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STORIA: Il processo a Paolo Sarpi (Venezia, 14 agosto 1552 – Venezia, 15 gennaio 1623)

16 Maggio 2019

(da “I grandi processi della storia” – edizioni di Crémille – Ginevra 1971)

Il moribondo fece uno sforzo per mettersi le braccia in croce. Fissò di nuovo gli occhi sul crocefisso. Li socchiuse. Chinò il capo. Spirò. Erano, a Venezia, le tre del mattino del 15 gennaio 1623. Fra’ Paolo Sarpi Servita, consultore della Repubblica, era morto. Fine di una drammatica contesa, e inizio di un lungo processo.

Due ore dopo, è già pronto l’epitaffio.

« Paulus Venetus Servitarum… »

A dettarlo è Giovanni Antonio Venier, patrizio veneto.

« Paolo Veneto, teologo dell’ordine dei Serviti,

Così prudente, così integro e saggio;

Non potevi desiderare maggior scienza Delle cose umane o divine,

NĂ© piĂą integra e piĂą santa vita…,

Non fu mai turbato Da nessuna infermità d’animo;

Sempre costante, moderato, perfetto,

Vero modello d’innocenza… »

Un modello d’innocenza?

Ben diverso è il tenore di un altro epitaffio, quello che la Curia romana ha idealmente posto sul cadavere ancora caldo del frate :

« Un grande impostore, un grand’empio, un gran nemico di Dio, dei principi, della società, serpente taciturno che avvelena in segreto, ateo, ipocrita, malvagio, esecrabile, simile a Cam che meritò di essere maledetto. »

Ipocrita ?

« Ma, Monsignore — risponde al Nunzio il signor De Villiers, ambasciatore di Francia, — io non l’ho mai visto andar per strada col rosario in mano, a baciar medaglie, a finger devozione in pubblico, e pugnalare alle spalle i suoi nemici. La pelle del­l’agnello, Monsignore, non basta a coprire il lupo. » Roma, 16 gennaio : « Da ieri fra’ Paolo è al cospetto dell’Onnipotente al quale dovrà rendere conto del suo orgoglio e di tutte le sue inique menzogne. » Venezia, 16 gennaio. La città è in lutto. Con un proclama, il Senato della Repubblica annuncia al popolo il triste evento :

« Venezia ha perduto il suo Consultore, un uomo integerrimo che ha predicato l’onestà e cercato la verità. »

Centocinquant’anni dopo.

« Signori, è venuto il momento di togliere la maschera che copre il viso di un grande impostore. » Chi parla è un editore che presenta un libro sulla biografia del Sarpi. « Sì, fra’ Paolo fece al mondo chiasso assai. Ebbe partigiani e nemici. Molti ne cantarono le glorie. Molti altri ne detestarono le iniquitĂ … In ogni secolo è invalso un costume… ed è che sopra un uomo, il quale abbia fatto parlare di sĂ©, quando i contemporanei non si mettono d’ac­cordo, si suole appellare al giudizio imparziale della posteritĂ . Ebbene, — conclude — riguardo a fra’ Paolo, noi siamo quei posteri. Seguiamo questo uso, ed accettiamo questo appello. Dunque possiamo giudicarlo; dunque vogliamo. Dopo un secolo e mezzo, dacchĂ© morì, non vi è bisogno di dirlo, noi siamo al caso di citarlo al nostro tribunale, e di par­lare con lui e di lui senza minima passione, e con tutto il sangue freddo, che possa desiderarsi. Il tribunale è stato alzato. »

E il processo continua. E continuerà ancora per secoli, tra giudizi discordi e testimonianze contrad­dittorie. Mai imputato fu più discusso. Ma veniamo ai precedenti.

Nel 1605 muore papa Leone IX. Un pontificato breve : tre settimane. Da un conclave drammatico esce eletto al Soglio il cardinale Borghese, che prende il nome di Paolo V. Papa Borghese viene da una famiglia d’origine toscana. E’ un uomo deciso, con uno spiccato senso latino della Chiesa. La Chiesa che esce dalla Controriforma è una ancora, ma lacerata dalle divisioni, minacciata dallo scisma, ricattata dalla contestazione calvinista e luterana. I compiti che attendono il nuovo Papa sono immensi : rimarginare le ferite, ricomporre l’unità, ristabilire soprattutto l’autorità.

Paolo V è subito in guerra con tutti gli Stati ita­liani che rivendicano parvenze di autonomia. E per dimostrare che fa sul serio, comincia con lo scomunicare il Reggente di Napoli perché aveva osato condannare un notaio ecclesiastico. Poi si volge ai Savoia. Quindi minaccia Lucca e Genova che intendevano regolare la loro questione amministrativa secondo le loro leggi. Tutti cedono. L’autorità di Roma è ristabilita.

Restava da domare Venezia.

E’ con la Repubblica della Serenissima che doveva aver luogo lo scontro frontale.

Ma con Venezia Paolo V trova pane per i suoi denti. La « Serenissima » è all’apice della sua potenza e del suo orgoglio. La Repubblica è cattolica, ma non perde un’occasione per far sapere che né con Paolo V né con chicchessia è disposta a tollerare le ingerenze e lo strapotere del clero nel suo territorio. E, facendo seguire i fatti alle parole, proibisce a tutti di costruire nuove chiese e di cedere al clero beni immobili senza il permesso dell’autorità. Due ecclesiastici, essendo stati accusati di delitti contro la moralità, sono arre­stati e messi sbrigativamente in galera.

Paolo V considera queste misure un affronto. Reclama perentoriamente l’abrogazione delle leggi e la restituzione dei due ecclesiastici. Rifiuto di Venezia. Ultimatum di Roma. Trascorsi i termini, il Papa lancia l’Interdetto. E’ il 17 aprile 1606. L’atto è grave. Per entrambe le parti le conseguenze potrebbero essere disastrose. Si scatena una vera e propria guerra di stampa, che degenera in minacce, in ricatti, talora in insulti.

Il doge non vacilla. Non solo respinge le pretese del Papa, ma vuole anche contestarle sul piano giuri­dico. E ne affida l’incarico a un frate, Paolo Sarpi, teologo e canonista di fama. Fra’ Paolo assume l’inca­rico e diviene il teologo ufficiale della Repubblica.

Nella primavera del 1607, con la mediazione del re di Francia, le parti addivengono a un accomoda­mento. L’Interdetto è tolto. Venezia salva i suoi diritti; Roma, la faccia.

Ma che ne è del frate ribelle ? Egli è il grande vinci­tore, il protetto della Repubblica, il più riverito dei suoi cittadini.

Quando, un giorno…

C’era da aspettarselo all’improvviso, da un giorno all’altro. Tutto avvenne con fulminea rapidità.

Venezia, 5 ottobre 1607. Una giornata un po’ diversa dalle altre. Grande affollamento al teatro di San Luigi per la rappresentazione di un’opera molto attesa. Le strade della cittĂ  sono pressochĂ© deserte. Potevano essere circa le 5 pomeridiane, quando…

Il sole era ormai scomparso, la giornata stava cadendo, inghiottita in una di quelle serate umide e malinconiche proprie dell’autunno veneziano. Tre uomini attraversano la contrada di Santa Fosca. Rari passanti, qualche donna alla finestra. I tre camminano uno dietro l’altro, a distanza di alcuni passi; il loro incedere è lento, un po’ affaticato. Il gruppo sta dirigendosi verso il convento dei Servi, a una cinquantina di metri oltre il ponte delle Fon­damenta. Li precede ansimando un vecchio patrizio, dall’età veneranda : è Alessandro Malipiero, uomo dai costumi austeri e grande benefattore. Segue un frate, magrissimo, sulla cinquantina : è il teologo di Stato, consultore della Repubblica, fra’ Paolo Sarpi. Più in là, a una ventina di passi un altro frate, dall’aspetto ancor giovane : è fra’ Marino.

Tutt’a un tratto, ecco improvvisamente spuntare dai lati del ponte un gruppetto di uomini dall’aria sinistra, avvolti in mantelli scuri. Tutto avviene nel giro di pochi minuti. Due si gettano su fra’ Marino e il vecchio Malipiero e li immobilizzano. Il ponte resta così ostruito. Allora un terzo assale fra’ Sarpi a stilettate. Gliene vibra una ventina, con furia, alla cieca, tra il cappello e il collare. Tre sole lo raggiungono : due al collo, la terza è micidiale. La lama del pugnale trapassa l’orecchio destro, trafora l’osso tra il naso e la guancia; il ferro vi resta confic­cato dentro, contorto. Il frate barcolla, stramazza al suolo con un gemito. Ad assistere alla scena sono alcune donne che si trovano per caso affacciate alle finestre. Gridano aiuto. Accorre gente.

I sicari, vista la mala parata, si aprono un passaggio tra la folla a colpi di archibugio, sparano all’impazzata fuggono, spariscono. Fra’ Marino, appena si è libe­rato dalla morsa, se la dà a gambe. Il vecchio patrizio Malipiero si avvicina invece al ferito che giace immo­bile sul terreno, senza dar segni di vita. Gli prende una mano, gli sente il polso : batte ancora. Con uno strattone gli leva il pugnale conficcato nell’osso. Lo fa immediatamente trasportare nel vicino convento. Frattanto la voce dell’attentato si sparge in città, entra nelle case, nelle chiese, nel teatro San Luigi affollatissimo. La gente si riversa nelle strade. L’in­dignazione è grande. I senatori della Repubblica, che a quell’ora si trovavano riuniti in consiglio, abbando­nano l’aula e si precipitano al convento dei Servi per avere notizie. Poi si costituiscono immediata­mente in tribunale e deliberano con procedura d’ur­genza la cattura degli assassini.

Si dice che costoro abbiano cercato riparo dietro le mura della casa del nunzio papale. La voce corre di bocca in bocca, e il popolo, furibondo, irrompe nelle adiacenze del palazzo apostolico. Dalla folla sale un grido : « Diamolo alle fiamme! » Il prelato se la vede brutta. A toglierlo dall’imbarazzo è una compagnia di soldati che stende un cordone pro­tettivo attorno alla nunziatura. La folla è inferocita e non lascia dubbi sulle sue intenzioni : prendere d’assalto il palazzo e massacrare il nunzio con tutti i suoi preti. (Per alcuni giorni resterà assediato nella sua residenza per non correre il rischio di essere linciato.)

Per fortuna a calmare gli animi intervengono alcuni magistrati. Raccomandano prudenza, esortano a non raccogliere la provocazione, scongiurano i più scalmanati a desistere dall’azione : « Fra’ Paolo è ancora vivo, tornate a casa, figlioli. La Repubblica farà il suo dovere per la cattura degli assassini, non dubitate ».

Il suo dovere la Repubblica lo fa sul serio, e senza perder tempo.

Gli assassini sono subito identificati. Si tratta di tali Ridolfo Poma, Alessandro Parrasio e Michele Viti, un prete della Chiesa di Santa TrinitĂ . Sono fulminati da un bando terribile.

« Prenderli vivi o morti! » Quattromila ducati di taglia sul capo del « capomasnada ». Duemila sugli altri. Poi siano portati a Venezia — dice il bando — gettati su un carro e fatti sfilare attraverso la città.

Al loro passaggio un messo della Repubblica griderà di continuo la loro colpa. Poi saranno condotti sul ponte di Santa Fosca. Qui il ministro di giustizia comanderà che sia loro tagliata « la mano più valida, sicché si separi dal braccio. Con tale attaccata al collo, il condannato sia menato a coda di cavallo per terra in mezzo alle due colonne di San Marco, dove sopra un eminente solaro gli sia tagliata la testa, sicché si separi dal busto, e muoia, ed il corpo sia diviso in quattro parti, da essere attaccati sulle forche nei luoghi consueti. »

Eppure l’attentato era nell’aria. Avvisi, segni pre­monitori non erano mancati.

Traiano Boccalini, alto prelato di Curia, qualche settimana prima, aveva fatto recapitare al Sarpi una lettera ambigua ma significativa. « Badate — gli diceva — che con la lingua e con la penna avete offeso una Sedia apostolica… non addormentatevi, vi prego… il braccio dei preti è lungo perchĂ©… »

Non solo « lungo », ma anche rapido : « Un colpo da essi inferto è prima dato che inteso. »

E concludeva : « Io vi parlo con franchezza perché vi voglio bene, e so che la vostra vita è necessaria al mondo e preziosa agli amici. »

Il Boccalini aveva parlato di ciò che vedeva e sen­tiva a Boma; ma fra’ Paolo non aveva dato molta importanza all’avvenimento.

Successivamente, passando per Venezia, Gaspare Scioppio, un filosofo bene accetto alla Curia, aveva voluto avvicinare il Sarpi.

« Non dimenticate che il papa ha le mani lunghe », gli aveva detto scherzando. E sempre scherzando : « Volendo, potrebbe farvi ammazzare quando vuole. Però lui preferisce avervi vivo. »

Sorriso incredulo del Sarpi. « Ebbene — aveva con­cluso lo Scioppio — vi consiglio di riconciliarvi. Se volete, vi offro la mia mediazione. » « Mi rimetto alla Provvidenza — aveva risposto il frate. — In quanto alla mia vita, sono io che ne disporrei nel caso in cui fossi preso vivo; e piuttosto di far cosa indegna, sarei io a togliermela. »

Qualche settimana dopo, l’ambasciatore di Venezia a Roma, Contarmi, il 29 settembre 1607 — alcuni giorni prima dell’attentato — aveva scritto al Consiglio dei Dieci per metterli in guardia contro l’arrivo di un certo Rutilio Orlandini, losca figura di disertore, pronto ad ogni bassezza, pur di aver soldi. Gli risultava che l’Orlandini avesse ricevuto una forte somma per « ammazzare il Servitor fra’ Paolo ».

(Arrivato a Venezia, l’Orlandini sarà arrestato e strozzato in carcere.)

Le voci insomma correvano. Ne ricevevano tutti. Il frate non dava gran peso alle dicerie. Dietro insi­stenze, si era deciso, più per accontentare gli altri che se stesso, a prendere alcune precauzioni : come quella di farsi accompagnare da un frate. Già, però, da alcuni giorni, egli aveva notato un insolito andiri­vieni di sconosciuti nei pressi del Convento.

Al capezzale di fra’ Paolo sono frattanto accorsi i medici più famosi della Repubblica. C’è il professor Acquapendente, illustre clinico dell’Università di Padova. C’è il grande chirurgo Adriano Spigelio. Hanno l’ordine di vegliare il Sarpi giorno e notte, e di tener costantemente informato il Senato sulle condizioni del ferito.

Tornato in sé, il Sarpi ritrova subito la presenza di spirito che gli è abituale. Vuole vedere il pugnale che lo ha colpito. Lo tasta, esclama : « Non è limato. » Non è un buon segno.

Al mattino seguente si verifica un improvviso peg­gioramento. La febbre è altissima. Si teme seria­mente per la sua vita. Gli vengono somministrati i Sacramenti. Ma la crisi si risolve, dopo aver tenuto il degente quarantotto ore tra la vita e la morte. Per venti giorni sarà costretto a stare a letto, in una posizione di quasi assoluta immobilità. Il 5 novembre, l’Acquapendente gli comunica che può ormai consi­derarsi fuori pericolo. Medicandolo per l’ultima volta, gli confessa di non aver mai visto, in vita sua, una ferita così strana. « Sì, riconosco lo stile — risponde fra’ Paolo — è quello della Curia romana. »

Verso i primi di dicembre 1607, Paolo Sarpi, ormai completamente ristabilito, lascia il letto. Depone il pugnale ai piedi del Crocefisso con l’inscrizione : « Dei Filio liberatori. » Esce dal Convento, attraversa la popolosa contrada di Mercerìa per recarsi in San Marco. I mercanti si schierano a guardia sulle botte­ghe e gridano alla gente : « Fate largo a fra’ Paolo. » In piazza San Marco è accolto da una grande ovazione del popolo. Tra le acclamazioni, serpeggia ancora qualche imprecazione : « A morte i papalisti! » Il Doge riceve il frate con tutti gli onori : « Paolo Sarpi — dice — è Venezia. E chi colpisce voi, col­pisce la nostra Repubblica. »

Chi aveva dunque attentato alla Repubblica della Serenissima? Chi aveva affilato i pugnali nell’ombra, armato i sicari e cercato di abbattere il frate? E perché? Grande fermento a Venezia. Le voci corrono.

I sospetti s’ingrossano, s’addensano. Su chi?

Ancora tra gli atroci dolori, fra’ Paolo si era lasciato sfuggire un’indicazione : stylo Romanae Curiae.

Un passo indietro. Roma, 20 settembre 1606. Dal palazzo del Sant’Uffizio : « Per plurima temeraria, calumniosa, scandalosa, seditiosa, schismatica, erro­nea et haeretica ivi contenute, ordiniamo che i libri di fra’ Paolo Veneto, dell’Ordine dei Servi di Maria, siano dati alle fiamme. »

Il decreto esce dopo una seduta agitata. La discussione assume in certi momenti toni di particolare asprezza. Non tutti gli inquisitori sono dello stesso parere sui « rigori » da applicare al Servita veneziano. E poi, c’era una questione di forma da salvare : non si condanna in contumacia – dicono alcuni giudici — dovremmo prima sentire l’ « accusato ». Si risponde che era una parola far venire a Roma 1’ « accusato » : di certo non si sarebbe mosso da Venezia : tanto valeva « procedere » in sua assenza. E poi… « E poi — chi parla è un vecchio inquisitore incanutito a furia di redigere decreti di comparizione e di scomunica — e poi parliamoci chiaro : qui in gioco non sono le nostre persone, le nostre simpatie o le nostre antipatie… e nemmeno è in gioco la nostra particolare visione della Chiesa nel mondo. No, reverendissimi Padri : qui è in gioco il destino stesso della Chiesa nella sua autoritĂ  e nel suo prestigio. Permettere che si discuta la prima significa ammettere a breve scadenza il crollo del secondo. L’autoritĂ  non è fatta per essere discussa. E cedere su un punto vuol dire cedere su tutto. » E’ una presa di posizione decisa. Qual­cuno obietta timidamente che l’autoritĂ  è inalienabile soltanto quando essa coincide con la veritĂ . « Coincide » esclama il cardinale Bellarmino.

Il decreto giunge a Venezia il 27. Il 28 il Senato della Serenissima, per ripicca, rende pubblica lode al frate per la sua « eccelsa dottrina », e lo premia.

30 ottobre : altro decreto del Sant’Uffizio. Si ordina a fra’ Paolo di comparire di persona, « fra venti giorni », sotto pena di scomunica, « infamia perpetua e privazione di ogni ufficio e dignità, per rispondere delle accuse mosse allo stesso », e cioè : « per aver sostenuto e provato che la Repubblica di San Marco ha ragione; e il Successore di San Pietro torto; il che è un’eresia ».

Per risposta, tre giorni dopo il Senato decreterà che ai duecento ducati di stipendio già assegnati a fra’ Paolo, altri duecento siano aggiunti; per « quel­l’ottimo servizio ond’egli fra tutti con le sue scritture piene di profonda dottrina sostenta con validissimi fondamenti le potentissime e validissime ragioni nella causa che ha di presente la Repubblica colla Corte di Roma ».

Che farà fra’ Paolo. Ubbidirà all’ingiunzione e si recherà a Roma?

A Roma? Ma il frate non ci pensa neanche. Per fare la line di Giordano Bruno ? E chi a Venezia, in Italia e in tutta Europa ha dimenticato il rogo di Campo de’ Fiori? Bruno aveva pagato per tutti : soprattutto per la sua ingenuità. Il processo era andato avanti per sette anni : lo si era accusato di aver negato l’incarnazione, la Trinità, la transustanzazione; di aver dubitato dei miracoli, dileggiato i preti, deriso la religione. Bruno si era disperatamente difeso. Invano. Riconosciuto « eretico e impenitente », era stato condannato a morte. L’esecuzione era avvenuta all’alba del 17 febbraio 1600, sotto un cielo pulito, freddo e asciutto che prometteva una giornata magnifica. Scortato da sette padri di quattro diversi ordini religiosi, era stato spogliato, legato a un palo e consegnato al boia. Affinché negli ultimi istanti del supplizio, dalle labbra del morituro non uscissero parole blasfeme, gli era stata serrata la lingua in una morsa quella « terribile » lingua. Prima di appiccare il fuoco, un monaco gli aveva messo sotto gli occhi un crocefisso. Bruno aveva volto sdegnosamente lo sguardo altrove. Bruciato come un cane rognoso, morto con odio contro gli uomini, e, ciò che è più tremendo, in discordia con Cristo.

(omissis)

Il 17 aprile 1606 aveva segnato una data cruciale.

In un concistoro segreto, papa Paolo V lancia contro il governo del Doge l’Interdetto. L’atto è grave. Il territorio della Repubblica, colpito dalla massima pena, è abbandonato dalla Chiesa e relegato nel ghetto della Cristianità.

L’interdetto non è una pena spirituale : è la proibizione dei conforti religiosi, investe tutti i cittadini, colpisce quindi anche gli innocenti. Le autorità preposte all’amministrazione della cosa pubblica sono scomunicate. I sudditi sono sciolti dal giuramento di fedeltà e dall’obbligo di osservare le leggi dello Stato, sotto pena di incorrere essi stessi nella scomunica. Tutti i beni mobili dei cittadini e dello Stato sono revocati, e gli immobili confiscati a favore della Curia di Roma. L’Interdetto pontificio mira al cuore dello Stato ribelle per abbatterlo, scardinarlo dalle basi stesse su cui si fonda, a cominciare dalla proprietà. Le persone degli scomunicati non sono più coperte da alcuna garanzia né costituzionale né morale : sono alla mercé del primo che le aggredisce. Il clero regolare e secolare deve astenersi dal servizio divino. I penitenti non potranno confessarsi, i fedeli non potranno comunicarsi, i neonati non saranno battezzati, le coppie non saranno unite in matrimonio. Le comunità religiose dovranno lasciare il territorio colpito dall’Interdetto. Tutti i Principi, i re, i governanti degli Stati vicini sono tenuti ad approntare un esercito e a combat­tere contro 1’ « infame ». Indulgenza plenaria a tutti coloro che prenderanno le armi e scenderanno in campo, e contri­buiranno col ferro e col fuoco a sradicare il bubbone sorto sul corpo della Santa Madre Chiesa. Assoluto divieto di comprare o vendere cogli scomunicati, pena di cadere essi stessi sotto gli stessi rigori. I sudditi colpiti sono dichiarati « infames »; i loro figli, nati dopo l’atto pontificio, ille­gittimi. I processi e gli atti notarili compiuti durante l’Inter­detto sono considerati giuridicamente non validi. E’ fatto infine obbligo ai religiosi, prima di lasciare la città, di affiggere sui muri delle chiese il testo dell’Interdetto.

(omissis)

(Paolo Sarpi)… invita i suoi autorevoli lettori a dare uno sguardo sul passato, in particolare alla storia dei Concili. Vediamo per esempio — scrive — che nel primo concilio, tenutosi a Gerusalemme, Pietro è chiamato ad esprimere il suo parere come gli altri. L’assemblea dei primi apostoli è sovrana. Delibera, spedisce legati, nomina diaconi, ordina allo stesso Pietro di recarsi con Giovanni a predicare in Samaria. In seguito, non pochi sono i casi in cui si vede un papa severamente ripreso da un collegio di vescovi. Nel terzo secolo, San Cipriano martire, senza tener conto della scomunica lanciatagli da papa Stefano, lo biasima definendolo ingiusto, arbitrario, imprevidente, intempestivo; lo accusa nientedimeno di aver risolto negativamente la controversa questione se gli eretici dovessero essere ribattezzati. Assem­blea dei vescovi d’Africa del 426, riunita a Cartagine, pre­sente tra gli altri Sant’Agostino : si redige una lettera al pontefice per rimproverarlo di aver ascoltato con troppa compiacenza un certo prete, lingua lunga e pestifera; non solo, ma per ricordargli che non è detto che lo Spirito Santo si debba scomodare per uno solo, a Roma, e infischiar­sene di « tanti fratelli, adunati nel nome di Cristo ». E cosi via : il papa era stato contestato nel concilio generale di Calcedonia nel 455; in quello di Costantinopoli del 553.

Qui la controversia verteva su una questione di precedenza : questione apparentemente formale, ma che nascondeva una questione di principio; e il papa aveva rifiutato di inter­venirvi, perché non gli era stata concessa la sedia più elevata del patriarca costantinopolitano. In tempi più vicini : concilio di Costanza (1414). I padri conciliari depon­gono i tre papi che si contendono la tiara, e ribadiscono in forma solenne il principio che il concilio prevale sul papa in materia di fede, di estirpazione di scismi e di riforme. Dieci anni dopo, papa Eugenio IV pretende di sciogliere il concilio di Basilea, affermando in tre Bolle, una dopo l’altra, la supremazia del vescovo di Roma. Ma il Concilio gli tiene testa e lo obbliga a revocare le tre Bolle.

A tornare alla carica, sempre sulla supremazia papale, è Leone X. Nemmeno il concilio di Trento — il concilio della Controriforma — aveva risolto la spinosa questione. Se ne era parlato e discusso a lungo, e « romanisti » e « anti-romanisti » si erano smarriti in una foresta di « distin­guo », di « se », di « ma »…

Ne era uscita salva l’autorità della sede apostolica, ma ne era uscito salvo anche il principio della sovranità del Concilio.

(omissis)

Per la veritĂ , tra il papa e il doge, tra Roma e Venezia, le ragioni di contesa non erano mai mancate. Il campanile di S. Marco non era nuovo ai fulmini di S. Pietro.

Un primo aveva cominciato a scagliarlo Innocenzo III, nel 1201. Era stato a proposito della presa di Zara. Con il tacito assenso del papa e su istigazione del locale vescovo, la città dalmata aveva cercato di liberarsi dagli artigli del Leone di S. Marco. Una vera e propria ribellione al dominio di Venezia. La repressione era stata dura. Di qui la scomu­nica del papa. Nel 1282 le truppe del francese Carlo d’Angiò e quelle spagnole di Pietro d’Aragona si scontrano in campo aperto per disputarsi il reame di Sicilia. La Repubblica veneta aveva ben altro cui badare, per mettersi in mezzo tra i due contendenti, ed aveva scelto la neutralità. Mar­tino IV, papa, la fulmina di interdetto. Altra grana agli inizi del XIV secolo. A disputarsi il trono di Ferrara sono in due : Folco di Fresco, chiamatovi dal padre Azzo XIII, e il fratello di costui, Francesco. Il papa Clemente V punta su quest’ultimo. Venezia si vede colpita ancora da scomu­nica e interdetto, con gravi danni, al punto che è costretta a chiedere l’assoluzione. Nel 1435 un’altra scomunica piove su Venezia per divergenze temporali col patriarca di Aquileia, e in quell’occasione, per la prima volta, il governo fa appello al futuro Concilio. Gli risponde vent’anni dopo papa Callisto III, che rovescia sulla città lagunare gli anatemi della Chiesa di Roma a punizione delle rappre­saglie che 1 galeoni veneti avevano inferto agli ancone­tani.

1483 : è la volta di Sisto IV che infligge l’interdetto per le rivalità sul possesso di Ferrara. Sulle acque della laguna si ammucchiano i dardi di Roma. La città comincia ad abituarsi a questa specie di pioggia, ci fa il callo : sco­muniche, interdetti ed anatemi rischiano di essere risuc­chiati dall’inflazione. Lo si vede appunto con Sisto IV : il governo della Repubblica alza le spalle, non permette che si pubblichi il testo; va oltre, giunge a far affiggere alle porte della Chiesa di San Celso in Roma un appello della Repub­blica al Concilio. L’atto è provocatorio. Papa Giulio II non se ne dà per inteso, e scatena sulla solita Repubblica i soliti fulmini spirituali. La situazione era peggiorata improvvisamente con l’acquisto di Ferrara da parte del papa.

I due Stati si trovarono a contatto. Cominciarono a graf­fiarsi. Motivi di litigio non ne mancavano : a questioni di giurisdizione canonica si associano questioni di confini, di commercio, di dogane, di privilegi, ecc. Ad aggravare i rapporti intervengono fatti più o meno incresciosi.

1592 : la flotta Veneziana è impegnata in una insidiosa guerriglia contro gli Uscocchi, pirati audacissimi che dalla Dalmazia, dove hanno le loro basi, insidiano i mercantili della Serenissima, e, molestandone i traffici, causano gravi danni al commercio col Levante.

Mentre Venezia cerca di ripulire le sue acque, numerosi banditi, al comando di capi feroci e spericolati, infestano lo   Stato della Chiesa e il Regno di Napoli. Ermolao Tiepolo, generale veneto, ha un’idea : credendo di opporre peste a peste, assolda cinquecento di questi banditi, li trasporta in Istria, e li lancia contro le basi degli Uscocchi.

Sdegno del Papa. Chiede l’immediata consegna di quei masnadieri. Meraviglia del Senato veneto : ma come? Non era contento Sua SantitĂ  di vedersi liberato senza spese da quel flagello? No, Sua SantitĂ  non è affatto contento. Richiama il nunzio a Roma, gli fa una severa lavata di capo : avrebbe dovuto « sapere, prevedere, provvedere ». Poi si rivolge contro Venezia, minaccia di rompere i rapporti diplomatici, rivuole subito, e tutti quanti, quei « suoi masnadieri ». La Serenissima non vuole complicazioni e, per evitare il peggio, cede. La veritĂ  è che gli Uscocchi non tormentavano soltanto i Veneziani, ma anche e soprat­tutto i Turchi; ed era contro i Turchi che il Papa stava preparando la sua guerra.

La Santa Sede voleva la sua guerra contro la Sublime Porta, Venezia voleva occuparsi e preoccuparsi soltanto dei suoi affari. Dei quali Roma, a quanto pare, se ne infi­schiava. 1595 : Bolla pontificia : si fa divieto agli Italiani in generale, ai Veneziani in particolare, di « portarsi di là dai monti nei paesi dove fossero eretici, senza una licenza degli inquisitori locali. » « Questo significa paralizzare i nostri mercanti » — esclama il Doge. In effetti, una proibi­zione del genere rischiava di asfissiare l’economia della Repubblica. « Venezia — si diceva — è fondata sull’acqua, sulla fede e sul commercio. » I « mercanti » veneziani visitavano mensilmente tutti i Paesi del nord Europa : Inghilterra, Svizzera, Germania, Olanda, che costitui­vano mercati interessantissimi.

Ancora 1595 : altro colpo all’economia dello Stato Veneziano. II Papa esce con un Breve inatteso : si vuole che anche a Venezia si osservi 1’ « Indice » dei libri proibiti. Venezia era la capitale dell’editoria. I due terzi di ciò che si stampava in Italia usciva dalle tipografie della laguna. L’industria della carta stampata era, nello scheletro dell’eco­nomia della Serenissima, la parte lombo-sacrale, una delle più sensibili.

L’ « Indice » — e cioè l’autorizzazione a stampare soltanto libri severamente conformi all’ortodossia cattolica — dimez­zava di colpo la produzione libraria e provocava una grave artrosi economica del paese.

Venezia aveva le sue vertebre sul mare. Colpirla sull’Adria­tico significava farla dolorare. I diritti della Serenissima su quelle acque erano antichissimi. In virtù di tali diritti, era fatto obbligo ai vascelli carichi di mercanzia di toccare il porto di Venezia dove pagavano gabella. Della franchigia godevano i soli Veneziani ; ne conseguiva che la flotta mer­cantile della Serenissima poteva praticare noleggi di concor­renza; pertanto essa controllava tutto il traffico marittimo.

Era inoltre consuetudine che le navi che caricavano olio nelle Puglie dovessero attraccare a Venezia : da qui la merce veniva dirottata via terra nelle diverse localitĂ .

Un po’ per compiacenza, un po’ per quieto vivere, si era chiuso un occhio per i duchi di Ferrara; sicché capitava spesso che si concedesse alle loro navi il permesso di appro­dare nella Sacca di Goro del ferrarese. Quando Ferrara fu incorporata nello Stato pontificio, le cose cambiarono. Le autorità pontificie chiesero che a Ferrara fosse stabilito un grande emporio di merci. Era una chiara manovra di Roma per togliere a Venezia il monopolio commerciale nell’Adriatico. I grandi noleggiatori veneziani, disposti nelle loro contese con Roma a transigere su tutte le questioni di fede e di teologia, non lo erano evidentemente quando in ballo erano gli affari. Essi non si discutevano. Fecero pressioni sul governo. E il governo inviò nelle acque ferra­resi una flotta armata. Ordine di far sgomberare i depositi di merci, e di considerare quelle giacenti come di contrab­bando. Come risposta il Pontefice fa deviare fino a Comacchio un ramo del Po, sui cui argini fa erigere fortificazioni a « tutela dei suoi interessi ».

Bolliva questa contesa, quando un’altra — siamo verso la fine del Cinquecento — ne scoppiava. A causa delle continue alluvioni del Po, si erano ammassati sulle coste grandi detriti che finivano per ostacolare la navigazione.

Il Senato di Venezia aveva cercato di provvedervi : una gigantesca opera era in progetto, quella di far deviare le acque padane a mezzo di canali artificiali. Il papa vi si era decisamente opposto : una deviazione del letto naturale del Po avrebbe finito per pregiudicare le terre del ferrarese, che ad ogni piena, specialmente in autunno, sarebbero state minacciate da alluvioni. Per poco i due Stati, Roma e Venezia, erano sul punto di prendere le armi. Senonché, anche perché consigliato dalla Spagna, il papa preferì venire a un accomodamento con la Serenissima. Breve però è la concordia. Ecco subito un’altra grana — antica, e ormai cronica : quella dell’investitura del patriarca. Dai tempi dei tempi, era invalsa la consuetudine che a Venezia il vescovo — il patriarca — fosse eletto dal popolo, e successi­vamente confermato dal Doge. La Repubblica aveva sempre considerato la patriarchia, e cioè la diocesi veneziana, come un suo « iuspatronato », un affare interno : il papa non ci doveva mettere il naso.

Non erano stati di questo avviso diversi pontefici; ma poi, chi per quieto vivere, chi perché in altre faccende affaccendato, avevano preferito lasciare in sospeso la questione in attesa di tempi migliori. Ma Clemente Vili nel 1601 decide di risolvere una volta per tutte, e con la maniera forte, questo « Contenzioso » giuridico con Venezia. Improvvisa­mente decreta che tutti i vescovi d’Italia, nessuno escluso, non importa quali fossero le loro prerogative e i loro privilegi, dovessero recarsi a Roma per esservi esaminati, giudicati, consacrati, confermati. Muore Lorenzo Priuli, ed è eletto dal Senato Monsignor Matteo Zane. Il papa pretende che questi si rechi a Roma per essere esaminato, come vuole il recente decreto. Risponde picche il Senato, e fa appello alle antiche consuetudini. Insiste Clemente Vili. Si trova una via di mezzo : il prelato si sarebbe recato a Roma, non per esservi esaminato, ma soltanto per deferenza verso Sua Santità.

Sotto il puntiglio formale covava un antico mai sopito dissidio : il diritto dello Stato di nominare i propri vescovi, e quindi di tenerli sotto la sua tutela ; il dovere della Santa Sede di contrastare tale diritto.

(omissis)

Chi soffia sotto? « Quel maledetto frate », insinuano alcuni. Il pensiero va dritto al Sarpi. « Il piccolo Lutero d’Italia » diventa la bestia nera della Curia.

Si arriva così al fatai? 17 aprile 1606.

Concistoro in Vaticano.

Dal racconto dello storico : « Disceso nel concistoro, il Papa proruppe in lamenti contro i Veneziani, espose le sue ragioni, la loro pertinacia, mostrò il monitorio e chiese i voti. » Formalità forse inutile, perché tutto è già stato deciso nello studio del Pontefice. Ma papa Borghese è quello che è : un uomo d’ordine : la procedura ha un suo protocollo : non si tocca.

E’ venuta l’ora di agire. Finito il tempo delle incertezze e dei dubbi.

Questi non erano mancati Ano all’ultimo momento. Nel recarsi in Concistoro, Paolo V aveva esitato a lungo. Le decisioni erano gravi. Si era fermato in cima alla scala, aveva ondeggiato : per un momento aveva pensato di tornare indietro. Il cardinale Arrigoni, che lo accompagnava, gli fece animo. Paolo V procedette.

Paolo V dichiara che il Senato e tutto il territorio della Repubblica della Serenissima cadranno sotto « li rigori » dell’Interdetto se entro ventiquattro giorni con un’aggiunta — si noti il particolare — di « tre volte ventiquattro ore », le leggi « inique » della Repubblica di Venezia non saranno revocate, e i due prigionieri consegnati.

Trentasette sono i cardinali presenti — tutti, meno due, approvano la decisione del Pontefice. Sono i cardinali Valiero di Verona e Delfino di Vicenza. I due porporati dovettero soffrire le pene dell’inferno. Per scrupolo, Valiero consiglia « pacatezza, maturità, riflessione. » Risponde il Papa di averci pensato abbastanza, che era sicuro di quello che faceva.

« Quand’è così — replica il cardinale — non ho altro da aggiungere. »

Il cardinale di Ascoli approva con un profondo inchino. Il cardinale Zappata osserva che « i preti sotto li veneziani » erano a « peggior partito che non gli Ebrei sotto il Faraone ». Uno alla volta, i porporati si alzano e fanno la loro dichia­razione di voto. Giustiniani dice che i Veneziani non « meri­tavano scusa » ; per di più erano in peccato. Santa Cecilia : la causa del Pontefice è la causa di Dio. Bandino promette al Pontefice fama immortale. Colonna : doversi trattare i Veneziani « più col flagello che con la dolcezza ».

Insomma tutti concordano. Il più inflessibile è il cardinale Baronio. Dice : « Il ministerio di Pietro ha due parti : l’una di pascere le pecore, l’altra di ammazzarle e di man­giarle. » Aggiunge non essere tale « ammazzamento cru­deltà, ma atto pietoso, perché è vero che perdono il corpo, ma poi salvano l’anima. »

L’editto dell’Interdetto è già pronto e stampato nelle forme legali.

Il giorno dopo, il nunzio a Venezia e l’ambasciatore a Roma fanno le valigie. Ordine di rientrare in patria. I dadi sono tratti. Roma ha varcato il Rubi­cone della scomunica.

Il carattere e le idee personali di papa Borghese sono determinanti nello svolgersi degli avvenimenti. Paolo V e la corte pensano che la Repubblica non reggerà al lungo assedio psicologico e religioso : ufficialmente il grave atto pontificio contestava a Venezia quattro punti. Primo, l’abolizione del diritto di prelazione degli ecclesiastici sui beni ecclesiastici enfiteutici. Secondo, il divieto di fondare nuove chiese e luoghi pii senza permesso delle autorità. Terzo, la proibizione da parte del clero di fare donazioni o legati o qualunque altra aliena­zione di beni immobili senza permesso dello Stato; quarto, infine, che il governo della Repubblica avesse messo le mani su due religiosi e li tenesse incarcerati nelle proprie galere.

Il testo dell’Interdetto, o Monitorio, doveva essere pubblicato da tutti i patriarchi, arcivescovi, vescovi nel territorio veneto. Se ciò non fosse stato possibile, doveva ritenersi sufficiente la pubblica­zione in Roma.

Venezia non si lascia sorprendere dagli avveni­menti e corre ai ripari. Il doge ha già preso le sue misure.

Quando, all’alba del 20 aprile, giungono a Venezia le prime voci sulle decisioni del Papa, tutto è già stato predisposto. Ordini tassativi sono stati dira­mati agli Ordini religiosi : innanzi tutto proibizione assoluta di affiggere il testo della scomunica, « sotto pena di morte ».

Il 21 giunge la conferma che la scomunica è stata effettivamente pronunciata. Diramati altri ordini. Il pericolo è grave. La situazione potrebbe precipi­tare da un momento all’altro col rischio di pericolose complicazioni internazionali. Le potenze europee, Spagna in testa, potrebbero prendere le armi e calare su Venezia. Tutto è possibile. Il Senato della Repub­blica ordina pertanto il richiamo di generali, ammi­ragli e colonnelli. Meticoloso come sempre, il nunzio (rimasto a Venezia) ne dà comunicazione al segretario di Stato : « Hanno chiamati i generali deH’armi — scrive — e molti colonnelli. » Aggiunge però che, a parer suo, si tratta più di « ostentazione che d’altro ».

Altro che « ostentazione » : pattuglie di soldati sono distaccate nei punti nevralgici della cittĂ ; le truppe, messe in completo assetto di guerra, sono inviate ai confini dei territori piĂą minacciati; contingenti sono richiamati in servizio. E’ decretata la mobilitazione civile. Videant Consules… Provveda il doge affinchĂ© la Repubblica sia salva. L’antica formula romana dei tempi eccezionali riecheggia sinistra nella laguna. Il doge provvede con pron­tezza e decisione. Ordine ai parroci di consegnare alle autoritĂ  tutte le lettere che pervengono da Roma. Divieto di affissione davanti alle chiese. Monito ai priori, ai conventi, ai frati, alle suore di « stare buoni ». La Repubblica non tollererĂ  infrazioni, sfide, provocazioni, da qualunque parte esse pro­vengano.

« Pena di morte » per chi affigge il testo dell’Interdetto. Quanti si mostreranno « devoti » alla Repubblica, saranno da essa protetti. A chi si sottrae all’ubbidienza delle sue leggi, è fatto obbligo di lasciare immediatamente i territori della Serenissima : sappia che non potrà più ritornarci.

Il 6 maggio, è diramata una circolare a tutto il clero. In nome della Repubblica, il doge prende nettamente opposizione contro le disposizioni vati­cane. Dichiara di non riconoscere l’autorità papale su questioni temporali; assicura di aver adoperato tutti i mezzi per la composizione della controversia, ma constata di aver parlato a dei « sordi ». Perciò si vede costretto, suo malgrado, a prendere le oppor­tune misure per la salvaguardia dei diritti dello Stato. Conclude che la Santa Sede è uscita dalle sue competenze, e che non avrebbe dovuto occuparsi di cose del genere. In pieno Collegio, glielo dice anzi in faccia, al nunzio apostolico esterrefatto : essere il Papa inesperto « del modo in cui il mondo va gover­nato ». Non solo, ma gli fa balenare anche la possi­bilità di uno scisma. Perché no? Venezia potrebbe anche staccarsi dalla Chiesa con tutte le conseguenze facili da immaginare. Si sarebbe trascinato nell’apo­stasia anche altri Stati. Sarebbe stata la fine del « regno di Pietro », almeno in Italia.

Era un bluff? Una manovra psicologica di pres­sione ?

Nello stesso momento, gli ambasciatori di Venezia accreditati presso i sovrani stranieri ricevono istru­zione di chiarire i motivi della contesa : trattarsi di una « bega » tra Venezia e Roma : niente di più, niente di meno. La religione, i dogmi, la fede non c’entravano. Da tenere a bada erano due : Spagna e Francia — gli unici che avrebbero potuto inter­venire militarmente. L’Inghilterra era neutrale, anche se sotto sotto era con Venezia.

Nonostante tutte le misure prese, nella notte tra il 2 e il 3 maggio il Breve con la minaccia della scomu­nica è affisso in cinque chiese di Venezia. Ma è subito fatto strappare. Clero e popolo dovevano sapere che le autorità di Venezia facevano sul serio. Tutto dipendeva da alcuni atti energici. Ce ne furono realmente ?

Il Pastor, lo storico dei Papi, parla di diverse esecuzioni di preti avvenute segretamente, e di un principio di fuga di sudditi : travestiti da contadini, da soldati e da donne, molti sarebbero fuggiti lasciando i loro beni, pur di non sottostare alla coercizione delle autoritĂ  e di restare fedeli ai Pontefice.

E’ discutibile. Il clero, soprattutto i vescovi, trova molto più comodo ripararsi dietro l’alibi della « pena di morte » decretata dal governo, per giustificare l’obbedienza alle ordinanze dello Stato e, per contro, la disubbidienza al Papa.

In effetti, quella della « pena di morte » era stata una mossa abile : come dice lo storico, servi a coprire la disubbi­dienza sotto il mantello del timore a quanti non se la senti­vano di lasciare parrocchie e vescovadi e di andare raminghi per il mondo. Ciò significava legalizzare la disubbidienza. Paolo V lo capisce e ne è profondamente addolorato. Ci fu un momento in cui, trascinato dallo sdegno, avrebbe voluto processare tutti i suoi vescovi, e deporli seduta stante dalle loro funzioni.

Tre vescovi per la verità, quello di Verona, quello di Brescia, e quello         di Treviso, sembrano all’inizio voler contrastare le disposizioni del doge.

Al primo, è imposto di celebrare, anzi celebrare solenne­mente, l’ufficio divino : altrimenti, tutti i beni, suoi e dei fratelli, sarebbero      confiscati. Al vescovo di Brescia        si fa balenare analoga minaccia. Il vescovo di Treviso tenta l’eterna scappatoia : marca visita, si dà ammalato. Niente da fare. 0 celebrare la messa, o rischiare di perdere tutte le proprie sostanze.

In effetti, il clero secolare rischia di fare le spese delia guerra dell’Interdetto. Venezia li minaccia nel punto che ha più caro : il posto, le comodità, i benefici. Roma, veden­dosi disubbidita, fa altrettanto. In Curia un cardinale propone nientedimeno che la scomunica e la privazione delle prebende ai religiosi « collaboratori ».

Come reagisce il clero? La Repubblica ha bisogno di buoni predicatori da contrapporre, dal pulpito, alle mene sotterranee dei Gesuiti. E’ la battaglia delle prediche dopo quella della stampa. Il Consiglio dei Dieci devolve cinquanta ducati a certo fra’ Bernardo Giordani, guardiano in San Francesco della Vigna, « ad honor del Signor Dio », per essersi « fruttuosamente adoperato a diversi monasteri, secondo gli ordini pubblici ». Altri cinquanta ducati sono devoluti a tale fra’ Saverio Boldini, francescano, per aver predicato in favore della Repubblica. Glieli porta di persona il segretario del Consiglio, ma il frate li rifiuta : « Tutto quanto ho fatto e faccio in servizio di questa Serenissima Repubblica — risponde secco il francescano — l’ho fatto e lo faccio per dovere : io sono cittadino di Venezia. » « E noi siamo cittadine del cielo », rispondono alcune reli­giose : « perciò nulla dobbiamo alla Repubblica. » « E allora andatevene in cielo », è la risposta del capo delle guardie. Le « vergini » dovettero fare le valige e cercare rifugio in un monastero di Ferrara. La badessa le ospitò per un po’, poi le pregò di ritornare in terra, e cioè a Venezia, per questione di approvvigionamenti.

Tra i fedeli non erano mancati, sulle prime, incertezze e contrasti. Su alcuni muri di Verona appaiono scritte inneggianti al Papa. Al di là del Mincio, per esempio, la fede nella Repubblica comincia a vacillare dopo le prime setti­mane : la gente si spinge nel Milanese per ricevere i sacra­menti. In uno stesso convento di Verona, metà delle suore non osserva l’Interdetto e va a messa, altre no. A Bergamo, mentre un predicatore sta biasimando coloro che asserivano essere peccato andare a messa, si vede piantato in asso dagli ascoltatori. Le Bernardine di Murano sono le più ostinate. Ai messi della Repubblica che ingiungono di astenersi dall’osservare l’Interdetto, rispondono salomo­nicamente : « Noi diamo a Dio quello che è di Dio e a Venezia quello che è di Venezia. » « Perfettamente d’accordo — risponde il funzionario della Repubblica — ma il fatto è che la chiesa è in territorio di Venezia. » « Bene — ribattono le monache — noi non assisteremo alle funzioni religiose, ma non impediremo che altri vi assistano. » Era un risposta. Alcuni giorni dopo giungono al Consiglio dei Dieci voci secondo le quali le religiose avevano picchettato l’ingresso della chiesa per impedire ai « crumiri della fede » di entrarvi. Un drappello di soldati è inviato sui posto per assicurare « la libertà di culto ». Le religiose non si danno per vinte, e dalle finestre disturbano la messa. Il Consiglio dei Dieci non pone tempo in mezzo, e fa sprangare porte e finestre dei convento, non fa arrivare i viveri. Prese dalla fame, ma decise più di prima a resistere a Venezia, le monache si scusano dicendo che i loro cappellani erano fuggiti e che pertanto non potevano assistere alle funzioni religiose. Il Senato spedisce loro altri cappellani.

Un tale, sorpreso a scrivere sui muri frasi oltraggiose nei confronti del doge, è impiccato. E’ uno straccio che salta e che paga per tutti.

I conventi sono visitati ogni giorno da un laico che si accerta che il servizio divino sia celebrato.

Da Venezia qualcuno riesce a fuggire : un canonico, gli abati di S. Faustino e di S. Eufemia, ed altri. Sulla testa dei fuggitivi il governo mette una taglia : « Cinquecento berlingotti — dice — a chi prende un prete profugo ».

Ma, il popolo, come reagisce questo popolo di Venezia?

Nella grande maggioranza, la gente continua ad assistere alla messa, a sposarsi, a battezzare i figlioli come se nulla fosse avvenuto. Alle insinuazioni dei Gesuiti si risponde soprattutto che « si è buoni cristiani, anche se non si è sudditi del Papa. »

Un prelato di Curia, il cardinale Bellarmino, annota con amarezza che molti, prima dell’Interdetto, non andavano a messa : ora che c’è l’Interdetto, per ripicca contro il Papa, ci vanno tutti i giorni. E’ un fatto che la processione dei Corpus Domini del 1606 fu una delle più splendide che si siano mai viste, e per concorso di popolo e per l’apparato favoloso che l’accompagnò. Si calcola iìa|li oggetti d’oro che vi comparvero ammontassero a un/valore di diversi milioni di lire. « A questo punto, dunque ? », avrebbe esclamato il Papa.

(omissis)

L’uomo  (Paolo Sarpi. Ndr) è allergico alla pubblicità e ai ritratti. L’unico che gli si poté fare senza vederlo sbuffare fu quello che gli fece Giorgio Contarini, patrizio veneto, sulla bara per ritrargli la maschera di gesso. Di statura comune, la testa ben fatta, ma grossa rispetto al corpo, di una magrezza impressionante. La fronte spaziosa — vera fronte da intellettuale — in cui spiccava, nel bel mezzo, una grossa vena. Di complessione gracile, soffriva di terribili emi­cranie che talora degeneravano in febbri.

Ecco come ce lo descrive il suo biografo : « Soffriva di lunghe ritenzioni d’urina, infermità comune ai letterati di troppa vita sedentaria; e di emorroidi che gli cagiona­rono una procidenza dell’intestino retto che qualche volta fu per troncargli la vita; ma si era fabbricato da sé uno strumento col quale facilissimamente lo rimetteva a posto; dopodiché questa infermità non gli recò più alcun disturbo. Prima del 1605 era così maleandato in salute, che egli stesso contava ogni anno per l’ultimo, e tutti quelli che lo praticavano, non ne facevano giudizio diverso. »

Con l’affare dell’Interdetto, costretto a muoversi di continuo dal convento al palazzo e viceversa, il sangue circola meglio, sparisce una parte di acciacchi. Usa medicarsi da sé. E’ dell’idea che il mutare completamente regime, per guarire da certe affezioni, altro non fa che prolungare la convalescenza. Poche purghe; le sue medicine sono  semplici : cassia, manna, polpa di tamarindo ; se le prepara con le sue mani.

Questo generale in tonaca al quale la Repubblica della Serenissima ha affidato il comando delle ope­razioni teologali nella « guerra delle scritture » contro Roma è uno stitico, un colitico, affetto da gastrite, duodenite, diverticolite. E’ timido. Sa ascoltare : possiede l’arte di far parlare il suo inter­locutore, di fargli « partorire » i pensieri. Arrossisce facilmente. Schiva le frivolezze. Non ama mettersi in mostra. Impacciato, trascurato, talora goffo. Esile. Gracile. Anemico.

Questo è fra’ Paolo in guerra contro Roma.

Sanguigno, alto, corpulento, imponente, ieratico, con un apparato digerente in perfetta efficienza : questo è papa Paolo V, al secolo Camillo Borghese. Tutto all’opposto del suo avversario.

Tutti i contemporanei sono concordi nel rilevare la maestà del nuovo papa. Il suo contegno, sempre misurato, esprime gravità e distinzione. Lo si potrebbe scambiare per un senatore uscito da una statua dell’antica Roma repubblicana. A differenza del Sarpi, Camillo Borghese ama essere ritratto, scolpito, riprodotto.

In Roma si raccontava che su un Inglese, incorso in alcuni errori teologali, avesse fatto una tale impressione, che il peccatore seduta stante fece solenne abiura delle proprie proposizioni eretiche.

Dirà di lui l’ambasciatore francese al suo sovrano Enrico IV : « C’est un homme imposant : on voit imprimé sur son visage toute la gravité d’un empereur de l’Église. »

Numerosi busti e statue hanno fissato l’aspetto di questo « imperatore » : fra i più celebri, il busto del Bernini, in marmo, che adorna la galleria Borghese.

E, ancora a differenza del malaticcio Sarpi, Paolo V gode di una salute di ferro. Tanta salute, egli ama ostentarla non senza una certa civetteria, a scara­manzia degli invidiosi e iettatori.

Un « Avviso » della Santa Sede del 21 maggio 1605, a pochi giorni dall’elezione al Soglio, qualifica Paolo V come « sanissimo », da anni « sempre in buonissima salute », per cui, conclude la nota, « si prevede un pontificato lun­ghissimo ». Chi ha orecchi intenda : questo, in sostanza, vuol dire 1’ « Avviso » : se c’era qualcuno che si attendeva un papa di transizione, eccolo servito.

In realtà, Paolo V, la salute non solo la vuole mostrare, ma la vuole soprattutto conservare. All’op­posto del sedentario Sarpi, egli ama fare molto moto. Ogni mattina, una buona camminata. In autunno, lunga cavalcata settimanale. Per procurarsi le sue ore di moto giornaliero, Paolo V dà udienze passeg­giando in su e in giù nei corridoi del suo palazzo.

Una cosa ha in comune col frate di Venezia : la pazienza, o l’arte di sapere ascoltare il prossimo. E’ un modo come un altro di darsi un contegno, di conservare una certa dignità, e di circondarsi di mistero.

Conosce uno per uno gli uomini di Curia, di cui sa vita e miracoli. Della grande politica è piuttosto diffidente; vi si accosta, senza però sporcarsi le mani. La sua condotta morale è formalmente ineccepibile.

I maligni diranno : « inabile alle cose di Venere ».

(omissis)

Il Concilio della Controriforma si era tenuto a Trento, ma praticamente si era risolto a Innsbruck, a Madrid, a Parigi, alla corte dei grandi monarchi europei. Il vecchio continente era travagliato da guerre di religione. Il calvinismo dilagava in Francia, la riforma trionfava in Olanda, lacerava la Germania, minacciava il Belgio, si affacciava in Italia.

Sisto V era morto nell’agosto del 1590, e se Roma perdette un grande papa, Sarpi perdette se non un amico, un uomo col quale avrebbe potuto intendersi. Gli era successo il cardinale Castagna col nome di Urbano VII. Morì dopo tredici giorni. Il fatto com­mosse fra’ Paolo. Dolendosene ad alta voce, non poté non secernere la sua razione di veleno antipapale : « Ideo raptus est — esclamò — ne malitia mutaret intellectum eius. » (Fu così presto rapito, acciocché la malizia non lo guastasse.) A Urbano VII successe Gregorio Vili, che regnò poco più di dieci mesi. Due mesi soltanto la provvidenza riservò al pontificato del suo successore, Innocenzo Vili della casa Aldo- brandini di Firenze, prudente e pratico. Gli successe Leone XI che regnò ventisei giorni. A Leone XI succede il cardinale Camillo Borghese che diventa Papa col nome di Paolo V. Elezione a sorpresa dopo un Conclave tormentato, in carattere con le passioni dei tempi.

(omissis)

« Egli morrà! » Certo che morrà, Paolo Sarpi. Ma intanto, tra acciacchi e congiure, tira avanti. Dalla prima maledizione dei suoi « nemici » romani, il Padre sopravvivrà la bellezza di altri diciassette anni. E’ il caso di dirlo : le imprecazioni gli portavano fortuna.

Nel frattempo passano a miglior vita quasi tu i suoi avversari di un tempo. Se ne vanno, uno dopo l’altro, i cardinali Baronio, Bovio, Bellarmi: Colonna, e altri.

Contemporaneamente, a miglior vita (anzi, peggior vita, a sentire gli inquisitori), sono passati anche alcuni amici del Sarpi.

Fra’ Fulgenzio Manfredi, francescano (da confondere con fra’ Fulgenzio Micanzio Servita) Anticurialista accanito durante l’Interdetto, dopo la riconciliazione, il Manfredi si era recato a Roma, dietro invito della Curia. Era l’8 agosto 1608. Il nunzio a Venezia lo aveva rassicurato, e, con l’occa­sione, lo aveva munito di un salvacondotto. In Curia il Manfredi è accolto quasi con trionfo. E’ ricevuto dal Pontefice. Gli propongono una pubblica abiura. Essendosi rifiutato, è invitato a restare « consegnato » in una segreta. Non è ancora l’arresto. Si dice che la mitezza dell’Inquisizione romana nei confronti del frate abbia un fine : attirare anche il Sarpi a Roma. Niente da fare. Di Roma, Sarpi non vuole sentirne parlare. E’ a questo punto che qual­cuno suggerisce l’idea di bruciarlo in effige, dal momento che non era possibile farlo di persona. E del Manfredi? E’ improvvisamente arrestato, consegnato all’Inquisizione e impiccato il 5 luglio 1610. Altro transfuga : l’arcidiacono Ribetti. Anche costui, attirato a Roma con lusinghe : prima ossequiato, poi fatto sparire.

Avvelenato, sembra. Il 27 novembre 1610, il Ribetti era stato invitato a pranzo da monsignor Tani, cameriere segreto del papa. Tornato a casa, era stato sorpreso da colica accompagnata da violenta dissenteria. MorirĂ  tra spasimi atroci, nel giro di poche ore.

Altro polemista anticurialista del tempo dell’Inter­detto : Giovanni Marsilio. La sua fine resta avvolta nel mistero. Si dice : fatto avvelenare. Stessa fine : il De Dominis, il vescovo apostata dalmata, il responsabile della pubblicazione dell’Historia del Concilio del Sarpi. Morto avvelenato in una cella di Castel Sant’Angelo. Vi era stato gettato nono­stante avesse pubblicamente abiurato. Pare che tre mesi dopo, il cadavere sia stato dissotterrato, portato nella chiesa dei domenicani e là sottoposto a un regolare processo, quindi condannato alla deca­pitazione e infine arso insieme a un fantoccio.

Il 28 gennaio 1621 è la volta di Paolo V. Papa Borghese rende l’anima con la stessa pietà e fierezza con cui era vissuto. Coerente in vita. Coerente davanti alla morte. Alla notizia, il Sarpi esclama : « Ora posso morire anch’io, sicuro che della mia morte non se ne farà un miracolo. »

Il « miracolo » della morte del frate ribelle è invece sempre atteso a Roma. All’ambasciatore veneto che era andato a ossequiarlo dopo la sua ascesa al Soglio, il successore di Paolo V, Gregorio XV, dirà che « tra la Repubblica e la Santa Sede non sarà mai buona pace finché nelle zanne del leone di San Marco ci siano gli artigli di fra’ Paolo ». E’ a questo punto che nella testa del vecchio Consultore, ormai malandato in salute, balena, forse per la prima volta, il pensiero di togliersi volontariamente di mezzo. Ma come? Pare che da anni accarezzasse in cuor suo l’idea di rifugiarsi in Inghilterra presso la corte di re Giacomo I. Certamente, vi sarebbe stato accolto con tutti gli onori.

Fin da giovanetto aveva avuto una grande pas­sione per i viaggi. Ma ciò che mette ad un certo punto in allarme la Santa Sede non è tanto il desi­derio innocente del viaggio, quanto la destinazione dello stesso. Il vecchio Padre, infatti, pensa di fare un viaggio nel Medio Oriente, e precisamente in Terra Santa.

Il viaggio ha un qualcosa di strano. Perché proprio in Terra Santa? Per visitare quella che era stata la culla del Cristianesimo, risponde.

E tuttavia nella decisione c’era qualcosa di tene­broso. La voce si spande rapidamente per tutta l’Italia. Allarme e preoccupazione in Curia. Un gesuita arriva ad affermare pubblicamente che fra’ Paolo, disperando ormai di sovvertire l’Italia e il Papato con l’aiuto del protestantesimo tedesco, intenda Turchi contro l’autorità del Papa. Fermo nel suo proposito, il Padre prepara il neces­sario. Si direbbe che egli sia fermamente deciso a compiere questo viaggio. Ma nel frattempo la sua salute peggiora. Gli acciacchi non gli lasciano tregua, la ritenzione di urina gli provoca fastidiosi disturbi alla vescica, la febbre lo assale ogni giorno; e forti emicranie e tremori alle gambe, e indebolimento della vista, e le emorroidi : tutto contribuisce a prostrare il suo già esile organismo. La mattina del 26 mag­gio 1622, un sabato, mentre si trovava nella Segreta, è improvvisamente colto da un forte tremore. La voce diventa rauca : mal di gola, bronchite, quindi un catarro accompagnato da febbre. E’ il principio della fine. Cosi tra il letto e la scrivania, il Padre arriva al principio dell’inverno. La digestione è sem­pre più lunga, più difficile. Sopraggiunge la inappe­tenza, poi la nausea. Mastica con difficoltà. Perde il colore del volto; gli occhi, un tempo così vivi, si offuscano, si incavernano; il dorso s’incurva, l’andatura diventa pesante.

A fatica riesce a far le scale. Le poche volte in cui le febbri gli lasciano qualche ora di requie, il Padre, nel tentativo di reagire, si azzarda ad uscire. Lo si deve sorreggere con le braccia. Il frate sente appros­simarsi la sua ora. Vi si prepara. Gli si consiglia di lasciare per sempre le sue occupazioni. « Mio uffizio — risponde — è di servire e non di vivere : d’altra parte, ognuno deve morire nel suo mestiere. » Comincia a lamentarsi. Nei brevi momenti in cui i dolori lo lasciano in pace, egli parla della morte : « Muoiono i papi : non morrò io frate? » Qualcuno, con cattivo gusto, gli fa osservare che della sua morte si sarebbe gioito a Roma. « Ebbene — risponde — forse che essi non morranno? » Poiché egli sa che i suoi nemici avrebbero spiato i suoi ultimi istanti,  invoca da Dio una morte dignitosa : « Se Dio mi farà la grazia, spero di smentirli. » Qualunque cosa egli faccia, non manca mai di raccomandare a coloro che lo assistono : « Facciamo presto, siamo alla fine della giornata. » Gli affari di Stato, le querelles teologiche, i pettegolezzi romani, persino le novità politiche di cui era stato sempre curioso, cominciano a lasciarlo indifferente, in un certo senso nauseato. Il primo a meravigliarsene è proprio lui. « Conosco il sintomo — dice : ciò significa che l’anima comin­cia a distaccarsi da quaggiù ». Dovendosi convocare il capitolo per eleggere un nuovo priore : « Pensateci voi! — esclama rivolto a fra’ Fulgenzio. — Io non ci sarò. » Spesso conclude le sue orazioni col detto della Scrittura : « Nunc dimittis servum tuum, Domine » (Congeda ora il tuo servo, o Signore). Così spiritualmente incamminato al grande incontro con la morte, il Padre arriva al giorno di Natale. Agli auguri dei confratelli risponde che quello sarà l’ultimo Natale della sua vita.

Aveva ragione. 6 gennaio, giorno dell’Epifania : raccoglie tutte le sue forze e si avvia a una riunione del Consiglio dei Dieci : è costretto a ritornarsene. « E’ la fine », mormora. Il giorno e la notte seguenti non riesce a toccar cibo né a prender sonno. Tutta­via, la domenica, 8 gennaio, si alza al mattutino, celebra la messa, mangia in refettorio, quindi fa una passeggiata. Lunedì 9 gennaio : la situazione precipita. Non può alzarsi. Gli tremano le gambe, non può reggersi; una forte nausea gli impedisce di inghiottire cibo. Accorrono i frati, accorrono i medici. Corre per un momento il sospetto che sia stato avvelenato.

Ritorno inatteso delle forze il 10. Tra alti e bassi della febbre, arriva al 12. E’ un giovedì : una giornata umida e fredda. Venezia giace intirizzita sotto un in­ verno triste. Si direbbe che la città stia morendo col suo Consultore. A Padre Amante Buonvicino, priore del convento, fra’ Paolo chiede che i confra­telli lo ricordino nelle loro preghiere. Poi gli consegna la chiavetta di un armadio chiuso dove stanno mille ducati : la somma che aveva preparato per il suo viaggio nel Medio Oriente. Gli addita quindi un armadio chiuso dove stanno certe carte apparte­nenti allo Stato. « Quello — dice — non deve essere toccato. » Esprime il desiderio di comunicarsi. L’Eucarestia gli viene portata a letto processionalmente da tutti i frati, al mesto e monotono canto delle litanie. Racconta il biografo : « Ricevette l’Ostia Santa con tanta devozione che a tutti cavò lacrime. » Sabato 14 gennaio. Sarà l’ultimo. , La lingua gli si è paurosamente ingrossata. Il Consiglio dei Dieci chiede sue notizie : « E’ agli estremi », risponde fra’ Fulgenzio. Si vuole sapere se il mori­bondo è ancora nel possesso delle sue facoltà mentali. « E’ perfettamente lucido di mente », risponde il frate. La Repubblica ha ancora bisogno di lui. Gli invia alcuni quesiti. Il vecchio Consultore se li fa leggere; quindi detta le risposte. E’ l’ultimo servi­gio reso alla Repubblica. A notte entra in coma. Si riprende verso le due del mattino : in tempo per recitare con i confratelli le orazioni dei moribondi. Raccomanda la propria anima a Dio, poi, aprendo gli occhi, esclama : « Esto perpetua. » Sii eterna. Le sue ultime parole accompagnano il suo ultimo pensiero : e sono per Venezia. Fa uno sforzo per riunire le braccia e mettersele in croce, fissa gli occhi al crocefisso, poi li socchiude. China il capo. E spira.

Erano le tre del mattino del 15 gennaio 1622, secondo il calendario veneto (che incominciava l’anno a marzo), e del 1623, secondo il computo comune.

 


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Invito tutti a non inviarmi più libri in lettura. Per mancanza di tempo, e dall'11 novembre 2013 anche di salute, non posso più accontentare nessuno. Così pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Chiedo scusa.
Bart