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STORIA: Il processo a Giordano Bruno (Nola 1548 – Roma 17 febbraio 1600)

7 Maggio 2019

(da “I grandi processi della storia” – edizioni di Crémille – Ginevra 1971)

(omissis)

Il 22 maggio del 1592 viene tratto alle prigioni dell’Inquisizione veneziana un cittadino nolano di nome Giordano Bruno, filosofo di professione; viene prelevato da un capitano e da alcuni uomini in una cantina-magazzino della casa patrizia di Giovanni Mocenigo dove dallo stesso, che con tre lettere lo aveva denunziato al tribunale ecclesiastico, era tenuto prigioniero. Gli armigeri trovano un uomo di statura piuttosto bassa che alta, sottile di corpora­tura, bruno di colorito e di capelli, con due grandi occhi scuri e lampeggianti.

Il giorno successivo all’arresto, il 23 maggio, ha inizio il processo, senz’altro il più importante dei sessantacinque istituiti a Venezia nel ’500. Si ascolta dapprima la deposizione dell’accusatore, cioè di Mocenigo, deposizione raccolta da fra’ Giovanni Gabriele da Saluzzo, domenicano (come del resto tutti i giudici dell’Inquisizione poiché Paolo III aveva affidato all’ordine domenicano l’incombenza del tribunale ecclesiastico e del connesso Indice dei libri proibiti, riprendendo, anche in questo, la linea seguita da Innocenzo III). Il Mocenigo rese le sue deposizioni il 23, il 25 e il 29 maggio; di esse, come di tutto il processo veneziano, possediamo un som­mario.

Giovanni o Zuane Mocenigo, cittadino veneziano, domiciliato « in contrà de S. Samuele », comincia col narrare come per la prima volta abbia avuto notizia dell’imputato : presso il libraio Ciotti, uno dei più noti a Venezia, aveva acquistato due anni prima (cioè nel ’90) un libro intitolato De minimo, magno et mensura, opera appunto del Bruno. Molto interes­sato dalla lettura, aveva successivamente chiesto al Ciotti se conoscesse di persona l’autore e se sapesse in qual luogo allora si trovasse. Avutane risposta positiva, e appreso che il Bruno stava a Francoforte, diede al Ciotti una lettera perché la inviasse all’autore, lettera con la quale lo invitava a venire a Venezia e a risiedere presso di lui, a sue spese, desiderando egli di venir istruito nell’arte della mnemotecnica, o arte della memoria, della quale il Bruno si diceva perito.

L’invito venne accolto. L’imputato giunse una prima volta a Venezia nell’agosto del 1591. Mocenigo rinnovò di persona le proposte già espresse per lettera. Bruno, pur accettando, chiese tuttavia licenza di risiedere per un certo tempo a Padova, dove inten­deva curare la stampa di tre suoi opuscoli. Da Padova, prese a scrivere diverse lettere al Mocenigo, con l’in­tento di impartirgli i primi rudimenti dell’arte della memoria. Sul far dell’inverno si trasferì a Venezia, nella casa del Mocenigo. Ben presto i rapporti di questo con l’imputato si guastarono. Il Mocenigo è dapprima colpito da certi atteggiamenti del Bruno di negligenza e di insofferenza nei confronti delle cose relative alla religione; poi è sempre più turbato dai suoi discorsi e dalle sue insinuazioni; queste si fanno via via più precise, prende corpo una dottrina bla­sfema e piena di enormità. Il Mocenigo è spaventato da tanta impudenza; finge comunque di stare al giuoco per raccogliere maggiori elementi di giudizio. Decide anche di prendere informazioni a Francoforte sul Bruno, informazioni che lo confermano nei suoi sospetti : egli dà ricetto e ospita un eretico dei più audaci. Sconvolto, si confida con il suo confessore che lo incita a lasciar da parte ogni scrupolo e a denunziare l’imputato all’Inquisizione. Ancora stordito da tutte queste vicende, il Mocenigo apprende dal Bruno che egli intende partire e ritornare a Francoforte. Tenta dapprima di dissuaderlo. Visti inutili i suoi sforzi, decide finalmente di agire : lo tiene prigioniero nella sua casa mentre provvede a denunziarlo all’Inqui­sizione per il bene della propria anima e dell’anima dell’imputato.

Invitato a riferire in dettaglio le idee e possibil­mente le parole stesse del Bruno che egli aveva giudi­cato contrarie alla fede e alla veritĂ  insegnata dalla Santa Chiesa cattolica e apostolica romana, Mocenigo ne dĂ  un’ampia relazione che così viene poi riassunta : « Diceva egli che è biastemia grande quella de catto­lici il dire che il pane si transustanzi in Carne; che lui è nemico della Messa; che niuna religione gli piace; che Cristo fu un tristo, e che se faceva opere triste di sedur populi, poteva molto ben predire di dover esser impicato; che non vi è distinzione in Dio di persone, e che questo sarebbe imperfezion in Dio; che il mondo è eterno, e che sono infiniti mondi, e che Dio ne fa infiniti continuamente, perchĂ© dice che vuole quanto che può ; che Cristo faceva miracoli apparenti e ch’era un mago, e così gli apostoli, e ch’a lui daria l’animo di far tanto, e piĂą di loro; che Cristo mostrò di morir mal volentieri, e che la fuggì quanto che puotĂ©; che non vi è punizione di peccati e che le anime create per opera della natura passano d’un animai in un altro; e che come nascono gli ani­mali bruti di corruzione, così nascono anco gli uomini, quando doppo i diluvii ritornano a nasser. Ha mostra­to dissegnar di voler farsi autor di nuova setta sotto nome di nuova filosofia; ha detto che la Vergine non può aver parturito, e che la nostra fede cattolica è piena tutta di bestemie contra la maestĂ  di Dio; che bisognarebbe levar la disputa e le entrate alli frati, perchĂ© imbratano il mondo… che non abbiamo prova che la nostra fede meriti con Dio; e che il non far ad altri quello che non voressimo che fosse fatto a noi basta per ben vivere1 e che se n’aride di tutti gli altri peccati » 1.

Sin qui la deposizione del 23 maggio. Due giorni dopo Mocenigo viene di nuovo interrogato ; conferma punto per punto la deposizione precedente, ne chiari­sce ulteriormente alcuni punti, ma in pratica non aggiunge niente di nuovo. Il 29 maggio si ha la terza e ultima deposizione del nobiluomo veneziano. L’in­sistenza e lo scrupolo del Tribunale devono dargli la sensazione di non aver abbastanza calcato la mano nelle accuse contro Bruno; aggiunge perciò alcuni particolari che sembrano maliziosamente studiati allo scopo di creare irritazione contro il filosofo e di infamarne la vita privata. Si tratta di « bestemie e di critiche » che il Bruno avrebbe rivolto alla Chiesa cattolica, alle gerarchie ecclesiastiche e agli ordini monastici, in ispecie ai domenicani; e poi delle sue opinioni relative al « sesto comandamento », i peccati contro il quale si sarebbero potuti « torre via ed iscusare ». L’accenno lascia capire che, per quanto lo riguardava, Bruno infatti « iscusava » largamente se stesso non ponendo freni alla propria sensualità di meridionale.

La terza deposizione del Mocenigo cade dopo il primo interrogatorio del Bruno, che è del 26 maggio, e precede di un giorno il secondo interrogatorio del 30 maggio; in queste due occasioni Bruno narra per esteso la propria vita ai giudici veneziani, con suffi­ciente sincerità, seppure con qualche abile lacuna o reticenza. Tra il quadro dipinto dal Mocenigo e la reale personalità del Bruno, così come essa si mani­festava dal vivo, dovette subito manifestarsi una discrepanza grande. La pochezza intellettuale e morale del Mocenigo, la sua astiosità ispirata a motivi strettamente personali, come vedremo, molto più che non a sinceri scrupoli religiosi, dovettero appa­rire abbastanza chiaramente, il che spiega l’imbarazzo e l’irritazione che trapelano dalla terza deposizione del veneziano; è probabile che quest’ultimo non avesse ben valutato il suo gesto di denunzia, che contasse cioè di rovinare Bruno in modo spiccio, data l’autorità del suo nome, il peso delle sue amicizie, l’enormità delle accuse, rivolte per di più ad uno straniero, privo di protezioni pubbliche e private. E’ certo che il Mocenigo intendeva soprattutto ven­dicarsi, per certe sue ragioni che verranno in chiaro in seguito; ma l’Inquisizione veneziana non lo seguì su questo terreno, e ciò deve essere sottolineato a suo merito. Peraltro il Mocenigo aveva peccato parec­chio di ingenuità nell’incriminare un uomo come Bruno e credere di cavarsela alla spiccia; da un lato egli ignorava quasi tutto della vita avventurosa e non comune del suo ospite né d’altro lato si era potuto render conto della personalità complessa, estrosa, geniale e insieme inquietante del nolano. Ignaro e sciocco qual era, Giovanni Mocénigo non sapeva di aver sollevato, con la sua denunzia, una questione complessa, lunga, tormentosa, oscura e parecchio delicata. Ma di tutto ciò si resero ben conto l’inquisitore Giovanni Gabriele da Saluzzo e i suoi colleghi. Dagli atti del processo veneziano appare ben chiaro che essi diedero scarso peso alle deposizioni del Mocenigo e di tutti gli altri testimoni che in seguito dovremo citare, mentre concentrarono un’at­tenzione scrupolosa, vigile, accurata sul Bruno e sulle sue opere non meno che sulle sue idee e sui suoi racconti : un’attenzione sospesa, non priva di equani­mità e, si direbbe, persino di un certo rispetto. Il quadro che si veniva disegnando ai loro occhi presen­tava infatti caratteri di assoluta eccezionalità.

1 – Cfr. Cicuttini, cit., p. 36.

(omissis)

Abbiamo già detto che i primi due interrogatori del Bruno vennero dedicati al resoconto della sua vita. Diamo a lui la parola : « Io ho nome Giordano della famiglia di Bruni, della città de Nola vicina a Napoli dodici miglia, nato ed allevato in quella città, e la professione mia è stata ed è di littere e d’ogni scienzia; e mio padre aveva nome Gioanni, e mia madre Fraulissa Savolina; e la professione de mio padre era di soldato, il qual è morto insieme anco con mia madre. Nacqui, per quanto ho inteso dalli miei, dell’anno 48 ».

Il Cicuttini, sulla base dei documenti pubblicati dallo Spampanato, osserva due cose importanti. La prima è l’affezione che il Bruno sempre dimostrò per la sua città natale; egli sempre si dichiarò « nolano », e non — come poteva esser più logico — « napolitano », e nolana disse la sua filosofia, come si può leggere nei frontespizi delle sue opere stampate a Parigi : « Non c’è particolare, episodio o    persona della sua contrada che egli non richiami nei suoi scritti ; interlocutori nei suoi dialoghi figurano uomini di Nola, accanto ad uomini illustri, italiani e stra nieri » *. Questo legame profondo con la sua terra non si spiega d’altronde solo con motivazioni psicologiche, che pure nell’esule nolano dovettero essere assai forti, ma anche con ragioni di dottrina che il Cicuttini non rileva, ma sulle quali torneremo.

La seconda osservazione importante si riferisce ad un episodio della fanciullezza riferito dal Bruno in una sua opera latina (il « Sigillus sigillorum »), dal quale si desume la sostanziale povertà della sua famiglia, confessata dal Bruno anche nel « De monade » dove ricorda la sua dura fanciullezza, e i dolori, le sventure, le difficoltà che egli si trovò ben presto a dover affrontare. E’ un particolare biografico che getta luce sulla successiva decisione di entrare in convento. L’episodio in parola è cosi riferito dallo Spampanato : « Ancora in fasce, scorgendo una grossa serpe che si avvicinava alla sua culla, il bambino provò tale impressione da chiamare distintamente il padre che riposava nella camera accanto, e da capire tutto quello che accadde : l’accorrere della famiglia, le grida di spavento e d’ira, l’andare in cerca di bastoni per ogni dove; scena che egli, come svegliandosi da un sogno, ricordò e descrisse per filo e per segno, alcuni anni dopo, con gran meraviglia dei suoi ». Commenta il Cicuttini : « Se la serpe, come dice il Bruno stesso, “era uscita da un foro della parete della stanza”, si può dedurre che la sua casa non fosse in ottime condizioni »; probabilmente si trattava di una casa, come ancor oggi se ne vedono in certi paesi del sud, di pietre e fango, a pianoterra sulla strada.

Un altro particolare deve essere sottolineato : il vero nome di Bruno era Filippo, solo in seguito mutato in Giordano, all’atto di entrare nell’ordine dei domenicani.

Bruno continua il suo racconto. I primi rudimenti scolastici, leggere, scrivere, far di conto, li apprende da un sacerdote di Nola, certo don Gian Domenico de Iannello; poi frequenta una scuola pubblica presso un Bartolo di Aloia delle Castelle. Finalmente, nel 1562, si trasferì a Napoli : « E sono stato in Napoli, a imparar littere de umanità, logica e dialettica sino ai 14 anni; e solevo sentir le lezioni pubbliche d’uno che si chiamava il Sarnese, ed andavo a sentir priva­tamente la logica da un padre augustiniano, chiamato fra’ Teofilo da Vairano, che doppo lesse la metafi­sica in Roma ».

La prima formazione del Bruno segue i cosiddetti studia humanitatis, e cioè a indirizzo prevalentemente letterario e filosofico. Si tratta di studi complessi e costosi, aperti, per lo più, solo alle famiglie nobili o almeno benestanti. Non sappiamo come Bruno, figlio di un soldato e povero di famiglia, abbia potuto per­metterseli. Con quali appoggi poté trasferirsi a Napoli nel ’62, tra i tredici e i quattordici anni? Furono i risparmi dei genitori, decisi a far studiare con ogni sacrificio un bambino cosi promettente, oppure Bruno ebbe un protettore, un mecenate, cosa assai frequente ai suoi tempi? Non lo sappiamo. Resta il fatto che egli poté frequentare a Napoli due maestri assai in voga : il Sarnese (Vincenzo Colle da Sarno), che esponeva i testi di Aristotele sulla base del commento datone dallo studioso pugliese Girolamo Balduino, filosofo e medico allora famoso, e fra’ Teofilo da Vairano, specialista nella logica e nella metafisica aristoteliche. Di quest’ultimo soprat­tutto Bruno conservò un alto ricordo e lo introdusse come personaggio nei dialoghi de La cena; il Cotin, amico di Bruno a Parigi, scrisse che Bruno conside­rava il frate agostiniano il principale maestro da lui avuto in filosofia.

(omissis)

Bruno continua il racconto della sua vita di fronte agli Inquisitori : « E de 14, o 15 (anni) incirca, pigliai l’abito de San Dominico nel monasterio o convento de San Dominico in Napoli; e fui vestito da un padre, che era allora prior de quel convento, nominato Ambrosio Pasqua; e finito l’anno della probazione, fui admesso da lui medesmo alla profes­sione. La quale feci solennemente nel medesimo convento ». Il Cicuttini informa che « nel Catalogo dei figli di S. Domenico Maggiore la vestizione del Bruno è segnata al 15 giugno 1565, mentre godeva gli entusiasmi della sua ardente adolescenza, a 17 anni d’età ». Bruno non chiarisce le ragioni di questa decisione, che resta quindi per noi a tutta prima misteriosa; la vita del chiostro, infatti, era così contraria alla sua indole passionale e combattiva, al suo amore della vita nelle più varie esperienze, cui lo indirizzava una natura egualmente attratta dai più alti piaceri dello spirito, dalla scienza e dall’arte, e dai piaceri sensuali e terreni, come egli stesso ebbe a confessare più di una volta. Una testimonianza di un suo compagno di carcere a Venezia, Francesco Graziano, ci informa che Bruno « si fece frate con occasione che sentì disputare a San Domenico in Napoli »; così almeno il Bruno stesso gli avrebbe confidato. Il Cicuttini ancora osserva che lo Studio napoletano era annesso al convento dei domenicani, e fra i maestri c’erano anche dei domenicani. Tutto questo può aiutarci a capire, o almeno a intuire, le ragioni che mossero Bruno alla sua scelta. Sappiamo che egli era povero; ignoriamo su quali aiuti avesse potuto contare per venire a Napoli a continuare gli studi, ma è evidente che tali aiuti non dovevano garantirgli di poter resistere a lungo. D’altra parte, gli studi intrapresi con i maestri in precedenza ricor­dati gli avevano certamente rivelato l’interiore voca­zione filosofica e il talento innato per le scienze. Si aggiunga che l’ordine domenicano andava famoso per l’altezza della preparazione intellettuale dei suoi adepti, e non c’è ragione di dubitare dell’episodio narrato dal Graziano : Bruno sentì disputare dei domenicani presso lo Studio (ovvero l’Università) di Napoli e rimase incantato della loro dottrina, nonché del prestigio di cui godevano e dell’autorità che manifestavano (non dimentichiamo che Bruno aveva solo quindici anni). Tutte queste ragioni insieme possono ben averlo convinto a farsi domenicano, sia per appagare la sua passione per lo studio, sia per garantirsi un futuro dignitoso e socialmente riconosciuto, sia per accontentare la sua ambizione e il suo senso di sé, che furono sempre grandi. Non fa meraviglia poi che i domenicani lo accogliessero senz’altro, considerate le buone basi di studio che il giovane si era procacciate e le doti non comuni che veniva rivelando. Si tratta insomma di un episo­dio che, nel costume dei tempi che indaghiamo, rientrava nella normalità. Per il giovane sprovvisto di beni di fortuna non c’era altro mezzo per avvicinarsi agli studi se non quello di entrare in convento; né v’era altro mezzo per farsi largo nella società se non la pesante, incerta e pericolosa carriera delle armi. Di quest’ultima Bruno aveva un’esperienza quasi diretta, dato che suo padre era soldato, e malgrado ciò non aveva fatto fortuna; e d’altra parte non era certo un tipo di vita che potesse appagare la sua intelligenza e la sua sete di conoscenza.

Bruno iniziò dunque l’anno di prova come novizio, anno dedicato principalmente alla formazione morale e spirituale, secondo le regole e i fini dell’ordine. Il Guzzo si chiede quali studi teologici Bruno dovette intraprendere in quel tempo e osserva che « per San Tommaso professò grande considerazione, e non c’è da stupirsi, perché un filosofo avverte sempre di trovarsi davanti a un autentico filosofo, quali che siano le divergenze di pensiero. Ma San Tommaso è filosofo e teologo insieme. Dei grandi teologi del Cinquecento, non un’eco » 1. Cicuttini ricorda che ai professi, « in vista del futuro apostolato di predica­zione cui si sarebbero consacrati, era prescritto l’insegnamento della retorica ecclesiastica, secondo Aristotele, Cicerone e Quintiliano. I Santi Padri, che, nel primo anno dopo la professione, dovevano essere studiati come modelli di metodo, suscitarono invece nel Bruno un vivo interesse per la loro vita e per le loro dottrine ». Bruno insomma manifesta subito indipendenza di giudizio e di carattere di fronte all’ordinamento degli studi domenicani, ordi­namento che era stato scrupolosamente ristrutturato nel Concilio tridentino e che esprimeva pienamente lo spirito della Controriforma cattolica. Questa indi pendenza di giudizio provoca, nel corso dell’anno di noviziato, un primo grave incidente : « A Napoli — dice Bruno agli Inquisitori veneziani — ero stato processato due volte : prima per aver dato via certe figure ed immagine de Santi e retenuto un crucifisso solo, essendo per questo imputato de sprezzar le imagini de Santi; ed anco per aver detto a un novizio che leggeva la Istoria delle sette allegrezze in versi, che cosa voleva far de quel libro, che lo gettasse via e leggesse più presto qualche altro libro, come è la Vita de santi Padri ». In verità l’incidente non ebbe al momento conseguenze gravi. Bruno chiarirà in seguito ai giudici veneziani che il maestro « per mettermi terrore, fece una scrittura », cioè presentò una denuncia scritta per sospetto di eresia, ma « questa scrittura il detto maestro la stracciò poi anco l’istesso giorno ». D’altra parte il Cicuttini osserva che « nei molti processi celebrati, in quei tempi, contro religiosi per ladroneggi, ribellioni, fughe, risse, corruzione morale, ecc., il nome di Bruno non figura ». La condotta di Bruno, insomma, non dà adito a censure, per lo meno a censure gravi; ma le sue idee manifestano sin dall’inizio pericolosa insofferenza della rigida disciplina domenicana.

Agli occhi del lettore moderno l’episodio narrato dai Bruno ai suoi giudici può apparire insignificante : la scappatella di un adolescente, redarguita con Anta severità dall’esperto maestro che insinua nel discepolo una paura sproporzionata ai fatto, e ciò allo scopo di impedire future mancanze di maggior gravità. Ma non è cosi. Si deve dire invece che il maestro fu indulgente, forse anche in considerazione della eccezionale intelligenza e della precoce maturità del Bruno. Si è visto che il Bruno prendeva interesse « alla vita e alla dottrina » dei Santi Padri (degli esponenti cioè della Patristica, dei primi Padri della Chiesa, come San Paolo, Sant’Agostino, Sant’Ambrogio, Giovanni Crisostomo, ecc.), anziché limitarsi a studiarne lo stile (delia predica, delia esortazione, delia disputa, del panegirico, e cosi via) ; il suo invito al novizio a lasciare letture superficiali e ingenue per approfondire la vita dei Santi Padri, ha il senso preciso di rivendicare la concezione originaria del cristianesimo e della Chiesa, concezione platonico-agostiniana, come sappiamo, anziché aristotelico-tomista, in contrasto con tutto lo spirito della Controriforma. Ma questo atteggiamento, per di più, era comune a tutti i critici della Chiesa di Roma, sia ai platonici fiorentini dei ’400 e ai loro continuatori nel ’500 (come il dalmata Francesco Patrizzi, autore della « Nova de universis philosophia » nella quale esalta il neoplatonismo come la vera dottrina cristiana e sogna, come un secolo prima Pico della Mirandola, un accordo universale delle fedi e delle filosofie sulla base della tradizione platonica; tenterà persino di convincere papa Clemente VIII a sostenere questa direzione, ma senza successo), sia agli umanisti influenzati da Erasmo da Rotterdam, sia ai luterani medesimi (Lutero è un frate agostiniano, e il suo ritorno a Sant’Agostino, ai problemi della grazia, dei peccato, della predestinazione — tipici dell’agostinismo — costituiscono il nucleo essenziale della Riforma protestante). Come si vede, Bruno manifestava già chiari segni di pericolosa eterodossia, ribaditi dall’altra accusa di rifiutare l’adorazione dei santi e delle loro immagini, per restringersi al solo crocifisso; ma il culto dei santi era precisamente amministrato, difeso e garantito dalla Chiesa cattolica in polemica con i protestanti che lo avevano abolito giudicandolo superstizioso, strumento di dominio mondano e di illecito arricchimento a spese del volgo ignaro e rozzo. La questione poi era antichissima, risalendo ai contrasti medievali tra la Chiesa di Roma e quella di Bisanzio circa il culto delle immagini : i bizantini, presso i quali l’influenza dello spiritualismo platonico era fortissima, erano contrari a tale culto che a un certo momento proibirono; e fu l’inizio della separazione della chiesa greco- ortodossa da quella cattolica. Con i suoi gesti e con i suoi atteggiamenti, insomma, il giovane Bruno aveva acceso il classico cerino nel deposito di dinamite.

  1. Cfr. A. Guzzo, Bruno, Milano, 1944, p. 12.

(omissis)

L’ultimo interrogatorio del Bruno cade il 30 luglio del 1592. Il processo è alle sue ultime battute; Bruno è pronto a fare atto di sottomissione formale, con­vinto com’è della benevolenza della corte, nonché del fatto che la materia per lui importante, e cioè le sue idee fìlosofico-scientifiche, sarebbero sostan­zialmente rimaste estranee al giudizio della corte. Bivolgendosi ai suoi giudici, Bruno cosi conclude la seduta : « Può essere che io in tanto corso di tempo abbi ancor errato e deviato dalla Santa Chiesa in altre maniere di quelle che ho esposto, e che me trovi ancora illaqueato in altre censure; ma se bene io ci ho pensato molto sopra, non però le riconosco. Ho confessato e confesso ora li errori miei pronta­mente, e son qui nelle mani delle SS. VV. ili.me per ricever remedio alla mia salute; del pentimento de miei misfatti non potrei dir tanto quanto è, né espri­mere efficacemente, come desiderarci, l’animo mio. » Poi, inginocchiatosi, disse : « Domando umilmente perdono al Sr. Dio ed alle SS. VV. ili.me de tutti li errori da me commessi; e son qui pronto per essequire quanto dalla loro prudenzia sarà deliberato e si giudicherà espediente all’anima mia. E di più le supplico che mi diano più tosto castigo, che ecceda più tosto nella gravità del castigo, che in far dimostrazione tale publica, dalla quale potesse ridondare alcun disonore al sacro abito della Religione che ho portato; e se dalla misericordia d’iddio e delle VV.SS. ili. me mi sarà concessa la vita, prometto far riforma notabile della mia vita, ché ricompenserò il scandalo che ho dato con altr’e tanta edificazione ». Dopo queste parole Bruno resta in ginocchio, ma diversi giudici lo invitano sollecitamente ad alzarsi 1. E’ questa l’ultima notizia del sommario al processo rimastoci, notizia che dipinge un ambiente misu­rato e sereno, un’atmosfera che si vorrebbe definire di affettuosa e reciproca considerazione, con quel­l’immagine di un Bruno in ginocchio, ammansito e tutto umiltà, e l’altra dei giudici della terribile Inqui­sizione premurosi a far rialzare l’imputato. In sostanza Bruno accetta di riconoscersi in parte colpevole, purché la pena alla quale deve sottomettersi non sia « publica », non offenda cioè il suo onore e la sua fama di filosofo ; in compenso non darà più « scandalo », cioè rinunzierà a diffondere tra i cattolici le sue idee.

I giudici veneziani avrebbero accettato tali condi­zioni? Se non sicuro, è almeno probabile. Ma di certo non lo sapremo mai, perché a questo punto entra in scena il Sant’Offizio romano e il Tribunale di Venezia non avrà più occasione di dare una propria sentenza.

Il Tribunale dell’Inquisizione veneziano era com­posto essenzialmente da sei persone : l’inquisitore, il patriarca della città, il legato pontificio, tre nobili veneziani o « i savi dell’eresia »; questi ultimi dove­vano riferire al doge e al senato veneziano le questioni in giudicato, mentre il legato pontificio ovviamente riferiva a Roma. La curia romana fu dunque tempe­stivamente avvertita del processo; non pose tempo in mezzo e cominciò subito a fare i passi necessari perché Bruno le fosse consegnato. La faccenda era piuttosto complessa e Roma sapeva che avrebbe urtato contro la suscettibilità della Serenissima, gelosa del proprio prestigio e della propria autonomia, come aveva ampiamente dimostrato in passato in occasione di casi analoghi. Per di più le consuetudini giuocavano a favore di un espletamento del processo a Venezia, anche se la Curia aveva questa volta buoni motivi da far valere. Inoltre c’era anche il prestigio del Tribunale dell’Inquisizione veneziano da salvare che certo non avrebbe visto di buon occhio il lasciarsi sottrarre un caso come questo che, per i grossi nomi che vi erano implicati, era ormai sulle bocche di tutti. Infine c’erano le pressioni non ufficiali, ma forse per questo più influenti, della diplomazia francese e dei numerosi e potenti amici di Bruno.

Il papa, Clemente Vili, aveva già affrontato più di uno scontro diplomatico con l’indocile Serenissima, sia per il problema dei porti pugliesi sui quali Venezia vantava un antico diritto di predominio commerciale, sia per il problema dei confini nel Polesine, sia per l’appoggio che Roma dava alla politica imperiale in Dalmazia, politica di chiara concorrenza con Venezia, sia per le sotterranee alleanze che la Serenissima intrecciava con gli ugonotti di Francia e i protestanti di Svizzera, sia infine per le complesse questioni dei beni ecclesiastici e dei privilegi del clero veneziano, beni e privilegi che l’orgogliosa repubblica mirava ostinatamente a limitare e a rimettere in discussione. Si erano avuti, perciò, momenti di grave tensione, appianati solo a prezzo di molta buona volontà, e bisogna dire che Clemente Vili, anche in vista della traballante fortuna degli spagnoli e dei vari partiti cattolici nei Paesi Bassi, in Francia, in Germania, nonché dell’inquieta situazione italiana minacciata nei suo equilibrio dalle iniziative del Savoia, aveva ritenuto opportuno usare coi veneziani molta condiscendenza. Il caso di Bruno lo trovava quindi in posizione di credito e cioè di (orza : Venezia gli era debitrice ; come avrebbe potuto rifiutarsi questa volta ad una pretesa per molti lati legittima, o comunque giustificabile ?

Il Nunzio apostolico presso la Serenissima repubblica presentò dunque la richiesta ufficiale dello Stato Pontificio affinchĂ© venisse concessa licenza al trasferimento di Bruno presso il Sant’Uffizio di Boma. Ecco il fulcro delle sue argomentazioni : « Costui è napolitano e non suddito di questo Stato; fu processato prima in Napoli e poi a Boma per le gravissime sopradette colpe… se costui fosse semplice frate e il Papa lo volesse a Boma, non si doverebbe negarglielo; e tanto manco essendo pubblico eresiarca convinto ed imbrattato anco di molte altre pessime qualitĂ , delle quali però non parlava, perchĂ© parlava solo delle cose concernenti la fede. Non è dubbio che nelli casi ordinari, quando s’inquirisce e forman processi qui (cioè a Venezia), si deveno li rei spedir qui; ma non in un caso simile di tanto momento, nel quale la Inquisizione ha cominciato a formar processo in Napoli e poi in Boma » 2. In sostanza il Nunzio basa la sua azione sui seguenti punti : 1) Bruno non è veneziano (è vero che, essendo napoletano, il suo stato avrebbe potuto farsi avanti per farselo consegnare, ma a Napoli c’erano gli spagnoli i quali non avrebbero fatto difficoltĂ  a lasciarlo al papa, come infatti accadrĂ  sette anni piĂą tardi con il caso Campanella); 2) prima che a Venezia, si sono intentati processi contro di lui a Napoli e a Boma; 3) non si tratta di un processo ordinario, ma di un caso del tutto speciale, data la personalitĂ  dell’accusato, l’eccezionalitĂ  dei suoi delitti, la loro pubblicitĂ ; 4) il Tribunale veneziano non è in grado di emettere un buon giudizio perchĂ© ignora troppi aspetti della questione e infatti si è fatto tenere in scacco dall’imputato. Quest’ultimo punto è appena accennato, nelle versioni ufficiali, ma è certo stato reso oggetto di colloqui riservati tra il Nunzio e i consiglieri del doge : Bruno ha inquadrato la sua difesa sulle questioni fìlosofìco-religiose, come sap­piamo; ma Roma, che ha avuto notizie di lui per lo meno durante i cinque anni trascorsi in Francia, come ci è noto, ha ben altri motivi di sospetto nei confronti dell’attivitĂ  del prigioniero e può muovergli ben piĂą robuste contestazioni, nonchĂ© chiedergli ragione di ben altre circostanze che non sia un semplice ripicco con un patrizio veneziano.

La Serenissima tuttavia non cede e il caso conti­nuerĂ  a tener occupate le opposte cancellerie per almeno sei mesi; del fatto si parla ormai in tutti gli ambienti diplomatici d’Europa e chi ha interesse a veder peggiorati i rapporti tra Venezia e Roma, soffia sul fuoco. Ma le pressioni dei pacieri finiscono per avere la meglio : Venezia ha troppe ragioni che la consigliano a non guastare i suoi buoni rapporti con Clemente Vili, tanto faticosamente conquistati e d’altra parte tanto vantaggiosi, per rischiare di rovinare tutto per un ripicco formale. Gli amici di Bruno vengono messi in minoranza e nel gennaio del 1593 il Senato veneziano, seppure a malincuore, concede l’estradizione « per esser questo caso princi­piato a Napoli ed in Roma, onde par piĂą spettante a quel foro che a questo, e per la gravitĂ  estraordinaria delle colpe, aggiunto anco che egli è forestiero e non suddito ». Come si vede, i senatori hanno fatto proprie le ragioni, o suggerimenti, del Nunzio, ma in un ordine diverso : hanno messo per ultima la ragione che il Nunzio faceva valere per prima (cioè Tesser Bruno uno straniero), e ciò per non creare pericolosi precedenti. La diplomazia veneziana andava giustamente famosa per simili sottigliezze (si noti ad esempio quell’ « aggiunto anco » in virtĂą del quale la terza motivazione dell’estradizione non è neppur posta sullo stesso piano delle altre due, ma è intro­dotta come una semplice circostanza in piĂą, aggra­vante, ma non determinante la situazione…).

Il 27 febbraio del 1593 Bruno entrava dunque nelle carceri dell’Inquisizione di Boma, e non doveva più uscirne, se non per andare al patibolo.

Fra questi due eventi, tuttavia, passeranno ben sette anni. Quale la ragione di tanta attesa? Entriamo qui nella fase piĂą oscura della vita di Bruno e della vicenda giudiziaria che da lui ha preso nome; ci scontriamo in pratica con un muro di silenzio che, possiamo ben pensare, non sarĂ  valicato neppure in futuro. Per molto tempo gli studiosi di Bruno, italiani e stranieri, hanno incolpato il Vaticano di tener segreti nei propri archivi i documenti relativi al processo e agli ultimi anni del filosofo; atteggia­mento che i piĂą hanno stigmatizzato in modo assai severo e indignato. Le ultime ricerche, tuttavia, sembrano aver scagionato la Chiesa dal peso di tanto grande responsabilitĂ  : i documenti del pro­cesso romano sarebbero perduti e non piĂą recuperabili. Così riassume l’intera questione il giĂ  piĂą volte citato Cicuttini (che peraltro appare spesso preoccupato di minimizzare le responsabilitĂ  della Chiesa in ordine all’intera vicenda) : « Unanime il lamento degli studiosi e biografi del Bruno contro l’intransi­gente segretezza degli archivi vaticani, che sottrae alle loro ricerche specialmente gli atti del processo romano, dai quali ci si aspetterebbe tanta luce sugli ultimi anni e sulla sentenza che pose fine alla vita dell’infelice filosofo. Possiamo considerare definitiva, a questo proposito, la risposta che ci viene dalle ricerche fatte da un archivista coscienzioso e compe­tentissimo come Angelo Mercati : “Il processo romano di Giordano Bruno, protrattosi per sette anni fino alla condanna pronunziata l’8 febbraio 1600, deve considerarsi irrimediabilmente perduto. Non è — nĂ© fu mai — all’Archivio Segreto Vaticano, non esiste piĂą in quello della S. Congregazione del Sant’Offizio e giĂ  non v’era nel 1849 quando Giacomo Manzoni, ministro delle finanze della Bepubblica Bomana (quella di Mazzini e Garibaldi) vi entrò ricavandone le notizie sul Bruno pubblicate poi da D. Berti e ripub­blicate ai nostri giorni da V. Spampanato, nĂ© lo hanno rintracciato nelle tante biblioteche ed archivi esplorati le ricerche sia dell’astioso anticlericalismo…, sia di sereni e degni cultori della storia. Se non prima per una ragione finora ignota, esso peri fra il 1815 e 1817 in occasione del ritorno a Boma degli archivi pontifici trasportati a Parigi nel 1810 per ordine del Buonaparte”. Il Mercati racconta e documenta come M. Marini, della prefettura dell’Archivio Vati­cano, fosse stato incaricato da Pio VII e dal Cardinal Consalvi di ricondurre a Boma quei tesori; giudi­cando inutili i processi del Sant’Ofiìzio, li distrusse e macerò, cedendo poi il materiale ad una fabbrica parigina di cartoni per la somma di 4 300 franchi. In tal modo sarebbe perito anche il processo di Giordano Bruno. » Ci rimane dunque solo il sommario, preparato per uso del Filonardi, assessore del Sant’Offizio dalla fine del 1597.

Dal sommario possiamo appunto ricavare i capi d’accusa rivolti al Bruno. Essi sono i seguenti : 1) per aver negato la Trinità; 2) per aver negato la divinità del Cristo e la sua incarnazione; 3) per aver malamente pensato della santa fede cattolica e per aver parlato contro di essa e contro i suoi ministri; 4) per aver affermato che Cristo era un peccatore; 5) per aver negato la transustanziazione dell’Ostia nella messa; 6) per aver negato l’esistenza dell’inferno; 7) per aver affermato che ci sono più mondi; 8) per aver negato l’adorazione fatta dai Magi; 9) per aver sostenuto l’eternità del mondo; 10) per le sue opinioni relative a Caino e ad Abele; 11) per aver criticato Mosè; 12) per aver disprezzato i Profeti; 13)    per aver criticato le decisioni della Chiesa; 14)    per aver criticato i Dottori della Chiesa; 15) per aver criticato l’invocazione dei Santi; 16) per aver criticato le reliquie dei Santi; 17) per aver criticato le immagini sacre; 18) per aver negato la verginità della Beata Vergine; 19) per aver criticato il sacramento della penitenza; 20) per aver criticato il breviario; 21) per aver negato valore alle bestemmie; 22) per aver sostenuto l’arte della divinazione; 23) per aver sostenuto la mortalità dell’anima e per aver assomigliato l’anima degli uomini a quella degli animali; 24) per aver sostenuto che i peccati non devono esser puniti; 25) per aver negato valore al peccato carnale; 26) per le sue opinioni circa l’autorità del Sommo Pontefice; 27) per aver soggiornato in Inghilterra, a Ginevra e in altri paesi eretici ed aver ascoltato le loro prediche; 28) per aver sostenuto che è lecito mangiar carne nei giorni proibiti ; 29) per aver letto libri proibiti e averli diffusi; 30) per esser già stato sottoposto a censura dal Sant’Offìzio.

  1. Op. cit., p. 38.
  2. Op. cit., p. 39.

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(omissis)

Molto si è discusso sui supposti o comunque immaginabili patimenti che il Bruno dovette aver subito nel carcere romano. Che fosse tenuto in isolamento, forse a lungo, forse sempre, è certo; non v’è dubbio che sia stato torturato : venivano torturati i rei confessi, allo scopo di ravvivare e tener desta la loro memoria, che non gli capitasse di dimenticare qualche particolare o qualche circostanza, figuriamoci i rei ostinati e impenitenti. Piuttosto non dovette rimanere a lungo in quelle celle, o per dir meglio segrete, dalle quali era ben difficile uscir vivi, visto che in carcere Bruno rimase sette anni e andò al patibolo con le sue gambe. Il Cicuttini cita le varie disposizioni carcerarie che imponevano, tra l’altro, la visita mensile ai carcerati per controllare le loro condizioni di salute e le loro primarie necessità; cita altresì la data delle visite a Bruno, scupolosamente annotate dal Sant’Uffìzio, visite variamente intervallate (un anno, un mese, due settimane, in ordine anche alle necessità del processo) e anche una ricevuta, casualmente conservatasi, relativa alle spese di mantenimento dell’imputato per il mese di novembre del 1596 : « Frate Giordano Bruno per le spese di novembre scudi 4; Item al barbiere tosato e lavato scudi 0,10; Item per haverli fatto racconciar un par de calzetti scudi 0,10 » 1. Tutto questo ovviamente non dice molto delle sofferenze, vere o presunte, che Bruno dovette patire, anche se l’insieme si presenta, agli occhi del lettore moderno, parecchio fosco e desolante. Ma non bisogna d’altronde dimenticare che il costume giudiziario e carcerario del tempo era quello che era, e più o meno tale si man­tenne sino al 1700 e oltre, malgrado la coraggiosa denuncia del nostro Cesare Beccaria in quell’opera universalmente famosa, e capolavoro dell’Illumi­nismo italiano ed europeo, che è Dei delitti e delle pene. La Chiesa non faceva eccezione. Peraltro essa poteva invocare una circostanza attenuante nel fatto per cui la crudeltà delle pene non era tanto ispirata da volontà aggressiva nei confronti dei rei, quanto piuttosto dai benefici salutari della penitenza che veniva loro cosi impartita : le pene del corpo, insom­ma, come mezzo di salvezza per l’anima. Che poi questa giustificazione potesse divenire ipocrita coper­tura di una persecuzione politica e ideologica è circostanza sulla quale ognuno è libero di riflettere e trar conclusioni per conto proprio e a seconda dei casi.

Una cosa piuttosto è facile ricavare dal controllo delle date delle visite a Bruno in carcere, e cioè la conferma che il processo cominciò a muoversi solo dopo il ’95; per i primi tre anni ben poche facce egli dovette vedere oltre a quelle dei suoi carcerieri e giusto a quella del barbiere tosatore e bagnino. In quelle tenebre squallide, in quei gelidi silenzi, e giorni e notti, e mesi e stagioni, in quell’attesa che pareva non dovere aver fine, nel venir meno di ogni dignità, di ogni senso e scopo del passato, del pre­sente, del futuro, nello svanire dell’interesse al mondo e del mondo, nella minaccia costante all’inte­grità delle forze del corpo e dello spirito cui bisognava provvedere con meschina e quotidiana premura per non precipitare del tutto nel buio della disperazione e della rinuncia, in quell’esser in ogni senso reclusi e dimenticati, in vita ma non più fra i viventi, in un sotterraneo limbo che pareva fuori dello spazio e del tempo, quali furono i pensieri del Bruno, le sue speranze, i suoi propositi, gli slanci di virile coraggio, i moti di rassegnazione, i momenti di abbattimento e di disperazione? Non lo sapremo mai. Sappiamo però che ogni speranza di fiaccarne il carattere andò alla fine delusa, che egli anzi si irrigidì via via, come traendo forza dalle sue stesse sofferenze e convin­zione nuova dalla lotta cui era sottoposto; sappiamo che il suo cervello eccezionale non si annebbiò, e anzi sembrò veder sempre più chiaro, dal fondo e tra le mura della cella, circa l’imbarazzo crescente dei suoi giudici e circa l’ultimo compito che il suo destino gli riservava. A quanto pare, ebbe solo un tentennamento, se di tentennamento si trattò. Ma si riprese e resistette sino alla fine ad ogni lusinga e ad ogni minaccia. Si potrebbe dire che solo di fronte alla morte scoprì interamente se stesso, si comprese e si manifestò con una chiarezza mai prima posseduta.

  1. Op. cit., p. 40.

(omissis)

La sentenza venne emessa il mercoledì 8 febbraio del 1600. Tutti i membri dell’Inquisizione si riuni­rono nel palazzo del cardinale Madruzzi, il commis­sario della causa; venne condotto anche Bruno e, inginocchiato di fronte ai suoi giudici, in quella posi­zione ascoltò la lettura. Il testo diceva : « Noi Lodo- vico Vescovo Sabinese Madruzzo, Giulio Antonio Santori Vescovo di Palestrina detto di Santa Seve- rina, ecc. ecc… chiamati per la misericordia di Dio della Santa Romana Chiesa Preti Cardinali, in tutta la Repubblica cristiana contra l’eretica pravitĂ  gene­rali Inquisitori della Santa Sede Apostolica special- mente deputati.

« Essendo tu fra Giordano, figliolo del q. Giovanni Bruno da Nola nel regno di Napoli, sacerdote pro­fesso dell’ordine di San Domenico, dell’età tua di anni cinquantadoi in circa, stato denunziato nel S.Offizio di Venezia già otto anni sono :

« Che tu avevi detto ch’era biastemia grande il dire che il pane si transustanzii in carne etc. et infra. De le quali proposizioni ti fu alli diece del mese di Set­tembre MDXCIX prefisso il termine di XL giorni a pentirti, doppo il quale si saria proceduto contro di te, come ordinano e comandano li sacri Canoni; e tuttavia restando tu ostinato ed impenitente in detti tuoi errori ed eresie, ti furono mandati il M. (olto) R. (everendo) P. (adre) frate Ippolito Maria Beccaria Generale ed il P. (adre) fra Paolo Isaresio della Mirandola, Procuratore dell’ordine di detta tua reli­gione, acciò ti ammonissero e persuadessero a rico­noscere questi tuoi gravissimi errori ed eresie; nondi­meno hai sempre perseverato pertinacemente ed ostinatamente in dette tue opinioni erronee ed eretiche.

« Per il che essendo stato visto e considerato il processo contra te formato, e le confessioni delli tuoi errori ed eresie con pertinacia ed ostinazione, benché tu neghi essere tali, e tutte le altre cose da vedersi e considerarsi.

« Proposta prima la tua causa nella Congregazione nostra generale fatta avanti la santità di Nostro Signore sotto il dì XX di Gennaro prossimo passato; e quella notata e risoluta, siamo venuti all’infrascritta sentenzia.

« Invocato dunque il nome di Nostro Signor Gesù Cristo e della sua gloriosissima Madre sempre Vergine Maria, nella causa e cause predette al presente vertenti in questo Santo Offizio tra il R.do Giulio Monterensii, dottore di legge, procuratore fiscale di detto S.Offìzio, da una parte, e te fra’ Giordano Bruno predetto, reo inquisito, processato, colpevole, impenitente ostinato e pertinace ritrovato, dall’altra parte.

« Per questa nostra diffinitiva sentenzia, quale di consiglio e parere de’ Revv. Padri Maestri di sacra Teologia e dottori dell’una e l’altra legge, nostri consultori, proferiamo in questi scritti.

« Dicemo, pronunziamo, sentenziamo e dichiaramo te fra’ Giordano Bruno pred. o (predetto) essere eretico impenitente, pertinace ed ostinato, e perciò essere incorso in tutte le censure ecclesiastiche e pene dalli sacri Canoni, leggi e costituzioni, così generali come particolari a tali eretici confessi, impe­nitenti, pertinaci ed ostinati imposte; e come tale te degradiamo verbalmente e dechiariamo dover essere degradato, sì come ordiniamo e comandiamo che sii attualmente degradato da tutti gli ordini ecclesiastici maggiori e minori nelli quali sei costituto, secondo l’ordine de’ sacri Canoni; e dover essere scacciato, sì come ti scacciamo dal foro nostro ecclesiastico e dalla nostra santa ed immaculata Chiesa, della cui misericordia ti sei reso indegno; e dover essere rila­sciato alla Corte secolare, sì come ti rilasciamo alla Corte di Voi mons.Governatore di Roma qui presente per punirti delle debite pene, pregandolo però efficacernente che voglia mitigare il rigore delle leggi circa la pena della tua persona che sia senza pericolo di morte o mutilazione di membro.

» Di più condanniamo, riprobamo e proibemo tutti gli sopradetti ed altri tuoi libri e scritti, come eretici ed erronei e continenti molte eresie ed errori, ordi­nando che tutti quelli che sinora si son avuti, e per l’avenire veranno in mano del S.Offìzio, siano publicamente guasti ed abbruciati nella piazza di S.Pietro avanti le scale; e come tali siano posti nell’Indice de libri proibiti, sì come ordiniamo che si facci.

« E così dicemo, pronunziamo, sentenziamo, dechia­riamo, degradiamo, comandiamo ed ordiniamo, scac­ciamo e rilasciamo e preghiamo in questo ed in ogni altro miglior modo e forma che di ragione potemo e dovemo 1. »

Un testimone oculare della seduta riferisce che a questo punto Bruno, alzatosi, per tutta risposta guardò minacciosamente i suoi giudici e pronunziò le seguenti parole : « Voi fate contro di me questa sentenza forse con maggior timore di quanto ne provi io a riceverla ». Nello stesso giorno, come la sentenza ordinava, venne degradato, scomunicato e poi rinchiuso in Tor di Nona, in attesa dell’esecuzione. Egli era passato così nelle mani della giustizia seco­lare, sotto la diretta custodia del Governatore di Roma.

  1. Cfr. Guzzo, cit., pp. 305-308.

(omissis)

La Confraternita di San Giovanni decollato, incaricata di accompagnare gli eretici al rogo, è avvertita. Alle sei del mattino la gran macchina si mette in moto; gli operai danno l’ultimo tocco alle apparecchiature in Campo de’ Fiori. La folla intuisce che questa volta si fa sul serio, e accorre e passa la voce e si accalca con un gran vociare allegro ed ecci­tato; i venditori ambulanti fanno affari d’oro : frutta, lupini, pasterelle, cuscini, panchette, binocoli di cartone per veder meglio. L’impazienza è al colmo.

Intanto i padri di San Giovanni entrano nel car­cere di Tor di Nona, si riuniscono nella cappella loro riservata, con il Cappellano, e cominciano le prescritte orazioni. Poi si fanno consegnare il reo. I « confortatori » gli sono d’attorno : Bruno può ancora salvarsi, se lo vuole. Non vuole. E rifiuta anche di pregare, cosa che, per quanto scomunicato, potrebbe fare. I buoni padri non credono ai loro occhi; ingenuamente ci vogliono provare anche loro a convincere questo matto ostinato che non implora, non trema, non dà in ismanie come tanti altri. Si danno un gran da fare : chiamano due padri di San Domenico, due del Gesù, due della Chiesa Nuova, uno di San Girolamo. E tutti incalzano Bruno, l’uno dopo l’altro, e quello irremovibile : come ignaro di trovarsi sull’orlo dell’abisso, ancora discute e replica e cavilla. Forse Bruno li guarda persino con un po’ di amara ironia. Alla fine la processione si mette in moto. Davanti una gran croce, e poi, in doppia fila, i frati salmodianti, incappucciati di nero, le guardie, la carretta cigolante con su Bruno, in piedi, avvolto nel rozzo saio dei penitenti. Si esce da Tor di Nona sul Lungotevere. Un ultimo sguardo a Castel Sant’Angelo. Campo de’ Fiori non è lontano. La folla si sporge al passaggio, per lo più muta e silenziosa; solo qualche grido isterico o di scherno, di quando in quando. I buoni padri della Confrater­nita annoteranno succintamente gli avvenimenti di quel 16 febbraio nel loro verbale : « Giovedì, a dì 16 detto. A ore 2 di notte fu intimato alla Compagnia che la mattina si dovea far giustizia di un impenitente, e però alle 6 ore di notte radunati li confortatori e Capellano in Sant’Orsola, ed andati alla carcere di torre di Nona, entrati nella nostra Capella e fatte le solite orazioni, ci fu consegniato l’infrascritto a morte condennato, cioè : Giordano del q. Giovanni Bruni frate apostata da Nola di Regno, eretico impe­nitente. Il quale esortato da nostri fratelli con ogni carità e fatti chiamare due Padri di San Domenico, due del Giesù, due della Chiesa nuova e uno di San Girolamo, i quali con ogni affetto e con molta dottrina mostrandoli l’error suo, finalmente stette sempre nella sua maladetta ostinazione, aggirandosi il cervello e l’intelletto con mille errori e vanità; e tanto perseverò nella sua ostinazione che da ministri di giustizia fu condotto in Campo di fiori, e quivi spogliato nudo e legato a un palo fu bruciato vivo, accompagniato sempre dalla nostra Compagnia can­tando le letanie, e li confortatori sino a l’ultimo punto confortandolo a lasciar la sua ostinazione con la quale finalmente finì la sua misera ed infelice vita ».

Altri testimoni oculari ci hanno lasciato ulteriori particolari della macabra cerimonia. Legato al palo, Bruno parlava ancora, anzi gridava : « diceva che moriva martire e volentieri, e che se ne sarebbe la sua anima ascesa con quel fumo in paradiso »; e gridava per l’ultima volta, come a darsi coraggio o a dimostrarlo, o come ultimo libero atto della sua vita mortale, le sue verità, le verità della diletta filosofia, e gli errori dei suoi carnefici. Così lo imbava­gliarono, mentre già il fumo cominciava a salire, mettendogli, come si diceva allora, « la lingua in giova per le bruttissime parole che diceva, senza voler ascoltare né confortatori né altri ». Già quasi aggredito dalle fiamme- e semisvenuto per le esalazioni e il calore, gli venne mostrato, sollevandolo in alto, il crocifisso; distorse la faccia, contratta nella soffe­renza. Fu il suo ultimo gesto. Poi ci fu una gran fiammata che lo consumò tutto, per languire rapida­mente poco dopo. La farfalla si era incenerita nella fiamma.

 


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Invito tutti a non inviarmi più libri in lettura. Per mancanza di tempo, e dall'11 novembre 2013 anche di salute, non posso più accontentare nessuno. Così pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Chiedo scusa.
Bart