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STORIA: LETTERATURA: I due re di nome Carlo che devastarono l’Italia

17 Febbraio 2020

di Bartolomeo Di Monaco

Il primo si chiamava Carlo VIII, re di Francia e fu il vincitore della battaglia di Fornovo avvenuta il 6 luglio 1495 contro un’aggregazione (Lega) di eserciti degli staterelli italiani al comando di Francesco Gonzaga, marchese di Mantova, uno dei migliori generali del tempo. Il secondo fu il re spagnolo Carlo V autore il 6 maggio 1527 del nefando e disastroso sacco di Roma.
Secondo Luigi Barzini jr, l’Italia ne soffrì sempre le conseguenze, fino almeno al XX secolo.

Questo è uno stralcio dal suo libro “Gli Italiani. Virtù e vizi di un popolo”, che si rivela di pagina in pagina un’opera eccezionale ben scritta e formativa.

“Si batterono tutti con grande coraggio. Per la maggior parte perirono. Francesco credette di aver vinto, alla fine. Non era rimasto forse padrone del campo? Non aveva catturato il tesoro del nemico? Non aveva costretto il re di Francia a fuggire? Tornato a Mantova, fece erigere una chiesa per ringraziare Dio, la chiamò Chiesa della Vittoria, e fece coniare una medaglia d’oro con la scritta Ob restitutam Italiae libertatem. Anche per lui la finzione poteva prendere il posto della realtà, equivaleva alla realtà. Si noti la parola Italiae, che dimostra fino a qual punto i contemporanei fossero consapevoli dell’importanza nazionale della battaglia. Tutti gli altri, però, si resero conto di aver perduto lo scontro, la guerra e la libertà d’Italia.

La spedizione di Carlo VIII potrebbe essere paragonata alla guerra dell’oppio che gli inglesi combatterono contro l’impero cinese nel diciannovesimo secolo. Fu una questione relativamente blanda, priva di importanza rispetto ad altre del genere. Ma anch’essa innescò una rea-zione a catena di eventi imprevedibili e aprì la strada a un lungo periodo di interventi stranieri, di conflitti sanguinosi, di guerre civili e di ribellioni.

(…)

Quel che accadde dopo Fornovo è intricato e tragico. Persino la diligente e vecchia Enciclopedia Britannica gemette sotto il fardello di dover chiarire ai suoi lettori gli eventi successivi, e vi rinunciò. L’undicesima edizione (Cambridge, 1911, volume XV, pagina 41), dice malinconicamente: «È impossibile, in questa sede, seguire gli aggrovigliati intrighi del periodo». In pratica, tutti gli eserciti esistenti in Europa calarono in Italia nei trenta e più anni dopo il 1495. Gli austriaci, i tedeschi, i borgognoni, i francesi, i fiamminghi, gli spagnoli, gli ungheresi e vari altri popoli valicarono le Alpi o sbarcarono dalle loro navi. Persino gli svizzeri abbandonarono le loro pacifiche vallate e le loro floride mucche per i campi di battaglia italiani, sotto le bandiere di tutti gli altri, quali mercenari, o sotto la loro per cogliere una buona occasione; gli svizzeri hanno notoriamente fiuto per gli affari sicuri. Tutti strinsero eterna alleanza con tutti gli altri, di volta in volta, ruppero le alleanze, ne strinsero di nuove, marciarono in un senso e poi nel senso contrario, combatterono, vinsero, persero, conclusero la pace, e ricominciarono a combattere. A volte, leggendo le cronache di quei decenni, l’inesperto si sente girare la testa e ricorda le scene finali delle vecchie comiche mute, le risse di ubriachi aperte a tutti nelle quali ognuno colpiva tutti gli altri indifferentemente.
Ogni straniero vinse o perse a turno. Gli italiani persero sempre. Quando le cose andavano bene, dovevano fornire a tutti viveri, donne, paglia e alloggi per gli uomini, foraggio e stalle per gli animali, e borse di monete d’oro. E le cose andavano bene solo di rado. Quasi sempre andavano male. Gli abitanti venivano derubati delle loro cose e mas-sacrati, le donne erano violentate, i campi devastati, le fattorie demolite, i magazzini vuotati, i bardi di vino forati a colpi di archibugio, le chiese profanate, il bestiame abbattuto, le belle città saccheggiate, smantellate e incendiate. Bande di disertori che si davano alle razzie, la feccia d’Europa, vagavano per le campagne. Fame e pestilenze dilagavano come un incendio di stoppie. Gli italiani che non venivano uccisi nelle loro case, nelle cittadine e nei villaggi natii, trovavano la morte in ogni campo di battaglia. Non v’era schermaglia nella quale essi non venissero a trovarsi tra le vittime, quali attori da una parte o dall’altra, o quali innocenti spettatori.
I principi e le repubbliche locali, incapaci di stringere tra loro una nuova alleanza militare per difendere il proprio paese, si univano a questa o a quella coalizione straniera per fare dispetto ai loro rivali personali, e mandavano i sudditi, a greggi, a battersi e a morire in innumerevoli e incomprensibili guerricciole secondarie. Gli italiani che si arruolavano come mercenari negli eserciti di altri popoli lo facevano pensando che, alla fine, la vita militare era più sicura. Quel che accadde negli ultimi diciotto mesi della seconda guerra mondiale – gli alleati d’ogni colore in lotta contro i tedeschi, i fascisti alle prese con gli antifascisti, le città ridotte in macerie, i fanciulli affamati che mendicavano, le donne che si vendevano per un tozzo di pane, gli uomini deportati, torturati, uccisi dalle S.S., il dilagare della fame, della disperazione, della corruzione e delle malattie – continuò dopo Fornovo per oltre trent’anni. Nessuno sembrava forte abbastanza per porre fine all’insensata devastazione.

Nel 1527, dopo trentatré anni di sanguinosi disastri, un nuovo esercito imperiale marciò su Roma. Radunato a caso, comprendeva Lands-knechte tedeschi, fanatici luterani, reclutati con la speranza che dessero prova di una foga più spietata contro il Papa, soldati spagnoli ch’erano fanatici cattolici, e mercenari italiani. Come tutti i soldati di Carlo V, costoro non erano pagati; si pagavano per loro conto imponendo tributi e saccheggiando città. Il Conestabile di Borbone, loro comandante, fu ucciso mentre si avvicinava alle mura di Roma con una scala, nella nebbia, il 6 maggio 1527, due ore prima del tramonto, da un colpo d’archibugio che Benvenuto Cellini si vantò di aver sparato. Quello sparo fu soltanto uno di pochi. Non venne opposta resistenza. Le mura furono scalate, le porte vennero aperte e Roma fu conquistata in poche ore.
Per nove mesi la città rimase abbandonata alla lussuria, alla rapacità e alla crudeltà di trentamila uomini senza un comandante autorevole che li tenesse a freno. Il Papa Clemente VII, prigioniero a Castel Sant’Angelo, vide, giorno e notte colonne di fumo alzarsi da sempre nuovi incendi in ogni quartiere della città, udì i gemiti delle donne e i lamenti degli uomini torturati mescolarsi alle urla di scherno e alle laide canzoni della soldataglia ubriaca, e mormorò tra sé e sé le parole di Giobbe: Quia non conclusit ostia ventris, qui portavit me, nec abstulit mala ab oculis meis. Tutta l’Europa inorridì agli orribili racconti. Per mesi e mesi, molti uomini furono torturati perché rivelassero il nascondiglio del loro denaro; donne di ogni condizione e di ogni età, comprese le suore, vennero violentate da file di uomini che le dileggiavano; inestimabili tesori artistici furono distrutti o andarono dispersi per sempre; alti prelati vennero rapiti, perché fossero poi riscattati, e trascinati per le vie nelle loro preziose e sacre vesti, cavalcando asini a rovescio, in una sacrilega parodia. Le chiese furono spogliate di tutti gli oggetti, preziosi o meno: sacre reliquie e libri sacri furono gettati per le strade tra i rifiuti e i cadaveri che andavano decomponendosi. Neppure i morti erano al sicuro. La tomba di Giulio II venne aperta e l’anello del Pontefice fu strappato dal dito disseccato. I cattolici si comportarono con lo stesso accanimento dei protestanti, i soldati italiani con lo stesso accanimento di quelli stranieri, la plebe romana con lo stesso accanimento dei conquistatori.

Il sacco di Roma, una remota conseguenza della sconfitta di Fornovo, fu la catastrofe dalla quale gli italiani non si ripresero mai, il trauma che lasciò segni indelebili sul loro carattere nazionale. Non uno di essi dubitò (come attestano molti autori contemporanei) che tutto ciò fosse accaduto per colpa loro. Perché nessun capo aveva trovato l’energia e il coraggio necessari per fermare l’eterogeneo e disordinato esercito imperiale durante la sua ebbra marcia verso il Sud? Perché il popolo non si sollevò in rivolta contro la canaglia straniera?
Il sacco di Roma non ha confronti come esempio di umiliazione nazionale. Non può certo essere paragonata a quella che viene in mente per primo, la caduta di Parigi nel 1940. Anche la Parigi della Terza repubblica era la più splendida e la più gloriosa città d’Europa, deposito di ricchezze incalcolabili accumulate nel corso di molti secoli, biblioteca del mondo, museo di ciò che esisteva di meglio nell’arte del passato e in quella moderna, residenza di uomini illustri. Ma Parigi non venne distrutta e saccheggiata. Usci intatta dal cimento. Riuscì ad incutere ai suoi conquistatori un timore reverenziale. I barbari ne affollarono i musei, gremirono le sale da concerto e la Comédie Française, onorarono gli esponenti defunti della cultura francese mentre torturavano i patrioti francesi viventi. A Roma, invece, nulla fu risparmiato. Per essa non si ebbe pietà. Il suo passato glorioso, le maestose rovine, il ricordo terribile della sua grandezza, i capolavori che colmavano palazzi e basiliche, i tesori che riempivano biblioteche e forzieri non la protessero da un solo abuso. In effetti, tutte le sue qualità (come la bellezza di gran parte delle sue donne, la virtù di molte e la dignità di altre), resero lo stupro ancor più irresistibile.
Ma Roma rappresentava qualcosa di infinitamente più grande della Parigi del 1940. Roma era anche la sede di Dio sulla terra, la pietra sulla quale il Cristo aveva fondato la sua Chiesa, il centro di un vasto impero spirituale del quale tutti i cristiani erano stati sudditi fino a pochi anni prima. Coloro che la saccheggiarono non si limitarono a perpetrare un comune oltraggio: commisero un sacrilegio irreparabile. Assistere alla profanazione della loro città sacra, come accadde agli italiani, senza muovere un dito, fu qualcosa di più di una dimostrazione di impotenza militare e politica; fu il tradimento del loro retaggio morale e spirituale. La distruzione della Città Eterna, come la distruzione di Gerusalemme, venne considerata un chiaro segno dell’ira di Dio, il castigo dei vizi e dei peccati del popolo. Umiliò l’anima degli italiani. Indebolì irrimediabilmente il loro orgoglio e la loro volontà di vivere sotto la stessa legge, guidati dallo stesso capo, perché Roma, al pari di Gerusalemme, era anche il simbolo della loro esistenza nazionale. Gli italiani non avevano conseguito l’unità, ma si erano sempre, ciononostante, considerati una nazione, formata non già, come le altre, da re, soldati, statisti e popolo, ma da ecclesiastici, santi, poeti, letterati, artisti e filosofi. Questo paese spirituale, disperatamente amato dagli italiani, aveva una capitale ch’era Roma, non la Roma di pietra sulle rive del Tevere, ma la città fantomatica di cui si legge nei libri e di cui si sente parlare nelle leggende. Aveva ammaliato Dante, Cola di Rienzo, il Petrarca. Doveva ammaliare tutti i grandi italiani in avvenire. Roma era la grande madre, la matrice da cui proveniva tutto ciò che gli italiani avevano caro, la città senza il cui possesso non avrebbero potuto trovar pace. La sua perdita fu irreparabile.

L’imperatore Carlo V usci, alla fine, dalla lotta come unico vincitore. Lo strepito delle battaglie si spense. La polvere tornò a posarsi. Egli impose all’Italia una pesante Pax Hispanica. Gli italiani si rassegnarono alla loro condizione. Contro di lui non si poteva far nulla. Era lontano: nessuno avrebbe potuto avvelenarlo, complottare ai suoi danni, trarlo in inganno, farlo cadere in trappola; non sarebbe stato possibile formare alcuna lega con alleati stranieri per combatterlo. Nessuno era mai stato cosi potente: disponeva della marina più grande del mondo, dell’esercito più formidabile, di un maggior numero d’alleati di chiunque altro, del più grande tesoro che fosse mai stato messo insieme, di possedimenti d’oltremare talmente vasti che ancora non era stato possibile tracciarne carte geografiche. Sul suo impero, come tutti sapevano, il sole non tramontava. Nel 1519 egli fu eletto anche imperatore del Sacro Romano Impero, sovrano del mondo noto.
Benignamente, Carlo V acconsenti a lasciarsi incoronare dal Papa al contempo imperatore e re d’Italia. La corona d’oro dei re d’Italia, detta «corona di ferro» perché si crede che contenga uno dei veri chiodi della Croce, corona venerabile che forse appartenne a Costantino, (l’imperatore romano e cristiano la cui memoria magica torna sempre ad hanter (ossessionare. Ndr) gli italiani), era custodita, allora come oggi, nel duomo di Monza, ove l’aveva lasciata la regina dei Longobardi, Teodolinda. Veniva impiegata di rado e mai allontanata, o allontanata di poco, fino a Milano. La corona dell’Impero era custodita in San Pietro, a Roma.
I precedenti imperatori (incominciando con Carlomagno nell’anno 800) erano stati incoronati li o in San Giovanni Laterano. Ma Carlo V non aveva il tempo di fermarsi a Monza e di proseguire poi per Roma. Disse sdegnosamente che non era abituato a correr dietro alle corone, ma a vedere le corone corrergli dietro. Ordinò che venissero portate entrambe a Bologna, pressappoco a metà strada tra Monza e Roma; Clemente VII avrebbe dovuto raggiungerlo laggiù. Il Papa accettò docilmente. Nel luglio del 1529 l’imperatore ordinò ad Andrea Doria di andarlo a prendere a Barcellona, attraversò il Mediterraneo con una navigazione tempestosa di quattro giorni, sbarcò a Genova e procedette per Bologna.
L’incontro del Papa e dell’imperatore fu uno degli eventi terminali della storia italiana. Con pompa e fasto stabili l’egemonia morale della Chiesa e il dominio materiale della Spagna su gran parte d’Europa. Le cerimonie conclusero un’epoca miracolosa di impareggiabile splendore intellettuale e di immense sofferenze in Italia, e inaugurarono una nuova era, un periodo di oltre tre secoli di assoggettamento a governanti stranieri, durante il quale si può dire che l’Italia praticamente non ebbe storia, una sua storia nazionale.
A Bologna erano stati fatti grandi preparativi. Mancava il denaro dopo gli eventi di quegli ultimi anni. La popolazione era rattristata e ostile. Si era notato che al momento dell’ingresso del Papa nella città nessuno dei presenti aveva risposto al grido di «Viva Papa Clemente! » lanciato dagli uomini del suo seguito. Il Papa e la sua corte erano in lutto: dopo il sacco di Roma avevano giurato di non radersi e di portare le barbe incolte, a ricordo delle trascorse sofferenze. Ciononostante, la municipalità e i nobili bolognesi riuscirono in qualche modo a mettere insieme il denaro necessario per dare all’imperatore accoglienze memorabili. Ospiti illustri affluirono da ogni parte. Tutti i grandi principi d’Italia erano presenti. Il Papa era accompagnato dai cardinali più famosi, da alti prelati della Curia e della Santa Sede. L’imperatore veniva seguito ovunque da un corteo di cortigiani spagnoli, italiani e tedeschi, di ambasciatori dell’Inghilterra, della Francia, della Scozia, dell’Ungheria, della Boemia e del Portogallo.
Veronica Gambara aprì le porte della propria dimora ai numerosi uomini di lettere: si poterono vedere Bembo, Mauro e Molza in conversazione con l’arguto Berni, con il dotto Vida, con il maestoso Trissino e con Marcantonio Flaminio. Anche il Giovio e il Guicciardini erano presenti. Quel che ancora rimaneva in Italia dello splendore, dello spirito e dell’eleganza del Rinascimento, dopo il sacco di Roma, dopo la rovina delle città più ricche, e dopo trentacinque anni di guerre incessanti, si riunì nella luminosità solare delle feste, dei giochi, delle conversazioni, dei banchetti, dei balli. Francesco Mazzola, detto il Parmigianino, dipinse Carlo V con la Fama che gli incorona la fronte, mentre Ercole bambino gli porge il globo. L’imperatore fece a Tiziano l’onore di posare per varie sedute. Il ritratto tizianesco, in dimensioni naturali, di Carlo V con la corazza in sella a un destriero bianco, è andato perduto. Ma ne restano altri. Carlo V era tanto contento del Tiziano che (come raccontano le storie) si chinò personalmente a raccattare un pennello lasciato cadere dal pittore, lo fece cavaliere, conte palatino, e lo nominò pittore imperiale con una pensione vita naturai durante.
La popolazione notò che Carlo e il suo seguito, quando percorrevano le vie di Bologna, indossavano sempre il costume spagnolo. Mentre gli italiani sfoggiavano i vividi e gai colori in voga a quel tempo, sete, broccati, velluti, pizzi e tessuti rossi, verdi, gialli, rosa, blu, gli spagnoli indossavano abiti neri con calze di seta nere, scarpe o stivali neri, neri berretti di velluto adorni di piume nere. Il lugubre costume era ravvivato da bottoni di pietre preziose e, sul petto di Carlo V, dalla catena e dall’ariete dell’Ordine del Toson d’oro. Gli spagnoli erano uomini pallidi che non sorridevano mai. Carlo V fu veduto sorridere una sola volta, a una dama che gli aveva lanciato un fiore da un balcone. Questi piccoli particolari non meriterebbero di essere ricordati se non fosse per il fatto che gli italiani, come sono soliti fare, rapidamente rinunciarono alle loro vesti, variate e vivide, e adottarono la moda dei dominatori con-temporanei, il nero funereo degli spagnoli. Parve, negli anni successivi, che l’intero paese’ avesse preso il lutto per piangere la fine della propria più gloriosa fioritura, il proprio asservimento ai tiranni stranieri, e la perdita della libertà. Le facce stesse della gente, nella generazione successiva, come le vediamo nei ritratti, assunsero un’espressione di malinconia e di sconforto che si armonizzava con gli abiti oscuri. Un poeta notò il cambiamento e scrisse:

Convien al secol nostro abito negro,
pria bianco, poscia vario, oggi moresco,
notturno, rio, infernal, traditoresco,
d’ignoranze a paure orrido ed egro.

Ond’ha a vergogna ogni color allegro,
ché ’l suo fin piange e ’l viver tirannesco,
di catene, di lacci, piombo e vesco,
di tetri eroi ed afflitte alme intègro.

(Sono le prime due quartine di una poesia di Tommaso Campanella: “Sopra i colori delle vestisonetto”. Ndr).

Non è necessario ricordare al lettore che il nero è sempre in Italia colore d’oppressione, e che fu il colore ufficiale del regime fascista. Nelle cerimonie Mussolini vestiva di nero dalla testa ai piedi come tutti i suoi ministri.”.


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Invito tutti a non inviarmi più libri in lettura. Per mancanza di tempo, e dall'11 novembre 2013 anche di salute, non posso più accontentare nessuno. Così pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Chiedo scusa.
Bart