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Storia: La stregoneria e la seconda realtà

11 Febbraio 2021

di Bartolomeo Di Monaco
(Da: Sìlarus – Anno IX – N. 49; Settembre-Ottobre 1973; Anno e N. 50; Novembre-Dicembre 1973 e Anno X – N. 51; gennaio-Febbraio 1974)

“Non si deve ridere delle passioni e delle azioni
degli uomini, né odiarle: è meglio comprenderle”
Spinoza

Parte prima

Aldilà del significato religioso, per il quale Satana è il male contrapposto al bene, l’uomo ha cercato di rappresentare attraverso le figure demoniche una seconda realtà, in cui egli realizza la sua piena libertà e potenza.
Essa viene ad esprimere, così, un’altra faccia dell’uomo, il quale completa, in questo modo, la manifestazione di se stesso. Più inquietante, poiché spontanea ed imprevedibile, fuori d’ogni regola, questa espressione, dopo l’avvento del cristianesimo, è stata contrastata, anche aspramente (si ricordi l’Inquisizione); tuttavia ha sempre resistito, affiorando in tutti i secoli, compreso il nostro, e confermando con la sua tenacia di essere parte davvero rilevante della natura umana.
L’arte sopratutto non ha mai nascosto questa seconda realtà e i grandi scultori medievali (per restare nell’età cristiana) collocavano, accanto alle rappresentazioni di angeli e di santi, anche quelle delle potenze infernali, che non avevano infatti una funzione contrappositiva, ma sia individualmente che nell’insieme dell’opera rivelavano di essere strumenti di una simbologia ben più travagliata e legata all’uomo.
Uno dei più antichi esempi di scultura di questo genere è quello che orna il timpano della cattedrale d’Autun dell’XI secolo, in cui la massa dei cinque diavoli esprime una libertà fantastica che invece fa difetto nella rappresentazione della volta celeste.
Così pure le sculture orripilanti del timpano della chiesa di Souillac, del XII sec. e quelle della cattedrale di Bourges, del XIII.
Molti incunaboli del XV sec. rappresentano scene demoniche con una imprevedibile e smaniosa inventiva: esempi si ritrovano nello incunabolo del tedesco Jacobus da Theramo, stampato ad Augusta nel 1473, in cui è rappresentata la bocca dell’inferno tenuta aperta da alcuni diavoli, e in quello, rarissimo, pubblicato ad Augusta tra il 1470 e il 1471 col titolo “Ars moriendi”, in cui i demoni contendono agli angeli l’anima di un moribondo, rappresentata da una figurina nuda.
In pittura, giganteggiano le opere di Bosch, tra le quali “Il giudizio universale”, quelle di Bruegel il vecchio, tra le quali “La tentazione di Sant’Antonio” e quelle di Cranach, specie “L’anticristo”.
Dürer, invece, preferì dare risalto all’immagine della strega; ed è attraverso di essa, infatti, che l’uomo si proietta nella seconda realtà e la vive in congiunzione con i simboli demonici.
Intorno a questa seconda realtà si è creata una barriera di simboli inintelligibili a coloro che non vi partecipino, ed essa si è chiusa al resto del mondo, creando una propria sufficiente autonomia. Ha sue leggi, suoi riti, suoi fini, che sono significativamente in contrasto con la realtà ordinaria.
Mentre altri aspetti della natura dell’uomo non sono riusciti ad imporsi fino al punto di creare una realtà propria in cui predominare, questo aspetto tutto istintivo è riuscito nel XVI0 sec. a porsi addirittura come realtà alternativa in cui Satana, seppure simbolicamente presente, lascia il posto ad una libera incontrollata espressione della passione umana.
Il XVI secolo rappresenta il punto più alto raggiunto dalla libertà dell’uomo istintivo, il quale è riuscito ad inserirsi e a minacciare la realtà tradizionale.
I protagonisti di questa seconda realtà, strettamente legata a rituali fantastici, prendono il nome di streghe e stregoni, di cui si continua a dire che stringano un patto col diavolo.
II più celebre di tutti è quello di Faust, firmato, a detta dei suoi studiosi, intorno al 1515 col sangue:

«… poiché… non ho potuto trovare nella mia intelligenza i talenti necessari, né nell’accostamento degli uomini, io mi sono subordinato allo Spirito che mi è stato ora inviato, che si chiama Mefistofele ed è uno dei servitori del Principe infernale dell’Oriente… Prometto da parte mia e ne prendo l’impegno, che dopo un periodo di tempo di ventiquattro anni trascorsi completi… egli potrà disporre di me, governarmi, reggere, condurre e comandarmi a suo talento e a suo modo, secondo il suo piacere, in tutta la mia persona, corpo, anima, carne, sangue e beni e questo per tutta l’eternità”.

Il mago stregone “finì in modo deplorevole: fu strangolato dal diavolo e il suo cadavere messo su una barella, vi rimase continuamente con la faccia girata verso il suolo, benché l’avessero voltato cinque volte e coricato sul dorso” (in ‘Storia della magia’ di F. Ribadeau Dumas).
Un altro patto celebre è quello del prete Urbano Grandier, il curato di Loudun finito sul rogo, che desideriamo riportare nel testo conservato alla Bibliothèque Nationale al n. 7619, pag. 126:

“… prometto di onorarvi e di rendervi omaggio almeno tre volte al giorno, di fare quanto più male potrò, e di attirare a fare il male quante più persone possibile, e volentieri rinuncio alla cresima, al battesimo, e a tutti i meriti di Gesù Cristo…”

Sebbene già nella Bibbia (Esodo XII, 18) si legga: “Non tollererete che vivano gli stregoni” e i concili di Laodicea del 364 e di Bergansted del 697 infliggessero loro un’ammenda, soltanto nel XV sec. si cominciarono a prendere seri provvedimenti per contenere la diffusione della stregoneria.
Ė del 1483 la bolla di Sisto IV, in cui è detto:

«Peraltro ci è giunta all’orecchio notizia, suscitando grave pena nel nostro animo, che in alcune regioni della Germania, per opera del seminatore di zizzania, si sono sviluppate da qualche tempo in qua, e sopratutto attualmente, alcune eresie ‘etiam’ di certe donnicciole che hanno rinnegato la fede…”

La repressione della stregoneria fu spietata.
In Germania verso il 1500 furono bruciate circa cento streghe; nella stessa epoca furono bruciate, perché indemoniate, tutte le monache del convento di Cambrai. Nel 1507 ne furono arse trenta in Catalogna; dal 1504 al 1523 centinaia di roghi furono accesi in Lombardia, sopratutto nei dintorni di Como.
Un centinaio di donne fu arso a Saragozza. Nel 1580, in Lorena, morirono novecento streghe. A Saint-Cloud, il citato Boguet ne fa bruciare seicento e il Lancre un centinaio ad Avignone. Dal 1586 al 1591, a Treviri, ne bruciano circa quattrocento; dal 1623 al 1630 a Bamberg seicento; a Würzburg circa cinquecento; nella città di Fulda ardono circa trecento persone dal 1590 al 1606.
Innocenzo VIII nella bolla “Summis Desiderantes” del 1584 scriverà:

“Con grande pena abbiamo appreso quanto avviene in certe parti dell’Alta Germania, come nelle province e diocesi di Magonza, Colonia, Treviri, Salisburgo e Brema. Molte persone dei due sessi, senza preoccuparsi della propria salute e della fede cattolica che abbandonano, hanno commercio con i demoni incubi e succubi. Si danno a incantesimi, a scongiuri e a infami sortilegi”.

Nella regione di Bamberga, in Germania, forse la più popolata di streghe, fu eretto addirittura nel 1627 un edificio chiamato Hexenhaus o Malefitzhaus, dove venivano celebrati i processi. Esso contava due piani e poteva ospitare ventitré streghe, isolate le une dalle altre in piccole celle. Per stabilire se un indiziato fosse stregone (o strega), i giudici lo sottoponevano ad un lungo estenuante interrogatorio e ricercavano sul suo corpo il “punctum diabolicum” cioè il marchio del diavolo, che restava insensibile alle punture di un ago.
In un manoscritto conservato alla Bibliothèque Nationale (B.N.) n. 388, pag. 257 si legge che nel 1624 presso Vesoul una donna fu punta con tanta forza che non fu possibile recuperare l’ago:

«… nel quale marchio è penetrata una spilla lunga quattro dita… e la detta spilla essendo affondata internamente, non è stato in alcun modo possibile estrarla…”.

Nel processo contro Marthe Brossier conservato alla B.N. fondo francese 17324, f. 105 – un giudice afferma:

“L’insensibilità del suo corpo durante le sue estasi e furori è stata dimostrata dalle profonde punture effettuate con lunghe spille, che sono state fatte penetrare interamente nelle mani e nel collo, e quindi estratte senza ch’essa abbia dato alcun segno di sentirle entrare o uscire…”

Un’altra prova alla quale i giudici davano grande importanza era quella della immersione pubblica nell’acqua. Infatti, secondo la credenza popolare, lo stregone gettato nell’acqua coi piedi e le mani legati doveva rimanere a galla.
Louis Servin, un avvocato difensore dei coniugi Simoni-Breton, riuscì a farla sopprimere con il decreto 1 Dicembre 1601 del Parlamento di Parigi, poiché questa prova comportava in ogni caso la morte dell’indiziato:

“O per annegamento se affonda (e si pretende che colare a fondo sia una prova di innocenza) o perché, non essendo colata a fondo, la si ritiene colpevole” (L. Servin: “Actions no tables et plaidoyez», pag. 44).
Dall’ondata di processi (tanto si temeva il dilagare della stregoneria!) non si salvarono nemmeno i ricchi: e anzi la loro agiatezza costituì una tentazione irresistibile per taluni giudici avidi.
Nella biblioteca di Ste-Geneviève alla lettera Q 53, documento 18, si può leggere:

“… vi sono giudici di così malvagia coscienza e talmente posseduti dall’avidità (oltre che da molti altri vizi) che i beni di un uomo possono per loro rappresentare la cagione del peggior male del mondo. Affermo queste cose per averle vedute, essendomi trovato in una certa città di Lorena dove di un gran numero di accusati di stregoneria di cui ho udito gli interrogatorii e le risposte furono fatti morire soltanto quelli che avevano — come si dice comunemente — di che farsi impiccare”.

Parte seconda

IL RITO

Di fronte a tanto rischio ed accanimento persecutorio, la sopravvivenza della stregoneria lascia perplessi e non si può spiegare se non con quanto si scriveva all’inizio: che essa, cioè, esprime un aspetto non trascurabile della natura umana, il quale si è potuto realizzare grazie alla costruzione, salda e definitiva, della seconda realtà. Sin dalla evocazione del diavolo, che deve presiedere ai riti ed esaudire l’adepto, questa realtà si presenta con un sinistro fascino.
Un preciso rituale è stabilito nel famoso libro “Clavicula di Salomone”, che si ritiene scritto dall’antico re d’Israele:

“… Verso le undici di sera, in un sabato di luna nuova, l’officiante deve indossare un abito nero, portare sul capo una tiara di piombo, ornarsi di braccialetti di piombo con pietre di onice, zaffiro chiaro, giaietto e perle nere. Al dito deve portare un anello di piombo con incrociata una gemma che abbia inciso un serpente arrotolato… Prendete un gesso rosso e due candele di cera benedetta e scegliete un luogo solitario dove l’invocazione possa svolgersi senza essere disturbata… Col vostro gesso, tracciate un triangolo sul pavimento e collocate le candele ai due lati del triangolo. Alla base scrivete le lettere sacre I H S affiancate da due croci. Collocatevi nell’interno del triangolo con la vostra bacchetta e i fogli recanti il testo dello scongiuro e delle vostre domande e chiamate lo Spirito…”.

Questo rituale resta più o meno il medesimo presso tutti gli stregoni ed anche le formule di scongiuro con le quali si richiede al diavolo l’esaudimento di un desiderio si somigliano.
Infine, il congedo dal diavolo è espresso quasi sempre con queste parole:

“Va’! genio benefico, ritorna in pace nei luoghi che ti sono
destinati e sii sempre pronto a venire e ad apparire quando ti
chiamerò nel nome e da parte del grande Alfa”.

LE OSSESSE

Nel XVI secolo, sopratutto, si diffuse anche il fenomeno delle “possedute” dal demonio. Mentre gran parte dei riti stregonici si svolgeva nel più assoluto riserbo, l’esplosione delle “ossesse” veniva a manifestare, con focolai sparsi qua e là dentro la realtà ordinaria, il segno evidente della larga diffusione della stregoneria e del contagio irresistibile che il suo rituale diffondeva: veniva ad esprimere, cioè, una necessità della natura umana, contro la quale nulla poteva l’intervento della tortura e del rogo.
Una bambina di 13 anni, Magdelaine des Aymards (accusata di stregoneria) così confessò il modo in cui aveva conosciuto il diavolo (deposizione del 2 Giugno 1606):

“Una notte tra le altre intorno a mezzanotte… sopraggiunse nella stanza qualcosa che la risvegliò calpestandole i piedi. Svegliatasi, vide ai raggi della luna, un uomo vestito d’un panno nero, con indosso un mantello, una giubba a maniche lunghe di panno nero fine e cappello pure nero, una spada appesa al fianco, stivali e speroni”.

Ovviamente, il diavolo si congiunge carnalmente con la ragazza e la deposizione è su questo punto alquanto particolareggiata.
Molte delle possedute erano suore che si agitavano in preda a convulsioni, bestemmiavano e pronunciavano frasi scurrili Tutte accusavano qualche curato-strego.
I casi più clamorosi, di cui molto si è scritto, riguardano le orsoline di Aix, che dicevano di essere sedotte dall’abate Gaufridy; le orsoline di Loudun, il cui scandalo interessò persino Richelieu, che inviò al convento il gesuita Surin, il quale si prese cura di esorcizzare egli stesso le monache. Nel 1635 così scrisse al padre d’Attichy, gesuita di Rennes:

“Sono in continua conversazione coi diavoli e da tre mesi e mezzo non sono mai senza un diavolo presso di me. Quando voglio parlare mi chiude la bocca, alla messa sono interrotto all’improvviso; a tavola non posso portare il cibo alla bocca e sento il diavolo entrare e uscire da me come se io fossi casa sua”.

Le monache di Loudun affermavano di essere sedotte dall’abate Cirandier; e appena questi fu condotto davanti a loro, furono prese da un furore terribile, si gettarono a terra senza pudicizia e, infine, si scagliarono sul prete con l’intento di graffiarlo.
L’abate Dupont che esorcizzò alla fine di Agosto 1634 la superiora di quel convento, Jeanne des Anges, così scrive in una sua lettera conservata nella biblioteca dell’Arsenal, Mss 4824, g. 24:

“Asmodeo le gonfiò in un istante il volto così spaventosamente ch’essa l’aveva, senza esagerazione, tre volte più grosso del normale, sopratutto gli occhi, ch’erano grandi come quelli del più grosso cavallo. Egli la tenne così per più d’un quarto d’ora, e improvvisamente le restituì il suo aspetto naturale, che è quello d’una fanciulla molto bella”.

Più tardi la priora, in un’autobiografia, confesserà di avere trovato piacere in quella possessione:

“Il diavolo mi ingannava spesso mediante un piccolo piacere che prendevo nelle agitazioni e nelle altre cose straordinarie che egli faceva dentro il mio corpo”.

Anche sull’esorcismo di Madeleine Demandols, la protagonista dello scandalo del convento di Aix, possiamo leggere nel Mss — fondo francese — 23852,21 conservato alla Bibliothèque Nationale:

“(fu) sollevata e alzata in alto d’improvviso… e stando in questa posizione fu sorpresa da una straordinaria agitazione delle natiche, che rappresentava l’atto venereo con un gran movimento delle parti interne del ventre…”.

Nel convento di Louviers, intorno agli stessi anni, le monache invasate dall’abate Pietro David danzavano nude e si accoppiavano persino nella chiesa e nel giardino. Inoltre, si presentavano alla comunione nude fino alla cintura.
Non tutti però credevano alla possessione del demonio, che oggi possiamo considerare come un’occasione offerta dal tempo ad una società piena di pregiudizi e di desideri repressi. Richelieu, infatti, farà scrivere dal re una lettera indirizzata all’arcivescovo di Tours sullo scandalo del convento di Chinon, in cui è detto:

“Essendo stato informato che il nominato Barré, curato di S. Giacomo di Chinon, contravvenendo ad ogni sorta di ragionevoli pareri e consigli che gli sono stati dati, esorcizza un gran numero di fanciulle e donne di Chinon, le quali non sono per nulla possedute, come mi è stato riferito da diversi prelati pienamente edotti della cosa…”.

Il medico Marescot, insieme con altri laici, è assai incredulo sulla autenticità di molte possessioni e, criticando il metodo tenuto dagli ecclesiastici negli esorcismi, dichiara (B. N. n. 244, pag. 14):

“Se per individuare la possessione diabolica non occorrono altri segni oltre a quelli descritti dagli evangelisti, ogni epilettico, melanconico o frenopatico, avrebbe il diavolo in corpo. E nel mondo ci sarebbero più indemoniati che pazzi”.

PARTE TERZA

IL SABBA

Il momento in cui l’uomo vive intensamente l’altra sua natura è rappresentato dal sabba, nel quale tutte le caratteristiche passionali della seconda realtà sono evidenti.
Qui, si rivela l’aspetto istintivo e fantastico di essa, contrapposto a quello logico e ordinato della realtà tradizionale.
Un collegamento con gli antichi riti pagani, i quali appunto servivano allo stesso scopo (la dea Diana sostituiva Satana), è stato fatto dal Bonomo nel suo “Caccia alle streghe, la credenza nelle streghe” (Palermo 1959), ove scrive:

“Tra le credenze e i culti pagani che durarono per tutto il Medioevo, e proscritti dalla chiesa si rifugiarono nella magia e nell’astrologia, il culto di Diana ebbe un posto preminente… Identificata con la luna essa amava naturalmente la notte e nello stesso tempo incarnava una delle forme della triplice Ecate, la dea della magia, adorata con riti misteriosi, nei quali tutto era combinato per eccitare l’immaginazione e alimentare le superstizioni più crudeli… Ecate… amava apparire di notte al pallido lume della luna, insieme con la schiera delle sue donne, cioè delle anime dei morti senza sepoltura e suffragio funebre, o dei morti violenti o innanzi tempo. Gli antichi credevano che Ecate facesse le sue apparizioni nei quadrivi, e da questa idea nacque nel Medioevo la credenza, conservatasi nell’età Moderna, che ai quadrivi si corresse sopratutto il rischio di incontrare il diavolo”.

L’esigenza, quindi, di creare una realtà nella quale dare libero sfogo ai sensi è stata sempre presente nell’uomo.
L’avvento del cristianesimo ha soltanto rivestito, lentamente, la ritualità pagana di una nuova simbologia, arricchendola di atti liturgici più fantasiosi.
Le streghe e gli stregoni si radunano al sorgere della luna sulla montagna, intorno ad una vecchia quercia. Raggiungono il luogo a cavallo di un caprone o di una scopa, dopo essersi cosparsi il corpo di uno speciale unguento, composto di fiori di canapa, di papavero, radice di elleboro, grani di tornasole, grasso umano.

“Ci si strofina dietro le orecchie, il collo, lungo la carotide, le ascelle, la regione del gran simpatico verso la sinistra, i garretti, la pianta dei piedi e alla piega interna delle braccia”.

Molti pittori ci hanno lasciato opere che illustrano la preparazione al sabba. Fra tutti, il grande Dürer con “Le quattro streghe” offre l’immagine di una nuova strega, che prende il posto dii quella pagana, tramandataci da una iscrizione trovata su di una tavoletta babilonese:

“La strega gironzola per le strade, s’introduce nelle case, corre per i vicoli, insegue la gente per le strade… Essa ha rapinato la forza del bel giovane, ha tolto la felicità alle donne, togliendole con lo sguardo il bene della voluttà… con la sua bava ha arrestato il mio cammino…”.

Le streghe di Dürer hanno infatti un aspetto procace, sono giovani e belle e adatte assai bene all’orgia sessuale che le attende.
Anche Hans Baldung Grien dipinse più volte, nel 1514, la partenza per il sabba e le sue streghe sono piacenti e sensuali.
Naturalmente non si è persa l’immagine della strega babilonese ed è significativa quella tramandataci da Niklaus Manuel Deutsch (“La strega”, 1515-1518), con il corpo scheletrico, radi e lunghi capelli, carni avvizzite.
Spalmato l’unguento sul corpo, si poteva

«partire di corsa per il Sabbat volando sopra le città, i boschi e le acque… Il Diavolo attendeva i suoi fedeli …sotto forma di un capro, di un cane, di una scimmia e qualche volta sotto le spoglie di uomo… ognuno s’inginocchiava davanti al Principe delle Tenebre, gli votava l’anima e gli dava qualche cosa del proprio corpo, almeno l’unghia di un dito o qualche capello; poi gli esprimeva la sua devozione baciando solennemente il posteriore dell’animale tenendo un cero acceso in mano…” (dal rapporto dell’inquisitore domenicano Pietro Broussard sull’interrogatorio del 9 Maggio 1460 nel processo della Vauderie d’Arras).

Dal processo celebrato nel 1477 a Ginevra contro Antonia Chabod, si può confermare l’impressione che il sabba rappresentasse veramente una realtà ben definita e organizzata, nella quale si aveva modo di vivere pienamente la sessualità.
L’accusata, infatti, racconta che, trovandosi in ristrettezze economiche, incontrò l’eretico Masset Garin che le promise di condurla, di notte, in un luogo e di procurargli

“un uomo che ti metterà a disposizione e concederà il denaro necessario… e tutto andrà bene se mi crederai”.

Giunta la notte,

“l’accusata, abbandonato il marito e la famiglia, raggiunse con Masset il luogo detto ‘Laz Perroy’ presso il torrente… e vi trovò uomini e donne in gran numero, i quali colà si corteggiavano, danzavano e ballavano all’indietro”.

Infine,

“fecero il ’Meclet’ giacendo bestialmente gli uomini con le donne”.

Satana assume spesso l’aspetto del caprone, con una candela nera tra le corna, ch’egli accendeva “provocando il fuoco con la coda”, come scrive Florimond de Rémond, consigliere del Parlamento di Bordeaux del XVII sec., il quale aggiunge:

“In quell’assemblea si diceva la messa in cui colui che officiava volgeva le spalle all’altare, era vestito d’una cappa nera senza croce e innalzava una fetta di rapa colorata di nero invece dell’ostia”.

Il giudice Lancre, che già conosciamo, scrive:

“dopo il pasto viene il ballo… ciascun demonio conduce la sua vicina di tavola sotto quell’albero maledetto e là, l’uno col viso verso il centro della danza, e l’altro verso l’esterno, danzano, ballano e si divertono con i movimenti più indecenti e spudorati”.

Interessanti dipinti sulla celebrazione del sabba, e sull’aspetto assunto da Satana, sono quelli di Spranger e di Ziarnko (circa del 1600) e quelli posteriori di Gillot e di Salvator Rosa.
Il sabba finisce con l’accoppiamento sessuale dei partecipanti, cioè in una vera e propria orgia.
La deposizione di Riom del 1606 della tredicenne Magdelaine des Aymards, già citata, è molto significativa su questo punto:

“…dopo che avevano adorato il diavolo…, costui spense la luce e allora ciascuno degli uomini che assistevano al sabba prese una delle donne o ragazze (di cui c’era grande abbondanza), la coricò per terra, e, all’ordine di detto diavolo, la godette e conobbe carnalmente. La teste ha dichiarato che nel corso del detto primo sabba fu conosciuta carnalmente da un uomo che cominciava ad invecchiare e a ingrigire, vestito di raso nero, e che le volte successive fu conosciuta carnalmente da uomini ora giovani ora vecchi, alcuni di alta condizione, altri di condizione mediocre o bassa”.

Una certa Jehanne, accusata di aver partecipato al sabba, dichiara l’8 Gennaio 1514 (B.N. Mss, fondo Clairambault 1052, pag. 207):

“interrogata se nel suddetto sabba il diavolo le si fosse accompagnato, ha detto di sì, per le parti naturali come gli uomini, ma lo sentiva molle e freddo… la abbracciava, baciava ed amava meglio di suo marito, anche se lo trovava sempre decisamente freddo”.

CONCLUSIONE

In ogni epoca, dalla più antica all’attuale, l’uomo ha cercato sempre di creare, accanto alla realtà ordinaria, una seconda realtà ad essa contrapposta, ove egli potesse muoversi liberamente, dando sfogo a tutta la sua umanità.
Ė interessante notare come egli non sia mai riuscito, o forse non abbia mai voluto, esprimere tutto se stesso in un’unica realtà.
Mentre ha il coraggio di organizzare visibilmente una società retta dalla ragione, non fa altrettanto con i sentimenti, che in quella stessa realtà cerca di contenere, quasi temendoli; li sviluppa invece a creare una nascosta e alternativa realtà, in cui essi si manifestano senza remore.
Così, si può davvero credere che l’uomo, sebbene composto di ragione e di sentimento, abbia avuto sino ad oggi l’audacia di studiare, sviluppare e perfezionare soltanto la prima e tema invece di dare spazio ad una realtà retta dal libero sentimento.
I secoli XV, XVI e XVII, sui quali ci siamo soffermati in questo studio, ci hanno offerto il modo di studiare la seconda realtà nel momento in cui essa stava minacciando la società della ragione; e l’accanimento con cui si volle combattere fu tanto spietato che si organizzò, sopratutto con l’Inquisizione, un gigantesco apparato, al quale siamo debitori di una abbondante documentazione rivelatrice.
Ma il fenomeno, anche se con diversa intensità, è sempre esistito.
Nell’antichità — si è detto — si manifestava coi riti pagani, che si trasformarono poi con l’intervento della simbologia cristiana. Sopravvisse dopo il XVII sec., attraverso forme più miti, come i circoli galanti, di cui già ci occupammo, la cortigianeria e le case di tolleranza (si noti come essi conservino i caratteri di una realtà chiusa, appartata): manifestazioni assai meno incisive, ma le sole su cui siamo sufficientemente documentati.
Niente ci vieta di supporre, però, che forme di stregoneria come quelle del 1500 si siano manifestate successivamente al XVII sec., sotto nuove vesti; ma non disponiamo di dati certi. Tuttavia, anche se meno appariscenti, queste manifestazioni sono sintomatiche per constatare che il fenomeno non è spento: e infatti le numerose forme dì vita comunitaria di oggi, che ci paiono stravaganti, sembrano rinnovare e riproporre con maggior accento il culto della seconda realtà.

(Fonti: “La civiltà delle streghe” di Giuseppina e Eugenio Battisti, Lerici editore 1966; “La carne, la morte e il diavolo nella letteratura romantica” di Mario Praz, Sansoni 1969; “I diavoli di Loudun” di Aldous Huxley, Mondadori 1960; “Il tesoro delle scienze occulte” di Grillot De Givry, Sugar editore 1968; “La strega” di Jules Michelet, Einaudi 1971; “Magistrati e streghe nella Francia del Seicento” di Robert Mandrou, Laterza 1971; “Storia della magia” di François Ribadeau Dumas, Edizioni mediterranee 1968)


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Bart