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STORIA: Il processo a Oscar Wilde (Dublino, 16 ottobre 1854 – Parigi, 30 novembre 1900)

14 Maggio 2019

(da “I grandi processi della storia” – edizioni di Crémille – Ginevra 1971)

Un uomo grande e grosso, dal colorito pallido, con dei grandi denti, lunghi, giallastri e ineguali, due occhi azzurri con pagliuzze dorate, capelli ricciuti di color bruno, un idolo della società definito da Lady Colin Campbell un « grosso bruco bianco » : Oscar Wilde.
Contro di lui verrà scatenata, sul finire dell’otto­cento, una vera e propria crociata per distruggerlo come uomo, ridicolizzarlo come artista, cancellarlo come cittadino, e tutto questo per tante ragioni inconfessate che però si ammantavano di una ban­diera, quella della morale pubblica : sì, perché Oscar Wilde era omosessuale…

(omissis)

La morale vittoriana si reggeva soprattutto sopra la condizione di ancella della famiglia sostenuta dalla donna. Questa morale così rigorosa, che farà nascere una ridda di caricature e di satire (si pensi all’opera della Gaitskell…), aveva il rovescio della medaglia : la prostituzione. La prostituta era per il marito della cosiddetta famiglia rispettabile inglese, più che un vizio una necessità; mai come sotto la regina Vittoria la prostituta svolse un ruolo sociale. A ben vedere, sfogliando le pagine delle cronache del tempo, i libelli scandalistici, le minute delle critiche e delle cause, che cosa si scopre? Che non vi era persona rispettabile che non frequentasse assidua­mente queste donne il cui vero ruolo nella società di fine secolo, segnatamente in Inghilterra e in Francia, è ancora tutto da… rivalutare. Non sembri un comodo paradosso. Nel caso di Wilde, questo esteta potrà dir grazie proprio a loro se verrà condannato, se cioè la polizia riuscirà a mettere le mani sulle prove che porteranno alla sua condanna. E’ vero, queste prove vennero raccolte per conto di Lord Queensberry, ma Carson non avrebbe mai e poi mai potuto mettere al muro il suo vecchio compagno di scuola se non gli avessero dato in mano carte formidabili che, come sempre accade, venivano dallo stesso strato di bassi­fondi da cui erano uscite, larve umane laide e per­verse, i ricattatori dell’artista. Saranno infatti le prostitute, le quali vedevano nella cospicua cerchia di giovani efebi e prosseneti una concorrenza sempre più pericolosa, a dare, come vedremo, il bandolo della matassa agli inquirenti al soldo di Queens­berry… saranno ancora le prostitute a ballare, gonne al vento e capelli scarmigliati, un sabba infernale davanti all’aula del tribunale allorché si saprà della condanna dello scrittore…

Già, lo scrittore : l’odio verso chi ci disprezza è immane. E Wilde, dall’alto della sua torre d’avorio, nulla faceva per nascondere la sua superiorità nei riguardi del borghese, del ceto medio e basso… Nulla faceva per tentare di ammantare di un velo di rispettabilità (con i suoi mezzi avrebbe potuto farlo benis­simo) la sua condizione di violatore delle leggi del­l’epoca; si era messo volontariamente fuori legge e ne godeva, mostrando a destra e a manca questa sua depravazione, compiacendosi con una lucidità davvero inquietante di costruire poco alla volta tutta una filosofia, una sua concezione del mondo, un suo modo di essere e di guardare le cose che aveva alla base della piramide il rapporto omosessuale… Certi atteggiamenti che andavano dal culto del satanico e del perverso allo studio di un’eleganza sempre più raffinata, sempre più fine a se stessa, alla ricerca del bello per il bello, avranno in Wilde l’inventore.

Wilde : una vittima coronata di lauro…

Scriverà il 2 dicembre 1896 al suo amico Ross :

« … sono seduto su di un banco di legno in una cella di prigione. In ogni tragedia umana vi è un che di grottesco. Voi siete perfettamente al corrente del grottesco che vi è nella mia. Non crediate che sia indulgente nei miei confronti : mi maledico giorno e notte per la follia di aver permesso a un fattore di dominare la mia esistenza. Se ci fosse un’eco in queste mura udrei ripetere giorno e notte : « Insensato! » Sono davvero vergognoso per i tipi di amici che ho frequentato… Dimmi chi frequenti e ti dirò chi sei… è il parametro secondo il quale si misura l’uomo… e provo davvero l’umiliazione della vergogna per qualcuna delle mie amicizie… di quelle di cui potete leggere la deposizione al mio processo. Per me è una sorta di quotidiana umiliazione mentale. A certe, peraltro, non penso mai; non mi tormentano e si rivelano di nessuna importanza… A dire il vero la mia tragedia sembra essere grottesca e nulla più. Dato che come conseguenza di essermi cacciato nella trappola e nella più infetta sfera delle malebolge, io mi trovo fra Gilles di Rais e il marchese di Sade… » (è alquanto curioso questo paragone che Wilde fa fra sé e il terribile Gilles, signore di Tiffauges e di Pouzauges, compagno di Giovanna d’Arco nella campagna contro gli inglesi, processato per aver corrotto e trucidato decine e decine di giovani vittime con le quali aveva praticato il vizio contro natura…).

« In certi posti nessuno, salvo i pazzi, ha il permesso di ridere e anche nel caso dei pazzi si tratta di un’in­frazione al regolamento; altrimenti io stesso potrei riderne… Per il resto non lasciate alcuno nel sospetto che io attribuisca ad altri dei motivi poco nobili. In realtà nella vita non vi è “motivo” nel senso vero e proprio della parola; il motivo è un vezzo intellet­tuale. Nella vita c’è la passione, ed è la passione che diviene una divinità che richiede le sue vittime e, nel caso mio, la vittima è una persona dal capo coronato di lauro… »

Una vittima coronata di lauro e, inoltre, davvero una personalità straordinaria. Robert Ross, al quale la lettera era, come abbiamo detto, indirizzata, scriverà di lui che da tutto il suo essere trapelava un fascino magnetico; questo magnetismo, impos­sibile a spiegarsi a chi non lo conobbe o comunque lo frequentò, era soprattutto il frutto delle sue parole, della sua conversazione. Simile alla diabolica ed affascinante sirena che incanta gli incauti marinai, Wilde riusciva con la sua presenza a risolvere le situazioni più imbarazzanti per lui grazie al proprio innegabile fascino; il « bruco bianco » era in realtà un vero pifferaio di Hamelin… E sarà per questa ragione che molte donne correranno dietro questo omosessuale; Ellen Terry, Sarah Bernardt, Geneviève Ward, Lady Lonsdale, Lily Langtry, Lady Bancroft… tanto per citare le più famose e per lasciare da parte quella che più di tutte gli fu accanto e che vide in lui il marito irreprensibile e il padre esem­plare e cioè sua moglie, Constance Mary Lloyd, sposata nel 1884. Anche se questa dolce creatura dai grandi occhi e dal collo di cigno, la bocca un po’ grande e i capelli ricciuti, proveniva da una famiglia più che borghese addirittura puritana, anche se mai e poi mai volle sottoscrivere tutte le accuse che distruggeranno l’uomo che l’aveva sposata e dal quale aveva avuto due figli, Cyril e Vyvyan, tuttavia ebbe la forza di essergli sempre accanto come sostegno morale e spesso finanziario lino alla sua precoce morte, avvenuta prima di quella del marito.

Ma era soprattutto una voce, quella di Wilde, che incantava subdolamente i giovani e segnatamente attirò un Lord il quale per conto suo aveva già una certa inclinazione alle amicizie maschili, Lord Alfred Douglas, un giovane biondo, bellissimo, anzi troppo bello, la cui bellezza verrà perfino sottolineata da Shaw che parlerà degli inconvenienti che un simile aspetto poteva procurare a un uomo, al quale poco si addice Tesser dotato di « venustà floreale » (queste le parole che usò il celebre drammaturgo…). E con l’amicizia di Lord Alfred capiteranno sulla testa di Wilde i guai peggiori. Lord Alfred Bruce Douglas era stato educato a Winchester e al Magdalen College di Oxford. Nato nel 1870 (morirà nel 1945), aveva conosciuto Wilde quando questi almeno da cinque anni praticava già impenitentemente l’omosessualità. L’incontro fra i due avvenne nel 1891, quando Dou­glas quindi era poco più che ventenne. Testimonie- ranno di questo sodalizio, che doveva durare piuttosto a lungo, gli scritti del Lord (figlio del marchese di Queensberry) e cioè la sua autobiografia, pubblicata nel 1929, il libro « Without Apology » del 1938 e « Oscar Wilde », del 1940… Da parte di Wilde c’era poi stata una corte in piena regola : inviti a pranzo e a cena, gite in barca, e valanghe di scritti (lettere, telegrammi, bigliettini…) che faranno arricciare il naso ai giurati, tanto il loro tono era quello del fervente innamorato e rifletteva gli umori dell’amante ora sulla cresta dell’onda ora nel baratro della più nera depressione…

(omissis)

9 marzo 1895. La sala delle udienze straripa di folla; richiamati dalla notizia del processo i londinesi sono accorsi a frotte per vedere come se la caverà l’idolo del mondo bene. Accade perfino, tante sono le persone accalcate nel breve spazio, che Wilde non riesca neppure a prendere posto. L’udienza è tuttavia breve. Questa volta Wilde ha scelto come difensore Sir Edward Clarke, mentre Queensberry si è trovato l’avvocato Carson, l’ex compagno di scuola di Wilde, dublinese anche lui come il querelante. Il presidente — dopo una diatriba giuridica fra le due parti — invita gli avvocati a trovare una soluzione amiche­vole; poi, dietro richiesta da parte di Queensberry di domanda riconvenzionale, rinvia il dibattimento.

La domanda riconvenzionale modifica, è ovvio, l’intera fisionomia della causa; l’accusatore, Wilde insomma, è costretto a provare che l’accusa mossagli in quel bigliettino di visita è falsa, mentre il quere­lato, Queensberry, ribadendone la fondatezza, deve addurre le prove che quello che ha affermato è rigo­rosamente vero ; in sostanza i ruoli si invertono. Il rinvio quindi alla Corte criminale, il cosiddetto Old Bailey, è pienamente giustificato. Di fronte all’ Old Bailey Wilde comparirà mercoledì 3 aprile. Presi­dente Henn Collins.

Vediamo dunque da vicino la composizione di questa corte. Presidente, abbiamo detto ora, Henn Collins. Il marchese di Queensberry è difeso dal già nominato Carson, mentre Wilde da Sir Edward Clarke. Carson è assistito dagli avvocati C. F. Gill e A. Gill, mentre Clarke è coadiuvato da Charles Mathews. Dopo le consuete formalità ecco Clarke parlare per più di un’ora. Clarke non è un novellino, è uno dei nomi più prestigiosi del foro inglese, ma probabilmente non si è reso perfettamente conto della complessità di una simile difesa né della vulnerabilità del suo cliente. Tutti i suoi sforzi sono tesi a dimo­strare l’assoluta moralità di un’opera come il Dorian Gray quando in realtà si tratta di ben altro. E che si tratti di ben altro lo dimostrerà Carson, che pure proveniva da un « settore » diverso, il quale condurrà in porto il più strepitoso controinterrogatorio della giustizia inglese sulla fine dell’ottocento; un controin­terrogatorio sulle prime apparentemente incerto, ma che rivelerà poco dopo tutta la sua pericolosità. Questo controinterrogatorio è stato stenografato da John William Lehmann e da Ebenezer Howard (dato che non esisteva allora il verbale). A questo resoconto stenografico si atterranno tutti i successivi commentatori del processo, da Pacq a Hyde…

Occorrerebbe adesso aprire un’appropriata parentesi per chiarire meglio alcuni fatti che sono argomento dell’interro­gatorio. In primo luogo il biglietto cui Wilde fa riferimento, quello per intenderci datogli dal portiere dell’Albemarle Club, non era altro che un biglietto da visita intestato allo stesso marchese di Queensberry e da lui lasciato nella porti­neria del club; su di esso il marchese aveva scritto queste parole : « A Oscar Wilde che assume atteggiamenti da sodo­mita. » Era l’ultimo tentativo che il focoso e battagliero marchese compiva per allontanare il Aglio Douglas dalle grinfie e dal fascino del letterato Wilde. Diciamo l’ultimo in ordine di tempo, perché ne erano già stati fatti infiniti altri e tutti rimasti senza esito. Il fondatore dell’Amateur Athletic Club, autore delle regole di boxe che vanno sotto il nome appunto di Queensberry Rules, (da qui l’accenno che farà Wilde nel corso del suo litigio con il marchese…) aveva, visto l’insuccesso di persuadere direttamente il letterato a lasciare che il figlio andasse per la propria strada, scritto a tutti i parenti sforzandosi di mettere in pessima luce la figura di Wilde. E ciò aveva fatto, pur essendo perfettamente conscio che i suoi rapporti con il resto della famiglia erano davvero pessimi. Il tentativo del divertente biglietto da visita era, cosi, un « ballon d’essai » per cercare di far uscire allo scoperto Wilde. Costui riceverà il biglietto dalle mani del portiere il 26 febbraio 1895 (allorché si accingeva ad entrare nel Club in compagnia della moglie). Non poteva quindi non reagire, ancorché il suo avvocato e gli amici ai quali aveva confidato le sue ire lo sconsigliassero nel modo più reciso di fare qualsiasi azione. Il bigliettino era stato per giunta infilato dal portiere stesso in una busta : ergo aveva avuto modo di leggerlo e di farlo (figuriamoci se se ne sarebbe lasciata scappare l’occasione !) circolare fra il resto del personale del Club ove Wilde e la sua consorte erano, ovviamente, fra i più conosciuti… Si rientrava cosi nel tipico caso di diffamazione, dato che la mancanza di riservatezza della comunicazione rendeva praticamente visibile a terzi l’accusa di cui si faceva oggetto nel biglietto. Restava quindi da provare che tale accusa rispondesse a verità, ma Wilde, reagendo così bruscamente, si gettava automaticamente nel centro della tela abilmente tessuta dai marchese di Queensberry. Basti sottolineare, infatti, che il 2 marzo 1895 aveva già deposto dinanzi al tribunale di Maiborough Street, sempre beninteso a Londra, una querela in piena regola contro il marchese, accusato di avere divulgato frasi diffamatorie nei confronti di Wilde e di sua moglie. Il problema era appunto 11 : nella divulgazione delle accuse. E tuttavia se Wilde avesse, poniamo, aperto ii biglietto e letto il contenuto sorridendo o facendolo seguire da una grassa risata, la cosa avrebbe potuto benissimo passare per un’ennesima puntata volgarmente polemica del marchese, dato che la persona di Wilde poteva anche per­mettersi di prendersi gioco di accuse così gravi e, in fondo, cosi esatte. Il voler accettare quindi il gioco del suo avver­sario lo obbligherà a dover rispondere anche a cose sulle quali sarebbe stato meglio sorvolare del tutto, vivendo il protagonista nel bel mondo artistico e culturale londinese in epoca vittoriana bigotta fino all’inverosimile per quanto riguardava le apparenze, che dovevano venire ad ogni costo salvaguardate. In fondo, infatti, la storia con il figlio del marchese durava da un bel pezzo e nessuno vietava che potesse durare senza polemiche e scandalosi interrogatori… ancora per un po’.

Ecco dunque l’interrogatorio di Oscar Wilde durante il processo intentato a Lord Queensberry (Old Bailey, aprile 1895).

« In questa faccenda io faccio la parte dell’accusa. Ho 39 anni. Mio padre, Sir William Wilde, era chi­rurgo a Dublino e presidente della commissione di censimento. E’ morto mentre io mi trovavo ad Oxford. Ho fatto i miei studi al Trinity College, a Dublino, dove ottenni una medaglia d’oro e una borsa di studio grazie ai miei lavori in greco. Dopo ebbi l’onore di poter essere ammesso al Magdalen College di Oxford ove ancora ottenni una borsa di studio per i miei lavori nelle discipline classiche, il primo premio di greco e latino e il premio Newdigate di versi inglesi. Devo aggiungere che me la cavai brillantemente all’esame, nel 1878, dopodiché lasciai Oxford, laureato. Da allora mi consacrai all’arte e alla letteratura. Nel 1881 ho pubblicato un libro di poemi e in seguito ho compiuto vari giri di confe­renze in Inghilterra e in America. Nel 1884 ho sposato la signorina Lloyd e da allora vivo con lei in Tite Street, quartiere di Chelsea, Londra natu­ralmente. Ho due figli di cui il maggiore compirà in giugno i dieci anni e l’altro, in novembre, i nove.

« Nel 1891 feci la conoscenza di Alfred Douglas, grazie a un comune amico che lo aveva condotto con sé a casa mia. Prima di allora non avevo mai avuto modo di conoscere Lady Queensberry, ma in seguito venni spesso invitato a casa sua. Conoscevo poi, fra i figli di Lord Queensberry, anche Lord Douglas di Hawick e Lord Drumlanring. Ognit anto ho avuto il piacere di avere come ospite Lord Alfred sia a casa mia sia all’Albermarle Club di cui mia moglie era socia. E’ stato con noi, Lord Alfred, a Cromer, Goring, Worthing, Torquay… Nel novembre 1892 ho pranzato in sua compagnia al Café Royal dove incon­trammo Lord Queensberry; dietro mio consiglio Lord Alfred si alzò in quell’occasione e andò a strin­gere la mano di suo padre; sapevo, infatti, che vi erano dei rapporti un po’ tesi fra i due. Allora, in seguito a quel gesto, Lord Queensberry venne a sedersi alla nostra tavola. Poi ricordo che Lord Alfred dovette alzarsi perché aveva un impegno urgente e Lord Queensberry rimase a chiacchierare con me; poi ci si scambiò alcune parole su Torquay e rimanemmo d’accordo che Lord Queensberry sarebbe venuto a farmi una visita. Purtroppo però non tenne fede alla propria promessa. Dal novembre 1892 al mese di marzo del 1894 non ebbi più modo di vederlo, ma riuscii a sapere che alcune lettere da me indirizzate a Lord Alfred Douglas erano cadute in mano ad alcuni individui ; questo accadeva nel 1893. »

« Qualcuno vi ha detto di aver trovato queste lettere? » chiede allora Sir Edward Clarke.

« Sì » risponde Wilde. « Un uomo di nome Wood mi incontrò nell’appartamento del signor Alfred Taylor e mi spiegò che aveva trovato alcune lettere in un vestito che Alfred Douglas gli aveva gentil­mente regalato. »

« Forse quell’uomo vi chiese del denaro in cambio di quelle lettere? Non credo comunque che l’abbia fatto in forma troppo scoperta. »

« Che cosa avvenne? Questo : entrando nella stanza mi disse : “Credo che d’ora in avanti avrete di me una ben triste opinione.” Gli risposi allora che sapevo come lui avesse presso di sé alcune lettere che avevo indirizzato ad Alfred, lettere che da persona corretta avrebbe dovuto restituirmi. Mi consegnò allora tre o quattro lettere che, stando a quanto mi disse, gli erano state rubate la vigilia da un certo Alien; per riaverle, lui, Wood, aveva dovuto ricorrere ai servigi di un detective. Lessi allora quelle lettere e gli dichiarai che le ritenevo senza la minima importanza. Allora tirò fuori un’altra storia : “Non sono affatto tranquillo qui a Londra” mi disse; “quell’Allen e molti altri mi minacciano. Vorrei andar­ mene negli Stati Uniti”. Gli chiesi allora come potesse pensare di trovarsi meglio negli Stati Uniti che non in Inghilterra. Mi rispose che aveva tutto l’interesse a far perdere le proprie tracce per poter così sfuggire a quel famigerato Alien. E su queste parole mi chiese del denaro. Gli donai allora quindici sterline. Le lettere erano nel frattempo rimaste sempre in mano mia. »

« Forse che, poco dopo, un uomo non se ne venne con un’altra lettera? »

« Proprio così. Un tizio si presentò dicendomi che la lettera in questione, di cui una copia era stata spedita a Beerbohm Tree, non era in suo possesso. Il nome di costui era Alien. »

« Come si svolse il colloquio? »

« Ebbi l’impressione che di fronte a me si trovasse la persona che si suole definire con il nome di ricat­tatore. Gli dissi allora : “Suppongo che veniate in merito a quella splendida lettera che scrissi ad Alfred Douglas? Se voi non foste stato così ingenuo da inviarne una copia al signor Beerbohm Tree vi avrei volentieri consegnato una grossa somma dato che la considero come una vera opera d’arte 1” Mi rispose : “Sì, ma si potrebbe anche dare un’interpre­tazione diversa, direi equivoca a questa Ietterai” Gli risposi : “L’arte è difficilmente accessibile per spiriti tarati.” Replicò : “Un tizio mi ha offerto per questo capolavoro la bellezza di sessanta sterline.” “Allora credete a me” replicai “andate da questo tale e offritegli pure il capolavoro per la somma di sessanta sterline. Mai e poi mai ho ricevuto per un pezzo di prosa di quella lunghezza una tale somma, ma sono davvero lieto che oggidì vi siano in Inghil­terra delle persone disposte a valutare una mia lettera così tanto”. Forse quell’ Alien rimase un poco inter­detto dall’accoglienza fattagli. Comunque rispose : “Quel tale non si trova a Londra.” A mia volta ribattei : “Vi verrà senz’altro” e lo consigliai nuova­mente di farsi versare la somma promessa. Allora cambiò registro e mi confessò che non aveva un soldo e che da tempo era sulla mia pista. Gli dissi allora che potevo rimborsagli le spese di… trasporto e che al più avrei potuto offrirgli dieci scellini. Allora accettò quell’elemosina e se ne andò. »

E siamo cosi giunti al centro della diatriba; al banco dei testimoni Oscar Wilde risponde alle domande che gli pone il suo avvocato Clarke; saranno queste risposte quelle che frantumerà Carson con il suo controinterrogatorio — tra­nello che inizierà non appena ultimato il fuoco di fila di Clarke. Ma è opportuno a questo punto aprire la solita parentesi. Già nel settembre del 1894 era apparso a cura del giornalista Robert Hitchens un libriccino intitolato « Il garofano verde ». In esso venivano posti sotto una luce assai caricaturale Wilde e suoi amici, servendosi di notizie di prima mano che il giornalista aveva ricavato da alcune conversazioni con Alfred Douglas da lui incontrato in un viaggio che il giovane compiva sul Nilo. E mentre Wilde, ignaro del successo che il libretto stava ottenendo nella buona società londinese che rideva come una matta alle sue spalle, proponeva addirittura all’amico Douglas un viaggetto ad Algeri (che compirà nel gennaio 1895 pochi mesi prima del processo ), Lord Queensberry preparava accura­tamente il terreno per lo scontro con il poeta che riteneva giustamente inevitabile. Non per nulla le intenzioni del marchese erano note anche ai ricattatori i quali manderanno  a lui, dietro compenso s’intende, copia delle stesse lettere sottratte al Aglio e rivendute al loro autore, cioè a Wilde appunto. Gli indirizzi di queste non eccelse persone erano poi venuti da un personaggio singolare (come si vede la storia si complica), lo scrittore Brookfield drammaturgo a tempo perso ma noto soprattutto come attore che campava con parti di secondo piano. Nonostante recitasse e avesse recitato in molti lavori di Wilde, Brookfield, Aglio di un cappellano che aveva servito a corte e di una dama della regina Vittoria, aveva piantato in asso le pandette e i codici al cui studio si era accinto per seguire le incerte sorti del teatro. Il suo capolavoro — nonostante avesse scritto nume­rose commedie — rimarrà però una parodia, quella che farà del wildiano « Ventaglio di Lady Windermere »; la parodia era intitolata « II poeta e le marionette ». Perché mai odiasse a morte Oscar Wilde non è dato sapere; certo il suo ruolo nelle accuse che portarono alla condanna del poeta non fu piccolo. In primo luogo Brookfield corruppe il custode dell’Haymarket e da lui seppe tutti i nomi e i relativi indirizzi dei giovanotti che Wilde frequentava abi­tualmente, e segnatamente dei suoi ricattatori. Che poi questi ultimi giocassero, per così dire, allo scoperto, risulta evidente dal fatto che inviarono copia delle lettere compro­mettenti per Wilde perfino al direttore del teatro Beerbohm Tree, con quale successo non è difficile immaginare. E dopo aver fornito a Queensberry tutte le notizie da lui raccolte, Brookfield, tutt’altro che pago, setaccerà a fondo la città finché scoverà una prostituta che diceva di esser stata ridotta sul lastrico dalla concorrenza dei drudi di Wilde e dei suoi amici… La cosa era troppo piccante per lasciarsela scappare e Brookfield correrà a riferirla a Queensberry. Al marchese venne quindi subito l’ispirazione di far conti­nuare le sue ricerche da un investigatore privato il quale, dopo aver tallonato la donna, le fece dire il nome del giovane che abitava a Chelsea e che Wilde era solito frequentare con più assiduità : Taylor. Detto e fatto, ottenuto nome e indirizzo, l’investigatore compie allora un vero reato, pene­trando di forza in casa Taylor (nonostante le proteste della custode che non voleva assolutamente lasciarlo passare). Qui trova un carnet quasi zeppo di indirizzi, indirizzi che capiteranno sulla scrivania dei procuratori del marchese. Cosi, grazie all’autore-attore Charles Brookfield, Carson aveva nelle sue mani, senza che Wilde minimamente sospettasse di nulla, materiale davvero esplosivo…

(omissis)

A questo punto ha inizio il controinterrogatorio di Carson. Il Carson riprende il discorso dall’età; è proprio vero che Wilde abbia trentanove anni?

« Avete ammesso di avere trentanove anni » esordisce infatti; « credo però che ne abbiate più di quaranta. Non siete nato forse il 16 agosto 1854? »

« Non ho intenzione di posare a efebo; voi avete in mano il mio certificato di nascita dove non vi possono essere date dubbie di sorta. »

« Essendo nato nel 1854 non si viene ad avere più di quaranta anni? »

« Se è così, benissimo,… Lord Alfred Douglas ha circa trentaquattro anni e doveva avere quindi venti o ventun anni allorché feci la sua conoscenza. Fino al famoso incontro di Tite Street, Lord Queensberry mi aveva sempre dimostrato della simpatia. A dire il vero poi non ricevetti quella lettera del 3 aprile nella quale Lord Queensberry manifestava il desi­derio di vedermi interrompere ogni relazione con suo figlio. Dopo la sua visita, non ho avuto poi alcun dubbio sui reali sentimenti del marchese nei miei confronti. E tuttavia nonostante la sua dichiarata opposizione la mia intimità con Lord Douglas è continuata ininterrotta fino ad oggi. »

« Non avete forse coabitato con Lord Alfred Dou­glas in molte località? »

« Sì. »

« A Oxford, a Brighton, numerose volte, a Worthing? »

« Sì. »

« Non avete mai fatto riservare delle camere per lui? »

« No. »

« Vi siete trovati insieme in altri luoghi? »

« Sì. A Cromer e Torquay. »

« … e in molti alberghi di Londra, nevvero? »

« Sì, in quello d’Albermarle Street, in un altro a Dover Street e al Savoy. »

« Avete poi anche affittato un appartamento per voi, oltre naturalmente a quello che abitate in Tite Street? »

« Sì, ai numeri 10 e 11 di Saint James Place. Ho mantenuto quest’appartamento dall’ottobre 1893 fino al marzo 1894, per la precisione. Lord Alfred ha poi abitato un altro appartamento nelle vicinanze di Piccadilly. Molte volte mi sono poi recato all’estero con lui, e anche ultimamente, a Montecarlo. Circa poi i miei lavori letterari non è a Brighton, all’indi­rizzo di King’s Road al 20, che ho redatto il mio articolo per il Chameleon. Ho fatto già osservare che in questa rivista sono anche comparsi degli articoli di Lord Alfred Douglas che non furono redatti a Brighton. Lord Alfred me li aveva fatti vedere. Li avevo giudicati assai favorevolmente, dei veri poemi. Uno di essi era intitolato Elogio della vergogna e l’altro I due amori. »

« In quest’ultimo di parlava di due giovani? »

« Sì. »

« Se non vado errato uno definisce il proprio amore l’amore vero e l’altro parla invece del suo come di una vergogna, o no? »

« Sì. »

« Non pensate forse che una simile classificazione avrebbe potuto evocare delle immagini sconvenienti? »

« Proprio no. »

« Avete letto anche Il prete e il chierichetto? »

« Sì. »

« Non vi sembra per caso che questa storia sia indecente? »

« Dal punto di vista letterario è veramente inde­cente, un obbrobrio. Non è certo di quelle sulle quali possa cadere l’occhio del letterato. Un’opera d’arte si giudica dal modo con cui è stato scelto il soggetto, dalla maniera con cui lo si è svolto, ecce­tera. Considero invece che il modo con cui è stata condotta la novella è davvero indegno e che il soggetto non lo sia di meno. »

« Credo di capire dunque che secondo voi non esiste il libro che si possa definire immorale, vero? »

« Sì. »

« Devo quindi arguire che II prete e il chierichetto non è un’opera immorale? »

« E’ assai di peggio. La storia è stata scritta con i piedi, monotona, traballante, e così via… »

« Non è forse la vicenda di un vicario che ama un chierichetto che lo serve all’altare e che viene poi scoperto dal curato proprio in camera con il fanciullo, tanto da far nascere un grosso scandalo? »

« Ho letto la novella una sola volta, nel novembre scorso, e niente mi spinse a rileggerla. Non l’ho apprezzata e non ci trovai, ricordo, alcun interes­se. »

« Ritenete dunque che questa novella sia blasfema? »

« Ritengo unicamente che essa abbia violato tutte le leggi dell’estetica e dell’arte… »

« Non la ritengo una risposta. »

« E’ la sola che io possa darvi. »

« Desidererei invece avere una precisa idea del vostro parere su questo punto… »

« Non credo che dovreste metterla su questo piano… »

« Non mi sembra di aver detto nulla di particolare. Ho semplicemente chiesto se voi trovate la storiella blasfema. »

« Mi ha riempito di sommo disgusto; la fine è del tutto falsa… »

« Vi prego, signore, di rispondere alla mia domanda. Considerate voi, sì o no, la vicenda blasfema? »

« Non la considero tale, bensì disgustosa… »

« E’ precisamente quello che desideravo sapere. Vi ricordate che allorché il vicario somministra del veleno al chierichetto recita le parole dell’offerta sacramentale? »

« Mi ero completamente dimenticato di questo particolare. »

« Considerate questo particolare come blasfemo? »

« Lo considero un dettaglio ignobile. L’aggettivo blasfemo non entra nel mio vocabolario. »

Allora il Carson lesse il seguente estratto dalla novella II prete e il chierichetto :

« Poco prima della consacrazione il prete tira fuori dalla tasca della sottana una fiala minuscola, la benedice e versa il contenuto nel calice. E quando viene il suo momento di bere ne fa l’atto senza però bagnarsi le labbra. Amministra il santo sacramento al fanciullo e dopo aver afferrato il pesante calice rilucente d’oro e di pietre preziose fa per porgerlo al chierichetto; ma il suo viso emana una bellezza così pura che si volge bruscamente verso il crocifisso gemendo; per un momento gli è mancato il coraggio; infine si volge di nuovo al chierichetto tendendogli il calice e dicendo : “Che il sangue di Gesù Cristo versato per te conservi nel tuo corpo e nella tua anima la vita eterna…”. »

« Approvate allora codesto linguaggio? » chiede dopo la lettura del brano, davvero singolare, il Carson a Wilde; ma questi pare irremovibile, cocciuto nelle sue posizioni; ed è anche spiegabile; dell’estetica ha fatto la ragione della sua vita, si è battuto per essa a spada tratta; per le dure discussioni sull’arte per l’arte sostenute per giorni e notti interi al collegio o di fronte ai professori, ha dato tutto sé stesso. E’ l’unico argomento che abbia mai avuto il potere di appassionarlo a fondo. Come sua madre » Spe­ranza » si gettava a corpo perduto per la difesa dell’Home Rule, così il figlio si è sempre buttato allo sbaraglio allorché si è trattato di difendere i valori dell’estetica… la religione è sempre stata per lui anche un fatto… estetico; rinunciare a queste tesi, ora, sarebbe un fatto imperdonabile, e così risponde all’insidiosa domanda del Carson:

« Lo considero disgustoso questo linguaggio e privo di senso!  »

« Spero che voi ammettiate che chiunque fosse consenziente con il contenuto di un simile articolo potrebbe essere considerato lui stesso un immo­rale. »

« Non credo affatto che qualche collaboratore della rivista l’abbia approvato. Ciò dimostrerebbe un pessimo gusto in fatto di letteratura. Tutto il racconto, nel suo complesso, mi pare indifendibile. Non ho però preso alcun provvedimento, intendo dire per manifestare la mia disapprovazione alla rivista, considerando anche la mia dignità di uomo di lettere e quindi la non convenienza d’occuparmi degli scritti di un giovane studente di Oxford. So peraltro che la rivista è stata distribuita all’Università; a mio avviso un libro o un’opera d’arte, però, non ha mai intaccato in alcuna maniera la morale. »

« Ho ragione di dire che voi ritenete impossibile che un’opera letteraria possa spingere all’immo­ralità? »

« Proprio così; non credo affatto a un’influenza di tal genere. »

« Per tornare all’opera vostra voi vi atteggiate in essa a uomo che sprezza la moralità o l’immo­ralità? »

« Non capisco esattamente il significato di quel “vi atteggiate”… »

« Beh, è una delle mie espressioni favorite… »

« Comunque sia non ho atteggiamenti di sorta. Scrivendo un brano o addirittura un libro non faccio che della letteratura, vale a dire dell’arte. Non cerco di fare né del bene, né del male, ma mi sforzo di creare un’opera che contenga in sé gli elementi del bello. »

« Ad ogni modo, ascoltatemi bene signore. Ecco una delle frasi e massime filosofiche per i giovani che voi avete scritto : “La perversità è un mito inventato dai buoni per spiegare l’attrazione esercitata su di loro dai cattivi…’” ; credete dunque che ciò che avete scritto sia vero? »

« Credo molto di rado alla verità di ciò che scrivo. »

« Avete detto “molto di rado”? »

« Proprio così, molto di rado; avrei potuto dire “mai”. Non credo insomma alla verità di tali cose intendendo per vero ciò che è realmente tale… »

« Ecco un’altra massima : “Le religioni muoiono quando si è dimostrata la loro verità.” E’ esatto? »

« Beh, è quello che penso. C’è in questa frase il condensato di una filosofia per la quale le religioni sarebbero assorbite dalla scienza. Ma la domanda implica tutto un enorme discorso perché se ne possa far materia di discussione qui. »

« Non credete che sia dannoso far entrare un tale assioma fra i pensieri destinati ai giovani? »

« Trovo anzi che esso rappresenta uno stimolo alla ricerca. »

« Ed eccone una terza : “Se si dice la verità si è presto o tardi sicuri di venire scoperti…”. »

« Questo per me è un piacevole paradosso ma non vi attribuisco un gran valore come assioma. »

« E lo ritenete adatto ai giovani? »

« Anche qui può essere adatto nel senso che stimola il pensiero a qualunque età. »

« Morale o immorale che sia? »

« Il pensiero ignora ciò che è morale o ciò che non lo è. Secondo me solo le emozioni sono immorali. »

« “Il piacere è l’unica cosa per la quale vivere”… »

« Credo che la realizzazione della propria perso­nalità sia il fine principale della vita e che arrivarvi tramite il piacere sia senz’altro migliore che giungervi attraverso il dolore. Su questo punto sono intera­mente dell’avviso dei maestri antichi, vale a dire dei greci; è infatti un pensiero tipicamente pagano. »

« “Una verità cessa di essere tale quando tutti vi credono”. »

« Proprio così… ecco quale sarebbe la mia defini­zione metafisica della verità : una cosa talmente perso­nale che la stessa verità non potrebbe esser percepita da due pensieri diversi… »

(omissis)

« La condizione della perfezione è l’ozio; e la realizzazione della perfezione è la gioventù… »

« Ma certo, risponde perfettamente al mio pen­siero. La prima parte di questa massima è vera; decisamente la vita contemplativa è la più nobile e ogni filosofo ha sempre ammesso questa verità. »

« E’ tragico vedere la quantità di giovani inglesi che, oggi come oggi, fanno il loro ingresso nella vita con uno splendido profilo e sprofondano in un lavoro produttivo… »

« Ho sempre avuto la speranza che la gioventù non fosse priva di humour… »

« Voi dunque giudicate quello che avete scritto umoristico? »

« E’ un simpatico paradosso, una curiosa maniera di giocare con le parole. »

« Qual è secondo voi l’effetto che possono produrre queste frasi e massime filosofiche lette nella stessa rivista che ha pubblicato una novella come II prete e il chierichetto?»

« E’ senza dubbio dopo aver pensato a questo che ho protestato vibratamente contro la novella. Mi resi perfettamente conto di quanto potessero apparire assurde e paradossali quelle massime se lette insieme a quel racconto… »

« Dopo le critiche mosse contro il vostro Dorian Gray non avete modificato in profondità il libro? »

« No. Vi sono state apportate delle aggiunte seguendo, devo dire, i suggerimenti del solo critico del secolo che rispetti, non certo curando il parere dei giornali… Il critico è Walter Pater, che mi fece notare come un passaggio del mio libro fosse suscetti­bile di falsa interpretazione; così corressi quel punto. »

« Si legge nella prefazione del suo Dorian Gray : “La moralità o l’immoralità di un libro è inesistente.

  • libri sono soltanto scritti o bene o male.” E’ esat­tamente la vostra opinione? »

« E’ la mia opinione sull’arte… »

« Allora a quanto ho capito, in estetica non ha minimamente importanza se un libro è immorale; se è ben scritto, secondo voi, è un buon libro? »

« Certo. Se è scritto in modo tale da far nascere il sentimento del bello, il più nobile sentimento di cui sia capace un essere umano. Scritto male susci­terebbe repulsione…»

« Un libro scritto bene, ma nel quale vengano sostenute delle opinioni perverse può sempre essere un buon libro? »

« Mai un’opera d’arte ha sostenuto opinioni. Le opinioni sono il privilegio dei filistei che stanno agli antipodi dell’artista. »

« Certo. Ma che cosa ne pensate voi di una tale opinione? »

« Non giudico le opinioni altrui ma solo le mie. »

« Un romanzo che travii può essere un buon libro? »

« Non riesco a comprendere che diavolo inten­diate con quel verbo traviare… »

« Allora vi posso dire che il vostro Dorian Gray può essere considerato un romanzo di tal genere. »

« Soltanto se giudicato da asini o illetterati. Le opinioni dei filistei in materia d’arte sono di una stupidità incalcolabile. »

« Un illetterato che legga Dorian Gray potrebbe considerare questo romanzo come un’opera perni­ciosa? »

« Che dire ancora, se non che mi risultano inspie­gabili le opinioni dei filistei in materia d’arte? A questo riguardo io non seguo che le mie opinioni; non mi importa di quel che gli altri pensano. »

« La maggioranza delle persone rientrerebbe dunque nella categoria dei filistei o degli illetterati? »

« Ho incontrato meravigliose eccezioni. »

« Credete che la maggior parte degli uomini non abbia un ruolo più degno di quello che voi le attribuite? »

« Penso, anzi temo, che la maggior parte di loro non abbia sufficiente cultura. »

« Sufficiente a capire la differenza che passa fra un libro buono e uno cattivo? »

« Sì. »

« La tenerezza e l’amore che testimonia l’artista nel Dorian Gray potrebbero indurre un uomo media­ mente colto a pensare che il libro contiene le tesi di un certo gusto? »

« Non mi curo delle opinioni di persone media­mente colte. »

« Non avete allora cercato d’impedire all’uomo comune di acquistare il vostro libro? »

« Non ho mai fatto tentativi per dissuaderlo. »

Qui ci troviamo di fronte a un grave sbaglio tattico nella condotta di Wilde. Se infatti alcune sue battute e il suo umorismo gli sono valse le simpatie del pubblico, questo atteggiamento da letterato che si sente al di sopra della massa, per quanto assai comune nel tempo in cui Wilde era uno degli idoli del pubblico raffinato di Londra, gli alienerà parecchie persone. Qualora invece non avesse per­sistito nei suoi atteggiamenti da intellettuale blasé, forse non avrebbe visto un giorno danzare alla lettura della sentenza le prostitute londinesi nell’infernale e lautrechiano can-can di gioia per la sua condanna, forse non sarebbe stato abbandonato al suo destino e forse non avrebbe dovuto subire la leggerezza con la quale i suoi panni sporchi (non più sporchi, ripetiamo, di quelli di centinaia di suoi conter­ranei dell’epoca) furono sciorinati davanti alla famelica piazza…

Arrivati a questo punto Carson legge un passo di Dorian Gray, apparso nella « Lippincott’s Review ». Terminata la lunga lettura delle pagine della « Lippin­cott’s Review » Carson inizia il suo abituale fuoco di fila di domande :

« Vediamo signor Wilde, esordisce, ritiene che i sentimenti manifestati da un adulto nei confronti di un adolescente così come sono descritti nel suo libro siano decenti o indecenti? »

« Secondo me si tratta della più bella descrizione che si possa fare dell’incontro da parte di un artista di una magnifica personalità, una personalità che si rivela necessaria in qualche modo alla sua arte e alla sua vita. »

« Giudicate insomma che là si parli del sentimento che un uomo dovrebbe provare nei confronti di un altro? »

« Sì, come artista beninteso. »

Ecco che allora Carson legge un altro passo; questa volta la domanda che ne consegue è in forma assai più diretta delle precedenti. Carson ama partire da un punto periferico per dirigersi a poco a poco al centro e serrare così al muro il suo interlocutore; come si è osservato, infatti, dalle domande sul Wilde lettore (più o meno distratto) dei prodotti letterari altrui, come nel caso della novella II prete e il chierichetto, si è scesi ora sul terreno dello stesso scrittore, vale a dire le sue opere, mettendolo alle corde con le stesse pagine da lui scritte. Quindi, dopo alcune… circonlocuzioni, Carson può benissimo « sparare » la seguente botta :

« Voi parlate di un uomo che ne adora un altro. Avete mai adorato un uomo? »

« Le adorazioni le riservo unicamente a me stesso. Ci sono delle persone al mondo, e mi dispiace doverlo dire, che non sono in grado di comprendere il senti­mento profondo che un artista può provare per un amico dotato di vero talento, di una magnifica personalità… »

« Volete dire che questo passaggio descrive i naturali sentimenti che può provare un uomo nei confronti di un altro? »

« E’ ciò che prova l’artista nei riguardi di una personalità magnifica. »

« Di una persona magnifica? »

« No, di una personalità magnifica. Voi volete ad ogni costo dare la vostra interpretazione a ciò che vado dicendo; la personalità di Dorian Gray è fra le più notevoli… »

« Ne devo quindi arguire che voi come artista non avete mai fatto l’esperienza personale dei senti­menti descritti nel libro? »

« Non ho mai permesso ad altri di divenire padrone del mio cuore. »

« Allora non avete mai provato il sentimento che descrivete? »

« No, è un’opera dell’immaginazione. »

« Per quel che vi riguarda, non sapete dunque se si tratti di un sentimento naturale? »

« Credo che sia perfettamente naturale, almeno presso un artista, intendo dire il fatto di ammirare intensamente e di amare un giovane; è un episodio che appare frequentemente nella vita di ogni artista. »

« Vediamo un po’ allora, esaminiamo il testo, frase per frase : “Riconosco assolutamente di avervi amato alla follia”; che ne dite? Avete amato un giovane alla follia? »

« No, non ammetto l’adorazione, io antepongo, a questo sentimento, il tranquillo amore; lo trovo più nobile. »

« Non trovo importante la distinzione. Rimaniamo per favore terra terra. »

« Non ho mai adorato altri che me stesso… »

­

E dopo questo serrato battibecco il pubblico che non si teneva più sbotta in una corale risata. E’ da tempo che si odono dei risolini soffocati; in effetti è abbastanza singolare sentire un burbero avvocato e un grande e grosso individuo dall’aria vagamente da dandy discutere punto per punto sul problema di amare un giovane. Sentire poi che quell’omaccione dalla carnagione bianca come quella di un lattante pretende di adorare se stesso alla follia… eh, via, è davvero umoristico…

« Suppongo allora che quello contenuto nella vostra risposta, riprende imperturbabile Carson, debba essere considerato il fine dei fini? »

« Ma neanche per idea. »

« Ma insomma, l’avete provato o no questo senti­mento che descrivete? »

« No; ho preso l’idea da Shakespeare; sì, mi spiace doverlo dire, da un sonetto di Shakespeare… »

« Vi ho adorato senza far conto di nulla… »

« Avreste forse capito “senza badare a spese”? »

« Non credo, egregio signor Wilde; non mi pare che si stia parlando di questioni finanziarie! »

« A dire il vero non so esattamente di che si stia parlando… »

« Possibile? ribatte Carson con un sorriso « allora confido di essere più chiaro d’ora in avanti; “Ero geloso di tutti coloro che parlavano con voi”; siete mai stato geloso di un altro uomo? »

« Mai. »

« Vi volevo tutto per me. »

« Avete mai provato un simile sentimento? »

« Ma no… lo riterrei anzi come un fardello insop­portabile, una noia senza fine… »

« “Avevo paura che il mondo venisse a sapere di questa mia idolatria”. Perché questa paura che gli altri venissero a conoscere qualcosa? »

« Perché vi sono persone che non possono capire la devozione, l’affetto e l’ammirazione intensa che un artista prova per una personalità meravigliosa e superba. Ecco le tristi condizioni della vita di oggi; mi dispiace davvero che sia così…»

« Queste persone che non arrivano certo al vostro quoziente intellettuale, potrebbero attribuire questo timore a un sentimento di vergogna ? »

« Ma certamente. Che anzi lo attribuiscano pure al diavolo. Non mi curo affatto dell’ignoranza altrui. »

« In un passo del romanzo, Dorian Gray riceve un libro; forse che l’opera alla quale alludete in quel passo è un’opera, secondo voi, morale? »

« Il libro in questione non è un’opera ben scritta, ma mi ha dato uno spunto, un’idea.

« “Perché la vostra amicizia si rivela così nefasta agli altri, ai giovani intendo?” questo passo preso così alla lettera non contiene forse un’accusa in germe? »

« Il libro descrive il personaggio di Dorian Gray, uno che dimostra un’influenza davvero perniciosa, anche se non fornisce alcuna spiegazione sulla natura di questo nefasto ascendente. Ma in realtà non credo che una persona ne possa influenzare un’altra, né che vi siano al mondo delle influenze funeste. »

« Un adulto non può dunque corrompere un giovane, pervertirlo? »

« Non parliamo la stessa lingua. »

« In effetti, signore; il mio è il linguaggio del buon senso. »

« Non posso pensare che una persona sia in grado di influenzare un’altra. »

« Voi non credete che lodare un giovane, o per meglio dire, fargli la corte, possa condurre alla sua perversione? »

« No. »

« Dove abitava Lord Douglas quando gli avete scritto la famosa lettera? »

« Al Savoy; io mi trovavo a Babbacombe, nelle vicinanze di Torquay. »

« Era una lettera in risposta a un qualcosa che vi aveva inviato? »

« Sì, a un poema. »

« Perché un uomo della vostra età si rivolge a un adolescente che ha vent’anni meno di lui con l’appel­lativo di “fanciullo mio”? »

(omissis)

« Credo che abbiate scritto un articolo per dimo­strare che i sonetti di Shakespeare indicavano un vizio contro natura, no? »

« Mi pare anzi di aver scritto un articolo in senso diametralmente opposto. »

« Ieri, se non sbaglio, avete ammesso di esser stato in rapporti intimi con il Taylor. »

« Esatto, e continuo a mantenere ottimi rapporti con lui. E’ Taylor che mi ha procurato nel suo appar­tamento al 13 di Little College Street un incontro con Wood circa le lettere. Conosco Taylor dagli inizi dell’ottobre 1892. Spesso cenava con me o nella mia garsonnière o al Savoy; molte volte sono andato da lui, forse sette o otto non ricordo.»

« Vi recavate alle sue riunioni, ai suoi tè del pomeriggio? »

« Sì. »

« Quante stanze aveva? »

« Aveva affittato al primo piano della casa un appartamento composto di una camera da letto, di un salotto, di una stanza da bagno e di una cucina. Credo che non vi fossero domestici. »

« Si faceva da mangiare da solo? »

« Che io sappia no e poi non ci vedrei nulla di male. »

« Non ho detto nulla che faccia pensare a questo. »

« La cucina è un’arte. »

« Ancora si parla d’arte? … Ma, ditemi, Taylor andava lui ad aprirvi la porta? »

« Non sempre, qualche volta si trattava di un suo amico. »

« L’appartamento non aveva per caso un aspetto insolito? »

« Direi di no, se non per il fatto che Taylor dimo­strava nell’arredarlo più gusto che non quello che comunemente si è abituati a vedere… era davvero grazioso. »

« Ammobiliato in maniera piuttosto stravagante direi. »

« Ammobiliato con gusto. »

« E’ vero che non vi lasciava mai penetrare la luce del giorno? »

« Non riesco ad afferrare la finalità della domanda. » « L’appartamento era dunque illuminato giorno e notte dalla luce delle candele o del gas? »

« No. »

« Avete visto con i vostri occhi quell’appartamento illuminato in altro modo che non con la luce artificiale, di giorno o, naturalmente, di notte? »

« Credo proprio di sì, non ne sono però sicuro. » « Avete mai visto delle tende aperte nella sala? » « Quando facevo visita a Taylor era d’inverno, verso le cinque, l’ora del tè, ma mi pare d’essermi recato anche in ora più tarda allorché faceva più chiaro. »

« Potete allora dirmi se avete visto quelle tende altro che accuratamente chiuse? »

« Ma, ripeto, mi sembra proprio di sì. »

« Allora sarebbe falso affermare che alle finestre vi erano tre ordini di tende e che giorno e notte la dimora era illuminata artificialmente? »

« Penso che lo sarebbe. »

« Dichiarate allora che la luce del giorno era perfettamente ammessa in quell’appartamento? » « Non potrei affermarlo così con sicurezza. »

« Chi c’era in quella casa allorché vi recavate di giorno? »

« Solo Taylor, credo. »

« Vi ricordate quando vi siete accorto che vi entrava la luce del giorno? »

« Ma mi pare un lunedì, in marzo; non c’era nessuno in camera. D’inverno beninteso si tenevano le tende chiuse. »

« I locali erano irrorati di profumo? »

« Mi consta che Taylor facesse bruciare delle cialde aromatiche; ma non direi che l’apparta­mento fosse sempre inondato da profumi; d’altro canto anch’io sono solito bruciare ogni tanto dei profumi nel mio appartamento… »

« Ed è là che vi siete incontrato con Wood? » « Soltanto una volta all’ora del tè. »

« E vi siete anche incontrato con un uomo che si chiamava Sidney Mavor? »

« Sissignore. »

« Che età aveva? »

« Venticinque o ventisei anni. »

« E quando l’avete visto per l’ultima volta? »

« Circa un anno fa, quando cenò con me. »

« E dov’è ora? »

« Non ne ho la minima idea. Soltanto domenica scorsa avevo pregato Taylor di far visita a sua madre e di dire a lei che io desideravo vedere suo figlio; ma mi fu detto che Mavor non si trovava presso sua madre e che non si sapeva dove fosse. »

« Vi era stato detto che Mavor era sparito la settimana prima? »

« No. »

« L’avete poi ritrovato in seguito? »

« Non capisco che cosa vogliate esattamente dire con quel “ritrovare”; certo non è più venuto da me nonostante avessi gran voglia di vederlo. »

« Sapevate che Taylor indossava nel suo appar­tamento abiti femminili, che era insomma un travestito? »

« No. »

« L’avete mai visto con addosso questo travesti­mento? »

« No; non mi aveva mai detto, né sapevo, che si compiacesse di simili mascherate; è un uomo di gusto notevole e davvero intelligente; so che è stato poi educato in una buona scuola inglese. »

« E’ un uomo di lettere? »

« Non ho mai visto una sua opera, se é per questo. » « Discutevate di letteratura fra di voi? »

« In generale stava a sentire. E’ un piacevole compagno dal gusto sicuro. »

« Si tratta allora di un artista… »

« No, non in senso stretto della parola, capace cioè di creare qualcosa; ma ripeto ha molto gusto, molta intelligenza, ingegno e gli voglio molto bene. »

Riguardo al singolare appartamento di Taylor, di questo giovane equivoco che sapeva suonare benissimo il piano­forte, ci sarà nella terza udienza del secondo processo — quella di lunedì 29 aprile 1895 — l’interrogatorio di William Harris, brigadiere di polizia. Nel maggio del 1893 Harris era riuscito a mettere piede in quella casa di Little College Street al numero 13. La prima impressione era stata quella di trovarsi dentro un piccolo museo o qualcosa del genere; non c’era luce naturale ma le spesse tende e le ancora più spesse tappezzerie erano rischiarate da appliques. L’appartamento era pressoché in penombra. Mussolina a più strati era tesa contro le finestre, altra mussolina rico­priva muri e soffitti. Sulle pareti ventagli ed altri ornamenti. Non c’era un letto ma in una camera si trovava un paglieric­cio gettato, cosi, sul pavimento. In tutto l’appartamento regnava un pesante odore di profumi o d’incensi. Per quanto lo concerneva, Harris non aveva mai visto nulla di simile in tutta l’Inghilterra ed era rimasto letteralmente stupe­fatto. La mussolina, questo un particolare che ricordava perfettamente, non era poi messa di fronte alle finestre come abitualmente si usa nelle case inglesi, vale a dire lievemente arricciata, ma bensì tesa come la pelle di un tamburo da un’anta all’altra. C’era in altre parole un’atmo­sfera soffocante, vagamente orientaleggiante, con quell’ aria resa ancora più greve dal fatto che venivano bruciati aromi e incensi e dalla mancanza di quotidiana aerazione del­l’ambiente che doveva, questa l’impressione, essere rischia­rato sempre e solo dalla luce artificiale delle lampade a gas o dalle candele.

(omissis)

Allora, dopo essersi rivolto al tribunale, Sir Edward Clarke legge queste lettere. La prima reca una data : domenica 1° aprile (1894. Ndr), Carter’s Hotel, Albermarle Street; destinatario Lord Alfred Douglas, mittente Lord Queensberry :

« Alfred. Mi è davvero increscioso dovervi scri­vere sul tono che ho adottato in questa mia, ma tenete presente che non voglio che mi si dia risposta. Dopo la lettura delle vostre ultime lettere, insolenti e malsane, ho deciso di risparmiarmi una tale noia e di non leggere più la vostra corrispondenza; se avete qualche comunicazione da farmi fatemela a viva voce. E, in primo luogo, devo arguire che avendo lasciato Oxford, come nel vostro caso, coperto di vergogna e per delle ragioni che mi sono state ampia­mente mostrate dal direttore scolastico, voi avete ora l’intenzione di vivere da sfaticato e da ozioso? Durante tutto il tempo che avete trascorso a Oxford, mi sono illuso che voi avreste finito per ficcarvi nella pubblica amministrazione o nella diplomazia, e ho creduto più taidi che sareste entrato nel foro. Sembra invece oia che abbiate l’intenzione di star- vene a girare i pollici. Comunque io sono fermamente deciso a non fornirvi altro che dei sussidi che vi permettano appena appena di vegetare. Vi state preparando un ben miserabile avvenire e sarebbe da parte mia una vera crudeltà e un grave errore incoraggiarvi su questa strada. E infine eccoci alla parte più triste della lettera; vale a dire quella che riguarda la vostra intimità con quell’individuo che ha nome Wilde. Cessate immediatamente qualunque relazione con lui o di forza vi sconfesserò e vi taglierò i viveri. Non voglio mettermi adesso ad analizzare questo genere d’intimità; non formulo quindi alcuna accusa. Ma secondo me atteggiarsi nel modo in cui quell’uomo si mette a posare è ancora peggio che essere davvero così; con i miei stessi occhi vi ho visto dimostrare pubblicamente una intimità vergo­gnosa e ripugnante determinata dal vostro atteg­giamento e dai vostri atti. Mai, in tutta la mia vita, sono stato testimone di uno spettacolo simile a quello che mi offrivano allora le espressioni del vostro viso. Non è certo da stupirsi se si odono certe chiac­chiere sul vostro conto… Ho anche saputo da fonte ben informata, ma ciò potrebbe anche essere falso, che la signora Wilde intenda chiedere il divorzio accusando suo marito di sodomia e di altre colpe. E’ vero? Avete sentito parlare di una cosa del genere? Se avessi mai pensato che la diceria avesse un fondo di verità mi sarei sentito autorizzato ad abbattere quest’uomo come un cane! Questi inglesi cristiani, codardi e falsamente uomini hanno bisogno che li si scuota…

Vostro padre soltanto di nome e pieno di disgusto,

Queensberry. »

« C’è qualche fondamento nella diceria secondo la quale vostra moglie starebbe per chiedere il divorzio? » domanda Clarke a Wilde dopo la lettura della lettera.

Allora Clarke dà inizio alla lettura della seconda lettera indirizzata da Lord Queensberry a suo figlio. E’ datata il 3 aprile e comincia così : « Insolente cialtrone, vi prego di non mandarmi telegrammi… » Interviene immediatamente Carson che chiede che venga letto il telegramma di cui si parla. Sir Edward legge allora il foglio che gli viene teso, datato il 2 aprile 1894 :

« A Queensberry, Carter’s Hotel, Albermarle Street. Che strano borghesotto state diventando… Alfred Douglas. »

Viene poi ripresa la lettura della lettera :

« … Se voi mi manderete altri telegrammi o mi attribuirete altre stupide impertinenze vi darò la lezione che meritate. So da parecchi cittadini di Oxford che vi si considerava uno squilibrato e ciò può spiegare alcuni fatti che sono in seguito successi. Se vi sorprendo ancora una volta in compagnia di quel Wilde renderò pubblica la cosa creando un tale scandalo che voi non immaginate neppure. Già se ne parla abbastanza… preferisco comunque che  lo si faccia alla luce del sole; in ogni modo non verrò accusato di essermi posto una benda davanti agli occhi. Quindi o le relazioni con quell’individuo cessano ipso facto, oppure metterò in pratica la mia minaccia e vi taglierò i viveri. Se voi non vi impiegate vi fornirò quanto basta a una magrissima cena : sapete così che cosa vi attende… »

Termina così la lettura della seconda lettera; la successiva è quella inviata da Lord Queensberry ad Alfred Montgomery, padre della prima moglie di Lord Queensberry che il marchese aveva sposato nel 1866; il divorzio era stato concesso su richiesta di entrambe le parti nel 1887. La lettera in questione porta la data del 6 luglio ed è stata spedita da Skindles, Kaidenhead :

« Signore, ho cambiato parere; la mia salute grave­mente scossa dagli avvenimenti di questi ultimi dieci giorni mi impedisce di venire da voi a perdere unicamente del tempo. Vostra figlia, infischiandosi tranquillamente di me, sta incoraggiando mio figlio a mettersi contro la mia volontà. Rifiuta di scrivermi ma tuttavia proprio adesso mi ha inviato un tele­gramma; ieri sera, poi, ho ricevuto da lei un tele­gramma confuso ed alquanto equivoco nel quale dava assicurazioni che suo figlio non era più stato al Savoy dall’anno scorso. Perché dunque mandarmi quel telegramma se non per dirmi che suo figlio non era mai stato da Oscar Wilde? E invece ci è andato, eccome, e ne è venuto fuori uno scandalo disgustoso. Mi hanno riferito, infatti, che sia lui sia quel Wilde sono stati pregati di lasciare l’hotel anche se il direttore non vuole assolutamente, circa quest’ultimo particolare, confermare i fatti. E’ uno scandalo ignobile che dura da parecchi anni. Bisogna decisa­mente che sua figlia sia folle per comportarsi nella maniera in cui agisce. Evidentemente vuole lasciar credere che io intenterò un processo a suo figlio, e mio beninteso. Niente di più inesatto. È Oscar Wilde che ho intenzione di perseguire e gli ho gettato infatti in pieno viso le mie accuse. Se avessi certezza delle sue colpe avrei già steso a terra quell’individuo, ma mi devo limitare ad accusarlo di affettare una condotta scandalosa. Si tratta ora di vedere se Wilde e mio figlio continueranno a prendermi per il naso. Vostra figlia sembra incoraggiarli su questa strada, e spero che lo faccia senza riposte intenzioni. Non credo poi che lui, Wilde, oserà ora burlarsi di me. L’altro giorno quando l’ho bistrattato ben bene si è dimostrato un vero pollo; in fondo non è che un volgare briccone e un vigliacco del genere di Roseberry. Quanto a quella specie di soggetto che è mio figlio, devo forzatamente evitare di chia­marmi d’ora in poi suo padre, rifiutando di avere qualcosa in comune con lui. Ora che conosco i suoi sentimenti nei miei riguardi, può anche crepare di fame se ciò gli piace. Che sua madre accorra pure in suo aiuto se vuole, ma mi oppongo con tutte le mie forze che lo faccia qui a Londra almeno fin tanto che lo scandalo correrà sulla bocca di tutti. La condotta di sua figlia non è certo meno ignobile. Sono fermamente convinto ora che il patente insulto rappresentato dalla faccenda Roseberry-Gladstone-Regina e compagnia, che son venuto a sapere da un altro mio figlio, era senz’altro opera sua. Avevo finora creduto invece che questa cosa insultante fosse venuta da voi. Ho incontrato l’altro mio figlio Drumlanring qui, il che mi ha veramente sconvolto. Si saprà un giorno che non soltanto Roseberry mi ha insultato portandomi dalla Regina — dopo di che questa è stata altrettanto malevola con Roseberry stesso e con Gladstone — ma anche che ha fatto nascere fra mio figlio e me un odio eterno… »

Ed ecco ora una lettera, partita da una località della Scozia il 21 agosto e scritta dall’aggressivo marchese al figlio Lord Douglas :

« Ho ricevuto una vostra cartolina, almeno credo che venga da voi dato che la scrittura è talmente illeggibile che appena ho potuto decifrare qualche parola. Sono fermamente deciso a interrompere qualunque comunicazione scritta fra di noi. Tutte le vostre comunicazioni d’ora in avanti le getterò al fuoco senza leggerle. Suppongo che questi gero­glifici siano il modo di scrivere dei membri del clan Oscar Wilde del quale avete la reputazione di essere uno dei migliori membri. Mi felicito per la vostra calligrafia. Non solo è davvero rara ma vi aiuterà senz’altro a guadagnarvi il pane, se non come scriba almeno come spazzino. L’amico presso il quale abito ha trovato una vostra lettera ed ha voluto leggermela, ma io mi sono tappato le orecchie. Tuttavia ho seguito il suo consiglio, quello di conser­varle cioè come campioni, e anche come monito nel caso in cui avessi la tentazione di darvi la lezione che meritate. Rettile immondo 1 Voi non siete mio figlio; mai vi ho considerato come tale.

Queensberry. »

Questa invece, pur essendo sempre spedita dal bellicoso marchese al figlio degenerato porta la data del 28 agosto 1894 ed è stata spedita dall’indirizzo di Portland Place 26.

« Miserabile creatura, il direttore dell’hotel Carter mi ha inviato tramite la posta il vostro telegramma e l’ho pregato quindi di non mandarmene altri nel caso che ne arrivassero, ma di stracciarli seduta stante. E’ quello che faccio d’altra parte io, senza averli neppure degnati di una scorsa, ma avendo semplicemente visto chi li aveva spediti. Bisogna davvero che siate imbottito d’oro per sprecarlo in simili corbellerie! Grazie al cielo, nonostante il cocente dolore, ho riacquistato una perfetta tranquillità. Infatti c’è dolore più grande che quello di essere considerato padre di un figlio come quello che siete voi? E tuttavia non c’è nuvola che non abbia delle frange luminose e nulla c’è che non possa esser luce. Se voi siete mio figlio questo dimostra che (ammesso proprio che vi fosse bisogno di una prova simile) avevo tutte le ragioni per soffrire le angosce e le miserie dell’universo piuttosto che mettere al mondo un essere del vostro stampo, e che la sola ed unica ragione per la quale ho rotto con la vostra signora madre le relazioni coniugali è quella che non era adatta a ricoprire il ruolo di madre dei miei figli, in particolare di voi. Quando non eravate che un marmocchio, ho versato sul vostro lettino le lacrime più amare che siano mai scese dalla pupilla di un uomo, pensando di aver dato vita a una creatura come voi, di aver commesso un simile delitto. Ma siete proprio mio figlio? In questo paese cristiano, in questo mare d’ipocrisia, davvero furbo è quel padre che ha la certezza della propria paternità e non c’è davvero di che mera­vigliarsi se si pensa ai principi che reggono i matri­moni fra le famiglie. Un uomo accorto oggi ne vale due. Non mi stupisco quindi che siate diventato la preda di un uomo così animalesco; mi dispiace per voi dato che siete pure una creatura umana, ma adesso arrangiatevi. Darei davvero non so che cosa se vi sapessi figlio non del mio sangue, almeno non sarei ritenuto responsabile dei vostri atti. Come vedete mi sono fatto anch’io una filosofia e traggo conforto da ogni cosa. Ma davvero sono addolorato per voi. Dovete senza dubbio essere pazzo. Ci sono dei casi di follia nel ramo materno della vostra famiglia e se devo essere sincero devo concludere che in questo paese cristiano poche famiglie vanno esenti da follia (se si va a ben vedere il loro albero genealogico). Ma, vi prego, cessate di tormentarmi. Non voglio più avere a che fare con voi, né ricevere vostre lettere, né essere obbligato a rispondervi. Riguardo al denaro mi avete inviato una lettera scritta da un legale per farmi sapere che non ne accetterete più da me. Ma in ogni caso, salvo un capo- volgimento radicale della situazione, non ricevereste da me neppure un soldo I Dipende soltanto da voi, da un mutamento completo della vostra condotta, la possibilità che io ho di potervi riconoscere come mio figlio. Sarò indulgente nei vostri confronti. Vi credo pazzo e ne sono profondamente afflitto.

Queensberry. »

(omissis)

Abbiamo voluto riassumere nuovamente i fatti per sommi capi proprio per meglio evidenziare il filo logico degli avvenimenti che seguiranno. Dopo il controinterrogatorio (durato due giorni) e dopo l’intervento maldestro di Clarke il quale si vedeva anche ingannato dal proprio cliente che gli aveva nascosto gran parte della verità, fino a celargli d’essersi così platealmente compromesso nelle più diverse circostanze, ci sarà l’arringa di Carson, un’arringa stringata, esposta pianamente, sorvolando sui particolari e sui termini scabrosi e badando invece ai due fatti più passibili del rigore della legge inglese, la corruzione dei giovani e la diffusione di idee perniciose. Soprattutto, onde allontanare la pessima impressione che le lettere di Queensberry lette da Clarke avevano fatto su giurati e pubblico, con la sua efficace oratoria così contrastante con il tono sofisticato di Wilde, Carson si sforzerà di mettere nella giusta luce la figura del suo rappre­sentato, descrivendolo come un padre esasperato dalla condotta di un suo figlio, il più giovane, caduto nelle grinfie di un ragno velenoso. E prima di termi­nare la prima parte dell’arringa, Carson promette che il giorno seguente avrebbe fatto venire alla sbarra i giovani del giro di Wilde… Per il difensore Clarke questo è un colpo troppo forte e, dopo essersi ritirato un istante a confabulare con il suo coadiutore, si avvicina a Carson e gli tira la toga. Carson com­prende e i due si appartano; dopo qualche paiola Sir Edward Clarke annuncia di abbandonare l’accusa. Non è esattamente un battere in ritirata; da vecchia volpe pur comprendendo di avere perso su tutta la linea, Clarke spera con questa mossa di evitare la comparsa dei giovani la cui figura era stata suffi­cientemente individuata nel controinterrogatorio del collega, gente senza arte né parte, disposta per un nonnulla a vuotare il sacco.

Ed è proprio questo che Clarke massimamente teme. Si è ormai reso perfettamente conto che il buon Wilde è immerso fino al collo in un mare di fango e che sarebbe bastata la minima domanda a uno solo di questi giovani per far venir alla luce del sole e soprattutto alle orecchie del pubblico e dei giurati particolari ripugnanti. Con l’abbandonare l’accusa quindi spera che un nuovo processo possa venire evitato. D’accordo (è il pensiero di Clarke) il contenuto del biglietto è esatto; sì, effettivamente il mio cliente ha posato a sodomita, avete ragione, voi Carson e il vostro difeso Queensberry; adesso siamo pronti a riconoscervi i danni purché si metta un punto a tutta la faccenda. Il presidente Henn Collins riassume allora brevemente il processo nelle sue grandi linee; i giurati si ritirano in camera di consiglio ed emettono il verdetto : la domanda ricon­venzionale di Lord Queensberry era pienamente giusti­ficata; senza dubbio il querelante aveva posato a sodomita; giustificata altresì la pubblicità data da Lord Queensberry alle sue accuse… Un verdetto amaro per Wilde, un verdetto sottolineato da fragorosi applausi e grida di scherno nei confronti del « bruco bianco » che cerca inutilmente, ingombrante com’è, di farsi piccolo piccolo. Per quanto contrasti con la prassi abituale dei dibattimenti inglesi il giudice Collins non fa poi nulla per sedare i clamori. Sarà uno dei principali appunti che gli verranno mossi dopo la fine di questo processo. I redattori dei giornali sono già schizzati fuori per comunicare il loro pezzo; i giornali londinesi si sono buttati a corpo perduto sulla figura di Wilde vedendo aumentare prodigiosamente la tiratura; la faccenda Wilde, con quello scandalo gigantesco e il morboso che trascina con sé neH’ipocrita e ovattata atmosfera vittoriana, è un vero affare.

Ma per disgrazia del nostro letterato la cosa era ben lungi dall’essere finita qui…

Sir Edward Clarke si era rivolto al giudice Collins, dopo aver consultato Carson, dicendo che il giudice doveva certa­mente essersi reso conto della situazione in cui si erano venuti a trovare i rappresentanti del signor Wilde : ciò che si è udito nel corso del dibattimento si presta a un’interpre­tazione « che non può non indurre la giuria a giustificare le affermazioni fatte da Lord Queensberry nel biglietto », tanto più in quanto padre di un giovane che vedeva in sempre più stretto sodalizio con il signor Wilde. Ciò poteva far ritenere dunque che lo stesso Queensberry avesse buone ragioni per essere prosciolto dall’accusa mossagli dal signor Wilde stesso. I rappresentanti del signor Wilde, pertanto, erano giunti alla conclusione che un verdetto a favore dell’imputato marchese di Queensberry su quella parte della causa avrebbe potuto esser ritenuto una prova decisiva nei confronti anche di tutte le altre parti discusse nella causa stessa. Lui, Sir Edward Clarke e il collega Willie Matthews non solo non speravano quindi in un verdetto favorevole, ma temevano di dover affrontare ulteriori indagini su una materia, il signor giudice poteva ben comprenderlo, sempre più spiacevole ed imbarazzante. « In altri termini né Clarke né Matthews intendevano opporsi a un verdetto di asso­luzione nei confronti di Lord Queensberry » (non colpevole), verdetto s’intende che venisse limitato all’accertata veridi­cità di quel « “posing” as sodomite ». Con il che speravano che la causa fosse chiusa…

Dal canto suo il giudice Collins, considerato che il quere­lante signor Wilde era disposto ad accettare un verdetto di « non colpevolezza » nei confronti dell’ottavo marchese di Queensberry ammetteva che non era compito del giudice insistere perché venissero sottoposti all’attenzione della corte altri particolari irrilevanti per la definizione della causa, ormai compiutamente risolta in virtù del fatto che lo stesso querelante ammetteva un verdetto pienamente avverso alle proprie tesi. Non poteva però accettare nessuna limitazione, richiesta dalla difesa, relativa al verdetto stesso. E dopo un brevissimo scambio di battute fra Carson e Clarke, il giudice rende noto che informerà i giurati che la prima cosa sulla quale essi dovranno deliberare è quella riguardante la pubblica utilità della diffusione delle accuse di Lord Queensberry e, naturalmente, che il querelante aveva realmente agito in modo da dare l’impressione di posare a sodomita. Finita la lettura della sentenza, sen­tenza, come abbiamo detto, sottolineata da clamori, grida di giubilo ed applausi, lo stesso giudice Collins con una prassi anche qui piuttosto inconsueta (e che potrebbe far arricciare un tantino il naso sull’imparzialità che il giudice avrebbe dovuto dimostrare) scriverà un biglietto di congra­tulazioni per l’avvocato Carson, complimentandolo soprat­tutto per il rigore della sua arringa e per quel capolavoro di controinterrogatorio, stringente e privo di alcuna indul­genza nei confronti di aspetti poco piacevoli sui quali l’av­vocato difensore degli interessi di Queensberry si era soffer­mato quanto bastava per inchiodare, spalle al muro, il querelante. Evidentemente Wilde, con il suo comporta­mento, si era fatto subito nemico il giudice : bel risultato non c’è alcun dubbio…

Alle 18,30 Wilde veniva arrestato (5 aprile 1895. Ndr).

(omissis)

­ Alla fine il presidente Wills, rivolto ad Oscar Wilde, gli dirà quelle parole di cui abbiamo già dato un breve cenno : « Fino al giorno d’oggi non mi era mai capitato di dover giudicare una causa così laida come la vostra. Bisogna davvero farsi violenza per non tradurre in un linguaggio che mi rifiuto di adottare i sentimenti che devono nascere, dopo aver udito i dettagli di questo ignobile processo, nell’animo di ogni persona rispettabile per la quale la parola “pudore” non è senza significato. Che la giuria abbia emesso un verdetto giusto non posso avere il minimo dubbio; spero in ogni caso che coloro i quali talvolta immaginano che un giudice non metta tutto se stesso nella difesa del pudore e della morale, solo per evitare di influenzare i giurati in un senso o nell’altro, possano comprendere come questa imparzialità non sia incompatibile con un sentimento di profonda indignazione in presenza degli orribili misfatti di cui voi vi siete reso colpevole. E’ perfet­tamente inutile che ora in questa sede vi faccia una lezione di morale; quelli che agiscono come voi avete agito, hanno perso qualunque sentimento di vergogna, e non si può sperare di avere la minima influenza su di loro. Confermo che la vostra causa è la più laida che io abbia mai giudicato. E’ poi impos­sibile dubitare che voi, Taylor, siate “la tenutaria” — scusate o signori giurati la mia espressione — d’una specie di postribolo per uomini. Quanto a voi, Wilde, non si può neppure dubitare del fatto che abbiate creato fra i giovani un vero focolaio di corruzione della peggiore e più ignobile specie. In queste condizioni non posso che rendere l’arresto ancora più severo secondo quanto mi autorizza a fare la legge che, a mio parere, si rivela ancora troppo indulgente nei vostri confronti. Per cui io vi condanno entrambi a

due anni di carcere con lavori forzati!

« Lo appesero come una bestia; non suonarono neppure una campana che avrebbe potuto portare un po’ di pace alla sua anima terrorizzata, ma rapidi lo presero e lo cacciarono in una fossa » : sono versi della ballata dal carcere di Reading; sono quasi simbolici; la fossa che si apriva per il condannato Wilde erano le quattro mura spoglie di una cella, settore C, terzo braccio, cella 3, per cui il condannato sarà indicato con la sigla C 3.3., del carcere di Reading appunto, dopo un breve soggiorno nella prigione di Wandsworth. Occupazione : cucire sacchi di iuta…

 

 


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Invito tutti a non inviarmi più libri in lettura. Per mancanza di tempo, e dall'11 novembre 2013 anche di salute, non posso più accontentare nessuno. Così pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Chiedo scusa.
Bart