Libri, leggende, informazioni sulla cittĂ  di LuccaBenvenutoWelcome
 
Rivista d'arte Parliamone

TUTTI I MIEI LIBRI SU AMAZON qui

La scampanata, il romanzo di Bartolomeo Di Monaco trasformato in testo teatrale, qui per chi volesse rappresentarlo.

Piante e fiori del mio giardino e altre bellezze: qui
Download gratuito VIVERE CON L'ACUFENE.

STORIA: Il processo a Landru (Parigi, 12 aprile 1869 – Versailles, 25 febbraio 1922)

9 Maggio 2019

(da “I grandi processi della storia” – edizioni di Crèmille – Ginevra 1970)

L’ESECUZIONE

Il 24 febbraio 1922, verso le 22, il commissario di polizia di Versailles, Monsieur Laurens, prega i cronisti giudiziari della stampa parigina ed i rappresentanti della stampa internazionale pre­senti nella capitale, di raggiungerlo al più presto al municipio di Versailles.

Quando i primi arrivano ed entrano nell’edifìcio del municipio, è quasi mezzanotte. Intro­dotti nell’ufficio del commissario, si vedono consegnare un semplice foglietto verde. Ma in quell’occasione vale una fortuna : quel modesto pezzetto di carta permetterà loro di assistere all’esecuzione di Landru.

Telefonata da un ufficio di redazione all’altro, passando di bocca in bocca e sussurrata all’orec­chio, la notizia dell’esecuzione del « Barbablù di Gambais » fa il giro della Parigi notturna, quella dei circoli, dei clubs, dei cabaret alla moda, delle serate sofisticate.

Ben presto tutto si trasforma in una corsa frenetica. Si decide di recarsi a Versailles per assistere all’esecuzione, come la sera prima si decideva di andare alle Halles per una « soupe à l’oignon ». Ormai è troppo tardi per prendere l’ultimo treno, ci si andrà in auto.

Nella notte di quel 24 febbraio, uno strano corteo di automobili attraversa il Bois de Boulogne e, attraverso il ponte di Saint-Cloud ed il bois di Ville-d’Avray, si dirige verso la prefettura di Seine-et-Oise. All’interno di queste auto vi sono donne eleganti in pelliccia di visone o di ocelots, in sontuosi abiti da sera firmati da Poiret, il sarto più richiesto del momento, adorne di gioielli di Cartier, ecc.

Tutto il bel mondo si ritrova ben presto in rue Saint-Pierre a Versailles, fra la prigione ed il municipio, presso un commerciante di vini dove i giornalisti ed i fotografi hanno sistemato la loro sala stampa. Nel retro, ignorando questa improvvisa agitazione, un uomo gioca tranquil­lamente a bigliardo da solo. E’ il becchino del municipio che, come gli altri, è stato avvertito nel cuore della notte.

Passano i minuti, poi le ore ; l’animazione dei primi momenti lascia il posto ad una rumorosa agitazione. Sulla via vi sono crocchi di per­sone che chiacchierano spensieratamente. E’ il momento di abbandono della fine serata, la confusione delle ore piccole. Tuttavia un uomo sta per morire…

Quella sera, sulla strada che porta da Parigi a Versailles non c’erano solo le automobili dei nottambuli attratti da una curiosità morbosa.

Anche i principali protagonisti del « caso » si recano a Versailles. Le pesanti porte della prigione Saint-Pierre si aprono per lasciarli passare. Arrivano Monsieur Ducrocq, il nuovo comandante della polizia giudiziaria, i commis­sari Guillaume e Faralicq, poi il giudice istruttore Bonin, seguito dal cancelliere che viene a rac­cogliere le eventuali rivelazioni dell’ultimo momento che il condannato potrebbe essere indotto a fare, poi ancora l’avvocato generale Godefroy, ed infine i due difensori di Landru, l’avvocato de Moro-Giafferi ed il suo collabora­tore, l’avvocato Navières du Treuil. L’ultima vettura che varcherĂ  la soglia della prigione sarĂ  il furgone di Monsieur Deibler, il boia di Parigi, un furgone a cavalli trainato da due potenti percesi e scortato da un’auto su cui ha preso posto il brigadiere Biboulet, l’uomo che ha « tradotto » il famoso taccuino di Landru. In realtĂ  Biboulet non è piĂą brigadiere; il caso Landru gli è valso la promozione ad ispet­tore principale. Le porte si richiudono per l’ultima volta…

Nello stesso momento, nelle vie adiacenti la prigione, i gendarmi, con l’aiuto di plotoni d’artiglieri, di dragoni e di fanti, stendono degli sbarramenti destinati a tenere lontano i curiosi. Contemporaneamente i poliziotti di Versailles controllano l’identità delle persone che si tro­vano all’interno del perimetro delimitato dalle truppe, e chi non può presentare il famoso foglio verde, consegnato qualche ora prima dal commissario Laurens, viene respinto senza nessuna eccezione, nonostante le suppliche e gli espedienti messi in atto da varie persone.

Per esempio nella sola tribuna stampa dei giornalisti, presso il negoziante di vini, alcuni giovani eleganti cercano di sottrarsi all’allontanamento, nascondendosi nei gabinetti, nella cabina telefonica e sotto il bancone!

In contrasto con l’agitazione che regna all’esterno, col rumore degli zoccoli dei cavalli, con le grida ed il rumoreggiare della folla che si accalca dietro lo schieramento dei soldati, all’interno della prigione regna la calma.

La calma più innaturale, più impressionante; la calma dei grandi drammi e delle tragedie. Tutt’al più, ogni tanto si può udire qualche tonfo sordo rapidamente soffocato. E’ il boia che, assistito da due aiutanti in cotta blu, mette a punto la sua macchina, alla debole luce di una lanterna tenuta da un guardiano. Per il boia si tratta di fare un lavoro molto delicato ; infatti la macchina deve essere sistemata a tre metri dalla porta ed in questo punto la pendenza del terreno è piuttosto notevole. Gli uomini si danno molto da fare, in silenzio. Alle 5, il boia verifica per l’ultima volta l’equilibrio del congegno, poi entra nella prigione :

« Signori, noi siamo pronti! »

Le 5,25. Nella sua cella Landru è steso sul letto; non dorme; ode dei passi, ha capito. Si apre la porta ed entra un gruppo di persone, con l’aria grave e lo sguardo tetro. Li conosce tutti, o quasi. Il sostituto Béguin gli si avvicina : « Coraggio, Landru! La vostra domanda di grazia è stata respinta. Avete delle rivelazioni da fare ?

  • Con chi ho l’onore di parlare?
  • Sono Monsieur BĂ©guin, sostituto delegato del Procuratore generale, risponde il magistrato, un po’ sconcertato dalla sicurezza di quest’uomo, cui rimangono da vivere solo pochi minuti.
  • Coraggio, ribatte Landru, forse che non sono abituato ad averne? Signori sono a vostra disposizione ; fate il favore di passarmi gli abiti. »

Un guardiano obbedisce e lentamente il con­dannato si veste. A questo punto gli viene in mente la domanda di Béguin, relativa alle rive­lazioni che avrebbe potuto fare.

« Non mi stupisco che a questo punto mi si faccia l’oltraggio di farmi una tale domanda, perché io sono innocente! Sì, insisto, sono inno­cente! »

E tranquillamente Landru si volta sulla cuc­cetta per finire di vestirsi. Sistema le sue cose, raccoglie alcuni foglietti di carta, li strappa ner­vosamente e li getta nel bidone della spazzatura. Queste carte in seguito saranno ricomposte : non contenevano il segreto di Landru.

A questo punto si avvicina l’abate Loisel, cappellano del carcere :

« Volete ascoltar messa?

  • Lo farei con piacere, signor Abate, ma credo che ciò che piĂą importi ora sia di far presto. Non voglio far aspettare questi signori. »

Allora viene offerto al condannato il tradi­zionale bicchiere di rhum :

« Grazie non bevo. »

Lo stessa garbato rifiuto per la sigaretta.

« Grazie non fumo. »

Poi è il momento della « toilette », dell’atroce toilette che deve permettere di evitare ogni incidente ed ogni falsa manovra del boia. Landru si presta docilmente a questa « cerimonia ». Ne approfitta per ringraziare per l’ultima volta i suoi difensori, ed in particolare l’avvocato de Moro-Giafferi :

« Avvocato, vi ringrazio. Ve ne ho dato da fare! Vi avevo affidato una causa molto difficile, diciamo pure… disperata!… Comunque!… Non è certo la prima volta che viene condannato un innocente! Sono fiero di constatare che, fino all’ultimo momento, non avete dubitato un solo istante della mia innocenza! »

Landru non saprà mai fino a che punto si sbagliasse. Il suo principale difensore avrebbe confessato, parecchi anni dopo l’esecuzione del suo cliente, che non era mai stato intimamente convinto dell’innocenza di Landru.

Landru ringrazia anche l’avvocato Navières du Treuil, che ha assistito l’avvocato de Moro- Giafferi, e precisa :

« Mi farebbe molto piacere se in seguito, nei vostri momenti di libertà, voi poteste occu­parvi dei miei piccoli interessi ! »

Landru si alza, fa due passi avanti, getta un ultimo sguardo alla cella ed esce.

Nel cortile il boia, Monsieur Deibler, è pronto. Sono presenti circa sessanta persone : giornalisti, magistrati, e guardiani. Uno di questi testimoni, il giornalista André Salmon, ha raccontato la fine di Landru :

« Si spalancano i battenti della porta nera : eccolo. E’ preceduto dal boia e fiancheggiato dai suoi aiutanti. Ha il collo nudo, la camicia bianca è molto scollata, ma le forbici di Deibler gli hanno risparmiato la famosa barba; è molto pallido ma ha un passo sicuro. Il suo corpo così minuto ed esile è tutto teso, perfino le labbra, tese come la corda di un arco ; Landru, che è stato seguito fin sulla soglia dal cappellano, guarda la ghigliottina con franchezza. Ha per­corso due metri poi si è fermato. Nei suoi occhi brilla per l’ultima volta quella luce sinistra che lascia perplessi gli psicologi piĂą esperti. Viene preso di peso e buttato sulla bascula ma Landru è così magro e così leggero che, nonostante la spinta, il peso del corpo non è sufficiente a far scattare automaticamente il congegno. Passa per lo meno un secondo. Ma il boia non perde d’occhio la leva, la mannaia cade. Il rumore, quel terribile rumore, inconfondibile, del pesante coltello che cade… Ma forse è stata solo un’im­pressione. Chi potrebbe dirlo?

Tutto è finito in un lampo. Sono le 6 e quattro minuti. »

Landru è morto portando con sĂ© il suo segreto. Quel segreto che, al di lĂ  della leggenda, è terri­bile. PerchĂ© mai si è riusciti a provare in modo certo che Landru abbia commesso i delitti per cui è stato condannato…

283 donne

All’alba del 7 novembre 1921, il La Fayette, entra nel porto di New York. A bordo vi sono Aristide Briand e la delegazione francese parte­cipante alla conferenza franco-americana che si aprirà fra cinque giorni, precisamente il 12. E’ un avvenimento di grande importanza. Tutta­via, in quella gelida mattina di novembre (la temperatura è di circa 12 gradi sotto zero), questo avvenimento passa in secondo piano. Alcuni quotidiani addirittura hanno relegato la notizia nelle pagine interne, accanto al titolo che annuncia la vittoria del Biarritz Olympique, la squadra di rugby che è riuscita a battere in una difficile partita l’Aviron Bayonnais, per sei a quattro.

L’avvenimento del giorno è l’inizio del pro­cesso a Landru. Qualche ora dopo, più o meno nel momento in cui il presidente Briand posa il piede sul suolo americano, un treno, un modesto treno di periferia, lascia la stazione degli Invalidi a Parigi. Sono le 11 e 40; quel treno delle 11,40 diventerà il treno più insolito di tutte le ferrovie francesi. La nota curiosa che lo distingue da tutti gli altri è di avere i vagoni di seconda prati­camente vuoti e quelli di prima stracolmi di passeggeri. Il treno è diretto a Versailles dove, fra qualche minuto, alle 12,30, si aprirà uno dei processi più appassionanti di tutti gli annali giudiziari. Trasporta tutti i magistrati, i testi­moni, i giornalisti, i fotografi e anche i curiosi che vanno ad assistere al processo, o che, per lo meno, tentano di entrare nell’aula.

Infatti non tutti possono assistere al processo. La Corte d’Assise di Versailles che deve giudicare Landru dispone di locali molto angusti ed il presidente, preoccupato di conservare ancora una certa dignità al processo, ha limitato il numero dei permessi d’ingresso all’aula. E’ inutile precisare che i permessi vanno a ruba, ed è ovvio che funzioni anche il mercato nero.

I bagarini che sono riusciti a procurarsi le carte d’ingresso offrono a cinquanta franchi i posti di prima fila, a venticinque gli altri.

Nonostante che i prezzi siano così alti, fra la folla che fa la coda davanti al palazzo di giustizia, molte persone non esitano a sborsare quella cifra per « esserci ».

A mezzogiorno l’aula è giĂ  piena. Vi sono molte persone di quello strano ambiente che tutti chiamano il Tout-Paris. Tutti i giornalisti, i fotografi ed i disegnatori presenti li segnano a dito. Qui un deputato, lĂ  un’attrice; la princi­pessa Elena di Grecia, accompagnata dal capo di gabinetto del prefetto di polizia ; la nipote del principe di Monaco, la principessa de Valentinois, l’ambasciatore cinese a Parigi, il principe ereditario di Persia, Mademoiselle Polaire, la grande stella del Caffè Concerto…

E’ rappresentato anche il mondo del Music- Hall; c’è Mistinguette, e tutti sanno con quante difficoltà ella sia riuscita ad ottenere un posto. Si dice perfino che ci sia mancato molto poco che dovesse tornare a Parigi senza essere potuta entrare nell’aula. E’ presente anche la scrittrice Colette, e nelle ampie tribune riservate alla stampa francese ed a quella internazionale si possono notare : H.G. Welles che curerà la cronaca del processo- per Le Petit Parisien e l’importante Henri Béraud che rappresenta invece la stampa di opposizione, quella che dopo l’inizio del processo ha parlato di montatura, fin da quando il caso Landru è stato buttato in pasto al grande pubblico.

Alle 12,30 entra la Corte. Gli uni dopo gli altri, i protagonisti di questo « spettacolo di successo » si siedono ai loro posti abbandonan­dosi alla curiosità del pubblico in attesa che la vedette numero uno del processo faccia il suo ingresso in aula. Presidente del Tribunale è il consigliere Gilbert, alto, magistrato terribile e molto temuto, di intelligenza acuta, capace, si dice, di tener a bada sia il pretore che l’aula. Dietro di lui il procuratore generale, Monsieur Godefroy. Il pubblico nota che questi zoppica leggermente. Qualcuno si affretterà a concludere che la giustizia è zoppa. Tuttavia, quando tra breve il cancelliere leggerà, per più di tre ore, l’atto d’accusa stilato da quel magistrato, tutti saranno d’accordo nel sottolineare il rigore e la limpidezza di questa requisitoria ante litteram. Poi vi sono i due giudici a latere, i signori Sylvia e Schult, poi gli avvocati della difesa.

Come sappiamo è l’avvocato de Moro-Giafferi che ha il pesante compito di difendere Landru. E’ assistito dall’avvocato Navières du Treuil.

Il pubblico guarda con ammirazione quest’uomo, uno dei principi del foro parigino. Ci si accorge subito che è impaziente ed ansioso come un leone in gabbia, pronto a cogliere la più piccola occasione per mettere in difficoltà l’accusa. Ora è seduto tranquillamente al suo banco e prende qualche appunto, sorride o fa cenni col capo a qualche amico che ha riconosciuto tra il pubblico o saluta qualche cronista giudiziario nella tri­buna stampa.

Ventiquattro anni dopo, al tempo dei processo al maresciallo Pétain, questi, invitato a scegliersi un difensore, rifiuterà l’avvocato de Moro-Giafferi con tono molto secco : « Non pensateci neppure, dirà in sostanza, l’avvocato di Landru!»

Per il pubblico l’attesa è lunga ; ma senza dubbio lo è ancor di più per Landru, che è stato arrestato il 12 aprile 1919 e che ha passato due anni e sei mesi in prigione prima che la magistra­tura si pronunciasse sulla sua sorte. Landru è al centro di tutte le conversazioni. Fin dalla vigilia corre voce che l’imputato abbia tentato di metter fine ai suoi giorni in cella, ma non c’è nulla di vero in tutto ciò; tutt’al più giacché soffre di disturbi gastrici, ha dovuto chiamare il medico della prigione per farsi curare l’appa­rato digerente.

All’improvviso un rumore. C’è agitazione, poi si fa un profondo silenzio. Tutti si voltano verso il fondo dell’aula, a destra della Corte, verso una piccola porta. Questa si apre lentamente e Landru compare tra due gendarmi. Il silenzio, un silenzio di morte, è totale.

« Allora, racconta Henri Béraud nel suo gior­nale, una testa calva disegna una macchia bianca su di un muro verde ; ha le spalle curve, abbandonate, scosse da un tremito. Ecco l’uomo : è in piedi, barcollante, accecato dalla luce. Dalla prigione, che è adiacente al tribunale, è stato portato in piena luce, dopo aver salito e ridisceso dieci gradini. Il suo abito color reseda, senza spacchi, risale ad un periodo in cui l’eleganza risentiva di un’influenza militare.

» Esita, tasta il pavimento con il piede, si direbbe che abbia perso l’abitudine allo spazio. Un gendarme passa sotto la porticina, tocca la spalla di Landru che sussulta e scende verso la sbarra (…)

« (…) Guardiamo Landru, questo famoso Landru che è giĂ  entrato in una specie di scelle­rata leggenda. Non assomiglia affatto ai ritratti che ne venivano forniti. I suoi lineamenti non sono così strani come voleva l’immaginazione popolare. Lo si raffigurava piĂą tenebroso, sordido, piĂą conforme agli usuali modelli dell’antropometria : lo si immaginava piĂą irsuto, con un cranio piĂą deformato, e, se si può dire così, meno pulito.

« Ci si sbagliava. Grazie all’abilità del par­rucchiere, il Barbablù di Gambais ha un viso incorniciato da una barba ben curata. Sembra un uomo che bada alla sua persona ed abbastanza vanitoso, sebbene si sapesse che un tempo metteva ogni cura nell’apparire banale per non dare troppo nell’occhio ai poliziotti. Si credeva che fosse castano, invece è biondo, ha il colorito roseo che diventa più pallido vicino alle tempie.

» Ha la faccia di un buon sensale, piuttosto insignificante se non fosse per le sopracciglia circonflesse, alte sulla fronte, che danno alla sua fisionomia un’espressione di sorpresa e d’attenzione. Landru si inchina educatamente e volge verso il tribunale il suo naso piccolo ed appuntito che sembra fiutare l’aria. Final­mente si siede, e sopra il parapetto del banco si può vedere solo un volto freddo, ossuto, barbuto e impomatato. »

I giurati si sistemano ai loro posti, poi il presidente prende la parola :

« Siete voi Henry-Désiré Landru, figlio di Alexandre-Julien Landru e di Henriette Flore, nato il 12 aprile 1869 a Parigi, meccanico e domiciliato in rue Bochechouart 76, a Parigi?

  • Sì, signor Presidente.
  • Cancelliere vogliate leggere l’atto d’accusa. »

La lettura durerà tre ore, tre ore durante le quali Landru rimane impassibile. Con gli occhi semichiusi, dà l’impressione di disinteressarsi della situazione; si sente completamente estra­neo. Tuttavia per due volte esce da questa specie di torpore; la prima volta quando sente il cancelliere pronunciare la parola assassinio, la seconda quando questi dice :

« … L’accusato è stato in relazione con duecentottantatre donne. » C’è un ampio scoppio di risa nell’aula, e Landru ride come tutti gli altri, o meglio sorride, perchĂ© nessuno può vantarsi di aver visto Landru ridere. Alla fine del suo lungo monologo, il cancelliere, visibil­mente affaticato, si siede. Si alza il procuratore generale.

« Se l’imputato ha da fare delle rivelazioni, se deve controllare o precisare delle informazioni, si rivolga pure a me; sarò sempre pronto ad ascoltarlo. Ma se, come penso, intende mante­nere il silenzio sulle gravissime imputazioni che pesano su di lui, sappia che ho tutte le possibilità di fornire le prove che devo fornire ! » Allora il Presidente di rivolge a Landru :

« Avete qualcosa da dire?

– Una sola parola, risponde, una sola parola che sarĂ  la protesta della mia innocenza. Durante i tre anni in cui si è svolta l’istruttoria, non è stata trovata nessuna prova di ciò di cui mi si accusa. A Vernouillet e a Gambais non è stato trovato nulla di decisivo. Voi, signor Procura­tore generale, avete pronunciato contro di me una requisitoria molta severa ; io insisto energi­camente nell’affermare la mia innocenza, e spero che il processo riuscirĂ  a fare luce completa e permetterĂ  di giustificare le mie affermazioni. » In questo modo Landru nega ancora una volta, come ha fatto per tutto il tempo dell’istruttoria, il delitto, o meglio i delitti di cui è accusato, quello di dieci donne e del figlio di una di esse.

(omissis)

Il taccuino

Un modesto taccuino che sarà alla base dell’accusa di Landru e che ancor oggi costituisce un pezzo storico al museo del crimine.

A prima vista, il taccuino è un vero e proprio guazza­buglio di scarabocchi, disegni, rebus e geroglifici, buttati lì alla rinfusa, tracciati con inchiostro rosso o a matita, e contiene tante cose misteriose da mettere alla prova la perspicacia degli investigatori. In realtà ciò che attira mag­giormente la loro attenzione è la prima pagina del taccuino. Una pagina su cui si nota solo un elenco, il cui senso per il momento rimane misterioso, ma che suscita la viva curio­sità degli inquirenti :

« Cuchet, J. idem, Brésil, Crozatier, Havre, Collomb, Babelay, Buisson, Jaume, Pascal, Marchadier. »

La maggior parte dei nomi non dice niente al commis­sario Dautel, ma due nomi lo fanno sussultare : Buisson e Collomb, cioè i nomi delle due giovani donne la cui scom­parsa è stata segnalata dalla famiglia, e che sono all’origine della inchiesta e dell’arresto del suddetto Frémyet-Dupont- Guillet-Landru. Ma allora, pensa Dautel, gli altri nove nomi non saranno mica i nomi di altrettante donne scomparse?

Dautel pensa di avere in mano un documento di capitale importanza, capace di dare una nuova spinta all’inchiesta ; lascia sul posto i suoi collaboratori, e torna alla sede della prima brigata mobile dove ora potrà trattare come si deve il suo cliente.

Dautel è un uomo molto abile, un poliziotto scaltro e molto esperto e che sa come bisogna condurre un interro­gatorio. Decide di conservare le sue carte, quei documenti cosi importanti, per momenti migliori, e per ora si accontenta di interrogare il sospetto sulla sua vera identità. « Allora continui ad insistere di chiamarti Guillet? » Chiaramente Landru sembra voler mantenere il silenzio più totale e rimanere sempre molto altero e molto sprez­zante.

« Vi ripeto che sono Lucien Guillet, ingegnere.

  • E questo che cos’è? sbotta il commissario, brandendo un pezzo di carta, trovato a casa di « Guillet » e su cui com­pare il nome di Landru.

Forse mi dirai che l’hai trovato in strada, e che non è una prova. Ebbene, amico, di prove se ne vuoi, ne ho a iosa. »

Landru abbozza un sorriso, e Analmente, mentre il commissario gli tende la sua scheda segnaletica, si decide :

« Ebbene sì, sono Landru. E poi?

  • E poi? La tua scheda ci informa che sei stato condan­nato in contumacia a quattro anni di carcere ed anche che sei stato condannato a 1 000 franchi di ammenda ed alla deportazione per abuso di fiducia, trovi che ce ne sia a sufficienza per fare il furbo, quando ci sono sospetti ancora piĂą pesanti ed ancora piĂą gravi sul tuo conto?
  • Sono un truffatore, d’accordo, ma non un assassino! »

Dautel pensa che non sia il momento di discutere. Fa chiamare un’automobile e decide di andare, assieme a Landru, che ha i polsi ammanettati, al domicilio delle due donne scomparse, Madame Buisson e Madame Collomb.

Al n° 113 di Boulevard Ney, dove abitava Madame Buis­son, la portinaia è esplicita, l’uomo che il commissario Dautel le mostra era il fidanzato della sua inquilina quando scom­parve. Le stesse cose dice la portinaia di Madame Collomb in rue de Chàteaudun 22. Le maglie si stanno chiudendo attorno a Landru.

Al ritorno alla sede della brigata mobile, ci sarà per lui un’altra cattiva sorpresa. Mademoiselle Lacoste, la sorella di Madame Buisson, convocata dall’ispettore Belin, a sua volta identifica Landru.

Ma questi non ne risulta affatto scosso : « D’accordo, ve lo ripeto, sono Landru. Mi avete identi­ficato. Ma sapete anche perchè ho cercato di dissimulare la mia identità. Sono un truffatore e lo sapete altrettanto bene quanto me, ma dovete provare che sono un assassino. » Questo non sarà mai provato, e tuttavia Landru sarà processato, condannato e giustiziato.

Landru viene ricondotto in cella ed il commissario Dautel si reca a Mantes, al tribunale del Seine-et-Oise, da dove torna qualche ora dopo con un mandato d’arresto del giudice istruttore competente a carico di Henri-Désiré Landru, nato a Parigi il 12 aprile 1869, in rue de Puébla 41, accusato di omicidio premeditato nelle persone di due donne, le signore Collomb e Buisson.

Per pura coincidenza, Landru è stato arrestato proprio il giorno del suo compleanno, il giorno in cui compie cin­quant’anni.

… Poco dopo l’arresto, il 12 aprile 1919, Landru viene trasferito nella prigione di Mantes, nel Seine-et-Oise, giacchĂ© il caso è nelle mani del tribunale di quel dipartimento. Ma poichĂ© Landru è domiciliato a Parigi, come pure lo sono le due scomparse, Madame Collomb e Madame Buisson, ben presto l’incarico viene affidato al tribunale della Senna. L’inchiesta passa nelle mani della polizia giudiziaria ed è affidata al brigadiere Riboulet.

Il commissario Dautel e l’ispettore Belin la continuano in particolare nel Seine-et-Oise e cercano di far « parlare » la villa di Gambais.

Landru viene ricondotto a Parigi il 27 aprile. Venendo a sapere del suo trasferimento, l’imputato è molto stupito : « Il mio caso viene trasmesso al tribunale della Senna, è una cosa scocciante. Stavo bene a Mantes, cominciavo ad abituarmi! »

Tornato a Parigi, Landru viene posto a confronto col brigadiere Riboulet, che vuol chiarire il mistero del taccuino nero. Il poliziotto è profondamente convinto che i nomi che compaiono nell’elenco sulla prima pagina, accanto a quelli della Buisson e della Collomb, molto probabilmente sono quelli di altre giovani donne. Cioè, Landru, che è sospettato di aver fatto scomparire le prime due, non avrebbe forse fatto sparire le altre nove? Riboulet ne è talmente convinto che non esita a mettere al corrente della sue impressioni i giornalisti.

Ma Landru, invece, non è dello stesso parere e dice :

« Scusate. Quelle due donne di cui parlate sono scomparse (allude alla Buisson e alla Collomb), d’accordo, ma da qui a dire che il responsabile della loro scomparsa sono io, è un’altra storia che mi permetterete di non apprezzare. Fino a che non le avrete ritrovate, non potete incolparmi. Se ho ucciso quelle donne fatemi vedere i loro cadaveri! Forse non li avete cercati troppo bene! »

Mentre Riboulet è alle prese con l’arrogante difesa di Landru, Dautel e Belin esaminano una ad una le carte scoperte in rue Rochechouart, fra cui una ricevuta d’affitto a nome di Frémyet, relativa a un piccolo deposito situato in periferia, a Clichy.

In quel posto i due funzionari di polizia troveranno la più incredibile raccolta di cianfrusaglie in disordine e, tra queste, una grande valigia nera, con le iniziali C ed L, colma di fascicoli e di carte non catalogate. Questi fascicoli e queste carte sono molto compromettenti per Landru. Ciascuno porta una lettera ed un numero. All’interno troviamo tutta una corrispondenza amorosa, degli annunzi matrimoniali, delle carte di stato civile, delle carte anno­narie, biancheria femminile, merletti ingialliti, vi si trova perfino una parrucca ed una dentiera.

La polizia è riuscita a mettere le mani negli archivi segreti del Barbablù di Gambais. Ormai il compito del brigadiere Riboulet è semplificato. Nel giro di pochi giorni riesce ad identificare le altre scomparse, cioè a decifrare il taccuino nero di Landru e a dare un nome, un’identità a quelle parole misteriose e cabalistiche :

« Cuchet », « Idem », « Crozatier », « Havre », « Babelay », « Jaume », « Pascal », « Marchadier »…

Si tratta di Jeanne Cuchet e del figlio, che è stato indicato col nome « Idem » ; di Marie-Angélique Guillin, domiciliata in rue Crozatier, da cui lo pseudomino che le è stato affibbiato sul taccuino ; « Havre » è Berthe-Anna Héon, nata a Le Havre, le altre sono Andrée Babelay, Louise-Joséphine Jaume, Annette Pascal e Marie-Thérèse Marchadier.

Queste identità sono confermate da un’inchiesta condotta presso il domicilio delle scomparse. L’inchiesta prova che Landru intratteneva rapporti amorosi con tutte quelle donne, che aveva fatto loro promesse di matrimonio e prova, circostanza questa molto grave, che esse un bel giorno hanno lasciato il loro domicilio dichiarando che andavano a sposarsi ed a vivere col loro futuro marito.

Landru viene posto ancora una volta in presenza del brigadiere Riboulet che assapora già il trionfo. Ma il poli­ziotto ne farà le spese. Landru non confessa nulla. Sempre ironico, sempre molto educato e gentile, si limita a sorri­dere; o meglio passa al contrattacco :

« Signor commissario, mi permetterete di trovare per lo meno curioso che si voglia a tutti i costi addossarmi la responsabilità dell’assassinio di alcune persone, con cui, lo ammetto, ho avuto delle avventure, e che sono scomparse, mentre altre che ho conosciuto si sono presentate a voi! » Poiché le fotografie di Landru sono state ampiamente pubblicate sui giornali, non passa giorno senza che una o parecchie donne scrivano al giudice istruttore per dirgli che lo hanno conosciuto molto bene e che sono pronte a testimoniare. Naturalmente il magistrato deve eliminare tutte le persone avide di pubblicità, le mitomani, o le altre provinciali desiderose di fare un viaggio a Parigi a spese della giustizia. Tuttavia un certo numero di testimonianze viene considerato valido. Ben presto il giudice istruttore si incontra con la prima di queste persone, una giovane donna originaria di Montauban e che ora abita a Montmartre.

Jeanne Flach voleva sposarsi. E poiché per i casi della vita non aveva potuto incontrare il principe azzurro, un giorno aveva deciso di mettere un annuncio sul giornale.

Nel settembre 1918, poiché il suo annuncio era stato fonte solo di delusioni, la sua attenzione era stata attirata da un annuncio molto allettante : « Signore, 45 enne, solo, senza famiglia, rendita 4 000 franchi annui, desidere­rebbe sposare signora stessa età e condizioni. »

Ben presto fa la conoscenza di Lucien Guillet, ingegnere, originario di Rocroi… L’idillio non tarda a sbocciare, sebbene Jeanne Flach dichiari al giudice istruttore che il suo preten­dente « voleva andare subito al sodo ». Un mese piĂą tardi, Guillet-Landru, invita la sua « futura » ad andare a visitare la sua villa di Gambais.

In treno, parlando del piĂą e del meno, Jeanne Flach informa incidentalmente il suo seduttore che prima di partire ha avvertito il fratello, ufficiale in licenza a Parigi, del viaggio che avrebbe fatto col suo amico.

Landru non dice nulla, ma la giovane si accorge ben presto che questa notizia non sembra fare molto piacere al suo « promesso » e che questi appare leggermente contra­riato. Tuttavia egli continua a comportarsi in modo piacevole, affabile e gentile. Ed è con molta gentilezza che, una volta giunti a Gambais, fa gli onori di casa alla sua bella. Dopo una piacevole giornata passata in giardino e nella campagna circostante, la coppia, la sera stessa, riprende la via di Parigi.

Passa qualche giorno prima che Jeanne riveda Landru- Guillet. Infatti, dichiara la giovane donna al giudice istrut­tore, ora mi rendo conto che Landru contrariato del fatto che avevo avvertito qualcuno del mio viaggio a Gambais aveva preferito rinunciare alle « sue intenzioni ».

(omissis)

… ci si può chiedere, portando le cose al limite, se coloro che sospettano che il caso Landru sia stato avviato al momento opportuno, non siano vicini al vero.

Infatti non dobbiamo dimenticare che nell’aprile 1919, cioè all’ epoca dell’arresto di Landru, si stanno svolgendo avvenimenti politici di capitale importanza per il futuro del mondo. I quattro Grandi, il francese Clemenceau, l’americano Wilson, l’inglese Lloyd George e l’italiano Orlando, sono riuniti a Parigi per mettere a punto il testo del trattato di Pace che sarà sottoposto alla Germania. Ora, in certi ambienti politici francesi, come del resto in una parte dell’opinione pubblica, non si è molto persuasi della serietà del Trattato. Infatti si è molto lontani dal famoso : « La Germania pagherà ! » Circolano voci, non prive di fondamento, secondo cui il Trattato non sarebbe stato così duro con i Tedeschi come si sarebbe desiderato. Per l’uomo della strada, è solo questione di « riparazioni » e di « garanzie » e, un po’ dappertutto, si reclama la testa del Kaiser, che per il momento è sempre chiuso nel suo castello in Olanda, in cui si è rifugiato qualche ora prima della flne della guerra, PII novembre 1918. Si è pur detto che sarebbe stato imprigionato nella Torre di Londra e poi impiccato, ma nessuno osa crederci troppo.

Da parte francese, le dichiarazioni ufficiali riguardo allo spirito del futuro trattato di pace sono molto discrete. Fino alla vigilia della firma il Ministro degli Esteri Pichon, ha rifiutato di informare il Parlamento sullo stato delle trattative. In poche parole, si comincia a temere che Wilson riesca ad imporre agli altri tre alleati il suo punto di vista, e a far adottare un trattato di pace che non stroncherà totalmente la Germania. Ed è una prospettiva difficile da far capire ai reduci dalle trincee, tornati incolumi da una delle guerre più feroci della storia, ed alle madri, alle mogli, alle sorelle, alle figlie di quasi un milione e mezzo di soldati francesi morti o dispersi a Verdun, al Chemin des Dames, sulla Somme o ai Dardanelli.

Nessun caso sensazionale poteva capitare piĂą a proposito del caso Landru.

(omissis)

Al termine delle perquisizioni a Gambais e a Vernouillet non c’è nulla di positivo in bilancio. Tuttavia, proprio par­tendo dai risultati delle perquisizioni verrà stilata l’accusa contro Landru. Cosa dice il rapporto?

Agli esperti erano stati consegnati circa cento chili di ceneri, raccolte sia nella stufa di Landru sia nel giardino della sua villa di Gambais. In quei cento chili, si trovarono quattro chili e centonovantasei grammi di ossa umane, quarantasette frammenti di cranio, diversi resti di avam­braccio, di rotula, di piedi e quarantotto falangi, il tutto calcinato da un fuoco molto forte. Da questi dati, i periti conclusero che erano in presenza di tre corpi umani rap­presentati da tre crani, cinque piedi, sei mani, parecchi avambracci e quarantadue denti.

Circa trecentocinquanta ossa diverse non poterono essere identificate. Il rapporto precisa anche che le altre ossa analizzate provenivano da scheletri di talpe, di topi, di topiragno, di pecore e di polli.

(omissis)

Sabato 26 novembre, diciottesima udienza. Ora si è giunti alle arringhe degli avvocati di parte civile.

L’avvocato Surcouf, che rappresenta la fami­glia Cuchet, si rivolge direttamente a Landru : « Non so se voi abbiate strangolato, fatto a pezzi, squartato o bruciato le vostre vittime. Ma qualunque sia stata la loro morte, voi siete responsabile di quelle donne. Voi le avete condotte al mattatoio! »

A sua volta l’avvocato Legasse che parla per conto della famiglia Pascal, dice :

« Avete divertito il pubblico con il vostro sinistro umorismo, quel pubblico che non sa ; ma non riuscirete ad ingannare la giustizia… Vi siete dato arie da uomo ricco. Voi dunque sareste un dongiovanni? Andiamo Monsieur Landru, siete solo un assassino! » Il 28 novembre, due giorni dopo, il procuratore generale Godefroy è ancor piĂą spietato.

La terribile requisitoria, nella quale ricostruirà daccapo tutta la faccenda, durerà tutto il pomeriggio ; e poiché l’udienza sarà sospesa a causa dell’ora tarda sarà costretto ad interrompere il suo sermone ed a continuarlo il giorno dopo.

« Landru non ha avuto nessuna pietà delle sue vittime, perché dunque dovremmo usarne noi nei suoi confronti? La morte! La morte! Credetemi è la sola pena commisurata a crimini così efferati, l’unica degna espiazione. E’ neces­sario usare la ghigliottina quando diventa indispensabile per la pubblica sicurezza.

« Signori, vi scongiuro, non esitate, colpite senza nessuna debolezza, quest’assassino che non ha nessuna attenuante. Landru rimarrà negli annali del crimine l’assassino di undici donne che ha ucciso a scopo di rapina. Vi invito, vi scongiuro, signori giurati, di fare il vo­stro dovere con tutto il vostro implacabile rigore ! »

E’ stata chiesta la condanna a morte, e mentre i giornalisti si precipitano ai telefoni per comunicare ai giornali la requisitoria del procu­ratore generale e mentre in aula si diffonde un sordo brusio, Landru rimane impassibile sul banco degli accusati ; con finta indifferenza scarabocchia su di un pezzetto di carta in attesa che il suo difensore l’avvocato de Moro- Giafferi prenda la parola.

« Secondo la legge, esordisce l’avvocato, le fidanzate scomparse non sono morte. Il Codice civile dice che per trent’anni gli eredi non potranno entrare in possesso dei loro beni.

Allora se la legge dice che quelle donne non sono state assassinate perchè dovremmo condannare Landru come assassino?

« Signori Giurati, vi chiedo di considerare che gli argomenti sostenuti dal pubblico ministero non vi permettono di giungere ad una decisione, in quanto non vi hanno fornito nessuna prova. Il pubblico ministero vuole la punizione di crimini che confessa di non conoscere. Signori Giurati, vi chiedo di entrare in lotta con voi stessi, con quel consigliere intimo e convincente che è l’immaginazione. Il silenzio di Landru, le sue false risposte, le sue mediocri facezie, irritano anche me. Ma se lasciamo perdere tutto ciò, rimane solo uno scheletro di accusa. »

L’avvocato de Moro-Giafferi, applaudito dalla folla, si siede ; il presidente allora chiede a Landru se ha qualcosa da dire.

« Sì, signor Presidente, risponde Landru. Nella sua implacabile requisitoria il signor procuratore generale ha elencato i miei vizi e i miei difetti, ma mi ha reso giustizia, e per questo lo ringrazio veramente di cuore, quando ha riconosciuto in me un buon sentimento, quello della famiglia, dell’amore per mia moglie ed i miei figli. Ebbene, su questo sentimento così sacro, giuro di essere innocente dei crimini di cui mi si accusa! »

A questo punto il Presidente dichiara chiuso il dibattito. Sono le 18,30 ; i giurati si ritirano per deliberare. Torneranno tre ore dopo.

Il presidente della giuria si alza e legge il verdetto. Le risposte sono positive per tutte le domande eccetto due che riguardano la giovane Andrée Babelay. Non viene pronunciata la frase : « circostanze attenuanti ». E’ la condanna a morte!

La folla applaude, batte ritmicamente le mani ed i piedi. E’ uno spettacolo deplorevole; il procuratore generale Godefroy, che con la sua requisitoria aveva molto impressionato la giuria, interviene.

« Ciò che state facendo è odioso. Per lo meno rispettate una testa che sta per cadere! »

Intanto l’avvocato de Moro-Giafferi si avvi­cina a Landru :

« Coraggio, Landru! E’ terribile, è terribile!

  • State tranquillo, avvocato, ne avrò. Mi ero preparato a questa sentenza di morte. »

« Landru, annuncia il presidente Gilbert, la Corte vi condanna alla pena di morte. Sarete condotto su di una pubblica piazza a Versailles, dove vi sarà tagliata la testa. Guardie, portate via l’imputato!

  • Un momento, signor Presidente, chiedo scusa di essere causa di un ritardo, ma devo dire solo una parola.
  • Fate presto allora…
  • Il fatto è che il tribunale si è sbagliato, io non ho mai ucciso nessuno. E’ la mia ultima dichiarazione. »

In aula, nonostante i richiami del Presidente, la confusione è indescrivibile. Nessun pubblico diede mai così triste spettacolo di sé in un’aula di tribunale. L’avvocato di Landru riesce a farsi strada tra la folla che circola liberamente nel pretorio e consegna ai giurati una domanda di grazia in favore del condannato. Essi la firmano, come pure faranno gli avvocati di parte civile. Landru stringe la mano dei suoi due avvocati, e scompare dietro una piccola porta, scortato da due gendarmi.

Il ricorso viene respinto in Cassazione. Il Presidente della Repubblica, Millerand, rifiuterĂ  la grazia…

Lo stesso giorno in cui Landru viene a sapere che il suo ricorso è stato respinto, il suo difensore gli legge la lettera di un abitante di Gambais, Hector Vigoureux. Costui rivela che tra la prima e la seconda perquisizione, ha visto il figlio di un vicino, un povero demente, andare nottetempo al vicino cimitero, al lume di una candela, raccogliere dei frammenti ossei e, tornato alla villa di Landru, scavalcare il muro e poi spargere a terra quei resti umani!

Potrebbe essere un motivo di revisione, ma nel frattempo il pazzo è morto…

 

 


Letto 298 volte.


Nessun commento

No comments yet.

RSS feed for comments on this post.

Sorry, the comment form is closed at this time.

Invito tutti a non inviarmi più libri in lettura. Per mancanza di tempo, e dall'11 novembre 2013 anche di salute, non posso più accontentare nessuno. Così pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Chiedo scusa.
Bart