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STORIA: Il processo a Ravaillac (Touvre, 1578 – Parigi, 27 maggio 1610)

18 Maggio 2019

(da “I grandi processi della storia”, Edizioni di Crémville – Ginevra 1971)

(Il 15 maggio 1610 François Ravaillac assassina Enrico IV re di Francia. Ndr )

Fra la fine del XVI secolo e l’inizio del XVII gli astri, i segni, la superstizione, la magia, hanno un grande potere e ciascuno ne tiene gran conto. Lo stesso Enrico IV, pur considerando sciocchezze tali scienze più o meno occulte e ciarlatani quelli che le esercitano o ci credono, non trascura i « segni », le previsioni. E se avesse obbedito a quegli intimi presentimenti che lo assillavano il mattino del 14 maggio, quel giorno non sarebbe uscito dal Louvre.

In tali condizioni, dunque, non stupisce che i giudici, in principio, cercassero di sapere se Ravaillac fosse stato isti­gato, guidato o aiutato, da maghi o indovini.

Il processo ha inizio domenica 16 maggio. Achille de Har- lay, cavaliere, primo presidente del Parlamento di Parigi, dirige il dibattito. Sono al suo fianco Nicolas Poitier, presi­dente, Jean Courtin e Prosper Bavin, consiglieri del re alla Corte del Parlamento.

Baugé, l’arciere delle guardie che aveva perquisito Ravail­lac subito dopo il suo arresto, aveva trovato su di lui « alcune formule scritte e strumenti di magia, fra i quali un cuore ferito da tre colpi ».

Tali formule erano scritte su quei biglietti che ciarlatani e maghi distribuivano a quel tempo, contrassegnati da talismani o da sigilli. Le anime semplici credevano che tali segni fossero dotati di un magico potere, come per esempio, di far fare cento leghe in tre ore o di rendere invulnerabili di fronte al nemico! Perciò non erano pochi quelli che, credendo di essere dotati di uno speciale potere, si dedica­vano agli incantesimi, magari in un retrobottega, con l’aiuto di qualche paiolo, di ceri e di spilli. Quando si vuol male a qualcuno, si fa fabbricare una sua effige di cera e la si fora con degli spilli : questo attirerĂ  sulla persona così colpita il malanno e la maledizione. E in molti di tali « laboratori » la figura di cera che vien formata piĂą frequentemente assomiglia ad Enrico IV…

La prima mossa di Achille de Harlay è dunque di chiedere a Ravaillac « se ha posseduto di tali scritte e chi lo aveva spinto all’azione ».

La Corte, diciamolo subito, è convinta in precedenza che Ravaillac non abbia agito da solo, che tale omicìdio gli sia stato per lo meno « suggerito », o addirittura che qualcuno

lo       abbia assunto quale sicario.

Ravaillac risponde che si sarebbe sentito disonorato se avesse agito in tal modo.

Ma la Corte non è convinta. Per di più un certo Dubois, nativo di Limoges, racconta una strana storia. « Quattro anni fa, egli dice, dividevo la stessa stanza con l’assassino : l’ho udito fare degli scongiuri e ho visto apparire il diavolo sotto forma di un enorme e terribile cane nero. Non appena giunta l’alba, son corso in chiesa, per confessarmi e comu­nicarmi. »

I giudici cercano di far luce su tale vicenda, ma Ravaillac smentisce le affermazioni del Dubois.

« Ha detto che le vicende sulle quali lo si interroga sono ben lontane dall’essere vere, e che — contrariamente a quanto aveva affermato Dubois — essi non dormivano nella stessa camera : egli si trovava in un granaio dal quale, a mezzanotte circa, venne pregato e ripregato dallo stesso Dubois di scendere nella sua stanza; detto Dubois aveva gridato per tre volte “Credo in Deum, amico mio, vieni giù” e poi esclamava : “Mio Dio, abbiate pietà di me”. »

Ravaillac afferma che voleva scendere, per vedere che cosa accadeva, ma che gli altri inquilini dello stabile glielo avevano impedito. E soltanto al mattino Dubois gli aveva raccontato di essersi svegliato di soprassalto e di aver veduto « un cane nero, enorme, spaventoso, che aveva posato le zampe anteriori sul letto nel quale egli si trovava; la paura che gli aveva causato tale visione lo aveva indotto a quelle esclamazioni ed a chiamare l’imputato, affinché gli tenesse compagnia, spaventato com’era ».

E secondo la versione di Ravaillac, era stato proprio lui a consigliare Dubois affinché si recasse in chiesa, subito, a confessarsi e a comunicarsi, onde scacciare tutti quei cattivi pensieri che soltanto il demonio aveva potuto ispirargli.

« Tutto questo, aggiunge Ravaillac, prova che io sono un buon cattolico… »

I giudici non gli credono. Tutto ciò è molto significativo e dimostra in quale atmosfera inizia il processo. Tutti 1 presenti credono che l’aldilà non sia estraneo all’omicidio, ma i giudici pensano si tratti del diavolo, mentre Ravaillac è sicuro che sia la volontà di Dio.

Se il presidente de Harlay e I suoi giurati avessero pensato a farlo, e se ne avessero avuto il tempo — ma sembravano aver tanta premura! — è certo che avrebbero potuto met­tere insieme tutti i « segni », tutte le premonizioni tendenti a far credere che il re sarebbe stato assassinato il 14 mag­gio 1610.

Nel 1607, alla grande fiera di Francoforte, erano stati venduti dei libri di astrologia che annunciavano la morte del re di Francia nel suo cinquantasettesimo anno di età, e cioè nel 1610. E’ vero che questi stessi libri affermavano che re Enrico IV non avrebbe avuto figli legittimi, mentre non passava anno che Maria de’ Medici non desse un figlio o una figlia al suo tut­tavia volubile marito!

Ad ogni modo, quando tali libri giunsero a Parigi, il Parlamento li fece sequestrare, ma non poté impe­dire che circolassero sottomano.

Nel 1609 un dottore in teologia, Olive, in un libro dedicato al re di Spagna Filippo III, annunziava anch’egli la morte di Enrico IV per l’anno seguente.

La regina teneva in gran conto le predizioni del Ruggeri, che era stato l’astrologo di Caterina de’ Medici, e lo consultava tutte le volte che era assillata da qualche importante problema da risolvere. Ed era stato proprio il Ruggeri, al castello di Chaumont, a predire a Caterina per quanti anni avrebbe regnato il futuro re di Francia : su di uno specchio magico aveva fatto apparire l’immagine di ogni sovrano e tale immagine girava tante volte su se stessa quanti sarebbero stati gli anni di regno. Per Francesco, un giro e mezzo; per Carlo IX, quattordici giri, per Enrico III quindici. Per Enrico IV… ventuno.

Enrico di Navarra, il Bearnese, era sul trono dal 1589. 1589… 1610… Erano ben ventun anni !

Ma soprattutto significativa era stata la scena avvenuta, una sera del 1610, in casa di Sebastiano Zamet, un ricco commerciante di origine italiana, presso il quale Enrico IV si recava a giocare, con qualche fedele, indiavolate partite. Il re gradiva molto recarsi in quella casa, tanto più che proprio in essa era morta, si dice avvelenata, Gabriella d’Estrées, la sua cara Gabriella, l’unica donna, forse, che avesse veramente amato.

Quella sera fra i convitati si trovava un uomo barbuto, abbigliato come un medico; era l’astrologo Thomassin, che sembra potesse vedere il diavolo, e che i grandi della Corte si contendevano per averne le previsioni, dato che quelle da lui fatte in passato si erano sempre avverate.

Enrico IV, divertito e punto sul vivo ad un tempo, aveva voluto sapere ciò che Thomassin « vedeva » nei suoi riguardi. L’astrologo, molto calmo, gli aveva risposto : « State attento, Sire, nel giorno 14 del mese di maggio ; quel giorno, verso le 4 del pomeriggio, un grande principe — che in giovinezza fu prigio­niero — perirà sotto il pugnale di un assassino. »

In verità, Enrico IV non era il solo « grande principe » che durante la giovinezza fosse stato imprigionato, e perciò la sua prima reazione era stata quella di scoppiare a ridere. Aveva preso Thomassin per la barba, l’aveva trascinato intorno alla sala e l’aveva accusato, ridendo, di essere un agente degli spagnoli, prima di gettargli una borsa di monete.

Ma, nel suo intimo, Enrico IV era rimasto turbato e non doveva dimenticare mai piĂą la predizione di Thomassin. Il 14 maggio, salendo in carrozza, il re si era improvvisamente voltato verso il gruppo dei gentiluomini che lo avrebbero accompagnato.

« Quanti ne abbiamo del mese? » aveva chiesto il re.

« E’ il tredici, Sire » aveva risposto uno dei genti­luomini.

« No, il 14 » aveva rettificato il duca d’Épernon.

« E’ vero, aveva detto pensosamente il re…, voi conoscete bene il calendario… Il quattordici… Il quattordici… »

Per qualche secondo sembrò a tutti i presenti che il re riflettesse, addirittura esitasse… « State attento Sire — aveva detto Thomassin — perchĂ© il 14 maggio, verso le 4 del pomeriggio… »

Poi, bruscamente, riprendendo il suo aspetto abituale, gaio, sorridente, brioso : « Andiamo… » aveva detto. Ed era entrato nella carrozza. Aveva scacciato dal suo pensiero Thomassin ed i suoi pre­sagi. Voleva tentare il destino, sfidarlo? Dopo tutto, non era giĂ  sfuggito ad una buona quindicina di attentati? PerchĂ© non a uno di piĂą?

Gli esempi del genere si potrebbero moltiplicare.

La sentenza di morte

 

« E’ stato stabilito che detta Corte ha dichiarato e dichiara il suddetto Ravaillac doppiamente accusato e provato colpevole del crimine di lesa-Maestà, divina ed umana, e in primo luogo, per il malvagio e, più che abominevole, odioso parricidio commesso nella persona del fu Enrico IV, di cosi buona e lodevole memoria. Per la riparazione dei quale l’ha condannato e lo condanna a fare onorevole ammenda davanti alla porta principale della chiesa di Parigi, ove sarà portato e condotto in una carretta e là, coperto soltanto da una camicia, tenendo in mano una torcia accesa dei peso di due libre, a dire e dichiarare che sventuratamente e proditoriamente ha commesso il malva­gio, abominevole quanto mai e detestabile parricidio, e ucciso il detto (signor) Re con due colpi di coltello nel corpo, colpa della quale si pente e chiede perdono a Dio, al Re, e alla Giustizia; di là sarà condotto alla Piazza di Grève, posto su un patibolo che vi sarà stato alzato, e attanagliato alle mammelle, braccia, cosce e polpacci; la sua mano sinistra, armata del coltello col quale ha compiu­to il parricidio, verrà arsa e bruciata da fuoco di zolfo; e nei posti nei quali sarà stato attanagliato verranno gettati del piombo fuso, dell’olio bollente, delia pece d’uva bol­lente, della cera e zolfo mescolati insieme. Fatta questo il suo corpo sarà tirato e smembrato da quattro cavalli; le sue membra e il suo torso saranno consumati nel fuoco, e ridotti in cenere che verrà gettata al vento. Ha dichiarato e dichiara che tutti e ciascuno dei suoi beni siano presi e confiscati a favore del re.

« Ordina che la casa dove è nato venga demolita, inden­nizzando precedentemente colui al quale appartiene, senza che in avvenire, su quel terreno, possa essere eretta altra costruzione. E che entro 15 giorni dalla pubblicazione a suon di tromba e voce di popolo, dei presente decreto ad Angoulême, suo padre e sua madre siano scacciati dal Regno, diffidandoli a non mai tornare, sotto pena di venire strangolati ed impiccati senza altre formalità.

« Ha fatto proibizione e proibisce ai suoi fratelli, sorelle, zii ed altri di portare, d’ora innanzi, detto nome di Ravaillac, ingiungendo loro di cambiarlo con un altro, salvo incorrere nelle stesse pene. Ordina al Sostituto del Procuratore del Re di far pubblicare ed eseguire il presente decreto, sotto la sua responsabilità. E ordina che prima dell’esecuzione il detto Ravaillac venga sottoposto alla tortura da tal magi­strato, perché riveli chi sono i suoi complici.

« Pronunciata ed eseguita il XXVII maggio milleseicentodieci.

« VOYSIN. »

 


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Bart