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STORIA: Il processo dei veleni

30 Aprile 2019

(da “I grandi processi della storia” – edizioni di Crèmille – Ginevra 1970)

LA BRINVILLIERS

« Monsieur Descarrières, il Re vuol fare arrestare una persona che si trova in questo momento a Liegi e il cui nome vi sarà indicato dall’uomo che vi consegnerà questo biglietto. »

E’ stato necessario l’ordine del sovrano per far si che il segretario di Stato alla Guerra, Louvois, il 16 marzo 1676 prendesse la decisione di far arrestare Marie-Madeleine d’Aubray, marchesa di Brinvilliers, fuggita dalla Francia e condannata in contumacia alla decapitazione, il 24 marzo 1673.

Il destinatario di questa lettera è un esule volontario, Bruant, il quale aveva varcato la frontiera quindici anni prima, quando era caduto in disgrazia il sovrintendente Nicolas Fouquet, di cui era aiutante. Bruant si era rifugiato allora nell’attuale Belgio e precisamente nelle « province del sud », separatesi nel 1579 dalle « province del nord » con le quali costi­tuivano i Paesi Bassi. Da allora Bruant, sotto il nome di Descarrières, aveva tirato avanti alla meno peggio, ma scaltro ed intrigante era riuscito ad ottenere la grazia denunciando al governo francese gli accordi del cavaliere di Rohan con gli Olandesi, che costituivano l’osta­colo maggiore per l’espansione commerciale auspicata ed organizzata da Colbert. A quella nazione, la Francia dichiara una guerra che scoppia come « un fulmine a ciel sereno ». L’offensiva francese inizia con l’occupazione del vescovato di Liegi, dove il cavaliere paga con la testa il suo tradimento.

Il portatore del biglietto di Louvois è anch’esso un funzionario di polizia, il capitano della compagnia dei cavalieri Desgrez. Arriva imme­diatamente al dunque : la marchesa ha cercato rifugio in un convento di Liegi e tanto più il Re esige che venga arrestata in quanto si tratta di una condannata per avvelenamento. Infatti da qualche anno, sia in città che alla Corte, le morti sospette vanno aumentando e l’interrogatorio di Madame de Brinvilliers potrebbe essere d’aiuto per scoprire, se non gli stessi istigatori dei supposti crimini, almeno i loro complici e i fornitori di sostanze tossiche.

Tutto ciò ebbe inizio nel 1661 con la morte di Mazzarino. Poi, nel 1670 la famosa frase di Bossuet, « Madame sta per morire, Madame è morta », rende efficacemente la repentinità del male (secondo la medicina moderna, una peritonite) che uccise la duchessa d’Orléans, poche settimane dopo la conclusione, da lei favorita, di un trattato d’alleanza tra il fratello Carlo II d’Inghilterra ed il cognato Luigi XIV ; trattato che permise alla Francia di attaccare l’Olanda senza avere poi spiacevoli sorprese.

Nel 1671, ancora due morti repentine e preoccupanti : quella dell’arcivescovo di Parigi, Hardouin de Beaumont de Pérélìxe, e del marchese di Lione, segretario di Stato agli Esteri.

Nel 1673 muore il conte di Soissons, luogotenente gene­rale del regno, marito di una Mancini, nipote di Mazzarino, alla quale un tempo il giovane re si era vivamente inte­ressato ; corre anzi voce che la vedova, Olimpia, abbia favorito la morte del marito. E’ certo ad ogni modo che, in seguito a questo fatto, Olimpia dovrà lasciare la Francia. Quest’esilio farà si che nel 1712, a Denain, Villars avrà per avversario, alla testa dell’esercito imperiale, il figlio della Mancini e della sua presunta vittima, il principe Eugenio di Savoia.

Nel 1673 l’uso del veleno sembra essere entrato talmente nei costumi, persino in quelli della borghesia e del popolo, che i confessori di Notre-Dame avvisano il Parlamento « che la maggior parte di coloro che sì confessano a loro, si accusano di aver avvelenato qualcuno ».

Descarrières e Desgrez fanno l’impossibile. Il 25 marzo 1676 il primo comunica a Louvois :

« La donna in questione è stata arrestata e si trova attualmente nella cittadella, sorve­gliata a vista dalla polizia… Non sono stato costretto ad usare la forza… Sono stati gli stessi borgomastri ad affidarmi la chiave prin­cipale per arrestare quella donna senza neppure voler sapere la ragione del suo arresto. »

L’alone romanzesco di cui si circondò quest’avvenimento e a cui contribuì lo stesso Michelet, non ebbe dunque nessun riscontro nella realtà. Secondo queste voci, Desgrez, uomo affascinante, si sarebbe fatto credere un abate di corte e avrebbe attirato la marchesa ad un appuntamento galante, fuori dal convento dove l’attendevano, insieme all’ « abate Duval », gli arcieri del re. In realtà non c’è nulla che permetta di mettere in dubbio la breve relazione di Descarrières.

Il giorno successivo, 26 marzo, Descarrières invia un’altra lettera a Louvois : la prigioniera è ben sorvegliata e sta per essere condotta sotto buona scorta a Maestricht, quartier generale delle truppe. Le è stata sequestrata la cassettina dentro la quale « nessuno ha guardato », ma che, secondo la marchesa, dovrebbe contenere la sua confessione ; a questa cassetta sono stati apposti i sigilli. Il 29 la marchesa arriva a Maestricht, dopo aver tentato di « mangiare od inghiottire del vetro ». Lo stesso giorno Louvois si congratula con Descarrières :

« Il Re è stato molto lieto della notizia dell’arresto di madame de Brinvilliers ed ha lodato lo zelo con cui i magistrati di Liegi hanno agito in questa occasione. »

Luigi XIV è infatti molto soddisfatto della cattura, tanto che alla notizia del tentato suicidio si allarma ed ordina che la prigioniera sia sottoposta a una costante sorveglianza. Questo però non impedirà alla marchesa di tentare ancora di ingoiare degli spilli e di cercare una morte atroce in un modo molto difficile a descriversi.

La stessa Madame de Sévigné ha rinunciato a farlo ed ha ceduto la penna al cugino, Emmanuel de Coulanges, che

scrive (forse sotto sua dettatura, a giudicare dallo stile) : « Si era conficcata un bastone, indovinate dove : non in un occhio, non in bocca, non in un orecchio, neppure nel naso, come i Turchi ; provate a immaginarvi dove ; questo sistema stava per condurla veramente alla morte se non fossero corsi in suo aiuto. »

A Parigi l’arresto ha fatto riaprire il caso. Un primo decreto del 31 marzo 1676 ordina il trasferimento della prigioniera alla Conciergerie. L’8 aprile Denis de Paluau, consigliere alla Camera, è nominato relatore al processo.

Paluau è il magistrato meglio qualificato per questo compito, dal momento che ha avuto lo stesso incarico durante il processo di La Chaussée, morto sul rogo. Durante quello stesso processo la marchesa, anch’essa accusata, era stata condannata alla decapitazione : di modo che Paluau conosce già perfettamente i delitti di cui la donna viene accusata.

Paluau non aspetterà che Madame de Brinvilliers sia ricondotta a Parigi per interrogarla. Il Re ha fretta di avere informazioni, ma soprattutto teme che, qualora il primo interro­gatorio avvenga nella capitale, i colleghi del relatore possano avere un forte ascendente sul suo comportamento. Infatti, come scrive la marchesa di Sévigné, l’ambiente degli avvocati è favorevole a « quella scellerata », in quanto teme di essere compromesso dalle sue dichia­razioni.

Paluau andrà dunque incontro alla prigio­niera ; Luigi XIV è stato categorico : partenza

immediata. Si mette in viaggio il 10 aprile ; lo stesso giorno in cui Madame de Brinvilliers lascia Maestricht « con una scorta di cento cavalli ». Accusata e magistrato si incontrano a Mézières ed il 17 avviene il primo interrogatorio che il Re intende usare come documento base per l’accusa.

Marie-Madeleine, futura marchesa di Brin­villiers, è nata il 22 luglio 1630 ; è la maggiore dei cinque figli d’una persona altolocata, Antoine Dreux d’Aubray, signore di Offémont (territorio nelle vicinanze di Compiègne, da lui acquistato per una somma irrisoria quando venne confi­scato dal Re ai Montmorency) e di Villiers, consigliere di Stato, referendario, luogotenente civile della città, visconte di Parigi, sovrinten­dente generale alle cave e miniere di Francia, carica stimata 700 000 libbre, figlio d’un teso­riere di Francia.

Non si sa nulla dei suoi primi anni, tranne qualche dettaglio abbastanza esagerato e non del tutto credibile, che essa rende noto durante la confessione. Ma la sua ortografia, anche se non del tutto esatta è un esempio certamente migliore di quella di Madame de Sévigné i cui scritti sono pieni di errori ; questo denota che senza dubbio Marie-Madeleine ha ricevuto un’i­struzione superiore a quella impartita alle giovani del suo rango, in un’epoca in cui le « donne istruite » erano spesso e volentieri circondate di ridicolo. La scrittura dei docu­menti redatti da lei attesta anche che la mag­giore dei d’Aubray era dotata di un carattere energico ed impetuoso, per sua disgrazia confer­mato dai fatti.

Di Madame Dreux d’Aubray non si sa certo di più. La si può immaginare come un’onesta e brava donna di casa, dedita alla gioia e al benes­sere dei suoi. E’ forse a lei che si può rimpro­verare l’ignoranza totale dei principi religiosi e morali, sacri nelle famiglie altolocate, in cui Marie-Madeleine parve essere stata tenuta, come dimostreranno gli atti e le ultime ore della sua vita? Questa carenza è tale che Marie- Madeleine, la quale però partecipò sempre ai sacri offici e agli esercizi spirituali, assicurerà, nella confessione rilasciata a Liegi e riportata da Madame de Sévigné, « che a sette anni non era più vergine e che aveva continuato su questa strada », citando addirittura fra i suoi primi « compagni » i suoi stessi fratelli! (Ma si può accordare fede ad affermazioni tanto scon­certanti, visto che gli interessati non erano più là, e non a caso, per smentire?) Comunque, anche se Madame de Brinvilliers, per disprezzo e sfida nei confronti di una società che l’aveva esclusa e condannata, forza la mano nelle sue confidenze, non si può certo mettere in dubbio- e lo stile di certe lettere ne è una prova-che fosse dotata d’un temperamento passionale che la dominava ed al quale, dal momento che gli aveva sacrificato l’onore cosi giovane, non oppose mai, o forse non ebbe la forza di opporre, la minima resistenza.

Sembra strano che una natura così impetuosa aspetti il 1651 e i ventun anni a prendere marito ; le ragazze infatti allora si sposavano appena sviluppate, anzi le facevano sposare. Per Marie-Madeleine, seguire questa consuetudine sarebbe stata elementare prudenza da parte dei Dreux d’Aubray. La scelta della giovane, o meglio quella del padre, cade su un giovane comandante di campo del reggimento di Normandia, Antoine Gobelin de Brinvilliers, barone di Nourard, figlio del presidente della Corte dei Conti, personaggio in vista, che per le sue funzioni era in rapporti col luogotenente civile, a quel tempo divenuto vedovo. Entrambi videro senz’altro di buon occhio l’unione delle loro famiglie, di rango sociale e di fortuna analoghe ; quanto all’amore, il tempo l’avrebbe fatto o non fatto nascere. La conclusione di tali unioni può spiegare le spaventose confessioni ricevute dai confessori di Notre-Dame. Antoine, diretto discendente del Gobelin che fondò la famosa manifattura, fonte della ricchezza familiare, e Marie-Madeleine, riunirono alla firma del con­tratto una somma che avrebbe loro assicurato una rendita di 30 000 libbre. Era una dote considerevole e che avrebbe dovuto mettere la giovane coppia in condizioni più che agiate. Ben presto però la sconsiderata prodigalità di Antoine e di Marie-Madeleine la dissiperà.

Anche se il matrimonio era stato « di convenienza », Marie-Madeleine avrebbe avuto la possibilità di sedurre un marito all’oscuro della sua agitata adolescenza. « Piccola e minuta », aveva due magnifici occhi blu, stupendi capelli castani, « il viso rotondo e molto bello, la pelle straordina­riamente bianca, il naso ben fatto, nessun tratto che fosse sgradevole ». La descrizione è dell’abate Pirot che, venti­cinque anni dopo, l’assistette nei suoi ultimi momenti. Non ci si può certo meravigliare che un gran numero di spasi­manti la corteggiasse, trent’anni prima.

Per questa giovane donna, dal carattere così energico, sarebbe stato necessario un marito simile a lei. Ma non fu così. Antoine era un giovane di buona famiglia senza alcune volontà, amante del gioco e del vino e disposto a sacri­ficare a questo ogni cosa; di intelligenza mediocre, aveva un senso della dignità singolarmente scarso. Non è certo quest’uomo privo d’ogni autorità che può riprendere una moglie frivola né ricondurla sulla retta via. Sembra che Brin­villiers non se ne sia dato alcuna pena, ma che abbia imparato ben presto ad accettare filoso­ficamente la sua sorte come normale contro- partita per il godimento della dote di Marie- Madeleine, che senza affatto vergognarsene contribuiva a dilapidare. Dopo qualche mese di luna di miele, durante i quali forse Marie-Madeleine si sforzò di cambiare e di innamorarsi di Antoine, costui ritornò al suo reggimento e da allora la coppia non si riunì più che per brevi periodi.

Rimasta sola, Marie-Madeleine si chiede che cosa provi per il marito, ma decisamente non può provare altro che affetto per quel bravo ragazzo, che però è assolutamente incapace di suscitare nel suo animo la passione.

(omissis)

Verso le 7,30, Madame de Brinvilliers è « invitata » a scendere nella camera vicina a quella in cui viene inflitta la tortura, per ascol­tare la lettura della sentenza. Ellla fa attendere perché vuol terminare la sua confessione. Pirot, come convenuto, si riserva l’assoluzione, prima di seguire le guardie con in mano un libro di preghiere.

Paluau le legge l’infame condanna. Ella lo prega di leggergliela per la seconda volta ed all’improvviso freme di vergogna ; tuttavia non sono né l’ascia del boia, né il rogo che la spaventano o la scandalizzano, ma la carretta e l’ammenda onorevole. Ma, ben presto, si calma e tende al boia i pugni perché glieli leghi prima della tortura, senza una parola di protesta.

Il boia è André Guillaume, esecutore dei decreti e delle sentenze criminali della città, prevostura e viscontea di Parigi. La cronaca ci lascia credere che l’uomo che tagliò la testa di Marie-Madeleine de Brinvilliers, l’avvelenatrice, per poco non abbia perso la sua nella faccenda dei veleni qualche anno più tardi. Guillaume, infatti, uomo dagli amori fortunati, era uno dei tanti amanti della Voisin, che morirà bruciata viva, e sembra che non potesse igno­rare tutti i crimini della sua mostruosa amante. Liberato da ogni sospetto, intervenne per discolpare il marito dell’avvelenatrice e senza dubbio gli salvò la vita. Appas­sionato d’arte, faceva collezione di quadri che rappresen­tavano i supplizi dei martiri e si divertiva a rilevare, davanti ai suoi ospiti, gli errori « tecnici » commessi dai pittori.

La Brinvilliers di fronte agli strumenti della tortura non sviene ; ma indirizzandosi a Paluau e Mandat li prega di ascoltare la sua confessione prima della tortura.

« Dirò tutto » promette, deplorando di non aver avuto l’assistenza di Pirot prima dell’inizio del processo ; per lo meno avrebbe riconosciuto i suoi errori invece di negarli.

Malgrado l’elenco dei suoi delitti, questo nuovo interrogatorio delude i due commissari, che si attendevano che la Brinvilliers denun­ciasse i suoi complici.

« Nessuno dei miei complici è vivo, dichiara, e poi non saprei indicare la composizione dei veleni. »

Protesta ancora perché non ha mai tentato di avvelenare sua sorella Thérèse d’Aubray, come pure la vedova del secondo luogotenente civile, sua cognata, sebbene la Corte l’abbia considerata colpevole. Quanto al padre gli ha somministrato il veleno « per ventotto o trenta volte con le sue proprie mani » ed ha fatto avvelenare i fratelli da La Chaussée. Ha dato cinque volte del veleno al marito, ma in dose leggera ed in modo che gli aveva colpito le gambe. Quel veleno era arsenico ; gliene ha dato in dose insignificante anche perché, fa notare, non bisognava somministrarne troppo in una volta altrimenti avrebbe provocato un effetto troppo repentino e perciò sospetto.

Da parte sua è stata avvelenata da Sainte- Croix, e « ne ha risentito gli effetti per sette od otto mesi ».

I commissari non verranno a saperne di più. Ora torna in scena André Guillaume per dare inizio alla tortura dell’acqua.

Si dubita della veridicità dell’aneddoto riferito o inven­tato dall’inesauribile Madame de Sévigné. Vedendo i due secchi colmi d’acqua, la Brinvilliers avrebbe detto ironica­mente :

« Certamente è per farmi fare il bagno ; con una corpo­ratura come la mia non si può certo pretendere che io la beva tutta ! »

Fu una tortura barbara ed inutile : Madame de Brinvilliers aveva già detto tutto. Esce da quella prova più furiosa che esausta. E’ livida d’ira e le vengono alla bocca parole d’odio e di vendetta. Così, davanti ai commissari che sono rimasti presenti alla tortura per raccogliere le sue eventuali dichiarazioni, accusa Briancourt di falsa testimonianza e l’ufficiale di polizia

Desgrez di aver sottratto dei documenti dal suo dossier. Pirot che non ha assistito al supplizio e l’ha ritrovata sul materasso su cui è stata stesa prima che inizi la parte più dura del suo calvario, deve usare tutto il suo zelo per cal­marla, ricordandole che deve andare a morire pentita e con l’animo in pace. Ella lo ascolta, poi improvvisamente dice :

« Devo solo pensare a Dio ; ora voglio occu­parmi solo di lui. » La fanno rialzare. Sostenuta dal confessore e dal boia, trascinandosi a fatica, Marie-Madeleine raggiunge la cappella della Conciergerie per una breve ed intensa adorazione del Santo Sacramento. Poi la condannata ed il prete sono condotti in sacrestia dove il boia li lascia soli. Chiaramente la Brinvilliers è ancora ferita dall’umiliazione che ha appena subita. Era molto scossa, aveva il viso infuocato, gli occhi che saettavano, la bocca alterata ed il cuore debole, scriverà Pirot, il quale le aveva fatto portare del vino di cui, in parecchie riprese, berrà solo poche gocce.

A questo proposito l’abate nota :

« Voglio sottolineare esplicitamente questa circostanza per disingannare coloro che credono che le piacesse molto il vino e che spesso ne bevesse troppo… Non ho notato nulla di tutto ciò… Alla sua memoria è stato anche rimproverato ingiustamente la presenza di una bottiglia riempita apposta per andare al patibolo : quella bottiglia era stata riempita da me. Temevo che potesse svenire e… per farla breve, pensavo un po’ anche a me. Il vino servì solo al boia che ne bevve un sorso appena dopo la esecuzione. »

In quell’incontro, durante l’agonia cosciente, Pirot deve fare molta fatica per riportare Marie- Madeleine nello stato d’animo di sacrificio che la confortava all’inizio di quella sua ultima giornata. Il pensiero che la vergogna della mannaia e del rogo sarebbe ricaduta sui suoi figli l’ossessiona e l’angoscia. Il prete usa conti­nuamente le parole pace e speranza e parla della resurrezione della carne. A poco a poco riconquista quell’anima spaventata, l’agitazione scompare ; « vi fu il posto solo per pentimenti e singhiozzi, timori e desideri di penitenza ». Entrambi piansero insieme ; il dolore e la compassione del confessore finirono per vincere l’orgoglio di Marie-Madeleine. Ritratta davanti a lui le accuse contro Briancourt e Desgrez ; e Pirot finalmente le dà l’assoluzione.

Tuttavia non ha ancora finito con i suoi inquisitori.

« Verso le sei » Marie-Madeleine è stata ricondotta nella cappella e Paluau e Mandat si ripresentano. Nel frattempo Pirot è stato chia­mato per qualche istante dal procuratore generale.

« Questa donna ci fa disperare, gli dice il magistrato. Confessa il suo delitto ma non nomina i complici. »

Sarebbe una cosa secondaria se non ci fosse l’imperioso desiderio di Luigi XIV di sapere chi si dovrà colpire per dare un esempio e far riflettere gli « stregoni ». La condannata non fa che ripetere ai commissari che non ha nulla da aggiungere alle confessioni rese in prece­denza. Pirot, con la sua autorizzazione, scagiona Briancourt e Desgrez. Paluau scongiura Marie- Madeleine, ma invano. Andandosene non può fare a meno di nascondere il suo disappunto :

« E’ troppo, signore, addio! » dice rivolto all’abate.

« Il sole cominciava a tramontare, potevano essere circa le sei e tre quarti, quando vennero ad avvertirci che era giunto il momento di andare » scrive Pirot. Madame de Brinvilliers vuole ancora qualche minuto, riceve la bene­dizione del Santo Sacramento ; poi la terribile marcia verso il patibolo comincia con una scena molto umiliante : all’uscita dalla cappella, la condannata deve passare tra due ali di persone di rango venute allo spettacolo.

« Signore, mormora stringendo il braccio di Pirot, ecco una strana curiosità! »

E si abbassa il cappuccio sul viso, con le mani legate.

Fra questi strani personaggi c’è anche la contessa di Soissons, Olympe Mancini che, come si è già detto, sarà presto mandata in esilio perché sospettata di aver avvelenato il marito e dovrà una punizione così mite alla clemenza di Luigi XIV che ella aveva già ospitato nella sua alcova.

Nel vestibolo della Conciergerie, Marie-Made- leine prega il boia, a cui spettano di diritto i beni dei condannati, di voler lasciare, dopo l’esecuzione, il rosario senza valore che teneva in mano all’abate Pirot. Desidera che venga consegnato a sua sorella. Poi la Brinvilliers indossa, sopra gli abiti, il camice per l’ammenda onorevole in applicazione della sentenza e le vengono tolte le pantofole. Tutti quegli umi­lianti preparativi vengono seguiti dai curiosi, ed è una mortificazione che la miserabile accetta con un moto di ribellione.

Si apre la porta della Conciergerie. E’ già pronta una carretta « così piccola e stretta » che Pirot dubita possano salirvi entrambi. Ma vi prendono posto anche il boia ed il suo aiutante. Costui, a dire il vero, si è sistemato sulla tavola anteriore ed appoggia i piedi sul timone. Marie-Madeleine e il prete si sistemano alla meglio su di un giaciglio di paglia, il boia invece è in piedi sul fondo. Viene consegnata alla Brinvilliers la torcia accesa necessaria per l’ammenda onorevole ; Pirot l’aiuta a tenerla dritta. La folla circonda la carretta. A questo spettacolo, la marchesa pensa ai suoi familiari ed alla loro vergogna. Suo marito, chiede a Pirot, « avrà ancora il coraggio di vivere? »

Forse dovrà ritirarsi in qualche convento. L’abate la richiama : in questo momento deve ricordarsi di Antoine de Brinvilliers solo per chiedere a Dio la salvezza della sua anima.

Il marchese non penserĂ  affatto a ritirarsi in convento, continuerĂ  con discrezione la sua carriera militare e sarĂ  promosso maresciallo di campo nel 1688.

Nonostante la scorta di arcieri a cavallo, la carretta fatica ad aprirsi la strada (« Non si è mai vista tanta gente » assicura Madame de Sévigné che è sul percorso) in mezzo al popo­lino che lancia grida sarcastiche all’indirizzo dell’avvelenatrice. Ma ella non se ne mostra turbata ed ammette che quegli improperi sono meritati : ora è solo l’immagine del raccogli­mento e della sottomissione a Dio. Per un attimo la natura umana riprende il sopravvento : teme che i termini della sentenza non vengano rispettati alla lettera e di essere bruciata viva. André Guillaume le garantisce che prima la decapiterà con le sue mani. Finalmente quel funebre corteo giunge sul sagrato di Notre- Dame. La porta principale della cattedrale è aperta e le navate sono colme di fedeli. Marie- Madeleine, scesa dalla carretta, inginocchiata sul gradino esterno, ripete il testo dell’ammenda onorevole che il cancelliere Drouet le legge. E poiché la sua voce giunge solo agli spettatori più vicini, André Guillaume la rimprovera aspramente ed ella deve subire ancora una volta l’umiliazione di proclamare ad alta voce i suoi delitti, anche quello di cui continua a proclamarsi innocente : il tentativo di avvele­namento contro sua sorella monaca, Mademoi­selle d’Aubray. La carretta riprende il cammino in direzione di Place de Grève. Sul percorso di quel calvario, un uomo traccia lo schizzo del volto emaciato della condannata. E’ il pittore Le Brun che intitolerà il suo disegno Indi­gnazione.

Improvvisamente, Drouet avvicina il suo cavallo alla carretta, per avvertire Marie- Madeleine che Paluau e Mandat sono all’Hòtel de Ville disposti a darle ascolto ancora una volta.

Risponde, anch’ella per l’ultima volta, che non ha più nulla da confessare agli uomini.

La carretta raggiunge il patibolo, mentre l’aiutante del boia e gli arcieri debbono respin­gere alcuni facinorosi. E mentre AndrĂ© Guillaume sistema la scala, Madame de Brinvilliers si gira implorante verso Pirot con gli occhi gonfi di lacrime :

« Signore, gli dice, mi avete promesso di non lasciarmi fino a che non mi fosse stata tagliata la testa. Spero vorrete mantenere la parola. Noi non dobbiamo separarci qui.

— Sì, signora, risponde costui turbato, farò ciò che mi ordinate.

Ai piedi del patibolo, Marie-Madeleine si china verso Desgrez, gli chiede perdono « delle preoc­cupazioni che gli ha causato », si raccomanda alle sue preghiere e conclude:

« Addio, signore, sono vostra serva e morirò tale. »

André Guillaume l’aiuta a salire i gradini : ha sempre i piedi nudi. Sul palco passa accanto ad un mantello che è stato gettato sul tavolato. Guillaume vi ha nascosto la mannaia. La fa inginocchiare davanti ad un ceppo, con il volto girato verso il fiume.

Il buon Pirot si pone alla sua destra, anch’egli inginocchiato, volto verso l’Hòtel de Ville perché in questa posizione può parlarle all’orecchio.

A questo punto cominciano gli interminabili e spaventosi preparativi che dureranno per circa mezz’ora.

La lentezza dei preparativi era voluta. Aveva lo scopo di impressionare tutti gli spettatori ed in quel modo di scorag­giare i malfattori.

« Non era affatto spaventata, riferisce l’abate Pirot. Era umile, compita e concentrata, si dimenticava persino di se stessa. Ebbe un’in­finita pazienza nel sopportare con straordinaria umiltà tutto ciò che il boia faceva per prepa­rarla all’esecuzione.

AndrĂ© Guillaume le taglia i capelli, e per questa operazione », a volte la tratta un po’ rudemente « ma ella sopporta questo tormento e si sottomette a tutto con gioia ». Poi il boia le strappa la parte superiore del camice per sco­prirle le spalle. « Si lasciò legare come se le avessero messo dei bracciali d’oro, e mettere la corda al collo come se fosse stata una collana di perle » continuando a pregare e continuando ad essere di esempio al suo confessore. Pirot vede che finalmente Guillaume estrae la mannaia da sotto il mantello. L’abate intona il Salve, la folla ammassata sulla piazza continua a cantare, ma all’improvviso, quando Marie- Madeleine si inginocchia, cala il silenzio. Madame de Brinvilliers supplica Pirot di darle una nuova penitenza, come le aveva promesso alla Conciergerie. Il prete le fa recitare un ‘Ave, la invita a ripetere il suo atto di contrizione e le dĂ  nuovamente l’assoluzione « dicendo solo le parole sacramentali, perchĂ© il tempo stringeva ».

Il boia si avvicina.

« Signore, bisogna dire la preghiera. »

Pirot obbedisce. Guillaume lo prega di allonta­narsi un po’ in modo che possa bendare gli occhi della condannata, che si mostra molto stupita.

« Signore, dice all’abate, mi stanno bendando gli occhi. »

Poi :

« Signore mi avete promesso di non abbando­narmi. »

Pirot la rincuora paternamente, le fa ripetere l’ammenda onorevole come prova d’umiltà e le fa dire per tre volte :

« Signore Gesù, ricevete il mio spirito! »

« Udii un colpo sordo, scrive Pirot, era il colpo vibrato dal boia per tagliare la testa. Fu così abile che non vidi affatto la lama che tagliava… Il rumore mi sembrò quello di un gran colpo di mannaia di quelli che i macellai danno sui ceppi per tagliare la carne. Il boia non le toccò il collo per prendere le misure e trovare l’esatta posizione in cui vibrare il colpo. Non disse nulla a Madame de Brinvilliers ; ella aveva la testa molto dritta. Giela spiccò in un sol colpo, che fu così netto che per un istante rimase ferma sul tronco senza cadere. Per un attimo credendo che il boia avesse mancato il colpo fui preoccupato… Ma il mio timore fu di breve durata, la testa cadde sul palco all’in- dietro, molto dolcemente, leggermente verso sinistra, il tronco cadde in avanti sul ceppo… Nel vederla cadere non ebbi paura, e guardai con molto sangue freddo, da una parte la testa che non aveva fatto nessun rimbalzo, e che lasciò uscire un po’ di sangue, dall’altra il corpo da cui uscì poco sangue. »

Erano le 8.

« Signore, disse il boia al prete, prima di dissetarsi con la bottiglia che Pirot aveva portato, non è un bel colpo?…’ »

Erano cinque o sei giorni che questa donna mi preoccupava, le farò dire dieci messe…»

Pirot scende dal palco. Ma i suoi nervi cedono e il poeta Santeuil suo amico, lo sostiene. Gli arcieri fanno indietreggiare la folla facendo il vuoto attorno al rogo di legna e paglia cosparso di olio e di resina. Vi vengono deposti i resti della condannata e viene acceso il fuoco che brucerà per tutta la notte. All’alba, gli aiutanti del boia raccolgono le ceneri e le gettano nella Senna. Il popolino, tornato alla carica, raccoglie dei frammenti sparsi che, secondo una credenza diffusa in quel tempo, portano fortuna.

(omissis)

LA VOISIN

… E’ la prima volta che La Reynie sente parlare della rela­zione tra la Voisin e Lesage. Da parecchio tempo nutre dei sospetti nei confronti della Voisin, ma non sa ancora nulla del suo complice. Gli interrogatori che seguono ci faranno vedere che egli è senz’altro il più furbo e che sa spillare danaro ai creduloni senza ricorrere a mezzi cosi odiosi come quelli impiegati dalla Voisin.

Costei d’altra parte non è certo l’ultima a vantare i meriti di Lesage. Dopo il ritratto che la Vigoureux ce ne ha tracciato, potremmo stupirci che la Voisin ne avesse fatto il suo amante. Ma è una donna insaziabile e, come sappiamo, pare che perfino il boia di Parigi le abbia accordato i suoi favori… Ad ogni modo cerca di conservare i favori di Lesage con ogni mezzo. Non sa che è giĂ  sposato e che sua moglie vive in Normandia. Ma questo scaltro personaggio ha promesso all’ « indovina » di sposarla… mentre sta cercando per lo stesso motivo un’altra donna agiata. Certo la bigamia non spaventa questo strano cinquantenne!

Ad ogni modo La Reynie non esita. Ha capito che grazie alle confidenze della Vigoureux ha ormai in mano molti elementi. La Bosse d’altra parte conferma le dichiarazioni dell’amica.

Il tenente di polizia allora decide di far arre­stare la Voisin. Costei sarà catturata domenica 12 marzo all’uscita della messa a Notre-Dame- de-Bonne-Nouvelle.

Coypel ci ha lasciato un ritratto — non sap­piamo fino a che punto rassomigliante — di quella donna che in realtà si chiama Catherine Deshayes, moglie di Antoine Montvoisin, di quarant’anni di età. Conosciuta da tutti sotto il nome di « la Voisin », abita in rue Beauregard, alla Villeneuve, uno dei nuovi sobborghi di Parigi.

Se vogliamo prestar fede al pittore, la Voisin ha un volto inespressivo, grassoccio, col naso arcuato, gli occhi cupi. Sotto la cuffia fa pensare ad una contadinotta inoffensiva.

I cronisti notano un fatto molto strano : tre giorni dopo l’arresto della Voisin, Madame de Montespan lascia in gran fretta il castello di Versailles per andare a Parigi. Che cosa va a fare? Nessuno lo sa…

E mentre la Voisin viene condotta alla Basti­glia, gli sbirri di Desgrez mettono le mani su Lesage.

I risultati degli interrogatori ed i nuovi arresti cominciano a preoccupare seriamente Louvois.

Il ministro della guerra teme che venga data una eccessiva ed inopportuna pubblicità alle rivelazioni che tutti quegli stregoni non manche­ranno di fare sotto la tortura.

E d’altra parte non ignora che il popolo accusa il Parlamento, che dovrebbe giudicare quei malandrini, di non rimanere insensibile a certe pressioni…

Louvois ne parla con La Reynie e gli chiede di fargli avere un progetto per una « commissione speciale » che avrebbe il compito esclusivo di giudicare gli avvelenatori ed i loro complici.

Il ministro, al termine di un consiglio, parla col Re di questa faccenda e gli comunica il progetto di La Reynie.

Luigi XIV capisce che è necessario agire subito con una certa discrezione e accorda il suo consenso. L’8 marzo 1679 Louvois scrive da Saint-Germain questa lettera e la fa conse­gnare subito al tenente di polizia :

« Signore, il Re ha deciso di nominare dei giudici per quei prigionieri di cui avete istruito il processo. Sua Maestà ha nominato i signori de Roucherat, Rreteuil, Rezons, Voisin, Fieubert, Pelletier, Pommereuil e d’Argouges, consiglieri di Stato, e i signori de Fortia, Turgot e D’Ormes- son referendari. Sua Maestà ha anche nominato relatori Monsieur de Rezons e voi, e Monsieur Robert procuratore generale della commis­sione.

« Vi prego di far stendere il progetto e di volermelo inviare, in modo che possa adoperarmi perché la commissione venga resa subito ope­rante. »

La scelta del Re è caduta sui membri più illustri del Consiglio di Stato. Tutti questi magistrati godono o godranno di molta stima. Tuttavia si mostreranno meno severi di quanto si sarebbe potuto immaginare. Ma bisogna tener conto dello stato generale dell’opinione pubblica, molto confusa dopo la Fronda.

D’altra parte anche il Re darà l’esempio quando impedirà di perseguire le dame di Corte, mentre lascerà condannare le mogli dei parlamentari e dei borghesi.

Fra i giudici, Antoine Turgot lascerĂ  un curioso ricordo di quel periodo : infatti scriverĂ  la storia della « Camera ardente » in versi latini…

Il nuovo tribunale viene dapprima chiamato « Commissione dell’Arsenale ». Secondo le lettere patenti firmate dal Re il 7 aprile 1679, si tratta di un tribunale speciale, che terrà sedute segrete, e le cui decisioni non saranno appellabili.

Ma per il popolo la commissione ben presto prende il nome di « Camera ardente », a ricordo dei tribunali che nel Medioevo giudicavano le streghe in aule tappezzate di nero ed illuminate da candele.

Le lettere patenti sono controfirmate da Colbert che è il responsabile di Parigi. Ma, come vedremo, l’intervento del ministro si limita a questo, in quanto il suo avversario Louvois riuscirà a prendere in mano tutta la faccenda- mentre per competenza avrebbe dovuto preoccuparsi solo degli affari militari.

Ad ogni modo le proteste del Primo Presidente del Parla­mento di Parigi, che si vede spodestato dalla « Camera ardente », sono respinte dal Re.

Il 16 aprile 1679, il Tribunale tiene la sua prima seduta. Dopo il rapporto di de Bezons, si decide che tutti i detenuti di Vincennes saranno posti reciprocamente a confronto. Sagot, cancel­liere dello Châtelet, uomo di provata fiducia, dietro richiesta di La Reynie, viene nominato cancelliere della commissione.

Sono già avvenuti parecchi confronti; ma I magistrati della « Camera ardente » vogliono riesaminare il caso da principio.

Dedicano la prima seduta allo studio dei verbali stesi dai giudici del Parlamento.

Dopo la lettura si rendono conto della vastità dell’ inchiesta. Nella casa della Bosse sono stati trovati arsenico, vetriolo, polvere di granchio, ritagli di unghie, sangue mestruale, polvere di cantaridi, tutti ingredienti considerati afrodisiaci o atti ad avvelenare.

Il primo confronto fra la Vigoureux e la Bosse rivela che le due donne conoscono almeno « quattrocento persone, a Parigi, che praticano lo stesso mestiere ». Quanto all’inter­rogatorio della Voisin, esso si conclude con una serie di velenosi attacchi contro la Bosse. Il giorno seguente il confronto delle due rivali porta a nuovi elementi. La Bosse accusa la Voisin di aver tentato di avvelenare suo marito, d’accordo con Lesage, e di aver venduto del veleno alle mogli di due membri del Parlamento : Madame Dreux e Madame Leféron. La Bosse inoltre afferma che la Voisin ha sacrificato numerosi bambini e praticato degli aborti. Sempre secondo la Bosse, i corpicini sarebbero stati bruciati in un forno o sotterrati nel giardino di rue Beauregard.

Madame Leféron ha effettivamente avvelenato suo marito; Madame Dreux ha tentato di farlo. Entrambe volevano liberarsi del marito per sposare il loro amante.

La Reynie le fa arrestare e la cosa provoca un grosso scandalo in tutta Parigi.

L’alta borghesia è cosi adirata contro il tenente di polizia, che costui deve farsi accompagnare da una guardia quando va a Vincennes per interrogare i prigionieri.

Il primo verbale dell’interrogatorio di Lesage fa aumen­tare i timori dei magistrati. Tirato in causa dalla Voisin, costui si vendica affermando che ella per liberarsi del marito — Montvoisin — aveva sotterrato in fondo al giardino un cuore di pecora. E poiché il marito dell’ « indovina » si era sentito male, si era impaurita ed aveva dissotterrato il cuore.

(omissis)

… Durante questo confronto si sente pronunciare per la prima volta il nome di Madame de Bouillon, nipote di Mazarino. Il nome della duchessa ricorrerà così spesso nelle varie deposizioni che il Re permetterà al tribunale di interrogare quella grande dama.

In ogni caso, la sera del 28 aprile, i magistrati ordinano l’arresto delle persone citate dalle due donne :

Gobert, un « rossiccio » che abita in rue Neuve- Saint-Martin, nella casa in cui abita il figlio della Vigoureux, la Duvivier, amica della Vigou­reux, e sua figlia, la Poitevin, che abita in rue de la Taunerie, la Pelletier, le due sorelle Margue­rite e la loro nipote.

Il giorno dopo vengono poste a confronto la Vigoureux e la Voisin. Dopo aver affermato che non c’è ragione di astio fra di loro, comin­ciano ad incolparsi a vicenda. In particolare in quest’occasione vengono ricordate le relazioni fra la Voisin e la moglie del presidente Leféron.

Come abbiamo giĂ  detto, la moglie del presidente LefĂ©ron, aveva un amante, de Prade. Ed era ricorsa alla Voisin per sbarazzarsi del marito che le era di eccessivo impaccio. La cosa le era costata 2 000 libbre, ma la Voisin, pur rico­noscendo di aver ricevuto quel danaro, afferma che si è trattato solo di un prestito. Fatto sta che LefĂ©ron è morto, dieci anni prima, nel 1669…

Il 4, 5 e 6 maggio 1679 compaiono davanti al Tribunale e sono sottoposte a tortura la Vigoureux, la Bosse, i figli di costei ed una certa Ferry accusata di aver avvelenato il marito.

Dopo le loro deposizioni, il procuratore gene­rale traccia le sue conclusioni. La Bosse è colpevole di avere preparato parecchi tipi di veleni e, come la Vigoureux, di averli forniti a parecchie donne perché si liberassero del pro­prio marito, usando come pretesto le preghiere od altre opere pie.

La Ferry è colpevole di aver avuto dalla Bosse, in diverse occasioni, del veleno per ucci­dere il marito.

Per cui il Tribunale decide che le imputate dovranno fare ammenda onorevole davanti alla porta principale di Notre-Dame, dove saranno condotte con la corda al collo ed avranno in mano una torcia accesa del peso di due libbre.

Alla Ferry poi sarĂ  tagliata la mano destra.

La Vigoureux e la Bosse, saranno arse vive e le loro ceneri gettate al vento. Quanto alla Ferry ella sarĂ  strangolata ed impiccata, prima di essere bruciata.

Tuttavia la Vigoureux e la Bosse prima del supplizio subiranno la tortura.

Il 9 maggio la Vigoureux viene consegnata al carnefice. Ed allora tira in causa il maresciallo de Luxembourg, accusandolo di essersi rivolto a Lesage « per l’amore » ; riconosce di aver fatto « incantesimi con gli aghi ». Ma non riesce a sop­portare il supplizio fino alla fine. Il verbale dice : « Muore alle quattro per un’ascesso alla testa. » La Bosse è più resistente. Accusa la Voisin di altri delitti e tira anch’ella in causa il de Luxembourg ed altri avvelenatori di cui pro­nuncia il nome per la prima volta : il cavaliere d’Harnivel, le due Leroux, Poulain e Bergerot. E poiché non può sopportare la tortura dell’acqua le viene inflitto il supplizio dello stivaletto.

Viene posta a confronto anche con un’altra « strega », la Chéron, che afferma :

« Sono stata io a insegnare alla Bosse il composto velenoso di arsenico con sapone nero. E’ stato il prete di Pincourt a dirmi che quando voleva sbarazzarsi di qualcuno gli dava dell’arsenico mescolato a sapone nero in un pasticcino… » Così ogni interrogatorio porta nuovi nomi. I magistrati inorridiscono ; tuttavia il loro com­pito è appena cominciato.

Il 10 maggio la Bosse e la Ferry vengono condotte al supplizio, col camice e la corda al collo. Vengono bruciate dopo aver fatto ammenda onorevole davanti a Notre-Dame. Francois e Manon, i due figli della Bosse, vengono costretti ad assistere al supplizio.

Nel frattempo la Reynie ha fatto arrestare un’amica della Voisin, una levatrice, la Lepère accusata di aver provo­cato numerosi aborti. La Lepère e la Bosse vengono poste a confronto. Naturalmente entrambe si conoscono. Durante il confronto la Lepère ammette di « avere sistemato parec­chie donne o ragazze senza marito, non con un ferro ma con una siringa ».

La Lepère afferma che quelle cose avvenivano a volte a casa sua, a volte a casa della Voisin.

Sottoposta a domande stringenti, la Lepère giura che « nel giardino della Voisin sono stati sotterrati dei bambini » ed aggiunge : « Ho detto alla Voisin che se la cosa era vera, bisognava bruciare il suo giardino. Ma la Voisin ha risposto che ero una stupida e che non bisognava dar credito a tutto ciò che si diceva su quelle cose. »

E mentre gli uomini della polizia cercano di verificare le affermazioni della Lepère, il 5 giugno 1679 si apre il processo a carico di Madame de Poulaillon. La riunione dei giudici in camera di consiglio dura quattro ore. E’ la prima volta che sono chiamati a pronun­ciarsi sul caso di una donna di rango e sanno molto bene che la loro decisione creerà un prece­dente, perché si dovranno processare anche Madame Dreux e Madame Leféron, col grave rischio di porre i membri del Parlamento di Parigi contro i magistrati dell’Arsenale.

Finalmente Madame de Poulaillon è condan­nata al bando perpetuo e si ritirerà presso i penitenti di Angers.

Dopo il processo Sagot, il cancelliere del Tribunale annota in calce al verbale :

« Questa donna, che era molto intelligente, si curava poco della morte e credendo che non sarebbe riuscita a scamparla, durante tutto l’interrogatorio ebbe una straordinaria presenza di spirito, il che le procurò l’ammirazione e la simpatia dei suoi giudici… »

Mentre Madame de Poulaillon espia In quel modo i torti verso il marito e l’amore verso La Rivière, costui, ritiratosi in Borgogna presso la sua nuova amica Madame de Coligny, se la ride delle disgrazie della sua ex-amante. La contessa, per quanto ne sia innamorata, ne rimane colpita e lo rimpro­vera in questo modo :

« Se le disgrazie della donna che ha i maggiori meriti verso di voi e che vi ama e vi ha amato non vi commuovono, come potrei illudermi di conservarvi per sempre… ? »

La Rivière ama le donne ricche e perciò rimarrĂ  fedele… per qualche mese a Madame de Coligny. Ma quando ella si stancherĂ  di quella relazione dovrĂ  pagare una forte somma perchĂ© quel « galante » non la importuni piĂą.

Tuttavia i magistrati della « Camera ardente » e La Reynie si rendono perfettamente conto che tutte le persone che hanno interrogato fino a quel momento, sono solo dei « pesci piccoli », in confronto alla Voisin, al suo complice ed amante Lesage ed alla Lepère. Ed ora si sono anche convinti che solo da loro verranno a sapere i nomi di tutti coloro che da più di dieci anni si servono del veleno per sbarazzarsi di chi dà loro fastidio.

Alla fine di luglio, La Reynie va da Louvois, lo mette al corrente delle rivelazioni che ha già ottenuto e gli chiede se sia possibile cominciare effettivamente il processo contro i tre « stregoni ». Louvois riferisce la conversazione al Re e gli suggerisce di permettere alla Camera dell’Arse­nale di iniziare gli interrogatori — e la tortura — di quegli individui. Luigi XIV dà il suo consenso.

Il 1° agosto 1679, Louvois scrive al tenente di polizia dal castello di Saint-Germain :

« Signore, ho riferito al Re della lettera che vi siete preoccupato di scrivermi il mese scorso (quella lettera confermava la conversazione del ministro e di La Reynie). Sua Maestà si rimette a voi e a de Bezons ; potete cominciare il processo della Lepère e della Voisin quando lo riterrete più opportuno. »

Dopo che, il 7 agosto, avviene un nuovo interrogatorio della Voisin durante il quale pro­nuncia nuovi nomi di clienti, il 9 viene posta a confronto con Lesage.

Ancora una volta i due complici si accusano a vicenda. La donna comincia ad accusare Lesage di praticare la stregoneria ed aggiunge che fabbricava moneta falsa secondo un procedi­mento imparato sulle galere. Lesage non vuol essere da meno ed afferma che la Voisin da più di quindici anni ha continuamente praticato avvelenamenti, servendosi di biancheria, lavaggi, guanti e profumi.

Lesage dice anche che quattro anni prima la sua amante aveva cercato di sbarazzarsi anche di lui.

« Poiché soffrivo di ernia, dice, ho chiesto alla Voisin di curarmi. Ha fatto venire un suo amico, Maitre Pierre (un altro nome nuovo) che mi ha dato una pomata.

Ho applicato la pomata e subito dopo ho sentito la parte anteriore del mio ventre sbat­tere contro quella posteriore con una violenza tale che se non avessi tolto in gran fretta la pomata, e se non fossi stato immediatamente soccorso, sarei morto. Maître Pierre non è più tornato come aveva detto, perché credeva che fossi morto. »

Il seguito del confronto consiste in una serie di accuse e di dinieghi, in cui il cancelliere fa molta fatica a raccapezzarsi.

Lesage viene fatto uscire e viene introdotta la Lepère che, a sua volta, viene messa a con­fronto con la Voisin. La levatrice accusa l’amica di averle portato clienti per gli aborti.

Due giorni dopo, la Lepère torna davanti al tribunale. Viene fatta sedere sulla selletta della tortura e viene interrogata sugli avvele­namenti. Afferma di non saperne nulla. A causa della sua età molto avanzata, non subisce le abituali torture, ma dopo una rapida decisione dei magistrati, viene impiccata quello stesso giorno. Il 12 settembre dopo aver ascoltato alcuni imputati di poca importanza, il Tribunale riprende l’interrogatorio della Voisin.

Costei comincia con l’affermare che non ha intenzione di nascondere nulla.

Dice di « lasciare a Dio il compito di proteg­gerla e spera nella bontà del Re, che vorrà aver pietà di lei e della sua famiglia. Se finora non ha detto tutto ciò che sapeva a proposito delle cose su cui è stata interrogata, è perchè credeva che avrebbe dovuto essere prudente e non recar danno a nessuno ».

La Voisin allora riconosce di aver consegnato del veleno a Madame Leféron ed afferma che per un simile servizio Madame Dreux le ha offerto 2 000 scudi ed una croce di diamanti, ma sostiene di ignorare se qualcuno ha fornito il veleno a quella donna.

L’ « indovina » riconosce anche di aver voluto avvelenare suo marito, ma che la sua serva,

Margot, che doveva versare il contenuto di una fiala nel piatto di Montvoisin, ha avuto paura ed ha buttato il veleno « nel cesso ».

Tuttavia sembra che il verbale redatto da Sagot riguardo a questo interrogatorio sia incompleto e che le rivelazioni principali non vi compaiano.

Infatti quella sera stessa Louvois indirizza una lettera al Re, in cui scrive :

« La Voisin comincia a dire molte cose. Ha detto che Madame de Vivonne (cognata di Madame de Montespan) e Madame de La Mothe le avevano chiesto entrambe di disfarsi dei loro mariti e che le due donne per quella faccenda erano state in rapporto con Lesage. Ha detto anche che è stato Lesage ad avvelenare le sorelle di Madame Brisard. E’ vero che Madame Dreux voleva disfarsi del marito, tanto che, come pegno della ricompensa promessa a tale scopo, aveva offerto una croce di diamanti. Accusa anche la moglie del Presidente Leféron. »

(omissis)

Il 15 febbraio 1680 viene ripreso il processo della Voisin, che durerà 3 giorni. Posta sulla selletta ripete le dichiarazioni già fatte, cioè che la Vertemart ha cercato di entrare al servizio di Madame de Montespan. Nonostante il supplizio dei cunei, rifiuta di dire se abbia portato delle « polveri » a Saint-Germain o a Versaille e non si riesce a sapere nient’altro.

Dopo essere stata condannata a morte, la Voisin, a mezzogiorno del 22 febbraio, viene condotta in place de Grève per essere bruciata viva. In punto di morte — dopo essersi dibat­tuta a lungo — dichiara al confessore « per liberarsi la coscienza, che moltissime persone di ogni ceto e condizione si sono rivolte a lei per chiedere la morte ed i mezzi per far morire molta gente e che il motivo principale di tutti questi misfatti è la corruzione ».

LA MONTESPAN

(omissis)

Siamo al tempo in cui Madame de Montespan viene accusata di stregoneria con sempre mag­gior decisione. Gli strascichi annunciati da Madame de Sévigné dopo l’esecuzione della Voisin non si fanno aspettare ; ora infatti Lesage, sempre tanto vago, si mostra più preciso, forse anche perché non teme più una smentita da parte della Voisin. Ad ogni modo denuncia altri preti sacrileghi, fra cui l’abate Guibourg. Egli afferma :

« Guibourg ha detto delle messe sul ventre della contessa d’Argenton, della Saint-Pont e della Baudouin che volevano avvelenare i rispettivi mariti. Ha detto anche delle messe « sul ventre di una signora altolocata di cui non “ricorda più il nome” e sul ventre di Madame de Vivonne che la Voisin ha fatto abortire. » Si riparla della Filastre, strega, avvelenatrice e fattucchiera. Ma ecco un testimone non ancora ascoltato che sorpasserà, con le sue dichiarazioni, tutto quanto si era finora udito : si tratta della figlia della Voisin, Marie-Marguerite Montvoisin che, interrogata una prima volta il 5, e poi il 12 luglio 1680, tira decisamente in causa Madame de Montespan.

A conclusione di questi interrogatori, La Reynie fa un resoconto molto diverso dal verbale redatto dal Tribunale.

« Quando ho saputo che mia madre era ormai stata condannata, dal momento che non avevo più nessuna ragione per continuare a tacere, ho voluto rivelare la verità. Poiché infatti vivevo in casa con mia madre, non ho potuto fare a meno di vedere e di sentire quanto vi succedeva. »

La figlia della Voisin riconosce allora che la supplica portata dalla madre a Saint-Germain qualche giorno prima di venire arrestata aveva come unico scopo quello di avvelenare il Re. Una dama aveva mandato a prendere la Voisin con la sua carrozza.

« Si parlò allora di 100 000 scudi, dice la testimone, e di passare in Inghilterra.»

Per la prima volta da quando sono comin­ciati i processi per avvelenamento si afferma che si voleva avvelenare il Re.

Il 26 luglio la giovane Voisin viene di nuovo interrogata.

In questa occasione fa dichiarazioni ancora più dettagliate. Dopo aver affermato che si pro­gettava di avvelenare Mademoiselle de Fontanges, aggiunge :

« Non so come Romani (un « profumiere » specializzato nel rendere velenosi i guanti e i foulards) e mia madre avrebbero potuto far credere che Mademoiselle de Fontanges fosse morta di crepacuore ; l’unico modo sarebbe stato quello di avvelenare per primo il Re e con un veleno molto più forte ed immediato.

» L’ho sentito dire da mia madre, a casa della Trianon (un’altra fattucchiera) ; si parlava della supplica che doveva servire ad avvelenare il Re e quando la Trianon chiese quali garanzie avesse mia madre di ricevere il denaro, dal momento che non si mostrava soddisfatta, mia madre nominò diverse volte Madame de Montespan, dicendo di essere sicura del fatto suo e che la dama non l’avrebbe ingan­nata…

» Mia madre poi me ne ha parlato diverse volte in particolare e mi ha detto che la deci­sione di avvelenare il Re era stata presa perché la dama non era riuscita ad attuare nessuno degli altri progetti di minore portata ; dei molti intrighi orditi nessuno infatti aveva raggiunto la scopo.

» L’ultimo giorno che mia madre fu in casa Trianon, durante il pranzo disse :

“E’ un bel dispettuccio da innamorati.”

» So anche che per cinque o sei anni mia madre ed altre persone da lei dirette hanno progettato e cercato di attuare molte macchinazioni per conto di Madame de Montespan. »

E non è tutto. La giovane Voisin, che ha forse lei stessa ricevuto delle « garanzie », continua a parlare e quanto afferma è sbalorditivo e al tempo stesso inquietante per i magistrati.

« Mia madre ha portato diverse volte a Madame de Montespan delle polverine, a Saint- Germain e a Clagny, vi ha condotto dei preti, di solito un Priore (si tratta di Guibourg) e un altro prete di Montmartre di cui non conosco il nome. »

Clagny è un castello che sorge alla periferia di Versailles. Madame de Montespan l’ha avuto in dono dal Re, e vi si ritira quando fra lei e Luigi XIV avviene qualche screzio.

(omissis)

… il 13 agosto 1680, viene interrogata nuovamente la giovane Voisin e questa volta le sue accuse contro Madame de Montespan sono esplicite.

Innanzitutto, parlando di un certo Montsigot afferma :

« Mio padre dava a Montsigot il titolo di marchese e diceva che costui aveva tenuto delle persone per diciotto mesi presso di sé, in una casa a La Villette, che aveva detto la messa sul ventre della madre e della figlia e che egli voleva offrire al diavolo in sacrificio un suo piccolo fanciullo. L’ho visto parecchie volte a casa di mia madre, ed una volta, in particolare, aveva portato con sè in carrozza una giovane da lui sedotta, che era incinta di sette od otto mesi, e che mi era sembrata molto addolorata per lo stato in cui si trovava.

« Costei scese dalla carrozza e si fermò un po’ di tempo in casa mia, poi mia madre salì in carrozza con loro e si recarono dalla Lepère. Non sono mai riuscita a sapere ciò che avessero fatto e ciò che accadde di quella donna.

« Ho visto la Yautier che con mia madre, in giardino, spellava dei rospi ed arrostiva delle talpe, ho visto anche spesso alcuni giardinieri portare a mia madre dei rospi dentro vasi di fiori ; anche MaĂ®tre Pierre il ha portati per due o tre volte, non posso precisarne il numero, ma sono molto sicura di averglieli visti, ed ha portato anche certe erbe, e delle lumache rosse. Ho anche visto la Vautier portar via da casa mia dei rospi…

  • Sapete come facessero la Vautier e vostra madre a spellare i rospi?
  • Nel giardino in cui lavoravano c’era un braciere acceso e delle pinzette, ma tutte le volte che io mi avvicinavo mia madre mi mandava via. Ho visto soltanto che quando lavoravano tenevano entrambe una mano davanti al naso per l’odore insopportabile che quelle bestie emanavano. »

Ma ecco ora la parte dell’interrogatorio che interessa di più i magistrati : riguarda Madame de Montespan.

« Ogni volta che accadeva qualcosa a Madame de Montespan che le facesse temere di perdere un po’ dell’ascendente che aveva sul Re, continua la giovane Voisin, essa avvertiva mia madre, perchĂ© vi ponesse rimedio. Mia madre si recava subito da certi preti perchĂ© dicessero delle messe, e le dava delle polverine da sommini­strare al He…

« Sono a conoscenza di tutte queste trame contro la persona del Re, perché ne ho sentito parlare da mia madre, ed inoltre c’è stato un momento in cui Madame de Montespan ammise che tutto ciò che da parecchi anni si faceva per lei non serviva più a nulla. »

Queste dichiarazioni, attribuite a Madame de Montespan, molto probabilmente sarebbero state fatte quando Made­moiselle de Fontanges l’aveva soppiantata nelle grazie del Re.

« Mia madre, continua la giovane Voisin, mi disse anche che Madame voleva portare la cosa alle estreme conseguenze, e voleva immi­schiarla in azioni che le ripugnava compiere. Ella mi ha fatto capire che si trattava di cose che avrebbero nuociuto al Re, e dopo esser venuta a conoscenza di ciò che era accaduto a casa della Trianon, a proposito della supplica, non ho più potuto dubitarne. »

Quindi la faccenda della supplica, che abbiamo già ricordato, è posta direttamente in relazione con Madame de Montespan. Infatti secondo le numerose testimonianze raccolte dal Tribunale, è possibile impregnare dì veleno un foglio di carta in modo che chi lo tocchi sia condannato.

La Trianon, complice della Voisin, e che agisce per conto di Madame de Montespan, avrebbe dovuto richiedere un’udienza al Re e consegnargli la supplica. Se poi il foglio di carta non fosse bastato, si sarebbe dovuto mettere un pizzico di una certa polvere nella tasca in cui il Re teneva il fazzoletto. Ma nessuno di questi progetti poté essere messo in atto.

L’interrogatorio della giovane Voisin conti­nua : La Reynie le chiede :

« Conoscete Madame de Montespan e le avete parlato ?

  • Non le ho mai parlato e non ho mai accompagnato mia madre in nessuno dei viaggi che ha fatto a Saint-Germain, a Versailles e a Clagny. »

Tuttavia, in seguito, la giovane Voisin ammetterĂ  davanti a La Reynie, non solo di aver visto Madame de Montespan, ma anche di averle parlato.

Tuttavia, Marie-Marguerite espone i fatti dettagliatamente e con una tal ricchezza di particolari che per i magistrati è molto difficile supporre che non stia dicendo la verità:

« Sono andata a Versailles da sola sette od otto volte, mandatavi da mia madre, per consegnare dei messaggi ad una serva del sovrintendente alle scuderie che voleva sposare il suo padrone, ed ho visto parecchie volte mia madre consegnare delle polverine a questa donna a casa della quale, a Versailles, ci sono andata anche con mia madre. Ma sia io che mia madre non andammo da nessun’altra parte.

« Non sono mai stata e non ho mai portato nulla alla des Œillets ; ho parlato con lei solo per dirle se mia madre era in casa o no ; è venuta parecchie volte a casa nostra senza che nessuno la conoscesse. Non ricordo di aver parlato al Priore (Guibourg) ; parecchio tempo dopo quelle visite, mia madre mi disse che si trattava della damigella di Madame de Montespan ; sarei in grado di riconoscerla, non è difficile ; non credo che lo negherebbe ; conosco un’altra damigella chiamata Cato, l’ho vista due o tre volte a casa mia, ha i capelli castano chiari e non è bruna come la des Œillets ; credo che anch’essa fosse al servizio di Madame de Mon­tespan, ma probabilmente non sapeva nulla della faccenda. »

Il 17 agosto, vengono poste a confronto la giovane Voisin e la Trianon ; ma quest’ultima si limita a negare le accuse che le sono rivolte da Marie-Marguerite.

Tre giorni dopo, il 20, la giovane Voisin prosegue nelle sue rivelazioni che, come quelle di Lesage, sono dosate molto sapientemente.

Questa volta Madame de Montespan sarĂ  chiamata in causa direttamente.

Innanzitutto Marie-Marguerite Voisin vuole provare la sua innocenza.

« Giacché la Trianon e la Vautier non vogliono dire la verità e poiché in base a ciò che esse hanno detto durante i confronti con me non mi sembrano nemmeno d’accordo fra loro, voglio dire ciò che mi ero riservata di esporre per far luce completa sulle cose di cui sono venuta a conoscenza. »

Da principio fornisce moltissimi particolari sul cerimoniale delle messe nere.

« Ho assistito a due messe celebrate da Guibourg nella camera da letto di mia madre ; ne ha celebrata una anche dalla Delaporte, ma io sono arrivata quando aveva già terminato il rito ; c’era ancora l’altare con la croce ed i ceri. Tutte e tre le messe erano state dette con gli stessi intenti, quest’ultima fra le due e le tre del pomeriggio, circa due mesi prima che mia madre fosse arrestata.

« Guibourg ha celebrato delle messe sul ventre di alcune donne a casa di mia madre. La prima che io ricordi accadde più di sei anni fa ; ho aiutato mia madre a fare i prepa­rativi necessari : un materasso posto su due sedie, due sgabelli posti ai lati su cui erano posati i candelieri con i ceri ; Guibourg entrava in seguito da una cameretta accanto, vestito della pianeta ; a questo punto mia madre faceva entrare la donna sul cui ventre doveva essere celebrata la messa, e mi faceva uscire.

« Quando divenni più grandicella, mia madre ha avuto maggior fiducia in me, e così sono stata ammessa ad assistere a questo tipo di cerimonie. Ho potuto vedere la donna che veniva posta sul materasso completamente nuda, con la testa penzoloni, appena sostenuta da un cuscino posto su una sedia rovesciata, le gambe anch’esse penzoloni, con un asciugamano sul ventre, su cui era posto un crocifisso dalla parte dello stomaco e un calice dalla parte del ventre.

« Circa tre anni fa, Madame de Montespan, ha fatto celebrare su di sé una di queste messe a casa di mia madre ; arrivò verso le dieci e se ne andò solo a mezzanotte.

« Mia madre aveva detto alla dama che avrebbe dovuto fissare il periodo in cui si sareb­bero potute celebrare le altre messe che era necessario dire perché le sue intenzioni andas­sero a buon line ; Madame de Montespan rispose che non avrebbe potuto trovare il tempo, e che le altre avrebbero dovuto essere celebrate senza di lei. Mia madre le promise allora che avrebbe fatto dire su di sé due messe secondo le sue intenzioni. »

Nella sua deposizione la giovane Voisin non dice che dopo questa prima messa, che molto probabilmente fu celebrata nel 1677 o 1678, non ne furono dette altre. Si limita ad affermare che è stata la prima di cui fosse a conoscenza.

« Qualche tempo dopo ho assistito ad una messa celebrata da Guibourg sul ventre di mia madre, con lo stesso rituale ; all’elevazione è stato pronunciato il nome di Luigi di Borbone e quello della dama, che però non era Madame de Montespan, ma un nome composto di due o tre parole… »

Dopo aver nuovamente tirato in causa alcuni complici di sua madre ed aver citato altri nomi, fra cui per esempio quello di un prete di Picpus, il padre Gabriel « venuto a trafiggere un cuore di bue », Marie-Marguerite Montvoisin prosegue : « Mia madre ha portato parecchie volte diversi tipi di polverine a Madame de Mon­tespan ; la prima volta fu due anni e mezzo fa, ma la signora è tornata ancora da mia madre ; ebbero un breve colloquio, poi mia madre mi chiamò al cospetto della donna e disse : « Signora sapreste riconoscere questa ragazza? » Ella rispose di sì, però volle che fosse stabilito qualche segno convenzionale. Quel giorno, giovedì, fu convenuto che Madame de Montespan si sarebbe recata, il lunedì suc­cessivo, ai Petits-Pères, che io avrei avuto una maschera, che me la sarei tolta quando avessi vista la dama e che avrei sputato a terra. Così feci e, passando senza fermarmi, le misi in mano un pacchettino di polveri non sigillato, che mi aveva consegnato mia madre.

« Un’altra volta mi fu ordinato di andare nella pianura fra Ville-d’Avray e Clagny e di aspettare al centro della strada. Ad un’ora convenuta, la dama fece fermare la carrozza, si affacciò al finestrino ed io in poche parole le spiegai che cosa fosse ciò che le stavo conse­gnando ; era un pacchettino con delle polveri fatte da Laporte e passate sotto il calice ; poi la carrozza fece dietro-front ed io tornai sui miei passi col mio fratello maggiore.

« Prima di allora, sempre per gli stessi motivi, furono celebrati, a casa di mia madre nel ripo­stiglio del giardiniere, dei riti sulla « cuffia » di un bambino appena nato ; servivano allo scopo una croce e due ceri ; trovai nel ripostiglio il prete già vestito con i paramenti e su un altare improvvisato vi era un calice ; non mi fu concesso di assistervi ; lasciai in quel ripostiglio mia madre, il prete ed il suo aiutante ; era stato il prete a portare i paramenti ed il calice, mia madre mi disse che la messa veniva celebrata per Madame de Montespan. »

Come ricorda Francois Ravaisson nei suoi « Archivi della Bastiglia », la « cuffia » (cioè la membrana che certi bambini hanno sulla testa quando nascono) non solo portava fortuna al neonato ma anche a tutti coloro che la portassero su di sè. Gli avvocati, soprattutto, le attribuivano un grande potere e fin dal V secolo la compravano e la pagavano molto cara : le loro arringhe sarebbero state sempre convincenti. E non è tutto, la « cuffia » dava alle dichiarazioni degli amanti una forza tale da convincere i cuori più ribelli. L’uso di essa era divenuto così comune, che fu proibito dal codice di diritto canonico. Si capisce come i clienti degli stregoni del secolo di Luigi XIV, potes­sero prestar fede a una credenza così diffusa.

(omissis)

Dunque al momento di avviarsi al rogo, la Filastre ritratta tutto ciò che ha detto contro Madame de Montespan. E ciò può sembrare ancor più strano, se si pensa che proprio quando aveva subito le due torture, ordinaria e straordi­naria, si era mostrata particolarmente loquace. Ma, ed è un elemento di cui bisogna tener conto, quando ha chiesto di fare nuove dichiarazioni al tenente di polizia, era reduce dal confessionale.

Chi ha confessato l’avvelenatrice ?

Non si sa, ma si può anche pensare che si tratti proprio di quel curato di Saint-Laurent, a cui, secondo le direttive date il 24 settembre dal Re in persona, forse è stato sugge­rito di indurre la Filastre « a dire la veritĂ  su quelle cose su cui sarebbe desiderabile che le dicesse… ».

In ogni caso, La Reynie, non sembra farsi alcuna illusione sulle ultime dichiarazioni della Filastre. Infatti fra le sue note a proposito di queste « confessioni » si leggono queste parole molto disincantate :

« Vi sono molti giudici che non danno nessun credito a ritrattazioni di questo tipo, non stimando corretto farlo dopo che questi miserabili sono stati messi tra le mani dei confessori e sono stati consegnati ai carnefici che ne abusano, e possono abusarne, per far dire loro quel che gli conviene… »

Tuttavia il giorno dopo l’esecuzione della Filastre, Louvois, avvertito da La Reynie, si reca dal Re con i verbali redatti, come ha ordinato, su fogli separati. Dopo averli letti, Luigi XIV ordina al suo ministro di convocare per la mattina di lunedì 4 ottobre, a Versailles, il procuratore generale Robert e Monsieur de La Reynie.

Infatti il Re, scosso dalle accuse mosse contro Madame de Montespan, vuol sospendere il processo. Ne parla con i due magistrati, poi dĂ  subito ordine al presidente del Tribunale di sospendere le udienze. Non è ancora passato un anno da quando il Re aveva dichiarato che bisognava far luce completa « senza alcun riguardo a persone, condizione sociale o sesso… ».

A questo punto dobbiamo fare un piccolo passo indietro e tornare alla metà del mese di agosto del 1680. Quando il Re è a Versailles, Louvois organizza un incontro tra il sovrano e Madame de Montespan. Madame de Maintenon assiste da lontano alla conversazione. La sera stessa scriverà ad una sua amica :

« All’inizio Madame de Montespan ha pianto, poi ha fatto dei rimproveri, e poi ha parlato con alterigia. »

La vedova del poeta Scarron è molto laconica, ma si può pensare che le lacrime di Madame de Montespan abbiano cominciato a scorrere fin dalle prime parole di Luigi XIV, e che in seguito, giacché il Re si mostrava distante e gelido, l’ex-favorita, che sentiva quale fosse l’influenza della nuova amante (Madame de Maintenon), si sia lanciata in aspre critiche contro costei. D’altra parte è ancora Madame de Maintenon a scrivere :

« Si è scatenata contro di me (il Re infatti le ha rac­contato il colloquio certamente come gli è sembrato più opportuno).

Questa chiarificazione ha rinfrancato il Re. »

Due giorni dopo le due donne si incontrano e, secondo i testimoni, Madame de Montespan si mostra particolarmente violenta. Madame de Maintenon confiderà ad un’amica :

« Mi ha ricoperta d’ingiurie… »

Tuttavia, quando il Re decide di salvare la reputazione della madre dei suoi figli, trova in Madame de Maintenon un’ottima consigliera. Infatti è stata la nuova favorita a prendersi cura di quei bambini, verso i quali nutre un affetto sincero, e si suppone che sia stata proprio lei a consi­gliare Luigi XIV di non costringere Madame de Montespan ad abbandonare immediatamente Versailles.

L’ex amante quindi vivrà per qualche mese in un appar­tamento in un’ala separata del castello reale, prima di ritirarsi presso le figlie di San Giuseppe, in rue Saint-Domi- nique, una casa religiosa che ha ricevuto da lei una ricca dote, ed in cui, grazie a lei, sono ospitate più di cento giovani orfanelle.

Abbiamo riportato tutte le accuse che sono state rivolte a Madame de Montespan. E’ giusto ricordare anche gli elementi a suo favore, che vengono sintetizzati da un avvocato, Claude Duplessis, su richiesta dello stesso Colbert.

Il primo dubbio che viene alla mente — e che lo storico Jean Lemoine ha richiamato prima di citare altri fatti — nasce proprio dalle ovvie considerazioni sulla persona­lità degli accusatori della favorita : la Voisin e sua figlia, Lesage un ex galeotto, la Filastre, gli abati sacrileghi Mariette e Guibourg (costui in particolare, che sacrificò molti dei figli che aveva avuto dalla sua amante), Romani e molti altri ancora.

Poi ci sono le contraddizioni degli accusati, le loro ritrat­tazioni, le loro affermazioni che si rivelano false. Un certo numero di persone arrestate, citate come testimoni da tutta la banda degli avvelenatori, rifiutano esplicitamente di riconoscere i fatti sui quali è stata richiesta la loro testi­monianza. Ma, come sottolinea ancora Jean Lemoine, non può darsi che tutti questi diabolici personaggi si siano accordati per tirare in ballo persone della Corte, perfino gli intimi del Re, sperando che, davanti all’enormitĂ  delle accuse, il caso potesse perdere il suo carattere puramente criminale per trasformarsi in un affare di Stato? In questo caso avrebbero potuto sperare che il Tribunale lasciasse cadere le imputazioni… D’altra parte è ciò che accade quando, nell’ottobre del 1680, Luigi XIV ordina di sospen­dere le udienze.

Nelle accuse possiamo trovare ancora numerose altre contraddizioni.

Per esempio si afferma che Madame de Montespan, in una delle sue invocazioni, abbia pronunciato il nome del Delfino e quello di Mademoiselle de La Vallière. Ora, quando la favorita può temere l’influenza della nuova venuta, il Delfino ha cinque anni… Quale può essere l’importanza di questo bambino in tutta la faccenda?

D’altra parte Madame de Montespan avrebbe chiesto che la Regina diventasse sterile. La moglie di Luigi XIV è giĂ  madre… Per quanto riguarda poi il ripudio della Regina, la favorita sa molto bene che i matrimoni reali non avvengono per motivi sentimentali e che la Fiandre e la Franca Contea rimangono i pegni del matrimonio spagnolo.

Ed ecco ancora un altro elemento favorevole a Madame de Montespan, e non è certo un elemento trascurabile. Si dice che si sia recata a casa degli stregoni parecchie volte. Ma allora sembra si voglia dimenticare il posto che la favo­rita tiene a Corte.

Quando esce senza la compagnia del Re, è obbligato­riamente accompagnata da quattro guardie del corpo (d’altra parte la giovane Voisin, conferma di aver battuto in ritirata il giorno in cui avrebbe dovuto incontrarsi con la favorita, a causa della presenza delle guardie). E poi ci sono tutti i servitori di cui bisognerebbe comprare il silenzio, senza nessuna garanzia. Ora è certo che fra i cocchieri, i lacchè ed i camerieri, ci sono persone che hanno l’incarico di tenere informata la polizia e quindi il Re. Tutti gli storici sono d’accordo : Luigi XIV è sempre perfettamente al corrente del comportamento del suo « entourage ».

A questo proposito, lo storico Lavisse ha scritto :

« Il Re, molto curioso di tutte le notizie di polizia, era informato di tutto ciò che potesse interessarlo dal tenente di polizia, i cui agenti lavoravano nelle chiese, nei monasteri, negli alberghi, nelle case private e per le strade di Parigi.

« A Corte c’era un tenente di polizia, nella persona di quel cameriere che faceva funzione di governatore di Versailles. Il governatore, che piazzava spie ovunque, negli angoli bui degli scaloni, delle gallerie, dei corridoi, dei cortili e dei giardini, nelle osterie, nelle strade e persino negli appartamenti, per mezzo di domestici finti o comprati, era a conoscenza di tutto ciò che accadeva e forniva rapporti così dettagliati che il Re era informato di tutto, perfino delle galanterie che avvenivano a Corte e in cittĂ , perfino delle avventure di singoli personaggi. Accadeva in tal modo che taluni venissero puniti senza neppur sapere da chi erano stati denunciati… »

Ora, giacché il Re è così curioso e si tiene al corrente dei casi del più piccolo gentiluomo di Corte, come si può concepire che ignorasse gli spostamenti e gii incontri di colei che era cara al suo cuore ancor più della stessa Regina ?

Quando Madame de Montespan si reca a Parigi da Ver­sailles o da Saint-Germain, lo fa in pieno giorno e con una folta scorta ; ed un corteo reale non passa certo inosser­vato…

Ma ci sono altri argomenti in favore di Madame de Montespan. Qui vogliamo soffermarci ancora sul seguente, che è stato citato più volte dai suoi difensori. Il maresciallo de Luxembourg che, accusato dagli avvelenatori, si era costituito volontariamente alla Bastiglia, viene rimesso in libertà, assolto dai giudici del Tribunale. I magistrati infatti riconoscono all’unanimità che le accuse rivolte contro di lui sono tutte, senza eccezione, prive di fonda­mento. Allora perché non avrebbe dovuto avvenire la stessa cosa per Madame de Montespan?

Alla fine dell’anno 1680, il Tribunale, per ordine del Re, è in riposo. Un riposo che durerà ancora qualche mese. Ma bisogna pur farla finita con quest’affare dei veleni e processare gli imputati che sono ancora in prigione.

Il 19 maggio 1681, cioè dopo sette mesi e diciannove giorni di interruzione — come annota il cancelliere Sagot nel primo verbale della nuova sessione — il Tribunale riprende le udienze. Ma con quest’ordine di Luigi XIV « … di non procedere in base a nessuna delle dichiarazioni contenute nel verbale della tortura della Filastre, che Sua MaestĂ , per importanti motivi che lo riguardano, non vuole che siano divulgate ».

Fino al 21 luglio 1682, si cerca dunque di liquidare questa faccenda pronunciando atti­vamente condanne a morte, alla detenzione o alla deportazione. Un contemporaneo annota :

« Il Tribunale illumina spesso place de Grève. Ogni tanto c’è qualche impiccagione o qualche rogo. La Joly, famosa avvelenatrice, bruciata da diciassette giorni, ha detto molte cose. Per lo meno è stata altrettanto abile quanto la Voisin… »

Ma bisogna notare che non tutti gli imputati che sono stati implicati nella faccenda di Madame de Montespan passano davanti ai magistrati del Tribunale. Ce ne sono quattordici che per ordine dei Re saranno rinchiusi in prigione o semplicemente allontanati da Parigi. Costoro sono : la giovane Voisin e la Chapelain mandati a Belle- Isle, Guibourg, Lesage, Romani e Galet, rinchiusi nella cittadella di BesanQon, e poi la Delaporte, la Bergerot, la Pelletier, la Bellier, Latour, Renard, Vautier e Bertrand. La Trianon che faceva parte della « banda » è morta in prigione.

Il 16 dicembre 1682, Louvois scrive a Chauve- lin, intendente della Franca Contea, responsa­bile della fortezza di Besançon :

« Soprattutto, per favore, raccomandate a questi signori di fare in modo che non si possano udire le stupidaggini che potrebbero gridare ad alta voce, giacchĂ© è loro capitato così spesso di dirne a proposito di Madame de Montespan, e sono cose che non hanno alcun fondamento ; che li minaccino di farli punire molto crudel­mente al piĂą piccolo rumore in modo che nessuno abbia il coraggio di aprir bocca… »

D’altra parte, per maggior sicurezza, i pri­gionieri saranno incatenati definitivamente al muro delle loro segrete. Alcuni vivranno in questo modo, come per esempio Romani, per circa trent’anni!

Nel gennaio 1697, La Reynie che ora ha settantadue anni vende la sua carica — per 50 000 scudi — a d’Argenson. Morirà dodici anni più tardi, il 14 giugno 1709. Sembra che il Re abbia atteso con impazienza questo momento per por (ine definitivamente all’affare dei veleni. Luigi XIV ha, allora, sessantasei anni e regna da sessantuno.

Ma il Re ordina di bruciare solo ciò che i testimoni qualificano come gli « atti partico­lari » del processo, cioè i verbali scritti su foglietti separati. L’incenerimento avviene il 13 lu­glio 1709. Viene stilato un verbale. Eccolo :

« Il Re, informato da una lettera scritta a Sua Maestà da Monsieur de La Reynie, consi­gliere ordinario al Consiglio di Stato, ex tenente generale di polizia, consegnatagli dal Signor Cancelliere il giorno successivo al decesso di Monsieur de La Reynie, che costui, in esecu­zione agli ordini di Sua Maestà e del decreto del Consiglio del 15 giugno 1690 firmato Le Tellier (Louvois), aveva apposto i sigilli su di un forziere con l’aiuto di Sagot, incaricato per ordine specifico di Sua Maestà, in qualità di cancelliere della Camera sovrana eretta da Sua Maestà nel castello dell’Arsenale con lettere patenti del 7 aprile 1679, e che Monsieur de La Reynie aveva lasciato questo forziere così sigillato in deposito a Gaudion, segretario del Re e cancel­liere delle commissioni straordinarie del Consi­glio, conformemente al decreto suddetto :

« Sua Maestà avrebbe rimesso al Signor Cancel­liere la chiave del forziere, che Monsieur de La Reynie aveva allegato alla sua lettera, per fare riconsegnare il forziere da Gaudion il quale, per ordine del Signor Cancelliere, avrebbe dovuto portarlo nel suo palazzo a Parigi. Ed ivi il Signor Cancelliere, dopo aver constatato che i sigilli erano in buono stato, avrebbe proceduto alla sua apertura. Vi è stata trovata una cassetta rivestita di cuoio nero, che il Signor Cancelliere ha aperto con la chiave che vi era allegata, ed in questa cassetta vi erano parecchie minute di atti, redatti fra il 1679 ed il 1680 ed altri ancora {ino all’anno della separazione del Tribunale dall’Arsenale, che erano state conservate per esplicito ordine di Sua Maestà. Il signor Cancel­liere ha riposto nella cassetta le suddette carte per presentarle a Sua Maestà, da cui ricevere istruzioni sull’uso che avrebbe voluto farne, e per sollevare Gaudion, cui il forziere era stato affidato con due verbali di La Reynie, dell’8 luglio e del 10 ottobre 1690, dall’obbligo della custodia. Sua Maestà, mentre sedeva in Consiglio, dopo aver visto ed esaminato gli atti e le minute che gli erano stati consegnati dal Signor Can­celliere ed averli fatti bruciare in sua presenza, ha ordinato ed ordina che Gaudion, i suoi figli, i successori e gli aventi causa, siano pienamente liberati dall’obbligo di custodia del forziere e delle carte che vi erano contenute, senza che per l’avvenire a Gaudion ed ai suoi aventi causa se ne possa fare richiesta, né si possa in qualunque modo molestarli. »

La sera di quel 13 luglio, il vecchio Re, guardando bruciare nel grande camino della Camera del Consiglio quelle carte ingiallite, avrĂ  pensato, con emozione senza dubbio, a colei che tanto aveva amato e che aveva lasciato questo mondo ormai da piĂą di due anni, il 27 maggio 1707.

E Luigi XIV, che non ha mai cessato di nutrire un grande affetto per Madame de Montespan (non le rendeva forse regolarmente visita anche dopo il suo allontanamento da Corte?), avrà senza dubbio pensato che quello era l’ultimo omaggio che poteva rendere alla sua memoria.

Ignorava che La Reynie aveva lasciato della annotazioni che sopravvivranno al tempo e che lasceranno sempre dei sospetti sulla piĂą celebre delle favorite del Re Sole.

 


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Invito tutti a non inviarmi più libri in lettura. Per mancanza di tempo, e dall'11 novembre 2013 anche di salute, non posso più accontentare nessuno. Così pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Chiedo scusa.
Bart