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STORIA: La laurea in inglese

18 Maggio 2012

di Costanza Caredio

Una laurea discussa in inglese che “aumenterebbe la competitività e l’attrattiva internazionale delle nostre università”: questa è la proposta che fa discutere rettori e ministri. Ma è vero il contrario!
L’inglese è una lingua universale, ma di necessità ridotta ai suoi elementi “basic” nella comunicazione, tecnici nell’informatica.
Nella Gran Bretagna, in origine si parlava il celtico che possedeva un proprio alfabeto – quello stesso che Robert Graves, grande studioso del mito, ha cercato di illustrare. Ad esso si sovrappose il latino dei conquistatori romani e dei missionari cristiani. Poi l’anglosassone e il normanno delle tribù del nord. Rimase una frattura tra il linguaggio colto e quello parlato, che noi latini avvertiamo subito ed è la lingua popolare che adoperiamo volentieri e a ragione, perché è ricca di espressioni dirette, è agile, senza complicazioni grammaticali, ed è essa che forma il “basic english” universale, elementare e povero.
E’ questo che si vorrebbe imporre alle università?
In realtà gli Inglesi, in crisi identitaria da sempre, sono attratti dalle lingue e dalle culture romanze. Distrutto il magico mondo dei Celti, isolati nella loro isola, avversi per carattere ai rigidi Germanici e ai boriosi Francesi, essi hanno sempre guardato all’Italia con interesse come luogo della gioia di vivere, eredità del mondo pagano.
I Racconti di Canterbury (secolo XV) sono una versione delle Novelle del Boccaccio, gli Elisabettiani e il mondo di Shakespeare segnano il periodo felice della loro storia letteraria, prima della svolta anti-cattolica-biblista-mercantilista-imperialista di Cromwell che segnò i due secoli seguenti. Ma il tour in Italia, come luogo di bellezza, di libertà, di testimonianza classica, non fu mai abbandonato. Era il Mediterraneo dove vivere e morire: Byron combattendo per la libertà della Grecia, Shelley al largo della costa tirrenica, Keats sepolto a 26 anni a Roma, là dove vivevano ancora gli eredi di Maria Stuarda. A fine secolo furono i Pre-Raffaeliti, con la loro inimitabile grazia, a dipingere la nostalgia.
Diciamo allora che la lingua italiana è una opportunità in più per le nostre università: perché mai dovremmo imporre l’inglese agli Inglesi?


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Invito tutti a non inviarmi più libri in lettura. Per mancanza di tempo, e dall'11 novembre 2013 anche di salute, non posso più accontentare nessuno. Così pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Chiedo scusa.
Bart