barba castagna, di mediocre statura e di faccia profilata : e questo me lo disse quest’estate passata, circa il mese d’Agosto, nel convento di Santa Maria Novella, in camera del P. Fra Ferdinando Ximenes, con l’occasione che il detto Padre Ximenes come io non sarei stato a leggere il miracolo del firmamento del sole, alla presenza di esso Ximenes. Ho anco letta questa dottrina in un libro stampato in Roma, che tratta delle macchie solari, uscito sotto nome del detto Galilei, che me lo prestò il detto Padre Ximenes. »

E’ vero o non è vero che coinvolto nella faccenda ci sarebbe anche un religioso ? Risposta : « Il predica­tore del Duomo di Firenze, al quale fecero ricorso i discepoli del Galilei perché predicasse contro la dottrina da me insegnata, è un Padre gesuita napole­tano, di cui non so il nome : né io da detto predicatore ho saputo queste cose, perché manco ho parlato con lui; ma questo me l’ha detto il Padre Emanuele Ximenes, col quale detto predicatore si era consi­gliato, e lui lo dissuase : né manco so chi siano stati quei discepoli del Galilei che cercarono dal predicatore le suddette cose. »

Non ha mai parlato con il nominato Galileo? Risposta : « Non lo conosco manco di viso. » L’Inquisitore vuol sapere in quale opinione, in materia di fede, sia considerato il detto Galileo a Firenze.

« Da molti è tenuto buon Cattolico ; da altri è tenuto per sospetto nelle cose della Fede, perché dicono sia molto intimo di quel Fra Paolo Servita, tanto famoso in Venezia per le sue empietà, e dicono che anco di presente passino lettere tra di loro. »

Si ricorda da chi ha inteso le sopraddette cose? Risposta : « Io ho inteso le sopraddette cose dal P. Maestro Fra Niccolò Lorini, dal Sig. Priore Ximenes, Priore de’ Cavalieri di S. Stefano; e questi m’hanno detto le sopraddette cose, cioè il P. Niccolò Lorini, che fra il Galileo e Maestro Paolo passano lettere e gran familiarità, con occasione di dire che costui era sospetto in Fide avendomi replicato l’istesso più volte, anzi scrittomi qua a Roma. Il Priore poi Ximenes non mi ha detto altramente della familiarità che passa fra Maestro Paolo e il Galileo, ma solo ch’il Galilei è sospetto, et ch’essendo una volta venuto a Roma, gli fu significato come il Sant’Uffizio cercava di porvi le mani addosso, per il che lui se la colse : e questo me lo disse in camera del P. Ferdinando suddetto, suo cugino, che non mi raccordo bene se detto Padre ci fosse presente. »

 

II Sarpi, frate servita, consultore ufficiale della Repubblica di San Marco, ai servizio della quale si era schierato durante il noto litigio tra la Santa Sede e Venezia, aveva dato non poche grane alla Curia romana e al Papa, Paolo V Borghese. Era considerato decisamente un eretico. Condannato in contumacia, il Sarpi non perdeva un’occasione per beffarsi dei Papa, del quale metteva in discussione l’autorità.

L’Inquisitore lo invita a dare altri ragguagli su Galileo.

Risposta : « Non mi dissero altro, eccetto che /’avevano per sospetto per le proposizioni che lui teneva nella stabilità del sole e del molo della terra, e perché costui vuole interpretare la Scrittura Sacra contro il senso comune dei Santi Padri.

» Costui con altri sono in un’accademia, non so se eretta da loro, che ha per titolo i Lincei; et hanno corrispondenza, cioè il detto Galileo, per quanto si vede da quel suo libro delle Macchie Solari, con altri di Germania. »

Si vuol ora sapere da chi padre Ximenes abbia saputo queste cose, ed in particolare che Dio non è sostanza, ma accidente, e che i miracoli dei Santi non siano veri miracoli. Gli par di ricordarsi di certo Attavanti, « descritto per uno di quelli che dicevano le dette proposizioni »; d’altri non si ricorda.

La risposta è vaga. Ovvio che il padre Inquisitore ne voglia sapere un po’ di più. L’argomento è sca­broso. Per esempio si desidera sapere come e quando Galileo avrebbe proferito « dictas propositiones ».

« Padre Ferdinando Ximenes — risponde il Caccini — mi ha detto di aver sentito le dette propo­sizioni dagli scolari del Galileo più volte, e in chiostro da basso e in dormitorio da basso e in cella sua, e questo dopo ch’io feci quella letione, con occasione di dirmi che mi haveva difeso con costoro; né mi raccordo che mai ci sia stato altri presente. »

In che rapporti il denunciante è con Galileo, oppure con l’Attavanti, oppure con i discepoli di Galileo? Non ci sarebbe per caso un po’ d’inimicizia? E’ una domanda.

Risposta pronta : « Io non solo non ho inimicitia col detto Galileo, anzi che prego Dio per loro. »

Che fa Galileo a Firenze? Qual è la sua attività? Insegna pubblicamente? Ha discepoli? E’ seguito? Ascoltato? Amato?

Risposta : « Io non so se il Galileo legga pubblica­mente né se abbia molti discepoli : so bene che in Firenze ha molti seguaci, che si chiamano Galileisti; e questi sono quelli che vanno magnificando la sua dottrina e opinioni. »

Dica infine tutto ciò che sa di Galileo : professione, provenienza, età, studi.

« Lui si fa fiorentino, ma ho inteso che è pisano; e la professione è di matematico : per quanto ho inteso, ha studiato in Pisa, e letto in Padova; e è di età di 50 anni passati. »

Si conclude con queste parole la deposizione del Caccini. Verbalizzata e sigillata, il teste è congedato non senza prima « imposito sibi silentio cum iuramento », non senza prima essergli stato imposto il silenzio sotto giuramento.

(omissis)

Se l’anno 1621 era stato un anno triste per Galileo (la morte del suo grande amico e protettore Cosimo II), il 1623 era stato invece l’anno della speranza, e non solo per Galileo, ma per la scienza e il mondo della cultura. Al soglio pontificio era eletto il cardinale Maffeo Barberini, che doveva assumere il nome di Urbano Vili.

Urbano Vili sembrava davvero l’uomo inviato dalla Provvidenza. Dopo il ferreo, astioso e polemico pontificato di Paolo V, la Chiesa aveva bisogno di un Papa « illuminato ». Lo reclamavano i tempi che la scienza aveva dischiusi a nuovi orizzonti ; lo reclamavano le genti e i popoli, agitati e percossi dal vento delle riforme. Lo reclamavano gli stessi interessi della Chiesa, che stava per essere pericolosamente scavalcata a sinistra dalle conquiste del pensiero.

Urbano Vili era fiorentino : fiorentino in tutto, per l’anagrafe, per la cultura e nel sistema nervoso. Ingegno acuto, brillante, aperto, egli rappresentava la nuova anima di quella Chiesa che aveva vagito sotto Paolo V. Era la Chiesa del progresso e delle grandi aperture verso il futuro. Si diceva che il nuovo Pontefice fosse stato eletto con l’appoggio dei cardinali filo-francesi. Vera o no che fosse la voce, l’indi­screzione era confortante per una certa politica. La politica dell’intransigenza e della Controriforma, uscita dal Concilio di Trento, poteva dirsi conclusa? Forse sì. Con Paolo V Borghese il Papato usciva seriamente compromesso nel suo prestigio dalla lite con Venezia — l’affare scabroso e penoso dell’Interdetto. Roma aveva tuonato contro la Repubblica ; e il leone di San Marco se n’era infischiato dei fulmini pontifici. Questa è la verità. I fatti, del resto, erano là a provarlo. Un doge e un frate ribelle e contestatore, Paolo Sarpi, avevano risposto per le rime. Tutto per fortuna si era accomodato col solito compromesso dell’ultimo momento. Ma la « lezione » restava ; e la « lezione » di cui la Chiesa doveva tener conto era questa : i tempi stavano cambiando, monarchi e principi cominciavano ad alzare la testa; le coscienze si aprivano al vento del Nord della critica. Il cardinale Maffeo Barberini sembrava l’uomo giusto per il giusto momento.

Naturale che all’annuncio della sua elezione, l’Europa dei liberi pensatori e degli uomini di scienza avesse tirato un respiro di sollievo. Per Galileo, in modo particolare, e per i suoi amici, l’elezione aveva il sapore di una soddisfazione personale. « La creazione del nuovo Pontefice ci ha tutti rallegrati, essendo di quel valore e di quella bontà che Vos­signoria sa benissimo, et fautore particolare dei letterati, onde siamo per avere un mecenate supremo. » Così scrive vano a Galileo il 12 agosto, subito dopo l’elezione, gli amici romani dell’Accademia dei Lincei. E aggiungevano :

« Come Vossignoria avrà inteso, il nuovo Pontefice ha subito dichiarato suo Maestro di Camera il nostro Sig. re D. Virginio Cesarini ; e monsignor Ciampoli non solo resta nel suo luogo di Segretario dei Brevi dei Principi, ma è fatto anco Cameriero secreto ; e il Signor Cavalier del Pozzo, pur nostro Linceo, servirà il nepote del Papa, quello che sarà Cardinale : di modo che abbiamo tre Accademici palatini, oltre molti altri amici. Preghiamo intanto il Signor Dio — conclude la lettera — che conservi a lungo tempo questo Pontefice, perché se ne spera un ottimo governo. »

Non meno euforico è Galileo. In una lettera di congratu­lazioni per l’elezione al nipote del Papa, lo scienziato ha uno scoppio di gioia quasi infantile : voglio che Lei sappia — gli scrive — « dell’inesplicabil contento che mi arreca la salita di Sua Beatitudine al più sublime trono » ; vivere o morire non sembra aver più importanza davanti ad un avvenimento del genere : e se vivrò — dice — « viverò felicissimo », con la soddisfazione di veder tolto quella specie di embargo sulle nuove idee su cui i guardiani dell’ortodossia montavano la guardia. Dice testualmente : « con la speranza, già del tutto sepolta, di esser per veder richiamate dal loro lungo esilio le più peregrine lettere ». « E se morirò — continua — morirò contento, essendomi trovato vivo al più glorioso successo del più amato e reverito padrone che io avessi al mondo, sì che altra pari allegrezza né sperar né desiderare potrei. »

E per suggellare l’universale tripudio con un atto signifi­cativo, il « Saggiatore », che Galileo aveva scritto in forma di lettera a Virginio Cesarini, pubblicato a cura dell’Acca­demia dei Lincei, proprio a Roma, nel covo dei reazionari, è, « nonostante la potenza degli avversari », dedicato niente­meno che al nuovo Papa. La dedica, piuttosto aulica, è opera dello stesso Cesarini. « Portiamo — dice — per saggio della nostra divozione e per tributo della nostra vera servitù, il « Saggiatore » del nostro Galilei, del Fiorentino scopritore non di nuove terre, ma di non più vedute parti del cielo. » L’esultanza è grande : più grandi ancora le speranze. « Lo dedichiamo — continua il Cesarini — e lo doniamo alla Santità Vostra, come a quella c’ha l’anima di veri ornamenti e splendori ripiena, e c’ha ad altissime imprese l’eroicamente rivolta… Ai cui piedi intanto umil­mente inchinandoci, la supplichiamo a mantenere favoriti i nostri studi coi cortesi raggi e vigoroso calore della sua benignissima protezione. »

Il Pontefice aveva mostrato di gradire moltissimo la dedica del « Saggiatore ». Pare che se la facesse leggere a mensa. Avuta conferma dagli amici romani di tutte queste buone disposizioni, Galileo aveva voluto recarsi a Roma per riverire personalmente Urbano Vili. In realtà, sotto il formale atto di cortesia, lo scienziato aveva in animo ben altro. L’occasione gli sembrava favorevole per tentare ciò che non gli era mai riuscito con Paolo V : la revoca del « salutifero editto » del Sant’Uffizio del 1616 contro il moto della Terra. Tutto congiurava per una buona riuscita. Il cardinale Bellarmino — l’uomo forte — era morto due anni prima, nel 1621, in odore di santità. Con l’avvento del nuovo Pontefice, qualcosa stava cambiando anche in Vati­cano. Con questa speranza Galileo si era messo in viaggio. Non era solo. Ad accompagnarlo erano i voti dell’intera corte granducale. Il non ancora quattordicenne Ferdinando II scriveva il 27 febbraio al suo ambasciatore a Roma, Francesco Niccolini, una lettera di raccomandazioni.

« Venendo a Roma, il Galilei, nostro Matematico, per suoi affari privati, abbiamo voluto accompagnarlo con questa nostra lettera, acciò nelle occorrenze sue gli prestiate aiuto e favore, secondo che alla prudenza Vostra parrà di poterlo fare, perché, come a servitore accettatissimo di questa casa, gli desideriamo ogni accrescimento di onore. » La lettera non dimenticava di segnalare che il Galilei era già conosciuto dal Papa e dai suoi « principali ministri » : non c’era quindi bisogno di introdurlo alla Corte pontificia : la fama dello scienziato era già un validissimo biglietto da visita. Piuttosto  – raccomandava il Granduca — « fate in modo che egli conosca che noi ve l’abbiamo raccomandato, si come facciamo in nome delle Serenissime tutrici e nostro. »

(Serenissime tutrici erano la madre, Maria Maddalena di Austria, e la nonna, Cristina di Lorena).

Galileo giunge a Roma il 23 aprile 1624, dopo una sosta a Perugia dove trascorre la Pasqua, e un’altra ad Acquasparta, dove è ospite del principe Federico Cesi.

Il 24 mattina Galileo è « ai piedi di Urbano Vili » che lo trattiene in affabilissimo colloquio « in diversi ragiona­menti » condotti con singolarissimo gusto per oltre un’ora. Il 25, visita di cortesia al signor cardinale nipote, Francesco Barberini, il quale lo riceve « con altrettanta soddisfazione ». Segue una serie di visite : tutte cordialissime, deferentissime, affettuosissime ; in sostanza tutte inutili. Oltre che a baciare la pantofola di Sua Santità e chinarsi sulle vesti dei principi della Chiesa, Galileo aveva ben altro per la testa. Egli voleva, fortemente voleva, la revoca del famigerato decreto del 1616 : deciso a non andarsene senza prima averlo ottenuto. Ma i ricevimenti si perdono, come al solito, in un mare di cerimonie, il rituale complicato della Corte pontificia, obbligandolo a lunghe attese, gli dà terribilmente sui nervi, lo stanca. Le visite gli fanno toccare con mano che è vecchio e che « il corteggiare è mestiere da giovani, li quali, per la robustezza del corpo e per l’allettamento delle speranze, son potenti a tollerare simili fatiche ». Sicché, Galileo non vede l’ora di « ritornare » alla sua « quiete », il che si propone di fare quanto prima : anche perché, a Firenze, non appena giunto, dovrebbe « fare un poco di purga ». Dopo le visite, l’amarezza ; e con l’amarezza, la stitichezza.

Affanni e delusioni : l’intestino paga per tutti.

Ma prima deve sbrigare quell’ « affare » che tanto gli preme. Non è facile del resto muoversi a Roma ; non è facile districarsi in quel labirinto di interessi, di intrighi che è la Curia. Galileo lo constata non senza irritazione : qui — dice « la molteplicità dei negozi, reputati infinitamente più importanti » di quelli scientifici, « assorbono e annicchilano ». Certo bisognerebbe essere forniti di una buona riserva di pazienza, possedere la flemma necessaria per non tradire la propria emotività, e soprattutto avere l’arte della dissimula­zione ; allora, forse, gli riuscirebbe dopo « lunghissimo negoziare » e a furia di attendere, sorridere e mentire, di « condurre a fine alcune delle cose per le quali si è mosso da Firenze ». Ma per far questo, bisognerebbe avere vent’anni, e non quasi sessanta : bisognerebbe, come dice lui, « che la natura si contentasse di convertire parimenti in anni o in mesi quelli pochi giorni che gli restano ». Il desiderio di far ritorno a casa, di sprofondarsi nella quiete della sua cam­pagna, lo tormenta. Ogni giorno è una pena ; e intanto passano le settimane. Nel frattempo il Papa lo riceve sei volte; lo intrattiene « in lunghi ragionamenti ». Urbano VIII è splendido nella sua cordialità : gli promette una pensione per il figlio (sarà invece intestata a lui, ed elevata successi­vamente da sessanta a cento scudi l’anno) ; gli fa dei regali : un bel quadro e due medaglie, una d’oro e l’altra d’argento. Così munifico in lodi, promesse e doni, il nuovo Pontefice non lo è altrettanto quando, nel corso dei colloqui, Galileo s’arrischia a toccare la scottante questione del decreto. Alle insistenze dello scienziato per farlo revocare, Urbano Vili dà risposte evasive ; e quando Galileo lo mette garbatamente colle spalle al muro e lo supplica, in nome di quella scienza che pure egli aveva coltivato, di fare qualcosa, il Pontefice si nasconde dietro il solito trucchetto lessicale – vera e propria frasca di parole per coprire il diniego. Inutile insistere : no alla revoca. Ma come dirlo? La tecnica è sempre la stessa : annegare ciò che si vuol dire in uno stagno di frasi, rendere l’idea inaccessibile o quasi, e per quanto possibile ambivalente.

L’argomento, per la verità assai capzioso, addotto dal Papa (che passerà alla storia appunto come « l’argomento di Urbano Vili »), per quello che Galileo ha potuto capire è il seguente : d’accordo, voi dite che la Terra gira intorno al Sole, ma anche se molti fatti e fenomeni sembrano provare tale asserzione, non è da escludere, se pure in via puramente teorica, che Dio, nella sua infinita potenza, abbia ottenuto i medesimi effetti facendo invece girare il Sole intorno alla Terra, come dicono giusto le Sacre Scritture. In altri termini : tutto può Dio, anche farci vedere esattamente il contrario di ciò che esiste. Affermazione sbrigativa che d’un sol colpo mandava a pallino l’intera costruzione della scienza.

Decisamente, Urbano Vili non era più quel cardinale arguto, brillante, e non privo di una certa spregiudicatezza, che Galileo aveva conosciuto qualche anno prima nei conver­sari alla corte del Granduca di Toscana. Prima di lasciare Roma, Galileo ha però il rituale contentino. Glielo dà un cardinale tedesco, allora nell’orbita delle simpatie papali, Zollern.

Il colloquio ha luogo nello stesso appartamento del cardinale ; sono presenti, tra gli altri, tale Giovanni Faber, cancelliere dell’accademia dei Lincei, il « Padre Mostro », e un ex studente patavino, tale Gaspero Schopp. Il paffuto prelato è in vena di confidenze. Dopo aver ragionato e sragionato, per conto suo, « in materia del Copernico » dice che a Sua Santità aveva fatto presente che al di là delle Alpi, eretici e no, tutti erano d’accordo più o meno sulle proposizioni copernicane, aggiungendo che sulla questione c’era « da andare molto circospetto nel venire a determinare alcuna ». Esultasse dunque il signor Galilei, perché la risposta del Pontefice era incoraggiante : la Santa Chiesa era ben lontana dal condannarla come eretica, « fosse solo per temeraria », questo si ; che comunque il dogma non aveva nulla da temere il giorno in cui tale dottrina fosse stata dimostrata necessariamente vera.

Arrivando a Firenze, Galileo trovava ad attenderlo una lettera del Papa. Inviando a conclusione della visita la bene­dizione apostolica al Granduca Ferdinando II, il Pontefice aveva parole affettuose per « il diletto figlio Galileo » : i pia­neti e le stelle avrebbero cantato le lodi del fiorentino che aveva osato violare i misteri del cielo; fino a quando scin­tillerà Giove e i suoi quattro satelliti, brillerà in alto, accanto a quello dei Medici, il nome di Galileo. « Un tanto uomo, – continuava la lettera — la cui fama splende in cielo e corre in terra, noi da tempo cingemmo col nostro paterno affetto, poiché riconoscemmo in lui non soltanto la gloria delle lettere, ma anche il fervore religioso. Ma ora ch’è venuto a Roma per rallegrarsi del nostro Pontificato, lo abbiamo accolto molto affettuosamente e udito amabilmente accre­scere la grazia dell’eloquenza fiorentina con dotte disputazioni. »

Ascoltando la lettura delle lettere, che il Granduca gli leggeva non senza una certa « fiera compiacenza », Galileo dovette pensare che se le vie del Signore erano infinite, quelle dell’ipocrisia erano straordinarie.

D’accordo : nel 1632 Urbano VIII non è più il cardinale Maffeo Barberini, ma non è più nemmeno l’Urbano Vili neo eletto del 1624. Tempi duri corre­vano per il suo pontificato. Grane ne aveva da tutte le parti, e non c’era bisogno che Galileo vi aggiungesse le sue. Papa Barberini se ne rendeva perfettamente conto : la sua posizione personale era scossa. Sentiva nelle carni quello che un critico chiamava il « venti­cello gelido della critica ». Si mormoravano cose spiacevoli sul suo conto. Lo si accusava di avere sacrificato gli interessi della Chiesa alle sue ambizioni, alla sua vanità, alla gloria della famiglia. Scrivendo al suo Signore e padrone, l’ambasciatore di Modena a Boma è di una franchezza brutale : « Questi principi vogliono accrescere la grandezza della loro famiglia, amano le ricchezze, ambiscono al potere, ma quando si tratta di prendere una decisione, non hanno il coraggio di affrontare rischi seri. Sono pieni di arro­ganza e poi non fanno che una misera figura. »

D’altra parte, dando un’occhiata a ritroso sugli anni del suo pontificato, Urbano Vili non vedeva che fallimenti. I cardini sui quali aveva puntellato la sua politica, se li vedeva sbriciolare sotto gli occhi uno per uno. Aveva creduto di servirsi di Richelieu, il potente primo ministro di Francia, ma scopriva ora che Richelieu si era invece servito di lui. In questo giochetto ci aveva rimesso la simpatia di casa d’Austria che minacciava di voltargli le spalle. Urbano Vili aveva tentato un’apertura a nord; si era alleato segretamente con gli eretici svedesi. Quando la cosa si venne a sapere, era stato lo scan­dalo : che le vie del Signore fossero infinite si sapeva; ma che queste passassero attraverso i sentieri del compromesso più basso, questo apparve inaudito. La Spagna cattolicissima, offesa, non aveva esitato a esprimere per bocca del suo re tutto il suo sdegno : al punto da giungere a sfidare il Papa al Concistoro per tramite del cardinale Borgia.

Urbano Vili si sentiva crollare tutto addosso. I suoi nervi erano a pezzi. La congiura politica si era insinuata nella sua stessa Curia; e per soffocarla aveva dovuto ricorrere a misure che il Vangelo non contem­plava. Di qui, un fiorire di antipatie e di inimicizie. Vedeva nemici dappertutto. Scriveva un diplomatico : « Il Papa vive con la paura di essere avvelenato », e riferiva che per sentirsi più sicuro si era recato a Castelgandolfo, che vi si era rinchiuso, che nessuno era ammesso in udienza senza prima essere stato perquisito, che le strade che vi conducevano erano tutte vigilate da pattuglie; che temeva di essere attaccato da un momento all’altro, e che le guarni­gioni e i posti di guardia sulla costa erano stati rafforzati.

E, come se non bastasse, sotto questa catasta di guai gli cascavamo ora addosso i cieli di Galileo. Ed era un altro fallimento. Lui che aveva voluto figurare da papa illuminato, da grande Pontefice del Rinasci­mento; lui che amava posare da mecenate e che aveva voluto « aprire » alle nuove conquiste della scienza e del pensiero; si vedeva ora costretto ad assumere posizioni rigide e reazionarie. Tradito anche da Galileo, che pure un giorno aveva incoraggiato e protetto.

(omissis)

Ed ecco il testo dell’ultimo interrogatorio.

Dopo aver prestato il giuramento d’uso, gli si chiede se abbia qualcosa da dire : « Io non ho da dire cosa alcuna », risponde.

Gli si chiede se sostiene o abbia sostenuto, e da quanto tempo, che il Sole è il centro del Mondo e che la Terra non è il centro del Mondo e si muove.

L’imputato risponde : « Già molto tempo, cioè avanti la determinazione della Sacra Congregazione dell’Indice e prima che mi fosse fatto quel precetto, io   stavo indifferente e avevo le due opinioni, cioè di Tolomeo e di Copernico, pur disputabili, perché o l’una o l’altra poteva essere vera in natura; ma dopo la determinazione sopraddetta, assicurato dalla prudenza dei superiori, cessò in me ogni ambiguità, e tenni, sì come tengo ancora, per verissima e indubi­tata l’opinione di Tolomeo, cioè la stabilità della Terra e la mobilità del Sole ».

Gli si fa presente che si sospettava che egli avesse tenuto l’opinione copernicana anche dopo il precetto del 1616; e ciò per il modo con cui quella dottrina risulta trattata nel Dialogo; e tale sospetto era avva­lorato dal fatto che l’imputato aveva fatto stampare detto libro. Dicesse dunque l’imputato liberamente tutta la verità, soltanto la verità, nient’ altro che la verità.

Risponde Galileo : « Circa l’aver scritto il Dialogo già pubblicato, non mi son mosso perché io tenga vera l’opinione copernicana; ma solamente stimando di fare beneficio comune, ho esplicate le ragioni natu­rali e astronomiche che per l’una e per l’altra parte si possono produrre, ingegnandomi di far manifesto come né queste né quelle, né per questa opinione né per quella, avessero forza di concludere dimostrati­vamente, e che perciò per procedere con sicurezza si dovesse ricorrere alla determinazione di più sublimi dottrine, sì come in molti e molti luoghi di esso Dialogo manifestamente si vede. Concludo dunque dentro di me medesimo, né tenere né aver tenuto dopo la determinazione dei superiori la dannata opinione. »

Gli si fa presente che il libro stesso e gli argomenti apportati fanno supporre che egli sia un sostenitore della teoria di Copernico, e che tale dottrina et/li l’abbia sostenuta a quell’epoca ; gli si fa presente inoltre che se non si decide a confessare la verità, il tribunale sarebbe costretto a ricorrere contro di lui alle misure più appropriate (testualmente : remedia iuris et facti opportuna).

Ribatte Galileo : « Io non tengo né ho tenuta questa opinione del Copernico, dopo che mi fu inti­mato con precetto che io dovessi lasciarla; del resto, son qua nelle loro mani, faccino quello che gli piace. »

Gli si ripete la minaccia : o la verità o la tortura.

Riposta : « Io son qua per far l’obbedienza; e non ho tenuta questa opinione dopo la determinazione fatta, come ho detto. » Et cum nihil aliud posset haberi in executionem decreti, habita eius subscriptione, remissus fuit ad locum suum.

(E siccome nulla più si poteva ottenere in esecu­zione del decreto, gli si fece firmare la sua deposizione e venne rinviato alle sue stanze).

Così temina il verbale della seduta.

(omissis)

La sentenza

Il mattino del giorno seguente, 22 giugno — un mercoledì — Galileo è condotto sulla mula dell’Inqui­sizione alla sala del convento domenicano di Santa Maria sopra Minerva.

Qui ad attenderlo sono i Cardinali del Sant’Uffìzio riuniti in congregazione plenaria, più venti testimoni.

Rivestito del camice bianco dei penitenti, Galileo si inginocchia davanti ai giudici mentre gli viene letta la sentenza.

Ne riproduciamo il testo integrale.

« Noi Gasparo del titolo di S. Croce in Gerusalemme Borgia;

Frate Felice Centino del titolo di S. Anastasia detto d’Ascoli;

Guido del titolo di S. Maria del Popolo Bentivoglio;

Frate Desiderio Scaglia del titolo di S. Carlo detto di Cremona;

Frate Antonio Barberino detto di S. Onofrio;

Laudivio Zacchia del titolo di S. Pietro in Vincula detto di S. Sisto;

Berlingero del titolo di S. Agostino Gesso;

Fabricio del titolo di S. Lorenzo in Pane e Perna Verospio, chiamati preti;

Francesco del titolo di S. Lorenzo in Damaso Barberino et Martio di Santa Maria Nova Ginetto, diaconi;

per la misericordia di Dio, della S.ta Romana Chiesa Cardinali, in tutta la Repubblica Christiana contro l’heretica pravità Inquisitori generali dalla S. Sede Apostolica specialmente deputati;

Essendo che tu, Galileo fig.lo del q.m Vinc.o Gali­lei, Fiorentino dell’età tua d’anni 70, fosti denun­ciato del 1615 in questo S.o OfT.o, che tenevi come vera la falsa dottrina, da alcuni insegnata, ch’il sole sia centro del mondo et imobile, e che la terra si muova anco di moto diurno; ch’havevi discepoli, a’ quali insegnavi la medesima dottrina, che circa l’istessa tenevi corrispondenza con alcuni matema­tici di Germania, che tu havevi dato alle stampe alcune lettere intitolate Delle macchie solari, nelle quali spiegavi l’istessa dottrina come vera; che all’obbietioni che alle volte ti venivano fatte, tolte dalla Sacra Scrittura, rispondevi glossando detta Scrittura conforme al tuo senso; e successivamente fu presentata copia d’una scrittura, sotto forma di lettera, quale si diceva essere stata scritta da te ad un tale già tuo discepolo, et in essa, seguendo la posi- tione del Copernico, si contendono varie propositioni contro il vero senso et autorità della Sacra Scrittura;

Volendo perciò questo S.cro Tribunale provedere al disordine et al danno che di qui proveniva et andava crescendosi col pregiuditio della S.ta Fede, d’ordine di N.S.re e degli Eminen.mi et Rev.mi SS.ri Card.i di questa suprema et Universale Inq.ne, furono dalli Qualificatori Teologi qualificate le due propositioni della stabilità del sole et del moto della terra, cioè :

Che il sole sia centro del mondo et immobile di moto locale, è propositione assurda e falsa in filosofìa, e formalmente heretica, per essere espressamente contraria alla Sacra Scrittura;

Che la terra non sia né centro del mondo né immo­bile, ma che si muova etiandio di moto diurno, è parimenti propositione assurda e falsa nella filosofìa e considerata in teologia ad minus erronea in Fide.

Ma volendosi per allora procedere teco con beni­gnità, fu decretata nella Sacra Congre.ne tenuta avanti N.S. a’ 25 di febr.o 1616, che l’Emin.mo S.Card.le Bellarmino ti ordinasse che tu dovessi omni- namente lasciar detta opinione falsa, e ricusando tu di ciò fare, che dal Commissario del S.Off.o ti dovesse esser fatto precetto di lasciar la detta dottrina, e che non potessi insegnarla ad altri né difenderla né trat­tarne, al quale precetto non acquietandoti, dovessi esser carcerato; et in esecutione dell’istesso decreto, il giorno seguente, nel palazzo et alla presenza del detto Eminen.mo S.r Card.le benignamente avvisato et amonito, ti fu dal P. Commissario del S.Off.o di quel tempo fatto precetto, con notaro e testimoni, cheomninamente dovessi lasciarla detta falsa opinione, é che nell’avvenire tu non la potessi né difendere né insegnar in qualsivoglia modo, né in voce né in scrit­to : et havendo tu promesso d’obedire, fosti licentiato.

Et acciò che ti togliesse affatto così perniciosa dot­trina, e non andasse più oltre serpendo in grave pregiuditio della Cattolica verità, uscì decreto della Sacra Congreg.ne dell’Indice, col quale furno prohibiti li libri che trattano di tal dottrina, et essa dichia­rata falsa et omninamente contraria alla Sacra et divina Scrittura.

Et essendo ultimamente comparso qua un libro, stampato in Fiorenza l’anno passato, la cui inscrittione mostrava che tu ne fosse l’autore, dicendo il titolo Dialogo di Galileo Galilei delli due Massimi Sistemi del mondo, Tolemaico e Copernicano; et informata appresso la Sacra Congreg.ne che con l’impressione di detto libro ogni giorno più pren­deva piede e si disseminava la falsa opinione del moto della terra e stabilità del sole; fu il detto libro dili­gentemente considerato, et in esso trovata espressa- mente la trasgressione del predetto precetto che ti fu fatto, havendo tu nel medesimo libro difesa la detta opinione già dannata et in faccia per tale dichiarata, avvenga che tu in detto libro con varii ragiri ti studii di persuadere che tu la lascia come indecisa et espres­samente probabile, il che pur è errore gravissimo, non potendo in niun modo esser probabile un’opi­nione dichiarata e definita per contraria alla Scrit­tura divina.

Che perciò d’ordine nostro fosti chiamato a questo S.Off.o nel quale col tuo giuramento, essaminato, riconoscesti il libro come da te composto e dato alle stampe. Confessasti che, dieci o dodici anni sono circa, dopo esserti fatto il precetto come sopra, comin­ciasti a scrivere detto libro; che chiedesti la facoltà di stamparlo, senza però significare a quelli che ti diedero simile facoltà, che tu havevi precetto di non tenere, difendere né insegnare in qualsivoglia modo tale dottrina.

Confessasti parimente che la scrittura di detto libro è in più luoghi distesa in tal forma, ch’il lettore potrebbe formar concetto che gl’argomenti portati per la parte falsa fossero in tal guisa pronuntiati, che più tosto per la loro efficacia fossero potentia stringer che facili ad essere sciolti; scusandoti d’esser incorso in error tanto alieno, come dicesti, della tua intentione, per haver scritto in dialogo, e per la naturai compiacenza che ciascuno ha delle proprie sottigliezze e del mostrarsi più arguto del comune de gl’huomini in trovar, anco per le propositioni false, ingegnosi et apparenti discorsi di probabilità.

Et essendoti stato assignato termine conveniente a far le tue difese, producesti una fede scritta di mano dell’Emin.mo S.r Cardinale Bellarmino, da te pro­curata, come dicesti, per difenderti dalle calunnie de’ tuoi nemici, da’ quali ti veniva opposto che havessi abiurato e fossi stato penitentiato dal S.to Off.o, nella qual fede si dice che tu non havevi abiurato, né meno eri stato penitentiato, ma che ti era solo stata denuntiata la dichiarazione fatta da N.S. e pubblicata dalla Sacra Congre.ne dell’Indice, nella quale si contiene che la dottrina del moto della terra e della stabilità del sole sia contraria alle Sacre Scrit­ture, e però non si possa difendere né tenere; e che perciò, non si facendo mentione in detta fede delle due particole del precetto, cioè docere et quovis modo, si deve credere che nel corso di 14 o 16 anni n’havevi perso ogni memoria, e che per questa stessa cagione havevi taciuto il precetto quando chiedesti la licenza di poter dare il libro alle stampe, e che tutto questo dicevi non per scusar l’errore, ma perché sia attribuito non a malitia ma a vana ambitione.

Ma da detta fede, prodotta da te in tua difesa, restasti maggiormente aggravato, mentre, dicendosi in essa che detta opinione è contraria alla Sacra Scrit­tura, hai non di meno ardito di trattarne di difen­derla e persuaderla probabile; né ti suffraga la licenza da te artificiosamente e calidamente estorta, non ha- vendo notificato il precetto ch’havevi.

E parendo a noi che tu non avessi detto intiera­mente la verità circa la tua intentione, giudicassimo esser necessario venir contro di te al rigoroso essame ; nel quale, senza però pregiuditio alcuno delle cose da te confessate e contro di te dedotte come di sopra circa la detta tua intentione, rispondesti cattolica­ mente. Pertanto, visti e naturalmente considerati i meriti di questa tua causa, con le sodette tue confes­sioni e scuse e quanto di ragione si doveva vedere e considerare, siamo venuti contro di te alla infrascritta difinitiva sentenza.

Invocato dunque il S.mo nome di N.S.re Gesù Christo e della sua gloriosissima Madre sempre Ver­gine Maria; per questa nostra definitiva sentenza qual sedendo prò tribunali, di consiglio e parere de’ RR.Maestri di Sacra Teologia e Dottori dell’una e del­l’altra legge, nostri consultori, proferimo in questi scritti nella causa e cause vertenti davanti di noi tra il M.co Carlo Sinceri, dell’una e dell’altra legge Dot­tore, Procuratore fiscale di questo S.o Off.o, per una parte, e te Galileo Galilei antedetto, reo qua presente, inquisito, processaro e confesso come sopra, dalla altra; Diciamo, pronuntiamo, sententiamo e dichia­riamo che tu, Galileo sudetto, per le cose dedotte in processo e da te confessate come sopra, ti sei reso a questo S. Off.o vehementemente sospetto d’heresia, cioè d’haver tenuto e creduto dottrina falsa e con­traria alle Sacre e divine Scritture, ch’il sole sia centro della terra e che non si muova da oriente ad occi­dente, e che la terra si muova e non sia centro del mondo, e che si possa tener e difendere per probabile un’opinione dopo esser stata dichiarata e diffinita per contraria alla Sacra Scrittura; e conseguente­mente sei incorso in tutte le censure e pene dei sacri canoni et altre constitutioni generali e particolari contro simili delinquenti imposte e promulgate. Dalle quali siamo contenti sii assolto, pur che prima, con cuor sincero e fede non finta, avanti di noi abiuri, maledichi e detesti li sudetti errori et eresie et qua­lunque altro errore et heresia contraria alla Cattolica ed Apostolica Chiesa, nel modo e forma che da noi ti sarà data.

Et acciochè questo tuo grave e pernicioso errore e transgressione non resti del tutto impunito, et sii più cauto nell’avvenire et esempio all’altri che si astenghino da simili delitti, ordiniamo che per pubblico editto sia prohibito il libro de’ Dialoghi di Galileo Galilei.

Ti condanniamo al carcere formale in questo S.o Off.o ad arbitrio nostro, e per penitenze salutari t’imponiamo che per tre anni a venire dichi una volta la settimana li sette Salmi penitentiali : riservando a noi la facoltà di moderare, mutare, o levar in tutto o parte le sodette pene e penitenze.

Et così diciamo, pronuntiamo, sententiamo, dichia­riamo, ordiniamo e reservamo in questo et in ogni altro meglio modo e forma che di ragione potemo e dovemo.

Ita pronum.mus nos Cardinales infrascripti :

  1. Cardinalis de Asculo — G. Cardinalis Benti- volus — Fr. D. Cardinalis de Cremona — Fr. Ant.s Cardinalis S. Honuphrii — B. Cardinalis Gipsius — F. Cardinalis Verospius — M. Cardinalis Ginet- tus ».

Dopo la lettura della sentenza è presentata a Gali­leo la formula dell’abiura.

Contrariamente a quanto si crede, la formula fu concordata. Galileo supplica i cardinali che gli fac­ciano pur « dire quanto a loro Eminenze piaceva », ma che si tolgano dal testo due punti : « l’uno, che egli non dovesse mai dire di non essere cattolico, perché tale era e voleva morire, a onta e dispetto dei suoi malevoli; l’altro, che né meno poteva dire di avere mai ingannato nessuno, e specialmente nella pubblicazione del suo libro, il quale aveva sottoposto alla censura ecclesiastica e, avutane legittimamente l’approvazione », l’aveva fatto stampare.

Che se poi « loro Eminenze lo stimavano degno del fuoco », egli si chinava al loro giudizio, che anzi « lui medesimo sarebbe il primo a mettervi la candela, anco in atto pubblico », non solo, ma che « era pronto di fare il catafalco, e tutto a proprie spese ». Di fronte a tanta umiltà e cristiana sottomissione, non si poteva non accettare la richiesta del condannato : la quale, tutto concedendo al principio di autorità, nulla toglieva a quello della condanna.

Il testo della formula di abiura, debitamente cor­retto, è letto in ginocchio da Galileo.

Finita la lettura, Galileo si fa il segno della croce, si leva di ginocchioni, va a firmare il documento.

Una copia del testo della sentenza è inviata per conoscenza agli Inquisitori di tutte le province catto­liche, in Italia e all’estero. Preghiera di dare alla sen­tenza la massima pubblicità : sia essa affissa sulle porte delle cattedrali, delle nunziature, agli albi delle università. Sia essa illustrata, spiegata, commentata. Gli « Eminentissimi e reverendissimi signori Inqui­sitori », sono pregati di darne conferma scritta al Sant’Uffizio.

Una dopo l’altra, le conferme arrivano.­


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Invito tutti a non inviarmi più libri in lettura. Per mancanza di tempo, e dall'11 novembre 2013 anche di salute, non posso più accontentare nessuno. Così pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Chiedo scusa.
Bart