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STORIA: Il processo a Marcel Petiot (Auxerre 17 Gennaio 1897 – 25 Maggio 1946)

11 Maggio 2019

Un Landru ancora piĂą efferato. Ghigliottinato il 25 maggio 1946.

(da “I grandi processi della storia” –  Edizioni di CrĂ©mille – Ginevra 1971)

« L’imputato viene accusato di ventisette omicidi… ».

Per noi che ci proponiamo di seguire durante tutte le sedici udienze il processo del dottor Petiot, occorrerà aprire una parentesi su questi ventisette omicidi. Si può raggrupparli nel seguente modo:

In primo luogo i primi tre, quelli che non si possono ascrivere all’agenzia viaggi di rue Lesueur, ossia l’assassinio di Jean-Marc Van Bever, di 47 anni, tossicomane, di Marthe Khait, madre di un’intossicata (Raimonde Baudet) e della signora Hotin, una contadina dell’Oise.

I primi « viaggiatori », per cosi dire, di rue Lesueur; il pellicciaio Guschinov e il dottor Braunberger.

Poi c’è il gruppo degli appartenenti alla malavita, della cui uccisione Petiot si farà un merito; dato i rapporti di alcuni di essi con la Gestapo : Joseph Réocreux, detto Jo, e le sue due amichette, Claudia Chamoux e Annette B. (una minorenne che batteva i marciapiedi sotto il nome di Annette Petit), Francois Albertini, detto Frangois il Corso, Adrien Estebeteguy, detto il Basco, e la sua amica Gisèle Rossmy, Joseph Piereschi, detto Gé, e la sua compagna Joséphine Grippay, meglio conosciuta nella mala sotto il nome di Paulette la Cinese.

La nona persona di questo gruppo è una donna, la seconda compagna di Gé. Ma poiché quest’ultimo non desiderava che le due donne s’incontrassero, essa « partirà » in un’altra occasione che l’inchiesta non è riuscita a chiarire : per¬tanto il suo nome rimane tuttora un mistero.

Viene poi il caso di Yvan Dreyfus, alsaziano, importatore di materiale radiofonico, che voleva espatriare in Inghilterra e che i Tedeschi hanno tentato di utilizzare.

II gruppo successivo è quello dei rifugiati dalla Germania

nazista : i coniugi Wolff, detti Valbert, e la madre del signor Wolff; poi i loro amici, i coniugi Basch, che si facevano chiamare Baston; poi le due coppie di tedeschi che abitavano a Nizza, gli Stevens e gli Anspach.

Infine, le tre ultime vittime, i coniugi Kneller e il loro Aglio di sette anni. Finisce effettivamente qui la lista dei delitti di Petiot? C’è da dubitare. L’inchiesta non ha neppure sfiorato il passato di Petiot precedente alla faccenda di rue Lesueur. Gli interrogativi riguardano soprattutto gli anni antecedenti a quelli parigini, gli anni della carriera del medico a Villeneuve-sur-Yonne. Infine il dottor Petiot durante tutto il processo si vanterà sempre di aver eliminato sessantatré persone, ma come si è già detto, si guarderà bene dal fornirne le prove. E’ anche vero del resto che nessuno le ha richieste.

Il sipario ora si leva sulla rituale domanda delle generalità dell’imputato :

« Siete Marcel, André, Henri, Felix Petiot? Siete nato il 17 gennaio 1897 a Auxerre, nel Yonne, da Felix Petiot e Marthe Bourdon? Qual è la vostra professione? »

« Dottore in medicina, medico della mutua… »

(omissis)

E’ il 23 marzo, un sabato. Quando il presidente apre l’udienza, ormai la sesta, qualcosa del ridicolo rodeo avvenuto nelle vie della capitale è ancora nell’aria. Quella visita alla casa di rue Lesueur ha lasciato in tutti quasi un senso di malessere; parecchi hanno passato la notte insonne. D’altra parte per i cronisti e gli inviati dei quotidiani si è trattato di un formidabile mezzo per colorire tutto il processo di tinte forti e drammatiche. Ben tre giornalisti, e non dei minori, hanno dato al loro articolo il titolo di un celebre giallo dell’epoca : L’assassino abita al numero 21. Fuori della Corte d’Assise gli avvenimenti politici ed economici continuano a seguire il loro corso; non sono essi però a far notizia ; è ancora e sempre il processo Petiot. E’ tale il richiamo, che numerosi nuovi spettatori si sono accalcati negli angusti corridoi del tribunale e la ressa è così grande che si ha persino uno svenimento. Tra i privilegiati si nota il principe Ranieri di Monaco, venuto apposta dal suo staterello con l’intenzione di non perdere questo spettacolo abbastanza inconsueto.

Fra i giornalisti corrono le voci più varie; le indiscrezioni non si contano. Molti pensano all’avvocato difensore e alle sue possibilità di mandare a monte tutto il processo, allorché leggono nell’edizione europea del New York Herald Tribune l’intervista concessa da due giurati a un inviato del quotidiano. I due avreb¬bero detto queste testuali parole : « Petiot è un mostro. Sarà senz’altro condannato a morte. »

Inutile sottolineare come l’intervista, qualora rispondesse a verità, sarebbe la denuncia di uno stato di profonda irregolarità, dato che dimostrerebbe il parere ormai preconcetto dei giurati a processo non ancora concluso. Il giornalista del giornale americano d’altro canto si dichiara pronto a provare la veridicità delle sue affermazioni. Per il presidente Leser, il quale ha evitato di un soffio una manovra di Floriot tendente al ricorso in Cassazione durante il sopralluogo in rue Lesueur, non resta che una sola carta da giocare : sostituire i due giurati chiacchieroni con dei supplenti.

Nel dirimere l’incidente è già volata l’intera mattina. Sono ormai le 13. E’ la volta di ascoltare il commissario Battut, preso di mira da un fuoco incrociato di domande del presidente e dell’avvocato Floriot. Tra tutti gli agenti o i membri della polizia che si sono avvicendati al banco dei testimoni, l’unico a dare l’impressione di efficienza e di competenza è proprio Battut.

In questo processo, come abbiamo visto, la testimonianza dei membri della polizia è deter­minante proprio per il fatto che tutta l’accusa punta su una sola carta : quella di presentare Petiot agli occhi del pubblico come un assassino qualunque, escludendo cioè qualsiasi richiamo di comodo a vincoli con il movimento della resi­stenza. Ed è per questa ragione che un uomo come Battut testimonierà per due ore di fila.

La prima parte della sua deposizione consiste in un resoconto minuzioso e dettagliato sulle modalità dell’inchiesta il che, ovviamente, non può portare il minimo barlume di chiarimenti. Vengono descritti gli sforzi della polizia per identificare le vittime; si parla degli effetti per­sonali trovati nelle valigie di Courson; viene fatta la precisazione che i Tedeschi hanno sempre seguito gli andamenti dell’inchiesta con estremo interesse, pretendendo addirittura dagli inqui­renti rapporti quotidiani.

Si arriva così a discutere del ruolo avuto dalla signora Kahan, che aveva indirizzato a Petiot tutta una serie di aspiranti profughi, vale a dire i vari Stevens, Wolff, ecc. La difesa inter­viene allora per chiedere al testimone se, secondo il suo parere, la signora Kahan era a servizio dei Tedeschi. Il commissario Battut lo esclude recisamente anche se tiene a precisare che la signora in questione era l’amante di un sottuffi­ciale austriaco. Questa precisazione fa drizzare le orecchie all’avvocato Veron, che salta su a chiedere al testimone qualche precisazione. Il poliziotto conferma la sua dichiarazione, aggiun­gendo che i Tedeschi gli avevano detto di arre­starla, tanto a loro non interessava minima­mente. Così esclude qualsiasi intervento di Petiot nel compromettere la signora Kahan o qualsiasi relazione dei vari Stevens e Wolff con la Gestapo. In sostanza tutte le persone che Petiot si sforzava di far passare come agenti della polizia segreta non erano altro che povere vittime innocenti cadute in una tela di ragno. Il commissario Battut esclude parimenti qual­siasi relazione di Yvan Dreyfus con la polizia tedesca, benché debba ammettere che l’ebreo aveva accettato, in sede d’interrogatorio della polizia stessa, di far arrestare Petiot e i suoi collaboratori.

Quanto all’imputato, il suo comportamento è decisamente strano. Quell’udienza gli ha portato l’umore alle stelle e domina con occhi trionfanti la sala. Floriot a sua volta bombarda di domande il testimone, chiedendo al commissario se per caso avesse fatto vedere ai familiari delle vit­time i bagagli che erano loro appartenuti.

Alla risposta negativa Floriot finge sdegno e perplessitĂ , poi conclude con un brusco : « Mi sembra, tutto sommato, che il vostro modo di procedere riveli una certa superficialitĂ . » Al che il commissario ribatte seccato : « Avvocato, non ho certo come voi 12 segretari per preparare i miei incartamenti… »

« Mi consta però che voi abbiate 12 ispettori alle vostre dipendenze » replica Floriot.

Petiot caccia il suo becco nella schermaglia, chiedendo a bruciapelo al poliziotto : « E lei mi saprebbe dire quanti patrioti sono stati conse­gnati dalla polizia francese ai Tedeschi e quanti di loro sono stati in seguito fucilati? ».

Il poliziotto avvampa di rabbia e rifiuta di rispondere; Petiot sarcastico aggiunge : « Cer­tamente, sarebbero troppi! ».

Finalmente il presidente si riscuote dal suo torpore e cerca di far tacere l’imputato, mentre l’avvocato Véron, costernato, domanda chi è, in quell’aula, il vero imputato.

La deposizione del commissario è giunta ormai alla fine. Dopo di lui sale sul banco dei testimoni un altro poliziotto, l’ispettore Pascaud.

L’avvocato Floriot comincia a tartassarlo in particolare sopra il contenuto della valigia contrassegnata col numero 34, valigia apparte­nuta al defunto dottor Braunberger. L’ispettore Pascaud deve confessare di non avere la minima idea di che cosa ci fosse dentro. PiĂą precisa è invece la deposizione dell’ispettore Casanova, che testimonia su due cadaveri fatti esumare nella foresta di Marly. Si tratta delle spoglie di due agenti della Gestapo, un certo Auger e Fauvel, nome quest’ultimo che, come quello del collega, era stato citato da Petiot a proposito di collaborazionisti assassinati dal suo gruppo di resistenti. L’ispettore Casanova aggiunge però che i due figuri erano stati eliminati du­rante un regolamento di conti avvenuto fra loro e le altre spie francesi al servizio del dottor Berger…

L’ispettore Casanova è l’ultimo dei poliziotti. Il testimone successivo veste anche lui l’uni­forme, ma quella di paracadutista. E’ il capitano Boris. Viene a testimoniare a favore della vittima più calunniata, Yvan Dreyfus, da lui conosciuto nel campo di Compiègne :

« Era tutt’altro che una spia » dice. « Anzi devo aggiungere che ha reso grandi servizi al movi­mento partigiano e che godeva della stima di tutti, proprio quando i doppiogiochisti e le spie formicolavano un po’ dovunque. »

Dal canto suo tiene a sottolineare che non ha mai sentito parlare del gruppo di resistenza del dottor Petiot e alza addirittura le spalle all’udire quel nome stranissimo : Fly-Tox. Petiot ribatte che la sua organizzazione era troppo indipen­dente per poter aver contatti con le centrali clandestine dirette da Londra…

L’avvocato Veron coglie l’occasione per schiac­ciare l’imputato : « Eppure solo da Londra poteva venire il plastico! Voi che affermate di avere compiuto attentati, mi sapete dire dunque in quale modo ve ne sareste procurato?. »

« L’ho avuto da un paracadutista che mi ha aiutato » replica l’accusato con tranquilla disinvoltura.

« Ebbene — interviene il capitano Boris — ero il capo del servizio paracadutaggi, e proprio a Londra; quindi lo conosco senz’altro; come si chiamava? ».

« Petiot, bofonchia imbarazzato che non lo sa; quel paracadutista non gli ha mai voluto confidare le proprie generalità, senza contare che a quest’ora doveva già trovarsi da tempo in Corsica o più probabilmente essere morto suicida.

L’affermazione è tale che l’intera sala scoppia in una risata collettiva. Petiot si arrabbia, insiste, cerca di spiegare, ma si ingarbuglia sempre di piĂą, specie quando gli viene chiesto da chi o da quale organizzazione i suoi accoliti ricevevano le armi…

Con il testimone successivo la scena cambia. Costui è un coltivatore, un certo Hotin, che viene a raccontare la storia confusa di un matri­monio finito male. Tutto ciò semplicemente per dire che un bel giorno ha lasciato i campi e, fatte le valigie, se ne è venuto a Parigi alla ricerca di sua moglie, la quale era venuta a sua volta nella capitale qualche giorno prima per consul­tare il dottor Petiot. Della moglie del colti­vatore non si seppe mai più nulla. Dal canto suo il marito non si era mai azzardato a bussare alla porta del medico, né fece mai le ricerche neces­sarie. Siamo in pieno romanzo balzachiano.

L’ultima deposizione della giornata rappre­senta una vera fotografia di quella che doveva essere la vita nel paesino in cui Petiot aveva cominciato la carriera come medico condotto. Dalle parole del teste, un capitano di gendarme­ria, il quadro si arricchisce di tutti i necessari particolari. In quel paese tranquillo di Ville- neuve-sur-Yonne, Petiot era venuto a portare lo scompiglio, specie quando era riuscito a farsi eleggere sindaco, cosa che al capitano non era andata affatto giù; anzi dentro di sé cova ancora una sorta di rancore nei riguardi di quell’uomo che se ne infischiava del regolamento, che si comportava come un avventuriero senza scru­poli e che infrangeva a ogni pie’ sospinto le regole del codice della strada. L’elenco minu­zioso e preciso delle contravvenzioni cagiona un senso di malessere di fronte al mucchio di 27 cada­veri che rappresentano il vero oggetto del pro­cesso. Per giunta il testimone è di una medio­crità senza uguali, il che permette all’avvocato difensore di trattarlo, più che con disprezzo, con commiserazione.

La settimana seguente si riapre il processo sospeso per la festività. Una festività che ha rappresentato per tutti la possibilità di meditare in silenzio sugli avvenimenti e di fare il punto sulla situazione. L’ossessione di quelle ore inin­terrotte di udienza, il viso tormentato di Petiot, gli occhi febbricitanti dell’assassino, fan si che quest’ultimo sia presente nella memoria e nel­l’animo di ognuno.

Nel corso di questa seconda settimana, piuttosto che met­tersi dalla parte di un giurato per esaminare il dipanarsi del processo, converrebbe vestire i panni di un cronista, di uno di coloro che ogni sera si sforzano, pur vincolati da esigui limiti di spazio, di dare ai lettori un’immagine quanto più fedele possibile del processo e dei suoi protagonisti. Questo cronista ha ascoltato anche lui la lettura dell’atto di accusa. Sa bene che la giustizia umana rimprovera all’imputato ben ventisette assassinii e che considera come prove determinanti di colpevolezza :

  • i resti umani di rue Lesueur, anche se lo stato avan­zatissimo di decomposizione ne ha reso pressochĂ© impossibile l’identificazione ;
  • le valigie che, come è noto, sono state trasportate da rue Lesueur a Courson, valigie indiscutibilmente apparte­nute alle povere vittime ;
  • il modo come si è comportato l’imputato. Inconte­stabilmente è stato lui a proporre alle vittime di emigrare clandestinamente nella Francia libera ed è in casa sua che sono stati trovati i resti calcificati ed è ancora da casa sua che sono partite le valigie.
  • In altre parole ci sono tutte le prove possibili e immagina­bili e si potrebbe aggiungere che manca unicamente la confessione dell’imputato perchĂ© la sentenza venga pro­nunciata. Purtroppo però non è che manchi una vera e pro­pria confessione ; anzi ce ne sono parecchie a cominciare dal fatto che lo stesso accusato rivendica non 27 assassinii ma ben 63… E tuttavia è una confessione questa piĂą che singo­lare, posto che se si chiedesse al Pubblico Ministero come Petiot ha ucciso non vi sarebbe alcuna risposta, dai momento che l’imputato ha sempre conservato il piĂą rigoroso mutismo a questo riguardo. I giornalisti come i giurati hanno poi assistito a un lungo interrogatorio, la cui sintesi potrebbe essere fatta nel modo seguente : l’elenco dei ventisette scom­parsi si divide in due gruppi :
  • Le vittime che l’imputato nega di aver ucciso o alla cui scomparsa si dichiara estraneo. Abbiamo giĂ  detto che in questo elenco sono compresi i nomi delia signora Hotin, della signora Khait e di Van Bever ; del dottor Braunberger, del pellicciaio Guschinov, della famiglia Kneller : nomi questi ultimi che Petiot rifiuta di vedere elencati fra le vittime. Per lui anzi quelle persone sono vive, sane e salve in qualche parte del mondo.
  • E’ vero che per questi ultimi, se Petiot non può fornire alcuna prova del fatto che siano emigrati nell’America del Sud, neanche l’accusa può dimostrare che siano veramente deceduti (ricordiamo che i resti calcificati sono irriconosci­bili).
  • Poi c’è il gruppo di coloro la cui morte Petiot rivendica come merito patriottico, quelli che in sostanza sarebbero stati agenti al soldo tedesco o doppiogiochisti. In questo gruppo vi sono i quattro malviventi e le loro cinque amiche, lo sventurato Dreyfus, gli Stevens, i Wolff, i BasCh, gli Anspach.
  • Riesce veramente arduo pensare che vi possano essere attenuanti alla colpevolezza di un uomo che da solo ha deciso di sopprimere o far sopprimere diciannove persone conside­randole semplicemente dei traditori. Non dimentichiamoci però che il processo si svolge nel 1946, vale a dire a guerra finita e che sotto il nome magico di resistenza luccica l’epo­pea dei combattenti ; ed è proprio su questo punto che fa leva abilmente la difesa, la quale tenta di far apparire agli occhi dei giurati l’imputato sotto una duplice veste : da un lato di capo di un gruppo di resistenti incaricato di soppri­mere i traditori, dall’altro di individuo che si prodiga per fare emigrare clandestinamente persone compromesse agli occhi degli occupanti tedeschi. L’accusa da parte sua tende a dimostrare che Petiot è un volgare criminale, basandosi soprattutto su due costatazioni precise e cioè che n il dottore nĂ© il suo fantomatico gruppo di resistenti sono stati mai conosciuti negli ambienti della Resistenza e che, fatto basi­lare, i nomi delle vittime non erano affatto fra gli apparte­nenti agli informatori dei Tedeschi. Senza per questo voler anticipare i risultati del processo e senza fare necessariamente delle considerazioni che possano in qualche modo influen­zare l’opinione del lettore, si può tuttavia rilevare che in tutte le udienze chi domina, con la sua personalitĂ , è proprio lui, l’accusato. Il suo piglio autoritario, la sua eloquenza, la sua carica magnetica e quasi ipnotica in maniera davvero inquietante, il suo ingegno innegabilmente fervido gli per­mettono di farsi sentire in ogni momento. Come se ciò non bastasse, si è assicurato l’aiuto di uno degli avvocati piĂą brillanti e piĂą metodici, di fronte al quale fanno ben magra figura quelli della parte civile e il Pubblico Ministero decisamente inferiore al compito. In piĂą c’è da aggiungere la paurosa inefficienza del presidente, la cui mancanza di auto­ritĂ  è davvero sconcertante.

(omissis)

Sono le 23, 55 (del 4 aprile 1946. Ndr) quando i giurati tornano in sala. « Si riapre l’udienza » dice il presidente Leser. Quanto a Petiot, il quale, richiesto — subito dopo l’arringa di Floriot — se avesse qualcosa da dire, aveva semplicemente risposto d’essere Francese, d’aver assassinato dei confidenti della Gestapo e di rimettersi quindi alla decisione dei giurati, adesso se ne sta, in un silenzio impressionante, muto e in attesa.

Il cancelliere Wilmès legge la risposta dei giurati : colpevole.

Il presidente allora scandisce le parole :

La Corte condanna Marcel Petiot alla pena capitale… »

Un fremito percorre il pubblico. Petiot, che ha ascoltato senza scomporsi le parole del cancelliere, cerca fra il pubblico qualche viso amico e s’imbatte nel viso di sua moglie, la quale lo guarda attonita; a lei rivolge l’ultimo grido :

« Mi devi vendicare. »

Adesso Petiot viene portato via e lentamente la confusione si va spegnendo mentre la sala si svuota. I giurati se ne vanno, le mascelle contrat­te, il viso impenetrabile. La Corte deve ancora decidere l’ammontare dei danni economici da liquidare alle parti lese :

100 000 franchi alla signora Guschinov

50 000 alla famiglia KhaĂŻt

700 000alla signora Braunberger

100 000alla famiglia di Paulette Grippay

10.000 a quella di Piereschi

50 000 per Gisèle Rossmy

80 000 per gli Anspach

880 000 per la vedova di Yvan Dreyfus.

Termina così il processo Petiot. Il 15 maggio il ricorso in Cassazione è respinto. Il 25, l’avvocato Floriot entra nella cella di Petiot alla Santé e lo sveglia : sono solo le 4,45. Il giorno è appena una luce livida sui tetti di Parigi.

« La vostra domanda di grazia è stata respinta » dice il Pubblico Ministero Dupin. Il condannato, perfettamente calmo, si veste lentamente, scrive due lettere su carta portata dall’avvocato Flo­riot, e gliele consegna. L’avvocato Floriot resterà vicino al condannato fino agli ultimi minuti di vita. Petiot rifiuta i conforti religiosi e s’avvia assieme al corteo che nel frattempo si è formato : c’è il giudice istruttore Goletty, c’è anche il dottor Paul. Davanti al patibolo le ultime parole di Petiot saranno :

« Voltatevi dall’altra parte, signori : non è bello da vedere. »

Il dottor Paul dirà, qualche tempo dopo : « Ho assistito a numerose esecuzioni, ma non ho mai visto un condannato dimostrare un così profondo disprezzo per la morte. »

L’ultima pennellata su un quadro ormai per­fettamente delineato. Petiot dimostra davvero un coraggio unico nel disprezzo della vita, di quella degli altri come della propria; è questo coraggio che ha suscitato l’ammirazione di quanti l’hanno conosciuto nelle prigioni di Fresnes…

Più di venti anni dopo, il processo Petiot non lascia adito a dubbi. Qualsivoglia difetto abbia avuto la pubblica accusa, qualunque sia stata la smagliatura del dossier che lo concer­neva, certo si è che l’ex sindaco di Villeneuve-sur-Yonne commise davvero ventisette delitti. Le uniche questioni, gli unici dubbi, le sole domande, riguardano i motivi, i fatti. Quello che riesce inspiegabile è come, fra le mille occupa­zioni del suo studio medico, Petiot abbia potuto architettare per ventisette volte i tranelli atti a trascinare la vittima nella sua ragnatela, l’abbia potuta persuadere a venire nella famigerata rue Lesueur, le abbia potuto fare l’iniezione che avrebbe dovuto ucciderla, (è certo che questo fu il sistema adottato), l’abbia potuta spogliare, fare a pezzi, occultarne le spoglie, dare una sistemazione ai suoi effetti personali e ritornare in rue Caumartin, dove lo attendevano sua moglie e i suoi pazienti. In una Parigi in guerra, servendosi soltanto di una bicicletta, dovette impiegare un’energia demoniaca. Ma tutta la sua vita dimostra che ciò fu possibile. In ogni circostanza Petiot è sempre riuscito a dominare le situazioni.

Basti pensare ai suoi studi, fatti da solo, a quella laurea strappata in un tempo record, a quel lavoro accanito come solo piĂą medici messi insieme avrebbero potuto fare. Incre­dibile poi anche il controllo dei propri nervi in ogni momento. Non soltanto potè condurre una doppia vita senza mai tradirsi, nĂ© con la moglie, nè col Aglio, nè col fratello, nè con gli amici, ma riuscì anche a dissimulare la propria seconda vita agli stessi compagni di cella, che gli erano sempre vicini, giorno e notte. Nessuno ha mai potuto scor­gere in lui un solo gesto che facesse sospettare un passato diverso da quello che voleva far vedere. Infine Petiot dimo­strò una vera soprannaturale capacitĂ  di persuadere il prossimo per tirarsi fuori dai pasticci in cui si era cacciato. Le sue vittime non furono soltanto delle povere donne sole, ma furono dei lestofanti che ne sapevano una piĂą del dia­volo, furono professionisti dal notevole grado di cultura, per non parlare di coloro che, ammaliati dalla personalitĂ  di quest’uomo, gli concessero d’esercitare nel « IX arrondissement », nonostante avesse giĂ  due multe per traffico di stupefacenti. E mille casi del genere. Certo la veritĂ  su Petiot è nelle parole di Floriot : « Non si tratta di un uomo qualun­que, dotato delle qualitĂ  che ognuno di noi potrebbe avere. » E’ chiaro. Il mondo ha conosciuto in Petiot un vero genio che, in assenza di ogni valore morale, si è dato al crimine in tempi eccezionali in cui morire era un fatto di tutti i giorni, in cui uccidere era lavoro quotidiano. Senza la guerra o l’occupazione tedesca, Petiot non avrebbe mai fatto una carriera siffatta, ma si può pensare che sarebbe diventato un personaggio fuori del comune in altri campi che non il delitto sistematico…

 


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Invito tutti a non inviarmi più libri in lettura. Per mancanza di tempo, e dall'11 novembre 2013 anche di salute, non posso più accontentare nessuno. Così pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Chiedo scusa.
Bart